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Cor-rispondenze

lunedì 16 aprile 2018

Il senso del dolore


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Caro professore,
il dolore è ovunque in questo mondo, ed è da sempre che l'uomo si ingegna per non sentirlo o per evitare di arrivare al punto di percepirlo. A volte il dolore è utile in quanto ci ricorda i nostri limiti e, in un certo senso, ci tiene in vita perché ci insegna ad esempio che è meglio non buttarsi tra le fiamme. A volte però non riesco a trovare un senso ad esso: il dolore fisico di malattie, soprusi, guerre, ma anche quello mentale ed emotivo come può essere la perdita di una persona cara o quello provocato dagli insulti. Tutto questo porta a chiedermi se non vivremmo meglio senza dolore, ma a questa domanda credo di saper rispondere: vivremmo meglio senza ciò che provoca dolore. Allora, che senso ha tutto questo dolore?
Roberta, 3h


Cara Roberta,

Forse dovremmo cominciare a pensare la vita non in funzione dell’uomo e dei suoi bisogni, ma al contrario l’uomo come parte del movimento della vita. Il più radicale dei dolori è la consapevolezza che la vita svanisce. Perché contiene in sé la sua transitorietà, dicevano gli antichi filosofi; la sua “impermanenza”, ripetono le religioni, soprattutto quelle orientali che segnalano nelle varie forme di attaccamento l’origine dei tormenti. La precarietà della vita e il suo dileguare sono da sempre fonte di angoscia. E già questo è male, un male abissale in quanto non può essere rimosso. Più del dolore fisico, che secondo Epicuro se è breve è sopportabile e se è straziante non può essere illimitato, perché conduce alla morte; più della sofferenza spirituale, che trova il proprio lenimento nei pensieri che possono mostrare gli eventi sotto una luce diversa, perché la forza delle parole è in grado di mitigare i turbamenti dell’anima. È lo stesso Eschilo a considerare il dolore un «errore della mente». La natura fa il suo corso ed è estranea alle aspettative umane e ostinarsi a pensare che il male sia eliminabile è un errore di valutazione o di prospettiva. Il dolore c’è: calamità naturali, tragedie personali, ingiustizie sociali sono delle sventure evidenti. E se ci spostiamo di qualche grado di latitudine, uscendo dalla nostra società funzionale e confortevole o se osserviamo la storia non abbiamo dubbi sulla dimensione del dolore eccessivo che non solo gli uomini, ma tutte le specie hanno dovuto (e devono) patire. Non è un caso che nella bella preghiera cristiana del “Salve Regina” si qualifichi il mondo come una «valle di lacrime». François-René de Chateaubriand, all’inizio dell’Ottocento, difendendo la bellezza del Cristianesimo nell’opera “Genio del Cristianesimo”, scrive infatti che «Il cristiano si vede sempre nelle vesti di un viaggiatore che passa quaggiù in una valle di lacrime e che trova riposo soltanto nella tomba. Il mondo non è l'oggetto dei suoi desideri, perché il cristiano sa che l'uomo vive pochi giorni, e sa che quell'oggetto presto gli sfuggirebbe». Nessuno, dunque, ha dubbi sui mali di questo mondo. Ma se usiamo una categoria cara alla filosofia, potremmo dire che la natura è “al di là del bene e del male”, ossia non ha un’intenzionalità positiva o negativa nei confronti dell’uomo, non premedita gli eventi, è inconsapevole di ciò che accade, indifferente al benessere del singolo individuo come a quello di un popolo; è imperturbabile alle gioie e alle sofferenze degli uomini, estranea ai loro scopi. Per la natura è irrilevante cosa accade agli esseri senzienti, perché essa non ha possibilità di sentire né di volere. Parafrasando Kant potremmo definire il suo movimento una sorta di “estraneità senza intenzione”. Chiediamo allora il senso del dolore per pura incomprensione del meccanismo che può generare danno agli individui. La dimensione della natura rimane pertanto extramorale, in quanto le categorie della morale ad essa non possono essere applicate. Però il male esiste, come offesa per la vita delle varie specie. A partire da questa fredda estraneità del mondo fisico, che fa implodere il nostro bisogno di senso, possiamo tuttavia ricavare sia una definizione di male sia un rimedio ad esso: il male è indifferenza verso la sofferenza. Se il danno che si patisce deriva dall’imperturbabilità della natura nei confronti di tutte le specie viventi, allora si può pensare di correggere la fonte del dolore. L’uomo ha il dovere di intervenire sulla natura riducendo lo svantaggio che essa può procurare: la ricerca scientifica e la tecnologia servono soprattutto a mitigare i danni che non solo gli uomini, ma anche tutte le specie possono subire. Se la forza annientatrice dell’universo non si può certo sensibilizzare, si può tuttavia limitare e in parte arginare. Se il male è invece il prodotto dell’azione dell’uomo, allora è necessario rimuovere l’indifferenza per imparare a sentire l’altro e la sua pena. Da una parte la potenza della natura va ridimensionata, dall’altra l’apatia dell’uomo va sradicata. Il senso non sta nel dolore, ma nell’attività umana, che è in grado di contenere l’indifferenza della natura e accrescere la propria sensibilità all’altro e al sistema di relazioni in cui è inserito.
Un caro saluto,
Alberto

