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Cor-rispondenze

lunedì 25 gennaio 2010

Eternità


Caro professore,
Vedendo vari eventi che colpiscono gli uomini, mi chiedo: perché l’uomo desidera così tanto l’eternità?
Si parla ogni giorno di una vita eterna dopo la morte o di amore eterno. Si desidera l’eterna giovinezza e si sprecano soldi per questo. Miti riconducono all’elisir della vita eterna con fantastiche pietre filosofali. Anche in film quali “Intervista con il vampiro” uno dei personaggi principali sembra esser compiaciuto di aver ottenuto la vita eterna e l’eterna giovinezza. Ma si presenta poi il risvolto della medaglia. Le passioni finiscono, gli amori si interrompono, l’uomo non è portato per far durare nulla in eterno. Allora perché ci illudiamo continuamente che l’eternità sia per noi possibile? Perché ci ostiniamo a desiderarla tanto? Perché ci facciamo del male da soli, quando potremmo vivere benissimo sapendo che le cose del mondo (noi compresi) sono finite e limitate ed è quindi inutile voler tendere all’infinito per noi irraggiungibile. Non sarebbe meno doloroso accontentarsi della nostra condizione?
Luca


Caro Luca,
Vorrei davvero poter credere nella vita eterna, poiché mi rende davvero infelice pensare che l'uomo sia soltanto una sorta di macchina dotata, per sua sfortuna, di coscienza”, scrive il grande logico e matematico Bertrand Russell (1872-1970) in Dio e la religione (Newton & Compton, 2009).
Già, gli uomini desiderano l’eternità: nella vita e nell’amore; e sembra che gli esseri dotati di coscienza rifiutino istintivamente l’idea che qualcosa dell’uomo non sopravviva. Come dici tu, gli uomini ricorrono ai miti: al Sacro Graal, che dona la vita eterna; alla pietra filosofale, in grado non solo di trasformare i metalli in oro, ma anche di donare l’immortalità (perché riuscirebbe ad arrestare il processo di corruzione del corpo). Oppure, se vogliamo pensare ad un riferimento musicale, mi viene in mente l’opera del musicista Leoš Janácek (1854-1928), “L’affare Makropulos”, che fa riferimento ad una commedia di Karel Capek intitolata “The Makropulos Secret” (L’affare Makropulos, Einaudi, 1993) in cui si parla di una pozione in grado di consentire 300 anni di longevità. Se poi ci riferiamo alla bellezza eterna, è sufficiente pensare al libro di Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray (1890), in cui Dorian fa un patto con il demonio per rimanere sempre giovane. Se usassimo una metafora letteraria potremmo dire che gli uomini sono “ossimori viventi”, vivono cioè in una contraddizione strutturale: desiderano l’eternità, ma sono mortali; sentono il desiderio di infinito e soffrono per la natura corruttibile. L’uomo è, probabilmente, l’unico l’essere vivente che è consapevole di morire. E ovviamente non vuole. Prova angoscia per la propria morte. L’idea di scomparire definitivamente dalla scena del mondo infatti scardina ogni certezza, destabilizza ogni convinzione, scalfisce ogni progetto; d’altra parte ogni uomo si affanna una vita intera per crescere, migliorare e per acquisire abilità, instaurare relazioni, creare legami. Poi il sipario della vita si chiude e tutto si dissolve: il corpo si decompone, i ricordi nella memoria svaniscono, tutti i significati che organizzavano l’esperienza scompaiono. Quanto spreco: tanti affanni, tante illusioni. L’uomo, in fondo, si ribella alla morte. Da sempre. Il grande scrittore argentino Jorge Luis Borges (1899-1986) nell’opera l’Artefice riporta una divertente quartina di Almotásim il Magrebí, un poeta arabo del secolo XII, che non si dà pace di dover morire. E scrive: "Morirono altri, ma ciò accadde nel passato, / che è la stagione (nessuno lo ignora) più propizia alla morte. / E' possibile che io, suddito di Yaqub Almansur, / muoia come dovettero morire le rose e Aristotele?". (Tutte le opere, Meridiani Mondadori, 2000, vol. I). In questi versi buffi (il passato è la stagione più propizia per la morte) c’è un’amara verità: dalla condizione umana non si sfugge. Seneca nelle Lettere a Lucilio, ad un certo punto scrive: “Eppure noi, pur avendo ottenuto in sorte un corpo così guasto, facciamo progetti per l'eternità e protendiamo le nostre speranze fino al limite estremo della vita, senza mai trovare né denaro né potere che ci accontenti. Quale comportamento potrebbe essere più sfacciato e più stupido di questo? Nulla basta a chi è destinato a morire, anzi sta morendo: ogni giorno, infatti, ci avviciniamo all'ultimo e ogni ora ci spinge verso l'istante in cui dovremo precipitare nella morte”.
