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Cor-rispondenze

lunedì 11 febbraio 2019

Che cos'è l'amore?


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Caro professore,
Ero in Grecia, vacanza familiare con i miei genitori e mia sorella maggiore. Sul pullman, non mi ricordo per quale motivo, è partito uno di quei discorsi filosofici di cui non capisci proprio il perché. COS’È L'AMORE? QUELLO GENERICO, NON PER FORZA FRA DUE INDIVIDUI. Ci abbiamo riflettuto per tutto il viaggio, mia sorella “sapeva” già la risposta, nel senso che lei ci aveva già riflettuto in momenti diversi da quello, e aveva trovato una risposta: SPIRITO DI SOPRAVVIVENZA. A lei non piaceva quella definizione, ma l’aveva voluta accettare. Io all'inizio non volevo accettarla, tutto il romanticismo della vita dov’era sennò, ma devo dire che le sue affermazioni mi avevano stroncato. In seguito ci siamo messe d’accordo su: L'AMORE È ENERGIA DI VITA. So che ci sono tante altre cose da dire, ma in poche righe ci si deve limitare. Facciamo finta che mi chiamo Anna.
(I liceo)


Cara (finta) Anna,
Sedute accanto – tu e tua sorella – siete impegnate a discutere. Ora immaginate che sullo stesso pullman salgano altre persone interessate al vostro discorso. Siete dirette in Grecia, è probabile che molti filosofi vogliano condividere la meta. Chiedo loro di presentarsi e di contribuire al vostro scambio di idee. Proviamo. “Sono EMPEDOCLE di Agrigento, l’amore è una forza cosmica che unisce e aggrega gli elementi come la forza magnetica; così l’odio è forza che separa gli elementi, come i poli dello stesso segno del magnete: «A vicenda predominano [Amore e Odio] in ricorrente ciclo, e fra loro si struggono e si accrescono nella vicenda del destino»”. “Sono ARISTOFANE e devo dirvi che, secondo me, l’amore «tende a fare di due uno solo, riportando l'uomo all'antica natura. Eros è aspirazione a ritornare all'Intero e all'Uno»”. “Sono SOCRATE e per me «l'amore di qualcosa è sempre desiderio di ciò di cui si sente mancanza. E ciò di cui Eros sente mancanza e desiderio sono le cose belle e buone». Credo poi che l’amore sia la «tendenza a possedere il Bene per sempre». E poiché «Eros è tendenza a procreare nel bello» credo che Eros sia «aspirazione all'immortalità»”. “Mi chiamo MARSILIO FICINO, ho tradotto le opere di un grande filosofo greco. Ne sono rimasto così affascinato da scrivere un libro intitolato ‘Sopra lo amore’. Per me, «Il vero Amore non è altro che un certo sforzo di volare alla divina bellezza, desto [suscitato] in noi dallo aspetto della corporale bellezza». So che questa definizione non è tutta farina del mio sacco, e per questo non finirò mai di ringraziare il mio grande maestro PLATONE”. “Mi chiamo BARUCH SPINOZA, ho scritto anch’io dell’amore in un libro che per fortuna non è stato smarrito ed è stato stampato dopo la mia morte. «Cioè l’Amore non è altro che Letizia accompagnata dall’idea di una causa esterna». Voglio dire «che chi ama si sforza necessariamente di avere presente e di conservare la cosa che ama, e, al contrario, chi odia si sforza di allontanare e distruggere la cosa che odia»”. “Sono LEIBNIZ, per l’esattezza GOTTFRIED WILHELM VON LEIBNIZ, matematico e filosofo, ma mi sono occupato di tanti temi. Sono convinto che l’amore sia cercare «il proprio piacere nell’appagamento e nella felicità di un’altra persona». Gli uomini, di solito, desiderano il proprio bene, ma il  vero amore si realizza quando uno cerca il bene dell’altro non per un secondo fine. Così, quando realizziamo il bene dell’altro, anche noi siamo felici e proviamo piacere in questa felicità. Dal bene dell’altro discende dunque anche la nostra felicità”. “Mi chiamo DAVID HUME, scozzese, spesso mi ricordano perché ho svegliato dal sonno dogmatico il mio illustre collega IMMANUEL KANT. Per me «l'amore non è altro che desiderio della felicità di un’altra persona, e l’odio desiderio della sua infelicità. Il desiderio e l'avversione costituiscono la vera natura dell'amore»”. “Mi chiamo ARTHUR SCHOPENHAUER, anche se ho odiato molto un filosofo piuttosto famoso e a me contemporaneo che si chiama GEORG WILHELM FRIEDRICH HEGEL, credo tuttavia di aver capito bene la questione. Per me «l'amore non è altro che un espediente escogitato dalla furbizia della natura che si avvale del piacere, della bellezza, del sentimento legati all'amore per incrementare la propagazione della vita»”. “Sono THEODOR REIK, amico di FREUD. Sono laureato in filosofia, ma faccio il medico. Per me l’amore «è il sostituto di un altro desiderio: la lotta per l'autorealizzazione, il vano desiderio di realizzare il proprio io ideale»”. “Sono ERICH FROMM, di scuola tedesca. Sono filosofo e psicologo. Da sincero pacifista, vorrei che il problema dell’uomo fosse messo al centro della riflessione filosofica e politica. Per me «l'amore è una forza che produce amore»”. “Mi chiamo ROBERT STERNBERG, ho studiato l’intelligenza e ho dedicato una gran parte della vita a studiare l’amore. Sono il più giovane tra gli uomini illustri che avete ascoltato; secondo me «L'amore è la nostra risposta emotiva a qualcosa a cui attribuiamo grande valore»”. Cari amici, la compagnia si è fatta davvero interessante: ora salgo anch’io sul pullman, per dire la mia. C’è un posto vicino a FROMM. Allora taccio, e mi siedo accanto a lui.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 4 febbraio 2019