domenica 11 marzo 2018

È giusto dimenticare?


Caro professore,
Ho trovato ieri pomeriggio una scatola da scarpe, molto vecchia. Aprendola ho trovato dentro un sacco di cose: giocattoli, una foto e perfino un libro per bambini. Era la scatola dei ricordi che io e la mia migliore amica avevamo fatto dieci anni fa (più o meno), il giorno prima che si trasferisse. Mi ero dimenticata di quella scatola, e rivedendo quei pezzetti di passato mi sono messa come al solito a pensare e ripensare, e mi sono chiesta se è giusto dimenticare così una cosa che è stata importante per noi, e se allo stesso modo sia giusto aggrapparsi quasi morbosamente ai ricordi. Per esempio, perché si tiene un diario? Io penso che non si voglia dimenticare veramente mai nulla, perché tutti i fatti accidentali, le cose brutte come quelle belle ci hanno in qualche modo plasmato, cambiato: ed è giusto dimenticare? La mente umana è costruita come un setaccio, le cose che riescono a infilarsi tra le maglie e a passare cadono nell'oblio, che può essere temporaneo o eterno, ma è dimenticanza vera, spontanea. È giusto aggrapparsi a qualcosa che per natura sarebbe destinato a passare? È bello sapere di avere un passato, ma a volte non sarebbe meglio dimenticare e basta?
Teresa, 17  anni


