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Cor-rispondenze

lunedì 24 luglio 2017

Letture estive 2

Ho letto in questi giorni Federico il Grande di Alessandro Barbero. Lo aggiungo ai libri consigliati: racconta la storia di Federico II di Prussia, il suo rapporto con il padre, la sua educazione. Spiega cos'era la Prussia nel Settecento, i rapporti tra la Prussia (protestante) e la Germania (cattolica) dominata invece dagli Asburgo. Narra la volontà di Federico II di allargare il proprio regno e di difenderne i territori: dalla conquista della Slesia (provincia dell'Impero), agli interventi nella guerra di successione austriaca (cap. 9), alle battaglie della guerra dei Sette Anni (cap. 14). Barbero è chiaro su tutto: è un libro bellissimo, scritto in modo magistrale.
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lunedì 19 giugno 2017

Letture estive

Classi terze (3G e 3I)
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Alessandro BarberoLe parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco, Roma-Bari, GLF Editori Laterza, 2016.
Elie WieselLa notte, Firenze, Giuntina, 2007.
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Salvatore NatoliDizionario dei vizi e delle virtù, Milano, Feltrinelli, 2017


Classi quarte (4G e 4H)
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Nuto RevelliLa guerra dei poveri, Torino, Einaudi, 2014
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Salvatore Natoli, Il rischio di fidarsi, Bologna, Il Mulino, 2016.

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Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore, Milano, Bur, 2004.
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Keith LoweIl continente selvaggio. L'Europa alla fine della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, GLF Editori Laterza, 2015. (le parti in inglese e l’audio sono disponibili sul sito della scuola).

lunedì 5 giugno 2017

E tu, per chi cammini?

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Caro Professore,
Si avvicina l’estate, la fine della scuola. Io volevo raccontarle che l’estate scorsa ho partecipato alla GMG in Polonia e quest’esperienza devo dire mi ha davvero segnata… Non vorrei parlare della fede o della religione, ma mi piacerebbe solo porre anche a lei una delle tante domande che è nata dentro di me dopo questa avventura. Un mattina viaggiando in treno per arrivare a Cracovia stavo scrivendo sul mio diario di bordo e ad un certo punto mi è venuto tra le mani un foglietto volante con questo racconto: Una storia ebraica narra di un rabbino saggio e timorato di Dio che, una sera, dopo una giornata passata a consultare i libri delle antiche profezie, decise di uscire per la strada a fare una passeggiata distensiva. Mentre camminava lentamente per una strada isolata, incontrò un guardiano che camminava avanti e indietro, con passi lunghi e decisi, davanti alla cancellata di un ricco podere. "Per chi cammini, tu?", chiese il rabbino, incuriosito. Il guardiano disse il nome del suo padrone. Poi, subito dopo, chiese al rabbino: "E tu, per chi cammini?". Questa domanda, conclude la storia, si conficcò nel cuore del rabbino. Quel giorno ho cercato di pensare ad altro per non affrontare me stessa, però tornata a casa qualche mese dopo ho avuto bisogno di trovare una risposta, ma la domanda è sempre lì che mi tormenta…“E tu, per chi cammini? Per chi e cosa ti alzi ogni mattina”?
Sara, 4H