Il tema dell’eternità è stato affrontato da moltissimi autori. Ti propongo un breve percorso di riflessione. Cominciando proprio da Bertrand Russell.
1. A 16 anni Bertrand Russell decide di tenere un diario in cui scrive quello in cui crede e quello in cui non crede. Il 3 marzo 1888 annota questa riflessione: “… Non ho il coraggio di dire ai miei che non credo quasi più all'immortalità...”. E spiega che per poter credere in questa possibilità: “Si dovrebbe affermare che le nostre anime, anche se durante il loro soggiorno terrestre dipendono dalla materia e dalle leggi della fisica, al momento della morte entrino a far parte di un mondo estraneo al regno del decadimento fisico, regno che la scienza sembra identificare col mondo dei sensi. Tuttavia è impossibile credere a tutto questo, a meno che non si creda anche che gli esseri umani siano costituiti da due elementi distinti: l'anima e il corpo, i quali sono separabili e possono rimanere in vita l'uno indipendentemente dall'altro. Sfortunatamente questo va contro ogni evidenza empirica”. […] “Pertanto sia la mente che la materia sono semplicemente due termini di comodo per riordinare gli eventi. Non vi è alcuna ragione di supporre che una parte della mente o una parte della materia siano immortali. Si pensa che il sole perda materia al ritmo di milioni di tonnellate al minuto. La caratteristica essenziale della mente è la memoria, e non c'è alcuna ragione di supporre che la memoria legata a una determinata persona sopravviva anche dopo la morte di quella persona. Anzi, ci sono tutte le ragioni di credere il contrario: la memoria è chiaramente legata a una certa struttura cerebrale, e, dato che questa struttura è destinata a scomparire al momento della morte, ci sono tutte le ragioni di supporre che anche la memoria debba scomparire”. (Dio e la religione)
2. Nella tragedia di Eschilo, Prometeo incatenato, Prometeo pronuncia delle parole bellissime e dice che per impedire agli uomini di guardare alla loro sorte ha posto in loro “cieche speranze”. Il passo è bellissimo: “CORO: Nei doni concessi ai mortali non sei magari andato oltre? / PROMETEO: Sì ho impedito agli uomini di prevedere la loro sorte mortale. / CORO: Che tipo di farmaco hai scovato per questa malattia? / PROMETEO: Ho posto in loro cieche speranze [tuphlas elpidas]. "
Come sai, c’è una grande differenza tra la concezione greca e quella cristiana. A cominciare dall’uso delle parole utilizzate per denotare l’uomo. Il filosofo Umberto Galimberti nel libro “Il senso del sacro” (Feltrinelli, 2000) ricorda che i greci avevano consapevolezza della limitatezza della vita umana, e che “pur disponendo di due parole per dire "uomo", anér e anthropos, impiegano quasi sempre le espressioni brotós e thnetós che significano "mortale".” L’uomo non è dunque indicato con il termine anthropos, come si potrebbe pensare, ma con il termine thnetós: l’uomo è infatti l’effimero, il mortale. Per i greci, infatti, solo la natura, la physis, è eterna, tutto il resto è caduco. L’uomo è parte della cosmica armonia, ma il mondo non è fatto per lui. Egli, infatti, è considerato un “evento” della natura. Nell’Ottocento Schopenhauer riprende questa idea quando dice che “Ciascun individuo, ciascun volto umano e ciascuna vita non è che un nuovo breve sogno dell'infinito spirito naturale, della permanente volontà di vivere; non è che una nuova immagine fuggitiva, che la volontà traccia per gioco sul foglio infinito dello spazio e del tempo, lasciandola durare un attimo appena percettibile di fronte all'immensità di quelli, e poi cancellandola, per dar luogo ad altre.”(Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, 2009).
Il filosofo italiano Remo Bodei (1938), nel libro Piramidi di tempo (Il Mulino, 2006) spiega molto bene la differenza tra la concezione greca e quella che si è affermata successivamente con il Cristianesimo. Così scrive: “Ma cosa significa propriamente «eternità»? Ormai si è perso il significato originario del greco aion e della latina aeternitas. Diversamente da come siamo abituati a pensare, essa non racchiude in sé la nozione di tempo lungo a piacere, ma quella di vita o forza vitale. Già Plotino chiama l'aion esplicitamente zoe «vita», e Boezio definisce l'aeternitas come plenitudo vitae «pienezza di vita», massima fioritura e culmine della vita. L'eternità è quello zenit dell'esistenza in cui ciascun ente raggiunge la propria perfezione, il proprio specifico fine, diventando quel che può essere secondo le proprie possibilità. L'opposizione vera non è, quindi, tra tempo lungo e tempo breve, ma tra pienezza e scarsità di vita. L'aion o l'aeternitas non hanno perciò propriamente nulla a che vedere con la durata infinita del tempo. […] Il fatto è, in primo luogo, che, nel trascorrere dei secoli, il primitivo significato di «eternità» si è trasformato, anche e soprattutto per effetto del cristianesimo. Ha assunto il senso di un tempo illimitato oltre la morte in cui soltanto i salvati godranno la plenitudo vitae. La nozione di un tempo infinito, di norma confrontato con la brevità della vita terrena, ha così progressivamente eroso ed emarginato quella di una plenitudo vitae fruibile anche in questo mondo e non coincidente con la durata (e quindi, al limite, possibile anche nell'attimo). La nozione cristiana d'eternità è diventata poi, a sua volta, implausibile in età moderna, quando miliardi di uomini l'hanno abbandonata a causa dell'avanzare del pensiero laico, dell'ateismo segreto o militante e del parallelo discredito o dell'agnostica noncuranza con cui negli ultimi secoli è stata spesso accolta la tradizionale fede nell'al di là”. Invece di pensare l’eternità come pienezza della vita gli uomini hanno dunque pensato l’eternità come una vita infinita.