Cara Teresa,
L'animale, secondo Nietzsche, vive in modo non storico, perché la sua esistenza si risolve nel presente. L'uomo invece vive sotto il peso del passato, che talvolta ostacola i suoi progetti. Il filosofo parla pertanto del passato come di un fardello che l’umanità porta sulle spalle. Egli è convinto che un «eccesso di storia» impedisca all’uomo di vivere autenticamente e lo costringa ad aggirarsi nel mondo come un estraneo. Poiché ciascuno ha il dovere di inventare il proprio percorso, è quindi opportuno scordare parte del passato, anche se può essere doloroso separarsi dai propri ricordi e dalla propria storia. A volte dimenticare non ci sembra affatto giusto; perdere la memoria di ciò che un tempo è stato significativo ci appare irragionevole e immorale. Ma, dice il filosofo: “Ci vuole molta forza per poter vivere e per dimenticare, in quanto vivere ed essere ingiusti sono una cosa sola”. Sono una cosa sola, perché per poter agire occorre lasciare fluire – anche temporaneamente – ciò che è accaduto. Siamo il risultato delle generazioni precedenti, delle loro passioni e dei loro errori, e certamente non possiamo affrancarci completamente dalla «catena» di ciò che ci ha generato, perché anche se non ne siamo del tutto consapevoli essa trasfonde ancora linfa alla nostra esperienza. Ma per vivere occorre creatività, forza, incoscienza, e ognuno di noi avverte la necessità di lasciare spazio agli eventi futuri. Il filosofo scrive che c’è dunque: “un diritto delle cose che devono venire”, ossia un’apertura del futuro che non dobbiamo ostacolare. A volte, come dici tu, avvertiamo la dimenticanza come un dispiacere, un danno, però se rimaniamo troppo legati a ciò che è accaduto non possiamo crescere. “Chi non sa mettersi a sedere sulla soglia dell'attimo – scrive l’autore, dimenticando tutte le cose passate, chi non è capace di star ritto su un punto senza vertigini e paura come una dea della vittoria, non saprà mai che cosa sia la felicità, e ancor peggio, non farà mai alcunché che renda felici gli altri” (“Sull'utilità e il danno della storia per la vita”). Se “per ogni agire ci vuole oblio”, c’è anche chi ha fatto della memoria un’esigenza irrinunciabile. Elie Wiesel (1928), il grande scrittore rumeno ebraico sopravvissuto all’Olocausto e premio Nobel per la pace, all’inizio del libro “L’oblio” (Garzanti, 2007) ha inserito la preghiera di Elhanan, un padre anziano che ripete a Dio “fonte di ogni memoria”, che “dimenticare è abbandonare, dimenticare è ripudiare”. Egli chiede a Dio di non dimenticare i suoi figli, ma anche di non dimenticare ciò che è accaduto al suo popolo. La preghiera è molto bella; te ne ripropongo una piccola parte: “Dio di Auschwitz, comprendi che devo ricordarmi di Auschwitz. E che devo ricordarTelo. Dio di Treblinka, fa' che l'evocazione di questo nome continui a farmi tremare. Dio di Belzec, lascia ch'io pianga sulle vittime di Belzec. Tu che condividi la nostra sofferenza, Tu che partecipi alla nostra attesa, non mi allontanare da coloro che Ti hanno invitato nel loro cuore e nella loro dimora. Tu che prevedi l'avvenire degli uomini, aiutami a non staccarmi dal mio passato”. […] “Sappi, Dio, che non voglio dimenticarTi. Non voglio dimenticare nulla. Né i morti né i vivi. Né le voci né i silenzi. Non voglio dimenticare i momenti di plenitudine che hanno arricchito la mia esistenza, né le ore di miseria che mi hanno gettato nella disperazione. Anche se Tu mi dimentichi, Dio, io rifiuto di dimenticarTi”. Malkiel Rosenbaum, l’ebreo protagonista del libro, ad un certo punto si innamora di una tedesca. È un fatto certamente particolare, una situazione problematica già in partenza. Un giorno i due si trovano a Berlino. Malkiel, ripensando a suo padre, diventa malinconico. Lei se ne accorge e gli dice: “È perché non voglio dimenticare nulla che ti amo; ed è perché tu devi ricordarti di tutto che non puoi amarmi”. È curioso: l’eccesso di memoria può condurre a risultati opposti: al vicolo cieco della negazione dell’amore o al fiorire della vita e al potenziamento della capacità di amare.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 26 febbraio 2018

Di fronte alla malattia


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Caro professore,
La mia famiglia, circa un anno e mezzo fa, ha dovuto affrontare un grave problema. Mia mamma in seguito ad un’operazione si è ritrovata di fronte ad una delle più gravi malattie del nostro secolo: il cancro. Al contrario di quanto fa la maggior parte della gente, mia mamma invece di abbattersi e di piangere su se stessa ha tirato fuori una grande (apparente, dal mio punto di vista) serenità; forza, coraggio e voglia di vivere. Grazie a ciò abbiamo passato tre operazioni e mesi e mesi di chemioterapia in maniera assolutamente normale. La domanda che mi pongo adesso è: perché voglio portare all'esame un tema così profondo e difficile e quindi ricordare questo momento da dimenticare anziché lasciare tutto alle spalle? La ringrazio.
Elisabetta, 19 anni