Cara Sara,
Quando le domande si riferiscono al senso che diamo alla nostra vita, guardo alle persone che hanno vissuto esperienze estreme, al confine tra la vita e la morte e ascolto le motivazioni del loro percorso. Considero queste situazioni, perché quando la vita si affievolisce e sarebbe persino più semplice accettare la sorte e arrendersi alla disfatta gli uomini esplicitano le ragioni che li sorreggono. Allora, in senso letterale, penso alle lunghe marce indotte nei periodi di guerra, perché in quell’incedere forzato emerge il senso per cui si cammina. Penso alla ritirata di Russia, raccontata da Nuto Revelli ne “La guerra dei poveri”; al motivo della partenza e alla volontà del ritorno. E penso che se si è obbligati a partire perché il cammino è stato deciso da un’autorità a cui si deve obbedire, la volontà del ritorno è una volontà del cuore. Se prima si procede al nome di un “padrone”, poi si marcia per ciò che si ritiene imprescindibile: una persona, un ideale, per i figli. “Per chi cammini” suona un po’ come la domanda che Corrado, protagonista del romanzo di Cesare Pavese “La casa in collina”, rivolge alla compagna riferendosi al figlio Dino: «Se ti chiede per chi vivi tu, […] cosa rispondi?». E Caterina risponde a Corrado raccontando la propria gravosa esistenza: «Ho sempre faticato e battuto la testa. I primi tempi è stato brutto. Ma avevo Dino, non potevo pensare a sciocchezze. Mi ricordavo di quello che mi hai detto una volta, che la vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno». Che si viva per un ideale o una persona è confermato dai reduci di guerra e dai sopravvissuti ai campi di sterminio. Questa, infatti, è anche la riflessione dello scrittore ebreo Elie Wiesel, quando nell’opera “Parole di straniero” descrive le direttive dei tedeschi e le reazioni dei prigionieri: «Ciascuno per sé, ci dicevano. Dimenticate i genitori, i fratelli, il passato, ci ripetevano giorno e notte, altrimenti perirete. Avvenne il contrario. Quelli che vivevano soltanto per sé, per nutrirsi, finivano per cedere alle leggi della morte, mentre gli altri, quelli che sapevano per chi vivere — un genitore, un fratello, un amico — riuscivano a obbedire alle leggi della vita». Anche molti altri hanno riferito che senza motivazioni forti non si sopravvive: così Primo Levi (“Se questo è un uomo, La tregua”), Vasilij Grossman (“Vita e destino”), Viktor E. Frankl (“Uno psicologo nei lager”), Pavel A. Florenskij (“Non dimenticatemi. Le lettere dal gulag”). Se dovessi dirti per chi cammino, ti direi che fino a quando era viva mia madre, vivevo per me ma con un occhio a lei e quando è mancata anch’io mi sono chiesto perché e per chi camminavo. Ora ho un figlio: allora so che vivo ancora un po’ per me, ma so che guardo a lui e al suo percorso. Credo che il motivo per cui si cammina sia sempre per qualcuno o per qualcosa. Quando si è figli si cammina anche per l’approvazione dei genitori, quando si è genitori forse anche per meritare la fiducia dei figli. Quando si perde qualcuno si perde il testimone della propria vita, qualcuno che ha dato o ha raccolto il senso dell’esistenza affinché non cadesse nell’insignificanza. Per fortuna non camminiamo per un padrone, ma per realizzare quello che siamo, per portare a compimento la voce che sentiamo dentro di noi. Gli autori citati hanno messo in luce come gli affetti diano senso alla vita anche al di là degli interessi egoistici. Il padre del liberalismo classico John Stuart Mill nell’opera “L’utilitarismo” (1861) ha sottolineato la necessità di coltivare sia sentimenti personali sia interessi collettivi. Scrive Mill: «coloro che dietro di sé hanno una scia di affetti personali, e soprattutto coloro che hanno coltivato anche sentimenti di partecipazione agli interessi collettivi dell'umanità, conservano il loro interesse alla vita: un interesse altrettanto vivo alla vigilia della morte, quanto lo era nel vigore della giovinezza e della salute». Sono dunque molte le ragioni per cui ci si può alzare stimolati ogni mattina, sapendo per chi o cosa si cammina.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 1 maggio 2017

Confidenze e pregiudizi

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Caro Professore,
durante queste vacanze sono stata in Croazia per una settimana per svolgere alcuni incontri con altri ragazzi all'incirca della mia età provenienti prevalentemente dall'Italia, ma anche da molti Paesi dell'Est Europa. Con essi, anche se non ci eravamo mai visti prima, si è subito creato un clima accogliente che mi ha permesso di sentirmi totalmente accettata, libera di essere me stessa al 100% e libera di trattare nella più completa tranquillità e assenza di imbarazzo argomenti molto profondi e a volte anche strettamente personali; questo ha fatto sì che si creassero legami d'amicizia molto stretti in pochi giorni. Al ritorno da questa meravigliosa esperienza, che avevo già vissuto negli anni passati, ma mai così forte, ho iniziato a riflettere notando che questo clima così sereno e accogliente trovato in Croazia tra persone sconosciute, non riesco a trovarlo qui, nella mia città, tra i miei compagni di classe e amici di una vita. Eppure a rigor di logica dovrebbe essere il contrario. Come è possibile ciò? Inoltre mi sono domandata: chi dovrei considerare davvero miei Amici con la "a" maiuscola? Quelli con i quali mi sono sentita subito accolta e con i quali mi sono aperta condividendo molte esperienze, ma che probabilmente non vedrò mai più, oppure quelli che vedo tutti i giorni, condividendo la mia quotidianità, ma con i quali sento ancora l'ombra dei pregiudizi?
Domiziana, 4H


