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Cor-rispondenze

domenica 10 dicembre 2017

Vivere ogni istante



Caro Professore,
questo trimestre è stato intenso ma è volato via velocemente. Troppo spesso ho dovuto dire la parola "ultimo": ultimo primo giorno di scuola, ultima elezione dei rappresentanti, ultimo scambio con Orange, ultima versione di latino, ultima gita di classe... Ho riflettuto molto e, ripensando a tutti i bei momenti che ho condiviso con i miei compagni, rimpiango di aver imparato ad apprezzare a pieno tutto questo solo ora. Perché iniziamo ad accorgerci e a dare valore alle cose, così come alle persone e alle esperienze, solo quando queste iniziano a mancarci? É inevitabile ma so già che, alla fine di questo percorso, tutti mi mancheranno molto. Ma nonostante questo voglio cercare di godermi al cento per cento ogni istante, per poter cogliere ancora qualche particolarità di ogni mio compagno e conservarla nel mio cuore. Secondo lei, quale potrebbe essere la giusta ricetta per realizzare il mio desiderio?
Costanza, 5H


Cara Costanza,
Vivere «al cento per cento ogni istante» è certamente un antidoto ai rimpianti, e consente di evitare che, trascurando il presente, le immagini di ciò che avremmo potuto fare o dire ci inseguano come le “anime spaventose” (deformes animae) degli avi che ululavano per le campagne perché i Romani, impegnati nella guerra, si erano dimenticati di rendere onore ai morti. E poiché, quando i Romani portarono le offerte, le anime si placarono – come racconta Ovidio ne “I Fasti” (2, 551-556) –, così vivendo intensamente il nostro tempo non temeremo che si sollevino sogni angosciosi in futuro per le nostre omissioni o disattenzioni. Hai ragione, il valore di un’esperienza necessita che essa sia conclusa e cresce nel tempo. L’ultima pennellata di un pittore sigilla l’opera e l’ultimo accordo conclude una composizione. Poi giunge lo sguardo retrospettivo del soggetto a contemplare e a ricordare. Si conclude un evento e si avvia la costruzione della memoria. Ciò che si è determinato contribuisce all’interpretazione di sé, grazie a quell’instancabile movimento dell’attenzione che dal presente vagabonda nel passato, traendone conforto e forza, per dirigersi ad esplorare le possibilità del futuro. Ogni avventura che finisce, in fondo non si esaurisce mai, perché costituirà un punto di origine per descrivere la vita. La narrazione della trama di ogni uomo ha infatti molte sorgenti. Ciò che arriva alla fine conclude ragionevolmente un periodo, ma ci ricorda anche che fino all’ultimo tassello possiamo modificare la storia. Nel 41 d. C. Caligola è caduto vittima di una congiura mortale. Cassio Cherea, ufficiale delle coorti pretorie, lo ha trafitto in un sotterraneo del palazzo. Un giorno decisivo: “l’ultimo giorno” dei Ludi Palatini è stato anche “l’ultimo giorno” di vita del terzo imperatore romano. Concludere un percorso di crescita non significa solo cessare un’avventura, ma portarla a compimento. E il compiersi non denota banalmente il suo esaurirsi nel tempo, ma il fatto che ne abbiamo realizzato il senso. Così, si può decidere di uscire di scena da una situazione in modo più o meno costruttivo; dipende da noi, da quanta energia e da quanta passione investiamo, da quanta abilità disponiamo nell’impedire che si deteriori, favorendone un esito positivo. La riuscita è determinata soprattutto dall’amore con cui caratterizziamo il nostro modo di “stare al mondo”. C’è chi si concentra su ciò che ama e vuole vivere, come te, così intensamente da non rischiare di perdere tempo. Elie Wiesel, in “Le storie di saggi”, raccontando dell’incredibile capacità di concentrazione di Rabbi Chayyim e della sua passione per la Torà, scrive: «Era continuamente in attività e dormiva tre ore per notte. Quando lo interrogavano su questo fatto, rispondeva citando Napoleone, che non voleva «perdere un impero dormendo». «E io», diceva, «non voglio perdere la Torà dormendo». «Effettivamente», diceva, «è facile dormire poco. C’è chi mangia in fretta, chi impara in fretta, chi arricchisce in fretta. Io dormo in fretta». Ad essere distratti si rischia di dissipare ciò che è importante: per Napoleone un impero, per il rabbino la Torà e per noi i momenti essenziali della vita in classe, in famiglia, in gruppo. La fretta ha un senso («Io dormo in fretta») se ci consente di concentrarci su ciò che ci sta più a cuore: allontanando ciò è che superfluo, permette di fare spazio a ciò che riteniamo davvero significativo. Se vuoi una “ricetta” per fissare nel cuore ciò che ritieni rilevante, ti suggerisco il seguente imperativo: “prenditi cura”, dei tuoi compagni, come già stai facendo, delle tue relazioni, ma anche dei contenuti culturali che vengono esplorati a scuola o sollecitati dal mondo che approda nelle nostre vite con le informazioni e le narrazioni quotidiane. Ogni percorso che si compie ha un vantaggio: consente un’apertura verso il futuro che un tempo era impossibile. È curioso che il ciclo dei Feralia (le festività dedicate ai morti) si concludesse con il giorno che porta il nome di Caristia o Cara Cognatio. In quest’ultimo giorno del ciclo festivo dedicato ai defunti, i Romani dopo essersi occupati delle relazioni tra vivi e morti, si dedicavano alle relazioni tra i vivi della loro comunità familiare. In ogni fase ultima, dopo esserci occupati di preservare la memoria, dobbiamo alimentare infaticabilmente le relazioni vive.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 27 novembre 2017