Il razzismo


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Caro professore,
Fin dall’età di tredici anni, a scuola nessuno mi accettava. Tutti mi stavano lontano, non mi consideravano. I compagni della mia classe mi odiavano, mi picchiavano. Frequentavo la scuola in Trentino e molte volte avevo paura di andare a scuola per paura che qualcuno mi picchiasse o mi prendesse in giro. Io non facevo niente di male a loro, eppure loro a me ne facevano tanto. Oggi mi trovo benissimo, ho amici, ma il passato è anche difficile da dimenticare e tanto meno il male ricevuto solo perché sono straniera. Allora mi chiedo, perché certa gente è così cattiva, si ferma all’apparenza e non guarda alla bellezza interiore di una persona, ma appena sa che sei straniera ti si allontana e ti tratta male?
O., 16 anni


Cara O,
La tua lettera è più importante di ogni risposta. Perché è un invito ai tuoi coetanei e a noi adulti a sentire la sofferenza causata da discriminazione e pregiudizi. Utilizzerò tre tasselli per comporre una piccola traccia per pensare. Il primo riguarda Michelle Obama. La first lady degli Stati Uniti (2009-2017) nel libro “Becoming. La mia storia” (Garzanti 2018) racconta aspetti confidenziali della propria vita. Un giorno, nella Elizabeth Garrett Anderson School, assiste ad uno spettacolo organizzato dalle studentesse desiderose di ascoltare un suo discorso. Osservando le adolescenti, riverberano in lei queste considerazioni: «Bastava guardarsi attorno nella sala e vedere i volti delle alunne per capire che, nonostante la loro forza, quelle ragazze avrebbero dovuto lavorare sodo per farsi notare. C’erano ragazze con lo hijab, ragazze per le quali l’inglese era una seconda lingua, ragazze con la pelle bruna delle più varie sfumature. Sapevo che avrebbero dovuto lottare contro gli stereotipi in cui le avrebbero costrette, tutti i modi con cui sarebbero state definite prima ancora che potessero capire chi erano. Avrebbero dovuto combattere l’invisibilità che tocca ai poveri, alle donne e alle persone di colore. Avrebbero dovuto impegnarsi per trovare la propria voce e non farsi sottovalutare, per evitare di essere messe a tacere. Avrebbero dovuto faticare anche solo per imparare. Ma i loro volti erano pieni di speranza, e adesso anch’io lo ero. Fu una strana, silenziosa rivelazione: erano me alla loro età. L’energia che sentii pulsare in quella scuola non aveva nulla a che fare con gli ostacoli. Era il potere di novecento ragazze che stavano lottando». Michelle descrive il nostro tempo: sa che la convivenza e il riscatto sono faticosi, ma afferma anche che: «dove c’è dolore c’è anche capacità di superarlo». L’augurio è che la tua energia positiva ti consenta di superare ogni barriera di indifferenza, perché la passione genera coinvolgimento e partecipazione. La seconda traccia è legata al libro Schiavi in un mondo libero di Gabriele Turi. Lo storico ricorda che Thomas Jefferson – uno degli autori della dichiarazione d'indipendenza americana del 4 luglio 1776 – «era proprietario di circa 150 schiavi, così come molti delegati alla Convenzione di Filadelfia del 1787». Se ci pensi è abbastanza curioso che nella dichiarazione sia scritto: «Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità». Tutti gli uomini sono creati uguali, ma con una piccola svista: l’omissione di una parte piuttosto consistente dell’umanità. C’è voluto tempo – e forse ce ne vorrà ancora –  perché gli uomini amplino la loro empatia. Oggi sappiamo che chi è insensibile ignora le emozioni dell’altro e là dove non c’è ascolto autentico le persone rispondono spesso con pregiudizi. La storia, tuttavia, mostra che la psiche umana impiega tempo per registrare che alcuni comportamenti sono sbagliati. Il terzo tassello nasce da un’intervista. Verso la fine dell’anno è stato chiesto ad uno scrittore di indicare un episodio che avrebbe voluto eliminare dalla propria vita. Egli ha risposto prontamente che avrebbe voluto rimuovere i segni delle dita dal volto della figlia a seguito di una reazione impulsiva in un momento in cui lei lo aveva apostrofato male. Magari la bambina si è ora dimenticata di tutto, ma sono convinto che c’è un dolore invisibile che le persone per bene si portano dentro, che non si annulla con il tempo e fa vergognare di gesti e parole che si sarebbero potuti evitare. Dico questo perché nessuno si debba poi pentire di non essere riuscito a cogliere la “bellezza interiore” in coloro che in un primo tempo sono stati allontanati per paura o per mancanza di semplice educazione. Affido la riflessione conclusiva ancora a Michelle Obama. Ecco la sua proposta: «Per ogni porta che è stata aperta a me, ho cercato di aprire la mia agli altri. Ed ecco cosa ho da dire alla fine: invitiamoci a vicenda a entrare. Forse possiamo cominciare ad avere meno paura, a fare meno ipotesi sbagliate, ad abbandonare i pregiudizi e gli stereotipi che ci dividono senza ragione. Forse possiamo comprendere meglio le condizioni che ci rendono uguali. Il punto non consiste nell’essere perfetti. Non consiste nel traguardo che si raggiunge. Il potere è consentire a sé stessi di farsi conoscere e ascoltare, avere una propria storia unica, usare la propria voce autentica. La grazia è essere disposti a conoscere e ascoltare gli altri».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 28 gennaio 2019