3. Fino ad ora abbiamo visto alcune posizioni: la prima razionalista, la seconda storico-culturale. Mi piacerebbe aggiungere ancora un percorso, fondamentale, che ha aperto molte strade di riflessione e di speranza nella storia. C’è cioè un altro modo di concepire l’eternità: non come “durata indefinita nel tempo”, ma come “intemporalità”, ossia come assenza di tempo o fuoriuscita dalla dimensione del tempo. È la dimensione che Aristotele avrebbe detto degli oggetti eterni: “non sono nel tempo: infatti non sono abbracciati dal tempo né il loro essere è misurato dal tempo; il segno di questo è che essi non subiscono affatto l’azione del tempo, non essendo nel tempo” (Fisica, IV, 12, 221, b 3). Ma è anche il modo di intendere l’eternità soprattutto della dimensione religiosa. Non un’eterna durata all’interno dello spazio-tempo, ma al di là. In una dimensione o “forma” diversa, per noi non concepibile razionalmente. Sono splendide le pagine in cui Agostino (Confessioni, cap. XI) riflette sul rapporto tra il tempo e l’eternità (dice a Dio: Non è nel tempo che tu precedi il tempo: altrimenti non precederesti ogni tempo). Per i cristiani l’eternità è una speranza, perché come c’è scritto nella Lettera ai Romani: "una speranza visibile non è speranza, poiché ciò che si vede come si può ancora sperare? Noi speriamo ciò che non vediamo, e attendiamo pazientemente."
Se finito e infinito rappresentano i termini delle nostre riflessioni, il bisogno di infinito, però, sembra essere per l’uomo, talvolta, più forte dell’evidenza della caducità della natura umana.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 18 gennaio 2010

Spazi inviolabili


Caro professore,
Fino ad un paio di anni fa pensavo che ognuno di noi possedesse uno spazio inviolabile dove potesse essere completamente al sicuro con se stesso e la propria famiglia; un valore materiale solamente nostro e che nessuno poteva compromettere. Tuttavia un fatto nella mia vita mi ha fatto riflettere meglio su questo argomento. Consideravo come mio spazio inviolabile la mia casa, ma un giorno i ladri hanno infranto questa mia sicurezza. Questo avvenimento ha subito fatto nascere in me la paura di non trovare più il mio spazio inviolabile, ma poi mi ha fatto riflettere sul fatto che non esiste nessun posto materiale in cui siamo totalmente sicuri; nulla è inviolabile alla malvagità, neanche il nostro corpo. Ho imparato ad avere più cura per le cose e le persone che potrei perdere da un momento all'altro ed anche per me stessa. Ha fatto nascere in me una riflessione anche su cose non materiali. Riflettendo ho capito che neanche il nostro pensiero è inviolabile, perché attraverso l'inganno alcune persone possono manipolare il nostro modo di pensare. Mi rimane però sempre una domanda... esiste qualcosa di nostro ancora più elevato e non materiale che nessuno può violare? L'unica risposta possibile mi sembra la nostra anima.
Anna


Cara Anna,
Esistono spazi inviolabili in cui possiamo sentirci al sicuro? Spazi in cui avvertiamo che il corpo non è a rischio, in cui l’affetto è durevole, i pensieri trovano ascolto, i bisogni profondi trovano accoglienza, le nostre incertezze sono ammesse, in cui ci sentiamo riconosciuti senza esitazioni? uno spazio fisico e psicologico in cui comprendiamo che il corpo, la sensibilità e le idee sono protetti, un luogo privilegiato, sottratto al caos del mondo o anche solo al riverbero degli eventi esteriori?