Troppe cose da perdere

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Caro professore,
non le è mai capitato di aver paura di dimenticare? A me capita spesso, infatti tendo a mettere i vari ricordi per iscritto per paura che con il passare del tempo possa dimenticare i molti momenti della mia vita ormai passata. Fin da piccola ho sempre scritto, alle elementari mi ricordo che le mie amichette avevano tutte un “diario dei segreti” dove scrivevano i nomi dei vari fidanzatini, io no, ho sempre avuto un diario, tuttora ce l'ho, ma è sempre stato come una specie di “diario dei giorni”, scrivevo, e scrivo cosa mi capita, cosa faccio nel giorno e commento tutto ciò perché penso che, quando sarò vecchia, magari sistemando le scatole in cantina io possa ritrovarli e ricordarmi cosa facevo quando ero adolescente… è una specie di aiuto per la mia memoria. Non voglio dimenticare, i ricordi sono fondamentali, non voglio dimenticare i miei amici, tutte le risate fatte con loro (a grandi linee), le gite, le stupidaggini, perché ci sono anche quelle, non voglio dimenticare le maestre e i prof. incontrati nel mio percorso di studi, le vacanze, neppure le tristezze e i dolori, perché grazie a quelli ho imparato a rialzarmi dopo essere caduta, non voglio dimenticare neppure il primo giorno di asilo, che per ora è uno dei ricordi più nitidi che ho, quando non mi staccavo dalle gambe di mia madre, non voglio dimenticare i bei momenti passati in famiglia, né tutto il resto. Ora so che è impossibile ricordare tutto, ma vorrei davvero ricordarmi delle cose più importanti. Ecco perché dimenticare è la mia paura più grande, ho troppe cose da perdere. Toglietemi tutto, ma non la memoria! E lei, cosa ne pensa? si ricorda degli avvenimenti della sua infanzia, del suo passato? Mi farebbe molto piacere se mi rispondesse, comunque grazie per aver prestato attenzione!
Sofia, 1 alfa


Cara Sofia,
Le foto del mio passato non sono moltissime – un tempo c’era una misura anche nel fotografare –, tuttavia a me sembrano sufficienti per attivare l’immaginazione e la memoria. Inoltre, in questo periodo, il puzzle dei miei ricordi è integrato dalle foto d’infanzia che ricevo dai coetanei che mi ricordano un’imminente festa dei cinquant’anni. Quando ho lasciato il mio paese d’origine, dovevo decidere cosa portare con me e cosa lasciare. Nel mio garage avevo un po’ di tutto: ho trovato persino il cappello di un curioso colore arancio di quando, in qualche festa di carnevale, mi ero vestito da cowboy. Mia mamma, per fortuna, ha conservato diligentemente i miei quaderni della scuola elementare. Non li ho ancora letti tutti, ma li ho portati con me. So che sono lì e che li aprirò pian piano, forse insieme a mio figlio, per sorridere con lui di qualche disegno o di qualche pensiero buffo. Li custodisco un po’ come si conservano i vini per le grandi occasioni; poiché mi commuovo facilmente, li considero una riserva di emozioni; li sfoglierò gradualmente per rivivere la mia storia con la mia famiglia, per sentirmi contemporaneamente figlio e padre, bambino e adulto. Quando frequentavo la scuola media un amico ed io avevamo pattuito di enumerare tutte le cose buffe che combinavamo nella giornata, ma poiché la scrittura non stava dietro alla nostra esuberanza, l’avventura si è presto esaurita. Conservo i diari scolastici, in cui attaccavo un po’ di tutto e qualche volta scrivevo anche i compiti. Poi, nel periodo dell’adolescenza, in un momento di saggezza, ho deciso di registrare la storia dei miei genitori: mio papà era nato nel 1920, mia mamma nel 1933. Alcune cassette le ho riguardate, altri nastri sono ancora lì, con la loro voce. Sono emozioni troppo forti e importanti, ma so che ci sarà un tempo anche per quell’ascolto. Credo che la paura di dimenticare coincida con la paura di perdere l’identità, di non sapere più chi siamo e da chi proveniamo. Certo, più si va indietro nel tempo più la nostra conoscenza sfuma fino a perdersi in una nebbia impenetrabile. L’origine più lontana ci sfugge, in ogni caso non è a nostra disposizione. Per questo puoi dire giustamente : «Toglietemi tutto, ma non la memoria!», perché nessuno vuole perdere la derivazione più prossima che lo costituisce. Sarà che la vita è un po’ complicata e per tentare di comprenderla dobbiamo avere molti elementi a disposizione. Col passare degli anni, probabilmente, al desiderio di non dimenticare se ne affiancherà un altro: quello di «cogliere il movimento della tua vita». Così, il tuo diario si trasformerà in autobiografia. Ora hai bisogno di raccogliere storie ed emozioni per non scordare; in futuro avrai bisogno anche di intravedere un percorso. Capire chi sei diventata e non solo rammentare ciò che sei stata. Per capire il movimento percorrerai a ritroso i luoghi in cui avrai viaggiato e le storie che si saranno generate nel tuo cammino. Forse gli appunti del diario sono come i sassolini che Pollicino seminava per la strada dietro di sé o come le briciole di pane lasciate da Hänsel e Gretel. A noi serviranno non per tornare indietro o a casa; ma perché, unendo i punti del nostro viaggio, ci faremo un’idea di quello che siamo diventati. Cogliere il movimento della propria vita sarà più interessante della rievocazione dei singoli istanti. La prospettiva renderà più chiara la tua identità. Forse perché l’identità non è mai data all’origine, ma è il risultato di una traversata: nel mondo della vita e delle relazioni.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 30 ottobre 2017