Essere grandi


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Caro professore,
Il passaggio dalla scuola media alla scuola superiore è stato un gran bel passo, è cambiato tutto e io mi sento più grande, anche se in realtà non lo sono, tutto dipende dalle circostanze. Mi sento più grande perché sono in una città più grande, perché faccio più cose da sola, cosa voglio fare lo posso decidere io. Però se poi ci penso sono ancora piccola. Perché comunque dipendo, come è giusto che sia alla mia età, da altre persone. Quello che non riesco davvero a capire è: cosa significa davvero essere grandi?
Giorgia, IE

Cara Giorgia,
Il grande filosofo prussiano Immanuel Kant, in una lettera del 1784 in cui spiega che cos’è l’Illuminismo (Was ist Aufklärung?), ritiene che la natura abbia programmato gli uomini per diventare autonomi. Non subito, però. Quando si è piccoli abbiamo infatti bisogno di tutto e di tutti per sopravvivere. Ma la necessità ineluttabile che gli altri si occupino della nostra sopravvivenza piano piano si riduce; ci liberiamo dall’eterodirezione, ossia da questa imprescindibile subordinazione al mondo adulto e la natura ci consente di diventare gradualmente indipendenti. Ci possiamo così prendere cura di noi. Egli scrive dunque che gli uomini sono naturaliter maiorennes (“per natura maggiorenni”), perché è la vita stessa ad averli progettati per conseguire tale obiettivo. E riuscire a emanciparsi vuol dire costruire le condizioni per la propria libertà. Credo che tu stia vivendo un momento importante: i cambiamenti nelle abitudini, il passaggio ad una scuola più grande, la necessità di orientarti in una città piuttosto che in un paese, avere più tempo libero da sola, sono elementi che ti consentiranno significative conquiste di autonomia. Diventare grandi, tuttavia, non è facile per nessuno. E non so quanto sia naturale. Perché in fondo è un’opera di autoeducazione. È un’impresa su se stessi, un continuo esercizio che non si conclude mai. Perché la tentazione di rimanere bambini è sempre viva e quella di appoggiarsi alle idee degli altri altrettanto: di usare le stampelle dell’ideologia dominante, di un partito, di una religione, di una lobby, di amicizie rilevanti. A che età siamo veramente in grado di decidere autonomamente? Non è detto che gli adulti siano diventati grandi. Kant dice che «la viltà e la pigrizia» sono spesso i motivi che impediscono agli uomini di compiere il passaggio alla maggiore età. Se dovessi fare una sorta di inventario personale delle cose che a me sembrano importanti, direi che essere grandi significa certamente essere responsabili. Di questo sono sicuro: essere responsabili significa infatti saper rispondere (“respondēre”) delle proprie azioni e delle proprie parole, come un pilota d’aereo sente la responsabilità per le persone che gli sono affidate. Ho citato il pilota d'aereo perché nel 1939 Saint Exupery ha scritto il libro “Terra degli uomini” (“Terre des hommes”) e lo ha dedicato al suo amico pilota Henri Guillaumet (“compagno mio”) morto in un incidente. E perché in tale opera l’autore associa un significato più profondo a tale mandato, quello di saper «provare vergogna in presenza d'una miseria che pur non sembra dipendere da noi». Nutrire vergogna non significa semplicemente sentire imbarazzo, ma avvertire come immorali l’ingiustizia e la povertà. Il passaggio dalla vibrazione emotiva alla riflessione etica – ed eventualmente alle politiche di giustizia – credo che abbia a che fare con l’acquisizione di un posto da adulti nel mondo. Per me essere grandi significa anche saper accettare i limiti, della propria forza, della propria capacità di comprendere il mondo e di incidere su di esso; e grazie a tale comprensione avvertire che i problemi non si risolvono da soli e che ognuno è un anello di una catena. Essere grandi significa allora saper collaborare, avere il coraggio di agire e non solo di contestare e avere una parola da uomo, ossia essere fedeli alla parola data e operare in modo conforme a ciò che si annuncia. Credo che tale condizione comporti anche avere pazienza, ossia essere forti e saper sostenere i propri progetti, senza scoraggiarsi per la fatica. Non essere impazienti non equivale infatti ad essere passivi, ma resistenti e preparati di fronte alle contrarietà. Essere grandi significa anche saper intessere, intrecciare: ossia costruire e ricostruire senza perdere la fiducia in sé e negli altri; come la barriera corallina che viene continuamente spezzata e, costantemente rinnovata con il concorso di miliardi di organismi, trattiene la forza dirompente del mare. Credo infine che essere grandi voglia dire abitare la Terra con uno sguardo a tutto il pianeta o – per dirla ancora con Saint Exupery – «sentire che, posando la propria pietra, si contribuisce a costruire il mondo». E ad un’eventuale domanda sul perché dovremmo essere impegnati e non egoisti, rispondo – con l’autore – perché è sufficiente  sapere di essere «trasportati dallo stesso pianeta, equipaggi di una stessa nave». Potremmo chiederci, parafrasando Kant: siamo già in un’epoca dove gli adulti sono grandi? E rispondere con lui: no, ci vuole tempo per il rischiaramento delle menti e per l’attivazione emotiva che conduca a comportamenti solidali. Il processo per conquistare l’autonomia è lungo e faticoso e, a differenza della natura, non garantisce sempre il conseguimento del risultato. L’autoeducazione è impegnativa, spesso estenuante. Però ha il vantaggio di rendere gli individui più liberi, non solo di perseguire i propri obiettivi, ma anche di assolvere ad un compito un po’ strano: quello di essere uomini.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 21 gennaio 2019