Cara Domiziana,
Nel luogo di lavoro, di studio siamo sempre immersi in un preciso contesto. Si tratta di un ambiente sociale definito da coloro con i quali maggiormente entriamo in relazione: amici occasionali che spesso abitano anche nello stesso paese e nella stessa città. A volte l’apertura del nostro cuore a chi già frequentiamo può non essere così facile né conveniente. Non facile, perché parte delle nostre scelte sono condizionate dalla conoscenza dellaltro e dal legame con lui. Cerchiamo di non turbare un amico con eccessive preoccupazioni per evitare che ci giudichi male o ci allontani. Poiché in ogni contesto abbiamo costruito a fatica e nel tempo delle relazioni, sappiamo che per non urtare l’altro non possiamo sempre essere liberi al 100%. Temiamo di essere fraintesi e che cambi la relazione, che muti l’opinione che gli altri hanno di noi e il ruolo che avevamo in passato. Ma l’apertura può anche non essere conveniente, perché nei rapporti di routine si è stabilita una gerarchia relazionale. Più passa il tempo e i legami diventano stabili, meno gli altri sono disposti ad accettare ciò che non si accorda con la loro rappresentazione di noi. Talvolta intuiamo preventivamente persino come essi interpreteranno le nostre rivelazioni e le soluzioni che proporranno, e talvolta temiamo persino che qualcuno possa fare un uso distorto delle confidenze. Non ci preoccupiamo particolarmente del giudizio di chi non ci conosce, perché l’altro non ci ha ancora classificato e non si muove ancora nel nostro contesto relazionale. Il sociologo americano Mark Granovetter ha introdotto il concetto di «forza dei legami deboli», una nozione ripresa sia da Zygmunt Bauman in “Modernità liquida” sia da Richard Sennett ne “L’uomo flessibile”. Quest’ultimo l’ha tradotta così: «per la gente i rapporti occasionali di associazione sono più utili dei vincoli a lungo termine». A volte non sono le persone più vicine che riescono a fornirci le migliori indicazioni: ad esempio, non è detto che i consigli per il lavoro siano più efficaci se forniti dai parenti stretti. Forse una persona che non frequentiamo assiduamente può offrire suggerimenti più utili, perché ha maggiore dimestichezza con un preciso settore lavorativo. C’è anche un altro aspetto da considerare: molto spesso non cerchiamo dagli altri esattamente “una risposta”, ma semplicemente la possibilità di esprimere liberamente i pensieri ricorrenti per poterli valutare senza censure. L’altro ci consente di prendere visione della nostra ideazione e di approfondirne le conseguenze. Poiché accetta e non giudica, ascolta e rimane distante, alla fine della chiacchierata non dobbiamo riconsiderare il rapporto con lui. L’amico vede le nostre contraddizioni, l’estraneo le accoglie come complessità, l’amico vorrebbe che non cambiassimo molto, l’estraneo accoglie la novità. L’amico può entrare in competizione con noi, l’estraneo non ancora. Chi ci conosce si aspetta una coerenza con il passato e fatica ad accettare il nostro cambiamento, l’estraneo non conosce la nostra storia e non ha particolari aspettative. È il vantaggio della novità. Le persone con cui ti sei incontrata, tuttavia, condividevano le tue idee e le tue passioni ed è per questo che ti sei avvicinata a loro. Si sono creati un tempo e un luogo per realizzare delle esperienze. Con le persone che conosciamo non sempre siamo in grado di predisporre uno spazio per incontrarci. Se la novità rappresenta sempre un’apertura totale e un’assenza di “pregiudizio”, quando le nuove relazioni diventeranno più stabili non si creeranno ancora i problemi che notavamo con i vecchi amici? In ogni relazione nascono difficoltà e conflitti. Eraclito diceva che “polemos” è indispensabile e fruttuoso («padre e re di tutte le cose»), però è anche vero che, a volte, dove c’è più leggerezza c’è più libertà.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 17 aprile 2017