Umiltà e modestia


Caro professore,
La mia domanda non riguarda la vita o particolari argomenti filosofici, ma una frase che ho letto in un libro e che da un anno a questa parte mi ha lasciato molti dubbi: «Sii umile, ma mai modesta», cita Susanna Tamaro nel suo romanzo “Va’ dove ti porta il cuore” ed io, nonostante le innumerevoli riflessioni ricevute e le domande poste ad altre persone, non ho ancora capito quale insegnamento l'autrice intenda trasmettere. Non so, lo ammetto, cosa siano l'umiltà e la modestia e cosa, effettivamente, le distingua l'una dall'altra, ma vorrei capirlo e spero che lei possa aiutarmi a farlo. La ringrazio in anticipo,
Beatrice, 3γ


Cara Beatrice,
Grazie al tuo suggerimento ho ripreso il libro di Susanna Tamaro che avevo scoperto con piacere anni fa. L’ho riletto qua e là e verso la fine ho trovato l’idea a cui fai riferimento. La nonna Olga, protagonista del romanzo, scrivendo alla nipotina Marta per darle alcuni consigli su come affrontare la vita, afferma: «Forse potrai capirmi soltanto quando sarai più grande, potrai capirmi se avrai compiuto quel percorso misterioso che dall'intransigenza conduce alla pietà. Pietà, bada bene, non pena. Se proverai pena, scenderò come quegli spiritelli malefici e ti farò un mucchio di dispetti. Farò la stessa cosa se, invece di umile, sarai modesta, se ti ubriacherai di chiacchiere vuote invece di stare zitta». Non ho la pretesa di esaurire i significati che Susanna Tamaro ha considerato per il proprio lavoro, ma nel periodo riportato ci sono dei segnali che ci possono aiutare a comprendere. Poiché tutto il romanzo è un invito all’autenticità, alla ricerca della genuinità e della verità, evidentemente l’autrice desidera differenziare l’umiltà dalla modestia, attribuendo solo alla prima un significato positivo. Nei dizionari la differenza morale tra i due concetti non è così evidente: modestia e umiltà rimandano a idee analoghe e il loro contenuto è spesso sovrapponibile. Le persone che incarnano modestia e umiltà sono entrambe consapevoli delle proprie qualità e dei propri meriti, ma in genere sono discrete: rifuggono le lodi e non si esaltano. Sia nella letteratura sia nella filosofia i due termini sembrano pertanto intercambiabili. Susanna Tamaro evidenzia però una chiara connotazione morale: si riferisce pertanto all’umiltà come ad una modalità dell’essere della persona e alla modestia come ad una modalità dell’apparire. Quando cerco di capire qualcosa sulle emozioni e sui sentimenti che gli uomini manifestano pubblicamente, spesso mi rivolgo a quei filosofi che hanno analizzato la vita di corte e ne hanno svelato gli intrecci, mostrando le ambivalenze delle virtù e i vantaggi sociali che gli uomini possono ricavarne. Così il moralista francese La Bruyère (XVII sec.) nell’opera “I caratteri” scrive: «Certuni, appagati di sé, in una qualche azione o in qualche opera che è riuscita loro abbastanza bene, e avendo sentito dire che la modestia s’addice ai grandi uomini, osano essere modesti, contraffanno gli esseri semplici e naturali: simili a quegli individui di statura mediocre che si abbassano alle porte temendo di sbattere la testa». Sembra che la modestia esprima una sorta di «contraffazione» dell’umiltà: non autenticità, ma un’astuzia per ottenere un’alta considerazione sociale. La Bruyère ricorda che non può essere certo considerato né sobrio né moderato chi si astiene dal vino e consuma un solo pasto al giorno per mantenere la linea, così come non può essere ritenuto generoso chi aiuta un amico caduto in povertà solo per essere lasciato in pace. Questo significa, secondo l’autore, che «Il movente soltanto stabilisce il merito delle azioni degli uomini, e il disinteresse gli conferisce la perfezione». Ossia è l’intenzione a decretare il valore morale di un’azione. Per questo La Bruyère può affermare che «C’è una falsa modestia che è vanità». In che cosa consiste la vanità della modestia? Proprio nel suo essere “finta”, ossia nell’esibizione ricercata della semplicità, per controllare gli effetti che un certo comportamento ha sugli interlocutori. La modestia può essere considerata allora «una virtù esteriore che regola lo sguardo dell’individuo, l’andatura, le parole, il tono di voce, facendolo agire esteriormente con gli altri come se non fosse vero che per lui essi non contano nulla». La modestia così intesa è pertanto una contraffazione della genuinità, un’imitazione fasulla degli uomini «semplici e naturali» (umili). L’uomo che vuole apparire modesto, dunque, potrebbe non essere né autentico né vero, perché non cerca l’essere (la virtù), ma l’apparire (l’utile). Susanna Tamaro chiede invece alla nipote l’umiltà come costituzione intima, come modalità di stare al mondo. E la riflessione di La Bruyère è certamente valida: mentre la condotta dell’uomo calcolatore è finalizzata a raggiungere il massimo tornaconto individuale, quella dell’uomo costitutivamente umile, in virtù del «disinteresse», è considerata morale, perché rappresenta il modo più schietto di vivere di una persona. L'uomo che si concentrata sul proprio stile di vita è incurante dei benefici o degli svantaggi sociali che potrà ricavare dai propri comportamenti .
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 16 ottobre 2017