Sentirsi vivi

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Caro professore,
Quella che sto per porle può sembrare una domanda banale, ma, la prego, cerchi di non giudicarla immediatamente così. Fin da quando me la sono posta, all'incirca due anni fa, ho cercato una soluzione e alla fine penso di averla trovata, ma immagino che essa sia solo una piccola parte della verità. Proprio per questo credo che non sia saggio rivelarla, anche perché temo di poterla influenzare con le mie idee e voglio lasciarle carta bianca. Non mi dilungo oltre e arrivo subito al punto. Cosa ci fa capire di essere vivi? Come possiamo renderci conto che la realtà che ci circonda è vera, che noi siamo realmente qui e che tutto questo non è solo uno strano sogno? La ringrazio per l'attenzione. P.S. Tutti i possibili riferimenti a Matrix sono puramente casuali,
Greta, 3 alfa


Cara Greta,
Potremmo chiederci insieme a Cartesio, nella prima delle Meditazioni metafisiche (1641): quante volte abbiamo creduto di essere seduti presso il fuoco – il caminetto – mentre invece eravamo sotto le coperte? Talvolta, infatti, non è facile distinguere tra la veglia e il sonno. Ed è possibile che ci venga in mente di non vivere in un mondo reale. Se un tempo ci si poteva chiedere se il mondo era frutto di un sogno (ad es. La vita è sogno, Calderon de la Barca, 1635) o di una rappresentazione (Schopenhauer), ma la concretezza e le asprezze della vita riportavano gli uomini con i piedi per terra, oggi il confine tra reale e virtuale si è affievolito. Così, possiamo anche temere di vivere effettivamente in mondi fittizi, soprattutto se ci perdiamo tra social, videogiochi dalla grafica realistica ed effetti sonori iperrealistici. Una sempre maggiore interazione con il virtuale sappiamo che può persino determinare patologie da dipendenza, come perdita di emozioni e dispercezione della realtà. E con ogni probabilità il legame tra questi due aspetti sarà in futuro ancora più stretto. Il dubbio è certamente giustificato; ma tu sei in buona compagnia, perché anche Cartesio diceva che il dubbio era legittimo e non per superficialità, ma per «ragioni valide e meditate». Matrix ha persino sostenuto che la realtà potrebbe essere nient’altro che un mondo virtuale elaborato dal computer. Dice Morpheus «Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello». L’idea non è nuova. Ricorda l’idea del cervello in una vasca di Hilary Putnam, ripresa da un racconto dello scienziato cognitivo Daniel Dennet. Si tratta di un esperimento mentale: scienziati malvagi hanno rimosso il cervello da un corpo mentre dormiva e lo hanno posto in un liquido di mantenimento in una vasca. Stimolato con elettrodi, il cervello crede di vivere veramente la vita reale e di essere impegnato nelle sue normali attività. Alcuni hanno sostenuto che in tale situazione il cervello non sarebbe in grado di comprendere se la realtà in cui vive è vera oppure no. Penso ora che la tua domanda possa imboccare tre strade: la nostra facoltà conoscitiva è adeguata per conoscere il mondo? (un problema gnoseologico); quanti sono i piani della realtà? Materiale, immateriale, altro? (un problema ontologico); oppure: come posso sentirmi vivo e diventare protagonista della mia vita? (un problema esistenziale). Poiché sei molto giovane, non voglio sottovalutare questo aspetto. Penso che una persona possa non sentirsi viva o per eccesso di vissuto doloroso o per una sorta di torpore. Elisa Springer ne Il silenzio dei vivi scrive: «Ho abitato ad Auschwitz, Bergen-Belsen, Terezìn, ho conosciuto le miserie e l'orrore di uomini senza anima, soldati senza cuore che hanno carpito la nostra libertà, senza darci né il tempo, né il modo di difenderla, confinandoci in un mondo di schiavitù, di odio, in cui era impossibile ritrovarsi esseri umani». E quando per circostanze occasionali e imprevedibili riesce ad uscire dal lager di Bergen-Belsen si chiede: «Ce l'avrei mai fatta a rimanere viva tra i vivi?». L’eccesso di dolore e lo stordimento della sofferenza possono portare a non sentirsi più vivi in mezzo alle vite altrui, spesso ignare di vissuti penosi o di storie assurde e inaudite. I filosofi hanno spesso detto che per sentirsi vivi occorre avere chiara coscienza della propria condizione. Jostein Gaarder ne “Il mondo di Sofia” (1991) ha messo in bocca alla protagonista queste parole: «Non è possibile sentirsi vivi senza essere consapevoli che si deve morire, pensò. Analogamente è impossibile riflettere sul fatto che si deve morire senza pensare al contempo che vivere è una cosa meravigliosamente strana». Non ti spaventare, la riflessione sul tempo della vita è fondamentale. È a partire dal nostro limite nel tempo che possiamo uscire dal torpore. E se diventiamo consapevoli di questo confine, forse riusciamo a orientare la nostra vita, a smuoverla dall’apatia, dal sonno. Allora è fondamentale sentirsi ingaggiati, ossia arruolati dal mondo, interpellati dalla realtà e darsi degli scopi, cercare di impegnarsi in attività e relazioni. Quando si scende nell’umano e si viene coinvolti nelle relazioni, svanisce ogni dubbio su cosa significhi sentirsi vivi. E come direbbe Cartesio, non si tratta di un ragionamento che può essere messo in dubbio, si tratta di un’intuizione immediata. Anticipa ogni logica e aiuta a trovare un senso alle azioni della quotidianità.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 14 gennaio 2019

Lasciare il passato alle spalle

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Caro Professore,
Siamo una generazione che vive nelle tecnologie, nelle infinite possibilità che le nuove telecomunicazioni ci offrono e nelle comodità che ogni giorno ci garantiscono. Eppure siamo alla disperata ricerca di elementi del passato. Pezzo per pezzo, stiamo ritirando fuori la storia. Piccoli elementi di un’epoca che non ci appartiene. Abbiamo macchine fotografiche ultramoderne, ma preferiamo una vecchia polaroid. Abbiamo lettori cd ed MP3 o semplicemente il telefono, ma il vecchio vinile sta tornando. Ogni giorno nascono nuovi stili e modelli nel campo della moda, ma indossare qualcosa di vintage oggi è un tocco immancabile e alla moda. È come se in qualsiasi modo stessimo cercando di mantenere vivo ciò che è morto da molto tempo oramai. E non è tutto. Sta serpeggiando sempre più frequentemente tra gli adolescenti il desiderio di essere nati e aver vissuto in anni antecedenti alla propria nascita. Perché l'uomo non riesce mai lasciarsi il passato alle spalle, neanche quello non vissuto da lui in persona e lo desidera anche se potrebbe includere aspetti negativi? In fondo il ‘900 è stato segnato da ben due guerre mondiali che hanno stravolto e distrutto il mondo. Non penso che qualcuno possa davvero desiderare di voler vivere gli orrori della guerra. È una frase comune "devi imparare a lasciarti persone e avvenimenti alle spalle", eppure né come individui singoli, né come collettività riusciamo mai completamente in questa impresa.
Eleonora 3ª alfa