Senza amici

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Caro professore,
passando gran parte del mio tempo con persone che dico essere “miei amici”, mi son chiesto più volte come si possa definire un’amicizia. Si può considerare amico una qualunque persona che non sia un tuo nemico oppure ci deve essere qualcosa di più? Per diventare amico di una persona bisogna averci passato dei momenti felici assieme o esiste un altro modo per instaurare un rapporto di amicizia? E infine si può vivere senza amici?
Giacomo 4H


Caro Giacomo,
Se è vero quello che ha scritto Vasilij Grosmann in “Vita e destino”, ossia che «L'amicizia è uno specchio in cui l'uomo vede se stesso», pensare che si possa considerare amico chi non è dichiaratamente un nemico mi sembra una valutazione inadeguata. Certo, là dove non c’è inimicizia si apre uno spazio per la relazione, ma si tratta di semplice potenzialità. E la disponibilità all’incontro segnala un terreno da esplorare, non una forma di amicizia. Per vedere se stessi occorrono alcuni elementi. Ne scelgo tre: affinità, relazione e condivisione. Anche se è vero che l’amicizia può nascere tra persone molto diverse, è più facile che il simile cerchi il simile, per una sorta di facilità relazionale. Forse siamo pigri anche in questo, ma riusciamo ad accettare le differenze se scopriamo che da qualche parte ci sono delle affinità; la pura differenza ci può entusiasmare, ma dietro la diversità aspiriamo ad un terreno comune per la condivisione. Anche se molti studiosi ci ricordano che il desiderio di amicizia è insito nella natura umana, Aristotele ci ha insegnato in alcune pagine bellissime dell’ “Etica nicomachea” che «il desiderio di amicizia sorge rapidamente, ma l'amicizia no». Il desiderio di avere nuovi amici è immediato, ma l’amicizia richiede tempo. Non tutti coloro per i quali proviamo simpatia diventeranno amici, così come non tutti quelli con cui ti relazioni oggi a scuola o nei gruppi che frequenti si confermeranno tuoi amici. E anche se un tempo si diceva che «l'abbondanza di amici sembra essere una delle cose decorose», forse perché segnalava il buon carattere della persona e la capacità di creare rapporti positivi con il prossimo, la sovrabbondanza di amici esibita oggi sui social si può trasformare in una semplice ostentazione di potenza. E la forza non ha nulla a che fare con l’amicizia che si basa sulla qualità e non sul numero. L’amicizia richiede inoltre un elemento imprescindibile: la condivisione di esperienze. Nella nuova raccolta di articoli intitolata “Il nuovo barnum” (Feltrinelli 2016), lo scrittore Alessandro Baricco ha raccontato “L’amicizia prima di Facebook”. Poiché appartengo più o meno anch’io alla sua generazione, che è poi quella dei tuoi genitori, ritengo che ci sia molta verità nelle sue parole. Lo scrittore è chiaro: «Essere amici significava fare delle cose. Non parlarne, o raccontarle: farle». E ricorda che un tempo le telefonate “interminabili” erano riservate solo alle ragazze. Il legame era dato dall’attività che si svolgeva con qualcuno: giocare a pallone, andare a pescare, trascorrere le domeniche in piazza ad inventarsi qualcosa da fare, camminare per scoprire una porzione più ampia del mondo in cui si era nati. La profondità di un’amicizia era legata all’intensità dell’attività svolta con gli altri. Nessuna parola scambiata sui computer, poche al telefono, ma tantissimo tempo insieme a condividere delle esperienze. Nella sua riflessione ho ritrovato parte del mio vissuto, ma anche nuovamente le parole di Vasilij Grossman quando scrive che «Forse la forma suprema di amicizia abbraccia l’amicizia operativa, l’amicizia nel lavoro e nella lotta e l’amicizia di chi dialoga e si confronta». Grossman mostra il prolungamento di quel “fare insieme” che poi si manifesta nel mondo adulto nuovamente come condivisione di esperienze, di ideali, di visioni del mondo. Il fatto che l’autore sottolinei “l’operatività” segnala che il “fare insieme” genera un legame esclusivo, e che la condivisione aumenta la qualità della relazione. Chiedi se si possa vivere senza amici. Non mi sento di escluderlo, perché in condizioni estreme gli uomini si sono abituati un po’ a tutto. Però, nonostante vi possano essere difficoltà nelle relazioni e oggi sia aumentata la tendenza a sottolineare i difetti dell’amicizia, trovo sempre vera l’idea di Aristotele secondo cui «senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni. (Etica Nicomachea 1155 a). Ho recentemente scoperto una riflessione analoga anche nel libro “Tutti i fiumi vanno al mare” (Bompiani 1996) di Elie Wiesel. Scrive l’autore: «La maledizione peggiore? Per un padre, la mancanza di figli. Per un bambino, la mancanza di un focolare. Per un credente, la mancanza di giustizia. Per un ricercatore, la mancanza di verità. Per un prigioniero, la mancanza di speranza. Per ogni essere umano, la mancanza di amici. Senza amici, la libertà non ha senso né valore. Chi non ha amici è solo un prigioniero fuori dalla prigione». La mancanza di amicizia è presentata come una disgrazia o una dannazione. Abbiamo bisogno di condividere la vita, magari anche con poche persone. Ma abbiamo bisogno di vedere noi stessi attraverso l’altro e grazie all’altro.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 27 marzo 2017