Che cosa c’è di inviolabile? Le persone in fondo si trasformano continuamente, biologicamente e culturalmente; persino il Dna è soggetto a evoluzione. Tutto si trasforma, anzi Hegel ci ha ricordato che ciò che governa tutta la realtà è il divenire: dunque tutto muta, si adatta e si rinnova. Oppure potremmo dire con Eraclito: “Panta rei”, tutto scorre. Un tempo esistevano ancora luoghi inviolabili: una montagna impervia, una cima inaccessibile, una foresta impenetrabile. Oggi anche questi luoghi possono essere raggiunti e conquistati. E anche gli spazi più vicini a noi, come dici tu, possono essere invasi da estranei. Nel 2002 è stato realizzato un film, “Panic room” (con Jodie Foster) che richiama l’attenzione proprio su questo tema. La protagonista, Meg Altman, si trasferisce con la figlia Sarah in una casa che ha una stanza blindata creata dal precedente proprietario. Ed è proprio in questa stanza che la notte stessa del trasloco si deve rifugiare con la figlia per difendersi dai ladri. Oggi sembra che persino attori importanti o uomini famosi o particolarmente ricchi facciano realizzare case con stanze blindate per proteggersi da imprevisti fatali. Recentemente i giornali ci hanno ricordato che anche il vignettista danese Kurt Westergaard, l’autore dei disegni su Maometto (2005), si sarebbe salvato da un assalto di un estremista islamico proprio rifugiandosi nella stanza blindata della propria casa.
Ognuno di noi sente però il bisogno di spazi di intimità e sicurezza: torniamo alle nostre case e abbiamo bisogno di protezione; dopo un viaggio sentiamo la necessità di ritrovare il nostro spazio e gli oggetti che fanno parte della nostra quotidianità o del nostro passato. Un luogo che rappresenti per noi un rifugio che offra protezione e conforto. Come dici tu l’idea di non trovare più il nostro spazio riduce la nostra serenità. Anche quando i ladri non rubano oggetti di valore (economico o affettivo) la sofferenza che ne deriva è davvero molto forte; gli psicologi lo sanno bene, perché le persone che hanno subìto un furto sono spesso pervase da un senso di impotenza e vivono per un po’ di tempo con maggiore apprensione.
Dunque è vero, con gli spazi esteriori l’inviolabilità non può essere facilmente garantita.
Vediamo allora cosa accade da un punto di vista psicologico.
Ti sarà già capitato che una persona che conosci da poco si sia involontariamente avvicinata un po’ troppo a te. Probabilmente la tua reazione è stata quella di fare un passo indietro, perché hai sentito invaso il tuo spazio. Bene, esistono degli spazi personali e interpersonali che, se invasi, mettono le persone a disagio. Gli psicologi li hanno persino misurati. Vera F. Birkenbihl nel libro Segnali del corpo (Milano, Franco Angeli, 2002), riporta tali distanze. Ognuno di noi possiede una zona intima (entro i 45 cm - mezzo braccio di distanza) in cui ammette le persone di cui si fida e le persone particolarmente care. Se qualcuno invade questo spazio si prova infatti una sensazione spiacevole e si mettono in atto dei meccanismi di difesa. Poi c’è una zona personale, ad es. tra due persone che chiacchierano a una festa (tra il mezzo braccio e il braccio intero; da 45 cm a 1,20 m). È una zona in cui si ammettono amici, famigliari e colleghi con cui si è in buoni rapporti e le persone con cui si comunica bene. A questa seguono una zona sociale (oltre il 1,20 m), che corrisponde alla distanza tra persone che si conoscono superficialmente, e una zona pubblica (oltre i 3,5 m). E’ il nostro modo di interpretare i segnali che provengono dal corpo e di intenderne il linguaggio.
E i nostri pensieri sono forse inviolabili?
A volte non vorremmo abbandonare certe convinzioni: idee, principi, credenze che ci hanno accompagnato magari per molto tempo e che hanno rappresentato per noi una fonte di sicurezza o un sostegno nei momenti difficili, perché sono diventati un po’ parte di noi e magari orientano ancora la nostra vita. Con il tempo, però, ci accorgiamo che in realtà cambiamo senza renderci conto per la continua rielaborazione delle idee, per la contaminazione di pensieri diversi e talvolta avvertiamo il cambiamento necessario perché dobbiamo fare i conti con nuove conoscenze che non sempre si accordano con le convinzioni precedenti. Riscontriamo quella che Leon Festinger (1919-1989) ha definito “dissonanza cognitiva”: “se una persona sa diverse cose che non sono tra loro psicologicamente coerenti, essa cercherà, in una varietà di modi, di renderle più coerenti [...]. La dissonanza cognitiva è uno stato motivazionale che spinge una persona a cambiare le sue opinioni, il suo comportamento” (L. Festinger, Teoria della dissonanza cognitiva, [1957], Franco Angeli, Milano, 1973). Rimaniamo magari per un po’ di tempo in uno stato di incertezza, in una situazione cognitiva conflittuale, ma poi siamo però indotti a modificare il nostro comportamento o le nostre idee per ripristinare la coerenza.
Allora, esiste veramente qualcosa di inviolabile?