Cara Eleonora,
Non credo che sottoscriveresti facilmente il verso del rivoluzionario francese Eugène Pottier ne L’Internazionale ottocentesca che recita: «del passato facciamo tabula rasa» («Du passé faisons table rase»), ma certamente avverto nelle tue parole una sorta di fastidio per un incomodo di cui sarebbe meglio liberarsi. Penso invece che del passato abbiamo bisogno e proverò a spiegarti perché. Parto da una riflessione personale. Del futuro so poco: i miei maestri non sono lì, sono altrove. Buona parte del futuro è radura, mentre il mio passato è ricco, sia quello soggettivo sia quello culturale in cui sono inserito. Anch’io guardo al futuro, ma sono un po’ miope e l’orizzonte che intravedo è breve; allora spesso interrogo il passato, che non è popolato da tirannosauri e attrezzi inefficienti, ma da persone, alcune delle quali continuano ad orientare la mia vita. Sono affezionato e grato a queste relazioni, tanto che alcune le porterò con me, in ogni spazio che dovrò abitare. Nel passato ci sono i miei affetti, le persone significative, il loro vissuto e il loro modo di guardare la vita. Soprattutto un certo modo di stare al mondo, che nessun futuro mi lascia intravedere. Non ho testimoni della mia storia nel futuro, li ho dietro di me, qualcuno accanto. E voglio assumere queste relazioni per sentirmi umano. È un bisogno di storia personale e anche di storia collettiva. Quando leggo le lettere che i giovani della Grande Guerra inviavano al re e nelle loro parole chiare e angosciose gli spiegavano cos’era veramente la guerra e gli chiedevano ragione della loro permanenza in trincea (Renato Monteleone, "Lettere al Re", Editori Riuniti, Roma, 1973), leggo di vite sventurate e falcidiate, ascolto le speranze, la rabbia e la delusione di ragazzi a cui la vita è stata rubata. Mi sento un privilegiato, un sopravvissuto, un uomo che abita già un futuro che molti non potranno vivere e nemmeno immaginare. Ascoltando quel dolore, comprendo che cosa ho scampato. Tzvetan Todorov è un filosofo bulgaro recentemente scomparso. Parlando dei regimi totalitari ha affermato che «questi regimi non sono arrivati da un altro pianeta, sono nati tra noi, a partire da pratiche che non sono estranee al nostro modo di agire». Il passato, allora, non è così lontano. E Todorov scrive queste parole in un libro dal titolo significativo:  “Gli altri vivono in noi, e noi viviamo in loro. Saggi 1938-2008”. Vivono in noi, perché ognuno di noi è memoria di ciò che ha visto e appreso, e noi viviamo in loro perché la nostra vita è una relazione con altre esistenze che ci aiutano a pensare e a comprendere il presente. La verità della vita è sempre più ampia delle nostre semplificazioni. Il filologo Ivano Dionigi ne “Il presente non basta. La lezione del latino” si chiede: «Come mai ci ostiniamo a credere che il presente si riduca alla novità e che la novità esaurisca la verità?». Egli ricorda pertanto l’invito di san Bernardino da Siena a frequentare i classici: «va’, leggi i loro libri, qual più ti piace; e parlerai con loro, ed eglino parleranno teco; udirannoti e tu udirai loro» (Quaresimale del 1425). Perché c’è un ritorno al vintage? Non credo ci sia una sacralizzazione del passato tout court, non veneriamo il passato in quanto tale o perché nostalgici di ciò che non c’è più. Forse vogliamo solo uscire dall’ordinario per scoprire ciò che non è convenzionale, vogliamo allontanarci da ciò che è insignificante o già obsoleto, per cogliere ciò che ha avuto significato per altre generazioni. O forse perché il nuovo sta anche nel passato come tratto caratteristico di ciò che non abbiamo né visto né vissuto. Nessun passato deve tiranneggiare sul presente, ma la memoria è importante perché spesso è un rimedio al male e ci dà anche la misura di ciò che possediamo. E forse ha ragione Todorov quando scrive che «Il passato non chiede soltanto di essere conosciuto con precisione, contiene anche una lezione per il presente – perché il male non è mai unicamente dietro di noi».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 12 novembre 2018

Giusto o sbagliato?



Caro professore,
ultimamente mi capita spesso di pensare ai concetti di giusto e sbagliato, alla differenza di questi due opposti che ogni tanto fatico distinguere. È un po’ difficile da spiegare a parole, ma mi capita spesso di credere di aver fatto la cosa giusta (senza neanche doverci pensare troppo) e poi scoprire che chi mi sta vicino non si sarebbe mai comportato come me. Ecco… non riesco a capire come sia possibile che la concezione di “giusto” e “non giusto” possa essere completamente diversa da una persona all’altra, pur parlando di persone strettamente legate, affini e della stessa età. È possibile che esista qualcosa di indiscutibilmente “giusto” dal punto di vista di chiunque?
Marianna, 3 alfa