Il linguaggio e il pensiero


Caro professore,
Non so bene perché, ma quando una persona conosce più di una lingua essa tende a reagire in modo differente alle situazioni a seconda della cultura o del linguaggio che parla. È possibile che il solo pensare in una data lingua condizioni il pensiero all’interno della cultura e della società ad essa collegate?  L’ipotesi Sapir-Whorf avalla questa teoria. Qual è la sua opinione al riguardo? In che misura e fino a che punto la lingua può influenzare le azioni e la personalità di un soggetto? La prego di farmi conoscere il suo punto di vista. Grazie.
Heidi, 18 anni


Cara Heidi,
Per far comprendere a tutti i lettori il motivo di una domanda così complessa, devo raccontare qualcosa di te. Poiché tuo papà è americano e tua mamma svedese, parli abitualmente sia l’inglese sia lo svedese, e – per qualche ragione che mi sfugge – forse per motivi di amicizia o per il puro piacere di conoscere, hai imparato come prima lingua straniera il giapponese, che ora parli perfettamente, tanto che “chatti” in giapponese con le tue amiche sparse per il mondo. Ora ti trovi in Italia per una nuova esperienza e al Liceo di Cuneo dovrai studiare l’italiano e il francese. La domanda che hai posto è dunque legata al tuo vissuto e alla tua versatilità linguistica che ti permettono di cogliere questi problemi. La domanda è davvero bella ed è vero che i due linguisti e antropologi americani Edward Sapir e Benjamin Whorf  hanno proposto nel secolo scorso una importante teoria a questo proposito. Torniamo alla domanda: usare una grammatica diversa, quindi una struttura diversa, per descrivere una certa situazione, modifica il modo di comprendere quella situazione? La lingua (struttura linguistica) ha la possibilità di influenzare la visione del mondo? Il flusso del pensiero che si incunea in una intelaiatura linguistica piuttosto che in un’altra influenzerà la personalità, le convinzioni e le azioni di una persona? Il linguaggio si limita a narrare il pensiero, a trasportarlo, o strutturandolo lo altera producendo nuovi e inaspettati sensi? Beniamin Lee Whorf, ha scritto: «Il sistema linguistico di sfondo (in altre parole la grammatica) di ciascuna lingua non è soltanto uno strumento di riproduzione per esprimere idee; ma esso stesso dà forma alle idee, è il programma e la guida all'attività mentale dell'individuo, dell'analisi delle sue impressioni, della sintesi degli oggetti mentali di cui si occupa. La formulazione delle idee non è un processo indipendente, strettamente razionale nel vecchio senso, ma fa parte di una grammatica particolare e differisce, in misura maggiore o minore, in differenti grammatiche» (“Linguaggio, pensiero e realtà”, Boringhieri, Torino).  C’è stato un momento in cui questa teoria è stata alla base del relativismo culturale, ossia dell’idea che a ogni latitudine strutture linguistiche diverse potessero modellare i  pensieri in modo così differente, da rendere intraducibili e inconfrontabili i valori di diverse culture. O, come ricorda il sociologo francese Raymond Boudon, poiché «il pensiero è talmente dipendente dalla lingua […] le comunità parlanti lingue diverse non possono affatto comunicare fra di loro» (“Il senso dei valori”, Il Mulino).  È ancora valida oggi questa teoria?  