Autenticità: ma a che prezzo?

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Caro professore,
la ricerca dell’autenticità è un pensiero che mi assale costantemente. Questa vita scorre incessante e noi non ci poniamo molte domande: ma in tutto questo cosa siamo? Mi pongo questo interrogativo dinanzi a una vita monotona, inserita in una società superficiale e materialista, in cui pare che l’unico scopo sia di farmi segnare dal tempo. So che per vivere bene bisogna ottenere la pace con il proprio animo, data da rapporti con persone autentiche, senza finalità o interessi, una felicità condivisa con qualcuno di vero, ammirare a farsi incantare dalle bellezze reali della vita e della natura che lentamente stiamo dimenticando. Ecco, mi aspetto questo dalla mia esistenza: autenticità. Ma come?
Leonardo, 3I

Caro Leonardo,
Hugo Ball, uno dei fondatori del dadaismo a Zurigo, nell’opera “Flametti ovvero del dandismo dei poveri” (1918) scrive che la vita dei saltimbanchi e dei circensi è più autentica di quella dei borghesi. Coloro che vivono ai margini della società, scarsamente inseriti nel sistema sono forse meno disposti a compromessi e a dissimulare, perché «chi cammina sulla fune non può, nemmeno per un istante, fare "come se"». Non c’è possibilità di fingere, di ostentare o di occultare la propria vera natura. La vita autentica non è diversa da quella mostrata, perché non si può far apparire ciò che non si è su un cavo sospeso a mezz’aria. L’autenticità può essere concepita in molti modi: parliamo di un quadro autentico se compatibile con l’autore che l’ha creato e di un documento autentico se è originale. Così intendiamo l’autenticità spesso in riferimento ad un modello primordiale che differisce dalla sua copia, ad un autografo e non alla sua riproduzione. L’autenticità della vita a cui fai riferimento è tuttavia di altro tipo: non si tratta di ripulire un’anfora ricoperta da incrostazioni e conchiglie – che tu individui nella «monotonia, nella superficialità e nel materialismo» – per riscoprire l’oggetto autentico che sta sotto, perché l’esistenza di ciascuno non è un manufatto che rimane inalterato negli anni, lievemente velato o guastato dalla patina del tempo. Perché la vita non solo si modifica nel tempo, ma in esso si genera gradualmente. Cosa significa allora essere autentici se non c’è un originale granitico da preservare? Filosofie e religioni hanno sempre sollecitato il passaggio dall’inautenticità all’autenticità dell’uomo. Secondo Socrate, per essere autentici e non replicare ciò che recitano i più, è importante conoscere se stessi, per Gesù è fondamentale aprirsi ad una dimensione di amore con il divino e con l’umano. Per Kant è autentico chi sa obbedire alla legge morale dentro di sé, per Marx chi sa smascherare le sovrastrutture e cogliere le cause dell’alienazione umana; per Nietzsche chi sospetta delle verità della tradizione e ascolta il dionisiaco dentro di sé, per Freud chi ascolta il proprio inconscio, per Heidegger chi sa uscire dall’esistenza anonima del “si” impersonale. Ogni uomo ha trovato la propria via