Caro professore,
Vorrei capire come la scuola pretende di giudicare la maturità di una persona tramite le valutazioni scolastiche. Quasi ogni giorno ci sentiamo dire che dobbiamo maturare e che i nostri voti lo dimostrano… Dimostrano cosa? Che non siamo abbastanza maturi o che la nostra conoscenza riguardo una specifica materia non è soddisfacente? Penso che troppe volte ci si confonda tra queste due opzioni: la maturità di una persona è, a mio parere, la capacità di sapersela cavare ogni giorno da soli, di essere autonomi, di saper scegliere la via più opportuna, di saper riconoscere un pericolo anche se travestito; non credo che la maturità di una persona abbia molto a che fare con il rendimento scolastico di una persona, certo sapersi organizzare lo studio e il lavoro da fare a casa è segno di maturità, ma quando sento un professore dire a un alunno distratto: «Il tuo comportamento è prova della tua scarsa maturità!», veramente non capisco come possa affermarlo; forse l’alunno in questione pensava a faccende molto più concrete e importanti o forse semplicemente rifletteva sull’argomento appena trattato in classe. Con questo non intendo certo affermare che noi alunni siamo giustificati a non seguire le lezioni e/o a pensare ai fatti nostri. Partendo da queste riflessioni mi rendo conto ogni giorno di più che molto spesso cultura non significa maturità.
Alice (III F)
Cara Alice,
Hai perfettamente ragione: cultura non è automaticamente sinonimo di
maturità. Basterebbe dare un’occhiata a due splendidi saggi storici appena
usciti. Nel primo, “Credere, distruggere. Gli intellettuali delle SS” (Einaudi
2012), Christian Ingrao indaga la vita di economisti, linguisti, geografi e
storici che hanno svolto carriera universitaria e attività di sorveglianza
politica negli organi di repressione del Terzo Reich e mette in luce che il
nazismo «per
funzionare, aveva bisogno di uomini preparati». Nel
secondo, “Il ministero della paranoia. Storia della Stasi” (Carocci
2012), Gianluca Falanga dedica un intero capitolo (“La stasi e gli
intellettuali”, pp. 205 e sgg.) a sondare il ruolo degli intellettuali in
uno dei più temuti servizi segreti dell’ex Germania Est: il “Ministero per la
Sicurezza di Stato” (Stasi), che ad un certo punto è diventato così
ossessionato dal controllo totale della popolazione e così radicato da avere a
disposizione persino una spia ogni 59 cittadini! (p. 14). In questi e in altri
casi, cultura e maturità non hanno alcuna affinità. Ma allora, che cos’è la
maturità? Come hai giustamente notato, non è la competenza disciplinare, perché
si può essere perfetti funzionari di un apparato e persone abiette. Matura è la
persona che ha creato almeno tre buone relazioni: con il proprio mondo
interiore, con gli altri e con l’ambiente. Chi è incapace di ascoltare i propri
bisogni intimi e si identifica con il lavoro o con gli obblighi sociali sarà
impreparato ad affrontare gli eventi che richiedono familiarità con la vita
emotiva: dalle crisi sentimentali alla perdita di persone care, dalla rottura
di una relazione al senso di vuoto che investe certe giornate. Occorre però che
una persona sappia anche potenziare l’empatia con gli altri esseri umani, e non
li discrimini per condizione sociale, per credenze differenti o valori asimmetrici.
Tuttavia, poiché l’uomo non vive isolato, riteniamo completa la persona che
coltiva (come ci ha insegnato Hans Jonas) la capacità di rispettare gli animali
non umani (le altre specie), l’ambiente, e che sa prendere in considerazione un
mondo che dovrà accogliere le generazioni future. Se c’è quindi una saggezza
che non dipende necessariamente dall’istruzione, la cultura serve per creare
una maturità di secondo livello: l’acquisizione di nuove informazioni consente
di aprire gli occhi sul mondo storico e sociale per discernere tra retorica e
autenticità, tra propaganda e verità, e per estendere i diritti fondamentali là
dove non sono ancora emersi e là dove sono sistematicamente repressi.pubblicato su «La Guida» il 4-1-2013
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