Le tesi di Sapir-Whorf sono confutate dal neuroscienziato cognitivo americano Steven Pinker (“L'istinto del linguaggio”, Mondadori). Egli ritiene che l’identificazione del pensiero con il linguaggio sia «un’assurdità convenzionale». Riferisce ad esempio che tutti abbiamo fatto esperienza di pronunciare o di scrivere una frase, per poi renderci conto che non esprimeva esattamente quello che volevamo dire. Scrive l’autore: «E se abbiamo quell'impressione, ci deve essere qualcosa “che intendevamo dire” che è diverso da quanto abbiamo detto». Sembra, dunque, che sia il pensiero a condizionare il linguaggio e non viceversa. Ma Pinker ricorda anche che quando ascoltiamo una conferenza o leggiamo un libro di solito ricordiamo il succo e non le parole esatte. Egli si chiede allora che cosa sia questo “succo” che ovviamente non è l’insieme dei vocaboli. Se poi i pensieri dipendessero dalle parole sarebbe impossibile creare parole nuove. Esistono poi forme di pensiero non verbale: ricorderai che molti scienziati sono arrivati alla soluzione dei loro problemi per mezzo di rappresentazioni visive: James Watson e Francis Crick scoprirono la doppia elica del DNA grazie alle immagini. Potremmo pensare alla musica: un pensiero che non scorre nel linguaggio verbale ma crea strutture in cui manifestarsi. Ma anche gli scrittori non si lasciano ingabbiare dalla tradizione e infrangono le strutture linguistiche per creare nuove possibilità di espressione. Non è il linguaggio a determinare i valori o i pensieri. Le parole possono essere ambigue, i pensieri che riconoscono le ambivalenze no. Paolo Legrenzi ne “La mente” (Il Mulino) scrive:  «L'idea di base era che i processi cognitivi fossero influenzati dal linguaggio e dal contesto sociale. Si pensava, ad esempio, che persino i lessici dei colori influenzassero la percezione dei colori stessi. Ricerche accurate hanno dimostrato che questa ipotesi è infondata. Linguaggio, percezione, memoria e pensiero condividono meccanismi universali. In sostanza, dal punto di vista del funzionamento di base della mente umana, tutti gli uomini sono molto simili».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 2 ottobre 2017

È giusto essere tristi?

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Caro professore,
quando qualcuno mi chiede di parlare di me e di raccontare qualcosa che per me è importante non posso non parlare della mia infanzia e soprattutto del rapporto che ho sempre avuto con i miei compagni di classe. Dalle elementari fino alla fine delle medie mi sono sempre trovata male in classe. Non riuscivo ad ambientarmi e mi sentivo spesso “diversa”. Questo perché ero spesso lasciata da parte e criticata, insomma, come tanti altri ragazzi anch’io sono stata vittima di bullismo. Per questo non ho ricordi molto positivi dei miei primi anni di scuola, ma non è questo l'argomento di cui voglio parlare in questa lettera, anche perché ora ho trovato una classe fantastica e ho fatto molte amicizie. In questa lettera vorrei concentrarmi sull’argomento della tristezza. Avendo sofferto molto durante la mia infanzia, questo è un argomento che mi sta molto a cuore. Mi sono sempre chiesta: è giusto essere tristi? Mentre nel mondo ci sono milioni di persone che soffrono perché non hanno una casa, non hanno una famiglia o non hanno da mangiare, è giusto per una persona che invece è in salute con una famiglia e un tetto sulla testa essere triste? Abbiamo il diritto di sentirci demoralizzati quando c’è chi è in una situazione peggiore? C’è una tristezza più giusta di un’altra?
Giovanna, 16 anni