Cara Marianna,
Chiarire i motivi che spingono l’uomo ad agire è da sempre un obiettivo del pensiero filosofico: sia della riflessione etica (scegliere i comportamenti migliori per vivere una vita buona) sia di quella politica (scegliere ciò che occorre condividere per vivere bene insieme). Quante volte vorremmo sapere qual è l’azione opportuna da compiere, il comportamento appropriato da adottare, la parola esatta da pronunciare. Vorremmo che “giusto” e “sbagliato” fossero chiari e univoci. Purtroppo ci rendiamo conto che né le affinità caratteriali né l’essere coetanei escludono orientamenti valutativi diversi. E a volte il problema non è facile da risolvere. Sappiamo, ad esempio, che rubare è sbagliato. Consideriamo tuttavia questi esempi. In “Fahrenheit 451”, il famoso romanzo di fantascienza scritto da Ray Bradbury nel 1953, il protagonista Guy Montag è un pompiere. Nel futuro congetturato dall’autore, i pompieri non hanno più la funzione di spegnere gli incendi, ma quella di dare fuoco alle case che contengono dei libri. Guy Montag, tuttavia, piano piano ruba qualche opera dalle abitazioni per sottrarla alla distruzione. Allora, rubare è ancora sbagliato? Per il regime che si è instaurato, certamente sì; per l’umanità, che grazie alla cultura umanizza gli individui, no. Qualcosa di analogo accade nel romanzo di Zusak Markus, “Storia di una ladra di libri”. Qui è una ragazza, Liesel Meminger, a rubare i libri che i nazisti hanno inviato al rogo; li estrae furtivamente da cataste di libri dati alle fiamme. Ruba un libro, ma lo salva. Allora l’azione che ci sembrava sbagliata in un contesto, in una situazione diversa ci appare corretta e opportuna. Cambia lo sfondo e varia anche il significato delle azioni. Spesso non è tanto importante l’atto che si compie, ma l’intenzione con cui lo si compie. Così, a volte, pare che sia proprio l’intenzione a rendere giusta un’azione. Protagora, un sofista del V sec. a. C., ci ha insegnato che non è facile discriminare tra “giusto” e “sbagliato” quando ha affermato che «l’uomo è misura di tutte le cose». Egli intendeva dire che i valori sono determinati dagli uomini e dalla loro storia personale e collettiva. Con la parola uomo contemplava probabilmente tre elementi: la persona singola (ognuno ha in fondo gusti personali differenti), le culture in cui gli uomini vivono (per i Traci il tatuaggio alle fanciulle era considerato un ornamento, in altre culture una pena per i colpevoli), e la specie umana (guardiamo la realtà da uno specifico punto di vista e diamo valore a ciò che interessa soprattutto alla nostra specie). La matassa sembra difficile da dipanare, tanto che ciò che è considerato vero in una cultura può essere ritenuto erroneo in un’altra. Il problema è che se non si riesce a trovare un criterio comune a cui affidarsi, si rischia di cadere nel relativismo. Il relativismo ha sempre preoccupato tutti i filosofi; nell’antichità, soprattutto Socrate e Platone. Perché anch’essi si sono chiesti: c’è «qualcosa di indiscutibilmente giusto”»? Perché se non vi fossero criteri per giudicare le scelte divergenti, sarebbe molto difficile vivere insieme e approvare delle regole comuni, perché ognuno riterrebbe legittimi solo i propri valori. Si è usciti da questa difficoltà? In parte sì. I valori che consentirebbero a tutti una vita buona sono quelli assunti nelle varie dichiarazioni dei diritti e nelle costituzioni. Per agevolare l’accordo sui valori imprescindibili della convivenza, alcuni filosofi moderni (Hobbes, Locke e Kant) e il filosofo contemporaneo John Rawls (“Una teoria della giustizia”, 1971) hanno proposto la nozione di “velo d’ignoranza”. Gli uomini dovrebbero ragionare in astratto sui valori, evitando ogni interesse individuale o privato. Ignorando la loro condizione futura nella società – se saranno bianchi o neri, ricchi o poveri –, gli uomini dovrebbero riuscire più facilmente a mettersi d’accordo su ciò che è giusto. Tuttavia, anche quando si sono stabiliti dei parametri, i vari concetti di “giusto” potrebbero entrare in conflitto fra loro. “Dite sempre la verità” e “Non danneggiate i sentimenti di una persona” possono creare un cortocircuito. Possiamo pertanto essere in grado di seguire una regola (giusta), solo a costo di violarne un’altra (anch’essa giusta). E quando due idee di “giusto” sono in conflitto, non possiamo più fare affidamento alle nostre intuizioni, ma come dice il professore di Oxford Richard Hare, dobbiamo usare un criterio utilitaristico per capire quale regola andrà seguita. La morale della storia è che non è affatto facile decidere della morale. E su questo c’è, forse, un consenso universale.
Un caro saluto,
Alberto


lunedì 14 maggio 2018

Uno zoom infinito



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Caro professore,
è dall'età di 7-8 anni che sono molto dubbioso su tutto il mondo che ci circonda; ed è da pochi anni, forse un paio, che sto provando a rispondere e a risolvere le mie perplessità. Tutto ha avuto inizio quando un giorno davanti ad un programma televisivo ho visto la seguente scena: una persona, che si trovava nel giardino di casa sua, veniva ripresa da una telecamera. La particolarità di questa telecamera era che essa ha iniziato a rimpicciolire l'immagine della persona, mostrando prima la casa vista dall'alto, poi successivamente il quartiere, la città, la regione, lo stato, la Terra, il sistema solare, la nostra galassia, il nostro universo. Ciò che mi ha fatto pensare è stato il fatto che il nostro universo andava a formare un componente di una ipotetica cellula e che questa cellula componeva un organismo e quindi un altro essere a sua volta. Credo che quella scena non me la dimenticherò mai, perché quel giorno rimasi a bocca aperta davanti alla TV nonostante avessi solo 13 anni. Per quanto quel rimpicciolimento potrebbe continuare una volta comprese tutte le galassie e quindi tutto il nostro universo? Cosa ci sarebbe al principio di tutto?
Marco 3C