Prima di provare ad abbozzare una possibile risposta più personale, vorrei proporti una bella riflessione di una filosofa spagnola del Novecento. Si chiama Maria Zambrano (1904-1991). In un libro intitolato Chiari del bosco [1977] (Bruno Mondadori, 2004) scrive: “Chi si raccoglie in sé [… ha dentro di sé uno spazio intangibile, diciamo, inviolabile”. Che cosa intende con “spazio inviolabile”? Zambrano pensa ad uno spazio dove c’è un pulsare di vita, un movimento quasi impercettibile come quello “dei semi sotto le zolle di un campo”. E’ il luogo dove la parola si appresta a nascere e annuncia qualcosa alla persona. È un annuncio che proviene dal profondo, una parola diversa dalle parole che servono per comunicare, per esprimersi o per trasmettere informazioni. Scrive la filosofa: “È la parola interiore, di rado pronunciata, quella che non nasce col destino di essere detta e rimane così lontana, remota, come se non dovesse tornare mai più. E perfino come se non fosse esistita mai, e la si conoscesse soltanto attraverso quel vuoto indefinibile, per quella specie di distesa che lascia. Perché è come un dilatarsi dello spazio ciò che si rivela”. […] “E parola in senso proprio è solo quella che è concepita, accolta, quella che infligge privazione, quella che può andarsene e nascondersi, quella che non dà mai la sicurezza di fermarsi, quella che procede volando”. Trovo che sia una bella riflessione. Certo, forse non tutti pensano che questo spazio possa essere inviolato, ma è uno spazio intimo, profondo, emotivamente intenso.
Ora provo a dirti quello che a me viene in mente e che, in realtà, mi è stato suggerito dalla tua riflessione. Ad un certo punto dici: “Ho imparato ad avere più cura per le cose e le persone che potrei perdere da un momento all'altro ed anche per me stessa”. Credo che tu abbia ragione: se vogliamo contribuire a difendere qualcosa, dobbiamo prendercene cura. 1) Per le cose. È bella la corrispondenza che hai fatto tra spazi esteriori e interiori: infatti, quando vengono violati certi spazi esteriori è come se fossero profanati quelli interiori. Per questo sentiamo spesso che la profanazione di certi ambienti è come un’intimità violata. Esterno e interno non sono poi così diversi. Possiamo pensare che esistano anche delle intimità all’aperto, spazi dove sono depositati i nostri ricordi o le memorie collettive. Prenderci cura di questi spazi, di questi oggetti e dell’ambiente più in generale ci permette di impedire che luoghi e ambienti possano essere guastati in modo irreversibile. 2) Per le persone. Fai bene a prenderti cura di te stessa e delle persone che ti stanno accanto. Nel corso della storia gli uomini hanno lavorato per creare “spazi di inviolabilità”. Nel linguaggio comune facciamo sovente riferimento a certi diritti della persona che definiamo diritti “inviolabili”; diritti soggettivi che in modo particolare a partire dal Seicento e dalla riflessione filosofica e giuridica si sono gradualmente affermati. Anche se faticosamente, nel corso del tempo sono stati estesi a più persone i diritti fondamentali: alla vita, alla libertà, all’integrità fisica, alla salute. Oggi quei diritti vengono riconosciuti, acquisiti e difesi negli ordinamenti nazionali e sopranazionali, perché espressione di valori e di bisogni essenziali della persona umana. I “diritti inviolabili” hanno la precedenza su tutti gli altri valori e sulle altre possibili valutazioni o preferenze di una comunità o di uno Stato. Per questo nel diritto sono protetti come “imprescrittibili”, ossia non possono decadere nel corso del tempo né essere invalidati da qualcuno. Questi valori sono anche “inalienabili”, ossia non possono essere tolti alla persona per nessun motivo (droits de l'homme). Sono semplicemente definiti “diritti fondamentali” e sono considerati imprescindibili dalle Corti costituzionali. Nella cultura Occidentale si trovano come principi ispiratori delle Costituzioni dei vari Paesi e fanno parte delle varie dichiarazioni che precedono le costituzioni dei diversi Stati. La sovranità della legge sta lì a ricordare che di questi diritti nessun uomo può essere privato. E’ con la nostra attività individuale e collettiva che possiamo fare in modo che qualcosa di inviolabile consenta agli uomini di condurre una buona vita.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 11 gennaio 2010

La libertà


Che cos'è la libertà? Riflettendo su Kierkegaard e Schopenhauer mi sono riaffiorate numerose riflessioni sulla libertà che da sempre hanno accompagnato la mia vita e a cui non ho mai dato una risposta. Forse questa domanda si avvicina molto alle cosiddette "domande esistenziali" su cui ciascuno riflette, ma in realtà non esiste una risposta univoca e universale. La ricerca però di una risposta credo però che sia necessaria per soddisfare la mia curiosità che non è di certo frenata dalla consapevolezza che nessuno potrà mai darmi una risposta esauriente, poiché ogni risposta ritengo sia frutto di una interpretazione soggettiva. Fino ad ora non mi sono mai rispecchiato in una sola filosofia, in una corrente di pensiero o in una religione, ma mi sono limitato a farmi "percorrere" dalle varie filosofie e dalle religioni. Lo studio di alcuni autori ha aumentato in me la curiosità di comprendere che cosa significhi la parola "libertà", ma non mi ha dato però delle risposte. La definizione che trovo nel dizionario (che descrive l'uomo libero come colui che non è legato a vincoli e ad una autorità, non sottoposto a controlli e restrizioni e che può agire senza subire costrizioni morali e materiali) non soddisfa la mia curiosità.