Cara Giovanna,
La tristezza è un’emozione di base. Sia che ci affidiamo al film Inside-out con i suoi cinque simpatici protagonisti (gioia, tristezza, paura, rabbia e disgusto) sia agli studiosi Paul Ekman  o Robert Plutchik. Le neuroscienze ci dicono che le emozioni attivano aree diverse del cervello e che ogni emozione ha uno schema caratteristico. Antonio Damasio, in modo più specifico, scrive che «la tristezza attiva costantemente la corteccia prefrontale ventromediale, l'ipotalamo e il tronco encefalico» (“Emozione e coscienza”). Da questo punto di vista non ha senso chiedersi se sia giusto essere tristi, perché la tristezza è una modalità fondamentale con cui il corpo risponde all’ambiente. Seneca aveva perfettamente compreso che «la natura umana non consente che l'animo di qualcuno sia immune dalla tristezza» (“Lettere a Lucilio”). E riteneva importante non cedere frequentemente o in modo eccessivo ad essa. Il filosofo affermava che tutti gli uomini sono toccati dalla tristezza, anche i saggi; ma la differenza tra i saggi e gli uomini comuni consiste nel fatto che i primi non si lasciano abbattere. Perché? Perché «non eliminano le passioni, ma le moderano», scrive il filosofo. E qui è il senso della tua domanda, che è più profonda. Tutti sappiamo che di fronte ad un evento più grave le piccole preoccupazioni spariscono. Per mitigare le passioni è necessario l’intervento della ragione. La ragione, per arginare l’eccesso, introduce la misura. La misura è data da un rapporto: il confronto con le sventure dell’altro dà proporzione alla nostra tristezza e circoscrive il nostro dolore. E ciò che sta dentro un limite può essere contenuto e non ha più la forza di eccedere e di esasperarci. Così la passione triste diventa consapevole e può essere attenuata. Ci sono diverse gradazioni di tristezza: quella che svanisce alla prima battuta simpatica, di fronte allo spirito allegro di un amico. Quella dissolta immediatamente dall’ascolto della musica, dall’attività sportiva, da quella artistica o da un incontro. Ma ci sono tristezze più grandi: di chi ha perso la casa o un famigliare, di chi è ammalato, di chi ha subito un inganno o una malvagità. E c’è una tristezza che si insinua come afflizione permanente e sopprime le altre emozioni indagata da medici, psicologi o psicoterapeuti. Una sorta di umore nero duraturo. La conoscevano bene gli antichi quando usavano i colori per distinguere le malattie e chiamavano “melanocroi” [di colore nero] quelli che avevano “umore nero”. Lo psichiatra Eugenio Borgna ne “Le parole che ci salvano”(Einaudi) riporta una riflessione del teologo Romano Guardini che ci permette tuttavia di cogliere un’altra dimensione della tristezza: «La tristezza è qualcosa di così doloroso, e ci sospinge così profondamente nelle radici della nostra umana esistenza, che non la si può lasciare in balìa degli psichiatri. Se noi discutiamo qui del suo senso, è perché essa non ha a che fare con una questione psicologica, o psicopatologica, ma con una questione spirituale. Noi pensiamo che si abbia a che fare con qualcosa che ci confronta con la profondità della nostra umanità». La tristezza è considerata una tonalità emotiva che rivela all’uomo la propria natura. Permettimi una battuta: come la seppia con il suo “umore nero” riesce a salvarsi e a sfuggire al predatore, così possiamo pensare che la nostra tristezza sia un modo con cui ci difendiamo dall’invasione del mondo, dal tentativo di essere oggetti per gli altri. Possiamo considerarla una forma di sottrazione dal caos della vita, dal tentativo di essere sempre immersi nel suo flusso, connessi agli altri e dipendenti dalle loro aspettative. La separazione non necessariamente è negativa. Aiuta a formare la propria autonomia, a comprendere ciò che vogliamo essere e cosa siamo disposti a sacrificare per questo. Allora sì, c’è una tristezza “giusta”: è quella che ci permette di vagare nei confini smisurati dell’anima dell’uomo e ci consente di salvaguardare il rapporto con la nostra vera natura.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 25 settembre 2017

Il nero per il bianco

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Caro professore,
La mia vita è sempre stata un po’ burrascosa, i miei genitori sono separati da quando sono nata e la mia infanzia l’ho passata tra litigi, questioni famigliari e anche tante delusioni da parte di persone dalle quali di solito non se ne aspettano. I genitori e la famiglia sono una parte fondamentale della vita, sono coloro che ci insegnano il bene e il male, l’amore e l’odio, ci insegnano a vivere, ma se una di queste figure manca, perché deceduta oppure perché si comporta come se non avesse figli, cosa può fare il figlio di questi per continuare a vivere nonostante la vita l’abbia ferito? Se ci si pensa con attenzione tutti noi abbiamo sofferto o stiamo soffrendo, perché la vita è anche questo; dolore, ma anche cose belle. Ecco, se una persona è stanca di aspettare “La quiete dopo la tempesta” perché la quiete non arriva, cosa si può fare da amica/o per aiutarla a sorridere, per dimostrarle che il sole torna sempre anche se non sembra. Io personalmente ho fiducia nella vita e nelle persone, anche se tendo ad auto proteggermi mostrandomi a poco a poco alle persone. Come si può far capire ad un’altra persona che la sua vita, per quanto nera possa sembrarle, in realtà rispetto a quella di altri è bianca, ovvero quasi perfetta? È questo un buon motivo per nascondere il proprio dolore perché sappiamo che c’è di peggio?
Emilia, 16 anni