per l’autenticità: alcuni sono usciti da un gruppo sociale, si sono trasferiti in altre città, in campagna o in luoghi sperduti, altri hanno cambiato lavoro o hanno modificato il proprio stile di vita decidendo di prendersi cura di sé, degli altri o della cultura. Oggi riteniamo autentico chi sa ascoltare la propria voce interiore e non accetta di muoversi in uno spazio già orientato da altri nel lavoro o nella visione politica, culturale o religiosa. L’esistenzialismo, una corrente filosofica del Novecento che si è sviluppata a partire dalla prima guerra mondiale, ha dato molta importanza a questo tema. L’esistenza autentica non è solo quella che prende consapevolezza dei condizionamenti, ma è quella che guarda l’esistenza a partire dalla morte, dalla finitezza della vita. È propria dell’uomo che considera la vita a partire dalla sua fragilità naturale e assume questa condizione per orientare le proprie scelte. Anche lo psichiatra Aldo Carotenuto, nel libro L’eclissi dello sguardo ritiene che la categoria dell'autenticità sia fondamentale in quanto: «di fronte alla morte, così come nei momenti più cruciali dell'esistenza, [l'uomo] è costretto innanzitutto a chiedersi chi sia, e può accettare limiti ed errori soltanto se consapevole di aver dato voce alla propria dimensione interiore». In fondo, misuriamo la verità del nostro vissuto con questa cartina di tornasole. Chiedi a quale prezzo si possa essere autentici. Il prezzo è elevato perché – come per ciò che è pregiato – il suo valore è alto. Ma il compenso che se ne ricava è dato dalla qualità della vita. Diventare autentici include infatti la capacità di allontanarsi da ciò che non si condivide più per ascoltare la propria voce interiore, e implica anche la capacità di sostenere la sofferenza dovuta all’esperienza della perdita di ciò che credevamo sorreggesse la vita. Il teologo Vito Mancuso in “Io e Dio. Una guida dei perplessi” (Garzanti, 2011) ha proposto questa bella riflessione: «l'autenticità della vita si misura sulla base del suo rapporto con la verità, nel senso che l'autenticità aumenta quanto più si è disposti ad amare la verità anche al di sopra di sé e delle proprie convinzioni, se occorre lasciandosi confutare, mentre diminuisce quanto più alla verità dell'esperienza si preferiscono le proprie convinzioni e le proprie convenienze».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 20 marzo 2017

L'amore dei nonni



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Caro professore,
L'amore, che è il sentimento che pare abbia caratterizzato tutta l'esistenza dell'uomo, è cambiato e muta durante i secoli? Penso ai miei nonni, che ora si prendono cura uno dell'altro con devozione; ma mio nonno afferma di aver sposato sua moglie perché ormai doveva sposarsi e lei era in età da marito. Quando per molti secoli regnava l'assoluto maschilismo certamente anche l'amore era diverso. Altro importante caso sono i matrimoni combinati. Possiamo dire che l'amore sia cambiato e che oggi amiamo con più sincerità? Conoscendo anche meglio l'altra metà della mela?
Francesca, IIIA