La visione pessimistica di Schopenhauer ritiene che l'uomo sia privo di libertà, di libero arbitrio. L'uomo infatti, secondo Schopenhauer, non è libero poiché è sottoposto ad un impulso, alla cosiddetta volontà di vivere che lo induce ad agire e a vivere. In questo senso l'uomo non risulta padrone delle proprie scelte, ma un semplice burattino i cui fili sono comandati da una volontà inconscia, unica ed eterna.
Kierkegaard ritiene che l'uomo possieda una libertà finita. Questa libertà è chiaramente visibile nelle alternative possibili che si pongono all'uomo. Egli infatti è costretto a scegliere e la scelta implica una forma di libertà che, in caso contrario, non potrebbe essere considerata come tale, bensì come una costrizione. Ma lo stesso Kierkegaard ritiene che esista in tutto ciò una contraddizione: se Dio è tutto come è possibile che le nostre scelte siano libere, non condizionate da Dio? Questa contraddizione però non viene affrontata. Viene dato un senso a tutto ciò grazie alla fede che è qualcosa che va al di là della nostra comprensione e giustifica questo paradosso. Ritengo sia troppo semplice affidarsi alla fede. Nei secoli si è attribuita alla fede la spiegazione di tutto ciò che non è stato comprensibile all'uomo, non perché è trascendente, ma poiché non è compreso. In questo senso ho molta fiducia nella ragione.
Si ritiene che la possibilità di scelta sia una caratteristica propria dell'uomo. Noi però questa affermazione non la possiamo dimostrare. Come facciamo a sapere che un animale o una pianta non posseggano una capacità di scelta? Noi riteniamo che essi agiscano seguendo l'istinto, non è affermabile la stessa cosa per l'uomo? Inoltre la distinzione tra uomo e animale non credo sia così rilevante come la cultura ci insegna. La teoria dell'evoluzione di Darwin è un chiaro esempio di come noi siamo semplicemente una forma evoluta dell'animale e la differenza in fondo è molto sottile.
Noi quindi prendiamo consapevolezza della nostra libertà poiché riteniamo di avere possibilità di scelta. Come possiamo però noi affermare che questa possibilità non sia solamente una illusione? Infatti non possiamo dimostrare che le nostre scelte non siano determinate da un "qualcosa" di superiore, un Dio o qualsiasi altro tipo di forza sconosciuta all'uomo. In questo caso la nostra libertà sarebbe solamente apparente, una semplice illusione. Immaginando di guardare con occhi estranei il genere umano si comprenderebbe come anche il genere umano, come tutti gli altri esseri viventi del resto, nasce, cresce e muore.
Questa in fin dei conti è la sintesi della vita umana in cui la libertà sembra essere inesistente, una utopia. Gli altri eventi della vita in effetti sono poco rilevanti, proprio come i diversi comportamenti dei vari animali appartenenti alla stessa specie. Si nasce, si cresce e si muore proprio come qualsiasi altro essere vivente: questo mi rende difficile pensare che esista una qualsiasi forma di libertà nell'uomo che mi sembra essere così simile ad un animale comandato dall'istinto.
Senza la libertà però non riesco a dare una spiegazione ed un senso alla mia vita e a renderla diversa da quella di qualsiasi altro essere umano. Tutto risulta inutile se il mio destino è già determinato, così come qualsiasi mia scelta. Sono costretto, anche contro la mia ragione, a pensare che la realtà esista per dare un senso a tutto ciò che faccio ma ritengo di autoilludermi.
Esiste dunque la libertà?
Mi rendo conto che il ragionamento sia un po' "contorto", spero però risulti essere chiaro.
Grazie.
Gianluca



Caro Gianluca,
Due visioni certamente molto diverse. Schopenhauer mette in luce l’aspetto della necessità dato dalla volontà di vita che caratterizza la nostra esistenza. Siamo talmente determinati dalle ragioni del nostro corpo che non riusciamo più a capire se le nostre azioni sono libere o se la volontà è sempre determinata da motivi che non riusciamo a cogliere chiaramente. Kierkegaard sottolinea invece l’aspetto imprescindibile della libertà, una libertà costitutiva dell’essenza dell’uomo, così costitutiva che fa sorgere in lui l’angoscia, perché ogni uomo sa che proprio attraverso le scelte costruisce la propria vita e che, decidendo, decide continuamente di sé (decidere = de-caedere; caedo, ossia “taglio” e dunque elimino le alterative – gli alberi cedui sono quelli si tagliano periodicamente).