Cara Emilia,
C’è un capitolo del libro “I sommersi e i salvati” di Primo Levi che si intitola “La vergogna”. Mi viene in mente perché Levi riflette su uno stereotipo che si ripete nelle aspettative e nell’immaginario delle persone dalla letteratura fino al cinema. Lo stereotipo consiste nel ritenere che dopo la tempesta giunga sempre la quiete. È in fondo la struttura con cui sono scritti i copioni dei film più diffusi. La trama racconta le traversie di un protagonista, ma alla fine tutto si risolve in positivo. Per dirla con Elie Wiesel, il finale diventa una “happy-end hollywoodiana” (“Giobbe o Dio nella tempesta”). Levi ricorda che, purtroppo, non sempre calma e serenità seguono la sciagura. Molte persone, dopo l’esperienza dei campi di sterminio e nonostante la liberazione dal tormento, non hanno più raggiunto la quiete. Il dolore fisico e quello morale si sono trasformati in vergogna per essersi salvati. Il dolore, come un fiume che non riesce a riversarsi nel mare, ha continuato a scavare nell'interiorità e la mancanza di uno sbocco ha generato altro male. Schopenhauer scriveva che se è vero che dopo una catena di momenti felici prima o poi arriva la sofferenza non è detto che dopo molto dolore giunga la gioia, perché il dolore può peggiorare e acutizzarsi. Per aiutare una persona a concentrarsi sugli aspetti positivi della propria esistenza ed essere soddisfatta, partirei da una storia. Quella di Nelson Mandela (1918-2013), premio Nobel per la pace e presidente del Sudafrica. Nel libro “Lungo cammino verso la libertà” egli rivela vari momenti della sua intensa attività politica. Devi sapere che è stato in carcere per 27 anni. Tale permanenza, che ha qualcosa di disumano, gli ha sottratto una parte consistente della vita. All’inizio della sua detenzione nell’isola di Robben Island, nel Sudafrica, Mandela chiese alla direzione del carcere di poter coltivare un orto. Per molti anni la richiesta gli venne rifiutata senza alcuna spiegazione, ma poi gli diedero un pezzo di terra vicino alla recinzione. Scrive Mandela: «Piantare un seme, vederlo crescere e raccoglierne i frutti era una cosa che dava una soddisfazione semplice ma durevole. La sensazione di essere il custode di quel piccolo pezzo di terra mi dava un lieve sentore di libertà». Considerando quell’attività una metafora della vita, egli ritiene che ognuno debba «curare il suo orto, piantare semi, coltivarli e raccoglierne i frutti, e come un contadino deve avere la responsabilità di ciò che coltiva». Io direi alla tua amica: immagina che la vita sia un orto che ti è stato affidato: dividilo in parti e in ogni piccola area semina qualcosa. Coltiva i sentimenti che ti rendono umana, segui una passione, alimenta i tuoi interessi, collabora con i compagni e coinvolgili nelle tue esperienze, lasciati affascinare dalla natura e dalle persone, commuoviti per il bello, partecipa alla creazione di qualche progetto, applicati nel tuo studio. Prenditi cura ogni giorno del tuo terreno e non scoraggiarti per la fatica. Passeranno i mesi e gli anni e anche tu raccoglierai i frutti nei vari settori a cui ti sei dedicata e altri risultati giungeranno in modo spontaneo e abbondante. Mandela insegna che bisogna lavorare per ottenere «una soddisfazione semplice ma durevole» e che occorre sentirsi «custodi» di ciò che ci è affidato. C’è una felicità che deriva dalla dedizione al proprio lavoro e alla tutela della sua lenta crescita. Sentirsi custodi significa prendersi cura della propria vita e di una parte di quel grande orto che è il mondo. Attraverso la perseveranza ci si emancipa da un passato scomodo e si sperimenta la libertà. Le azioni acquistano un senso, e quando la vita progredisce si è felici. Non nella forma dell’eccitazione momentanea, ma in quella, più stabile, della gioia per aver contribuito alla crescita di sé, anche quando si pensa – a torto o a ragione – di essere stati confinati in qualche piccola cella del mondo.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 18 settembre 2017

La saggezza

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Caro professore,
A che età si diventa saggi?
Federico Tommaso, 3H