Caro Marco,
per la questione fisico-astronomica, ti consiglio di rivolgere la domanda ai tuoi professori di scienze, che sono persone certamente più qualificate e aggiornate di me. Io utilizzerò la tua immagine per integrare il tuo stupore con quello di qualche filosofo. In fondo la procedura dello zoom non è proprio così nuova: un tempo, là dove non c’era la tecnica arrivava l’immaginazione. Di solito, la capacità di vedere il mondo e di ridimensionarlo per fare spazio a una realtà più grande matura già dopo una scalata su un’altura da cui si può ammirare la pianura sottostante. A dire la verità – e con minore sforzo – nella mitologia persiana e araba era sufficiente salire sul «tappeto volante» di Aladino (“Aladino e la lampada magica”) per avere un’ottima visione dall’alto. Ma la pratica di zoomare è cresciuta dopo i voli ad alta quota che hanno permesso di vedere porzioni enormi della Terra grandi come francobolli, ed è certamente esplosa con le riprese dallo spazio che hanno ulteriormente moltiplicato le distanze, e dunque affinato lo zoom. Questa oscillazione dell’immaginazione da ciò che è immenso a ciò che è infinitesimo fa rimanere gli uomini a bocca aperta per la grandezza e la bellezza del cosmo. A bocca aperta doveva essere restato Talete quando – assorbito dallo sguardo nel cielo – cadde nel pozzo, e a bocca aperta si deve essere trovato spesso Immanuel Kant, se una delle due cose che gli riempivano l’animo di meraviglia era proprio il «cielo stellato». Lo stupore per il cosmo è dunque totalizzante e profondo. Comincia presto – in te a 13 anni – e poi rimane incollato nella memoria per tutta la vita. Ed è in grado di sovvertire le certezze, scuotere l’apatia e far sentire le persone parte piccolissima di qualcosa di immenso. Il primo zoom dell’immaginazione credo che appartenga ai greci. Nasce con l’idea di lanciare una freccia dai confini ultimi del mondo conosciuto, per scoprire che la stessa operazione si può ripetere infinite volte e che non ci sono confini all’universo. Una bellissima versione – che richiama un’idea del greco Epicuro – è ripresa nel mondo latino da Lucrezio alla fine del primo libro del “De rerum natura”. Scrive il filosofo: «E inoltre, supponiamo ora che tutto lo spazio esistente sia limitato e che qualcuno corra avanti, all'estrema riva, spingendosi fino all'ultimo punto, e scagli un dardo volante: preferisci tu pensare che esso, lanciato con valide forze, vada ove è stato vibrato e voli lontano, o credi che qualcosa possa arrestarlo e ad esso opporsi?». La conclusione del ragionamento è che «il punto donde è partito non è il confine estremo». Un secondo zoom è proposto da Blaise Pascal nel Seicento. Pascal sa che l’uomo si sente «smarrito» in questo «angolo appartato della natura» e invita a scendere in profondità con l’immaginazione. Suggerisce di osservare un acaro e scrive: «che un acaro gli offra, nella piccolezza del suo corpo, delle parti incomparabilmente più piccole, delle gambe con delle giunture, delle vene nelle sue gambe, del sangue nelle sue vene, degli umori in quel sangue, delle gocce negli umori, dei vapori nelle gocce; che, suddividendo ancora quelle ultime cose, esaurisca le sue forze in quelle concezioni». E subito dopo mostra un nuovo abisso, un’altra infinità: «Che egli veda un’infinità di universi, in cui ciascuno ha il suo firmamento, i suoi pianeti, la sua terra, nella stessa proporzione del mondo visibile: in questa terra, degli animali, ed infine degli acari, in cui egli ritroverà ciò che i primi gli hanno mostrato; e trovando ancora negli altri la stessa cosa, senza fine e senza riposo, che egli si perda in queste meraviglie, così sconvolgenti (étonnants) nella loro piccolezza che le altre nella loro estensione». Ragione e immaginazione hanno anticipato i risultati della tecnica. E se è vero che la scena televisiva a cui fai riferimento non si dimentica più, anche l’umanità che ci ha preceduto non l’ha mai scordata. Neanche per un momento. L’ha custodita e l’ha tramandata di generazione in generazione come una visione preziosa che oltre a rivelare la meraviglia degli uomini ha suggerito loro anche una precisa (e sobria) collocazione nel cosmo.
Un caro saluto,
Alberto