Allora: siamo liberi di agire oppure siamo determinati da motivi più o meno inconsci?
Libertà e necessità in Schopenhauer
Per aver messo in luce gli effetti potenti della corporeità, il dominio dell’istinto, la prevalenza delle pulsioni e per aver sgomberato il campo da tante illusioni concepite anche ingenuamente per mascherare questa nuda verità, Nietzsche dedica a Schopenhauer la terza considerazione inattuale dal titolo “Schopenhauer come educatore” (ed. BUR, 2004, € 8,00). Nietzsche definisce vero educatore chi libera gli uomini dalle catene, e catene sono tutte le false credenze e le fantasticherie con cui gli uomini cercano facili consolazioni. Schopenhauer però riteneva che l’unico modo per ingannare una volontà che spinge gli uomini all’azione consistesse nel ridurre l’azione stessa, il desiderio e l’impulso. Una forma di libertà che potremmo definire negativa (libertà da...). A fare il controcanto a questo titolo eccessivamente positivo di Nietzsche il filosofo italiano Leonardo Ceppa (studioso e traduttore di Jurgen Habermas) scrisse nel 1983 un’altra opera dal titolo “Schopenhauer come diseducatore” (ed. Marietti, 1983), chiedendosi se veramente l’assenza di azione è una forma di libertà. Sembra, pertanto, che si possano percorrere altre strade, meno passive e rassegnate.
Vediamo però cosa metteva in luce Schopenhauer: egli scriveva che ogni uomo “a priori si ritiene del tutto libero, anche nelle sue singole azioni; e ritiene di poter iniziare ad ogni momento un nuovo indirizzo di vita quasi diventando un altro. Ma a posteriori, attraverso l'esperienza, s'accorge con suo stupore di non esser libero, bensì sottomesso alla necessità; che malgrado tutti i propositi e le riflessioni, non muta il suo modo d'agire, e dal principio alla fine di sua vita è costretto a trascinar quel carattere ch'egli medesimo disapprova, quasi recitasse fino all'ultimo una parte”. (Il mondo come volontà e rappresentazione, vol. I, Laterza, 2009). Insomma, gli uomini si credono liberi nelle azioni e poi riconoscono invece che tanto liberi non sono. Ma lo capiscono quasi sempre a posteriori e dopo aver fatto qualche riflessione, qualche considerazione sull’agire.
Schopenhauer riteneva che negli animali tale impulso fosse più evidente, perché gli uomini grazie alla cultura hanno maggiore capacità di mascherare le vere cause dell’agire. “Nell'animale vediamo la volontà di vivere come se fosse più nuda che nell'uomo, dov'è rivestita di tanta conoscenza, e per di più avvolta nella capacità della finzione”.
I tuoi riferimenti al mondo vegetale e animale sono molto pertinenti. Schopenhauer stesso scrisse: “Affatto nuda, ma anche più debole si mostra la volontà di vivere nella pianta, come semplice, cieca tendenza ad esistere, senza scopo e senza mèta. Infatti la pianta disvela tutta la sua essenza al primo sguardo e con perfetta innocenza; né si perita di estendere al proprio vertice gli organi della generazione, che in tutti gli altri animali si trovano invece nel luogo più nascosto. Questa innocenza della pianta è fondata sulla sua incoscienza: non nel volere, bensì nel volere cosciente risiede la colpa. Ogni pianta ci narra, a tutta prima, della propria patria, del clima di questa, della natura del suolo da cui è uscita”.
Il Cristianesimo e la libertà
Il secondo punto che tocchi è se il libero arbitrio sia possibile con l’esistenza di Dio. (Per libero arbitrio si intende: “la capacità che l’uomo ha di essere arbitro, cioè padrone delle proprie azioni, scegliendo tra varie possibilità e alternative: di agire oppure di non agire, di fare una cosa piuttosto che un’altra.”).