Caro Federico Tommaso,
Sono contento che tu ambisca alla saggezza e non solo a incrementare le tue competenze ora che hai iniziato un nuovo anno scolastico. È un’aspirazione alta. Significa che riconosci che la saggezza vale più delle abilità conseguite in uno specifico settore lavorativo. Il saggio, direbbero gli antichi, è colui che ha senno: che giudica con oculatezza dopo aver ponderato bene una causa, che ascolta con attenzione senza trascurare i particolari, che valuta con prudenza calcolando le conseguenze delle proprie azioni, che rispetta l’altro e sa discernere in una matassa intricata la soluzione più ragionevole. Non giudica quindi in modo viscerale, ma presta ascolto alla complessità della vita. Poiché il saggio si sa muovere a suo agio nelle difficoltà e non si lascia sopraffare dagli eventi, sa essere felice. Gli uomini aspirano dunque alla saggezza perché sanno che da essa discende una vita buona. C’è un’età per diventare saggi? Un tempo il saggio era considerato l’anziano, perché attraverso l’esperienza aveva affinato la capacità di discernere. Ma la saggezza non appartiene necessariamente ad una età precisa. Ascoltando le parole essenziali dei bambini, riconosciamo la verità del loro discorso; dialogando con i ragazzi scopriamo che spesso hanno paradigmi interpretativi e emotivi meno rigidi di quelli degli adulti. William Shakespeare nella tragedia “Timone di Atene” mette in bocca ad un soldato questa descrizione del suo generale: «Giovane d'anni, ma vecchio di senno». Capacità di discernimento e ragionevolezza devono necessariamente appartenere ad un giovane chiamato a guidare altri giovani in battaglia. Non di rado incontriamo persone «giovani d’anni» che definiamo mature o viceversa adulti dissennati e farneticanti. Spesso, tuttavia, sono gli adulti o gli anziani ad essere saggi, perché solo chi conosce le contraddizioni e le ambivalenze che abitano in ogni uomo può dare giusto peso ai vari problemi. La nostra tradizione occidentale, che è formata dalla cultura greca e da quella cristiana, ci ha fornito due idee di saggezza. La tradizione greca ha affidato la ricerca della saggezza alla filosofia. Epicuro (IV sec. a. C.) diceva che nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per chiedere di diventare saggio e riferisce che l’anziano, possedendo i beni in modo saldo nella sua memoria, ha un vantaggio sul giovane: è più felice. Scrive Epicuro: «Non il giovane è felice, ma il vecchio che ha vissuto bene; il giovane infatti, nel fiore dell'età, è spesso, per la sua mutevolezza di opinioni, facile bersaglio della sorte, mentre il vecchio è approdato alla sua vecchiaia come ad un porto, e quei beni che prima aveva sperato dubbiosamente li possiede ora racchiusi nella sicura gioia del ricordo» (“Sentenze vaticane”, 17). La tradizione cristiana offre una nuova idea di saggezza, che non si fonda solo sull’autonomia della ragione, ma ha bisogno del divino. Negli Opuscoli teologico-spirituali Tommaso d’Aquino (XIII sec.) ricorda che uno dei doni dello Spirito Santo è “la scienza”. Quest’ultima deve essere intesa come la sapienza che insegna a vivere bene. L’azione dello Spirito Santo, spiega Tommaso, non solo «rende l'uomo riverente e affezionato nei confronti di Dio, ma lo fa diventare saggio». È la saggezza che il re Davide ha chiesto a Dio. È la saggezza del re Salomone. Per il Cristianesimo saggio è dunque l’uomo che non si considera autosufficiente e che non si affida esclusivamente alla propria ragione ma rimane aperto alla voce di Dio. Bene: ma come si riconosce la saggezza? Nel 1859 il filosofo inglese John Stuart Mill nel Saggio sulla libertà, ha proposto questa soluzione: «Consideriamo una persona il cui giudizio sia veramente degno di fiducia: come lo è diventato? Perché si è mantenuto aperto alle critiche riguardanti le sue opinioni e  la sua condotta. Perché si è imposto come prassi costante di ascoltare tutto ciò che potesse venire detto contro di lui; di metterne a profitto quanto fosse giusto, e di chiarire, a se stesso  e se necessario ad altri, l'erroneità di quanto fosse erroneo. Perché ha intuito che il solo  modo in cui un uomo può in una certa misura avvicinarsi alla conoscenza complessiva di un argomento è ascoltando ciò che ne dicono persone di ogni opinione, e studiando tutte le  modalità secondo cui può essere considerato da ogni punto di vista». Per diventare saggi bisogna «imporsi come prassi costante» l’ascolto dell’altro. Senza comprendere le ragioni degli altri, senza entrare in empatia con i nostri simili, si corre il rischio di diventare sostenitori faziosi di un’idea o di un’altra. L’equilibrio non si raggiunge una volta per sempre; va cercato anche quando si è sottoposti a forze contrastanti e implica pertanto un continuo assestamento della propria interpretazione e del proprio giudizio. Diventare saggi, allora, non è un traguardo a cui si perviene in un anno stabilito. È il compito di una vita intera.
Un caro saluto,

Alberto