Cara Francesca,
Studiosi della vita di coppia riferiscono che in passato due persone si separavano perché si detestavano, mentre oggi è molto probabile che si separino perché non si amano abbastanza. Certo, è vero, molte volte uomini e donne sono stati insieme per esigenze economiche, per bisogno di protezione, di sicurezza, per motivi sociali legati al ceto di appartenenza o per altri ragioni. Oggi, forse, le persone sono meno disposte ad accettare giustificazioni all'unione che non siano il motivo stesso dell’amore. Si sta insieme per amore e questo rimane il momento più alto della felicità. Mi soffermo su quattro aspetti della tua bella lettera: 1. Dici che tuo nonno “afferma di aver sposato sua moglie perché ormai doveva sposarsi e lei era in età da marito”. Questo fatto sembra richiamare un elemento di calcolo o di freddezza nella poesia dell’amore; diventa difficile da accettare, perché spesso riteniamo che il progetto sia un elemento estraneo che rompe l’incanto dell’innamoramento. Vogliamo che non si introducano elementi di pianificazione in ciò che, se non accade spontaneamente, sembra essere snaturato. Tuttavia, come per intraprendere un’attività occorrono gli strumenti e non sono sufficienti il semplice desiderio e la fantasia, così senza concretezza non si dà attuazione al proprio disegno, e la consapevolezza del limite temporale della vita aumenta il valore che si dà al tempo per poter realizzare anche un percorso di vita insieme. Hai scelto una bella espressione per indicare l’amore dei tuoi nonni: “si prendono cura uno dell’altro”. 2. Prendersi cura dell'altro credo sia la qualità essenziale dell'amore. Nel prenderci cura dell'altro mostriamo interesse rinnovato nei suoi confronti, premura verso i suoi bisogni e dedizione verso la vita che lentamente si trasforma. Lo diciamo anche in certe espressioni: una persona tras-curata, infatti, è abbandonata a sé, è ignorata; e se uno è abbandonato presto si tras-cura, ossia si disinteressa a sé, si lascia andare, diventa debole e cede al peso degli anni e della vita. Cura è una parola che richiama anche la terapia, ossia quella modalità di intervento che permette di ristabilire la salute di una persona. Sì, perché l'interesse verso la persona è terapeutico, le permette di sentirsi viva e di sentirsi amata. E chi sa di essere amato è più forte, perché l’attenzione è un potente medicamento dell’anima. 3. E’ significativa anche la modalità con cui indichi la loro relazione: con dedizione. La parola dedizione sta a metà strada tra il rispetto e il culto. La dedizione è fatta di rispetto (respicere), ossia della capacità di saper guardare l’altro per quello che è e per la dignità umana che è in lui; perché ognuno dei due è l’unico che conosce le esperienze dell’altro, il suo vissuto, la sua storia. Solo tuo nonno, oggi, porta dentro di sé la storia della nonna e i suoi vissuti. I tuoi genitori sono venuti dopo, e tu dopo ancora. Lui vede nella nonna quello che altri non vedono più, il tempo della sua giovinezza e tanti altri istanti vissuti insieme, le sue fantasie, i suoi sogni e il suo passato. E nella dedizione c’è anche un richiamo al sacro, che ci ricorda il legame con il divino. Nell’amore, infatti, sperimentiamo la forma più importante del legame tra le persone, ed essendo la forma più alta del legame umano è bello dire che è un legame divino. Come il devoto ritorna infatti con i propri pensieri a ciò che ama, così l’amante vuole stare vicino all’oggetto del suo amore. 4. “Amiamo con più sincerità perché conosciamo meglio l’altra metà della mela?” La conoscenza della persona può aumentare l’amore, ma non basta. Quando si ama qualcuno lo si comprende meglio: a due innamorati basta uno sguardo per capire se c’è qualcosa che non va. È a partire dall’amore, dunque, che aumenta la conoscenza. Il filosofo Umberto Galimberti, nel libro L’ospite inquietante, cita una frase di Paolo di Tarso: "Non si entra nella verità senza l'amore (Non intratur in veritate nisi per caritatem)". La comprensione, come vedi, passa attraverso l’amore. Infatti, è proprio grazie all’amore che anche tu riesci ad afferrare le sfumature dell’affetto dei tuoi nonni. Poiché gli adolescenti sono molto svegli e sanno distinguere nelle relazioni ciò che è autentico da ciò che è artefatto, credo che i tuoi nonni siano fortunati, perché hanno una nipote molto attenta che sa leggere le tonalità emotive; ma penso che anche tu sia più ricca, perché hai fatto esperienza dell'amore nella forma più alta, che è quella della testimonianza e non dell’idealizzazione. La vita vissuta emana un’energia in grado di persuadere le persone che anche la qualità dell’amore è possibile.
Un caro saluto,
Alberto