Nella prospettiva religiosa, a questa domanda Tommaso d’Aquino ha fornito alcune risposte. Il Dio cristiano è il fondamento stesso della libertà. Questa idea era nuova e andava contro le filosofie fataliste o deterministe degli antichi. Secondo S. Tommaso Dio è causa del libero arbitrio; può influire su di esso, ma non costringerlo. Dio non fa violenza, ma fornisce all’uomo le condizioni per agire liberamente, poi la volontà dell’uomo ha il dominio su tutti i propri atti e dunque l’ultima parola spetta sempre al singolo. Tommaso ritiene che Dio possa certamente influenzare la volontà, ad esempio potenziandola, ma non costringerla. La scelta, nella visione cristiana, appartiene sempre al singolo soggetto. Riporto un bel commento: “Se il libero arbitrio non può subire violenza da parte di Dio, tanto meno ciò può accadere per opera del demonio o di altre creature. Il demonio può indubbiamente influire sull’uomo (come possono influire i compagni, i maestri, i superiori ecc.), ma non può influire direttamente sulla sua volontà. "Sulla volontà può influire soltanto Dio e questo a causa della libertà della volontà, che è padrona dei propri atti, e non può essere costretta dall’oggetto, come accade invece nell’intelletto, che è costretto dalla evidenza della dimostrazione" (II Sent., d. 8, q. 1, a. 5, ad 7)”. (Cfr. Dizionario enciclopedico del pensiero di S. Tommaso d’Aquino, Edizioni Studio Domenicano, Bologna, 1991). Nella logica, dunque, c’è una costrizione dalla sequenza dei passi argomentativi, mentre per quanto riguarda la volontà l’uomo avrebbe la possibilità di dire di sì oppure di no.
Secondo S. Tommaso, gli uomini possono esercitare o meno la loro volontà, possono scegliere una cosa o l’altra e possono scegliere il bene e il male. Ti riporto una bella sintesi di questo pensiero fornita dal curatore dell’opera Battista Mondin: “S. Tommaso distingue tre tipi di libero arbitrio (libertà): di esercizio (exercitii), di specificazione (specificationis) e di contrarietà (contrarietatis). La libertà di esercizio riguarda il potere che la volontà ha di esercitare oppure di non esercitare il suo atto di volontà, cioè di volere oppure di non volere. La libertà di specificazione è il potere di scegliere una cosa piuttosto che un’altra. La libertà di contrarietà è quella di poter scegliere sia il bene sia il male. "Poiché la volontà si dice libera in quanto non è soggetta a necessità, la libertà della volontà si presenta sotto tre forme: in rapporto all’atto, in quanto può volere e non volere (velle vel non velle); in rapporto all’oggetto, in quanto può volere questa o quella cosa come pure il suo contrario (velle hoc velle illud et eius oppositum); e in rapporto al fine, in quanta può volere il bene oppure il male (velle bonum vel malum)" (De Ver., q. 22, a. 6).”
Libertà individuale come impegno sociale
Infine, occorre considerare i motivi concreti che possono limitare la libertà individuale. Un importante filosofo contemporaneo Isaiah Berlin (1909-1997) in una saggio famoso del 1969 ha fatto una distinzione tra concezioni “negative” e “positive” della libertà, ossia tra la “libertà da” e “libertà di” (i suoi ‘Quattro saggi sulla libertà’ oggi sono riportati in: Libertà, Feltrinelli, 2005). Faccio riferimento ad un saggio di Norberto Bobbio (1909-2004) ristampato recentemente dal titolo “Eguaglianza e libertà” (Torino, Einaudi, 2009). La libertà negativa (freedom from) indica assenza di impedimenti o di costrizioni (libertà da autorità sociali, da norme restrittive…).
La libertà positiva (freedom to) indica invece la possibilità di realizzare i propri obiettivi e i propri desideri (libertà d’opinione, di riunione, di iniziativa economica, di votare…). Bobbio definisce queste libertà semplicemente come “libertà di agire” e “libertà di volere”. Se uno Stato ad esempio garantisce la libertà religiosa, ogni persona poi è libera di professare una certa religione oppure no. Qui si mette in luce soprattutto l’importanza della libertà negativa del singolo e della collettività perché si possano aprire altre forme di libertà. Bobbio scrive: “un certo ampio margine di libertà negativa degli individui o dei gruppi (le cosiddette libertà civili) è la condizione necessaria per l'esercizio della libertà positiva dell'insieme (la cosiddetta libertà politica).”
Bobbio fa un’importante riflessione: “non vi è 'libertà da' che non liberi una o piú 'libertà di', cosí come non vi è una 'libertà di' che non sia una conseguenza di una o piú `libertà da'.” Ad esempio: la libertà dalla censura, pone le persone nella condizione di scrivere, stampare, parlare in pubblico nelle forme più diverse. Il grande studioso e premio nobel per l’economia nel 1998, Amartya Sen (1933), nel libro Lo sviluppo è libertà [1999 - Mondadori 2000] propone alcune bellissime e illuminanti riflessioni sulla libertà. E sottolinea ad es. quanto sia importante eliminare la miseria, la tirannia, le scarse prospettive di vita, la mancanza di servizi pubblici, l’intolleranza e l'impossibilità di accedere alle cure per consentire alle persone una migliore qualità della vita e la possibilità di poter realizzare i propri progetti secondo le proprie idee. Proprio per questo l’impegno sociale è indispensabile per aumentare la libertà di ogni persona.
Un caro saluto,
Alberto