Cara Elisabetta,
Quando all’avvio dell’anno scolastico mi hai parlato del tuo desiderio di fare una tesina sui tumori e mi hai mostrato il libro di Umberto Veronesi (“L’uomo con il camice bianco”, Rizzoli 2009) che tenevi tra le mani, conoscendo l’esperienza sconvolgente che stavi attraversando ho cercato di dissuaderti dalla scelta della tematica e di orientarti su una materia diversa, che potesse anche per poco allontanare i tuoi pensieri da un vissuto così amaro. Pensavo che una temporanea rimozione fosse un rimedio al dolore. Ma tu hai deciso di affrontare la malattia, e l’unico modo efficace di far fronte ad essa è stato quello di guardarla negli occhi, di comprenderne le modalità di insorgenza e l’evoluzione. La conoscenza in fondo diminuisce l’angoscia, perché riduce la brutalità di ciò che emerge inaspettato. Se l’imprevisto diventa in qualche modo pre-vedibile, ossia visibile anticipatamente, è possibile mettere in atto contromisure adeguate sia nei pensieri sia nelle azioni. All’inizio pensavo che un’eccessiva prossimità alla sofferenza fosse una conseguenza della debolezza psicofisica in cui ci veniamo a trovare quando siamo colpiti dall’angoscia, ma dimenticavo che avvicinarsi ad essa può significare esattamente l’opposto: avere sviluppato una forza di reazione per difendere la vita e la sua qualità. Credo che il tuo atteggiamento sia dunque profondamente maturo e saggio, almeno per due ragioni: perché conoscere è un modo per misurarsi con il male e per ostacolarlo, e perché conoscere è spesso la premessa per amare. Solo chi comprende il male che lo affligge è in grado di affrontarlo in modo razionale e di opporsi ad esso; e solo chi ha dimestichezza con una nuova condizione della vita può camminare accanto all’ammalato. Interessarsi al problema è segno di amore, perché nell’attenzione e nella premura si dimostra l’attaccamento alla persona e ci si unisce ad essa per combattere il male. La tua scelta, dunque, è estremamente coraggiosa. Il filosofo italiano Salvatore Natoli mi ha ricordato che il coraggio è una sofferenza che si coniuga con una forza e che spesso amore e dolore oscillano uno nell’altro. Così scrive l’autore: “Il coraggio somiglia alla malattia d'amore, come follia dolce e dolorosa: ad ogni modo, è una sofferenza che si coniuga con la forza.”[…] “molte volte amore e dolore trapassano l'uno nell'altro: in fondo, si regge nel dolore perché c'è profondo amore, e si soffre nell'amore perché si è esposti alla perdita e così al dolore”. E qual è la virtù che si sviluppa nel dolore? Natoli scrive che “la virtù consiste nel commisurarsi alla necessità e nel tenervi testa”. […] Tener testa al dolore è virtù, poiché saper soffrire equivale alla medietà tra disperazione e illusione. Né perire con il proprio male, né rimuoverlo fino al punto da lasciarsi ingannare: nell'un caso e nell'altro si ha a che fare con un perdersi, poiché si abdica alla propria identità. La preparazione consente dunque di avvicinarsi al male. Per reggerlo bisogna però aver guadagnato una “consuetudine positiva con esso”, una sorta di prossimità: per questo conoscenza e amore sono gli strumenti adeguati per non avvilirsi e per vivere pienamente. Aristotele diceva che il coraggio è la via giusta tra i due estremi: la temerarietà e la viltà. “Chi fugge e teme ogni cosa e nulla affronta diviene timido, chi invece non teme proprio nulla, ma va contro ogni cosa diviene temerario”. Il temerario è l’incosciente, il dissennato, colui che mette a rischio inutilmente la propria vita; il vile è colui che rinuncia e poiché è pauroso di tutto è codardo e debole. Ma l’eccesso e il difetto rovinano le persone, la virtù invece rappresenta il giusto rapporto che si dovrebbe instaurare con gli eventi: così il coraggio e la forza d’animo diventano strumenti indispensabili per affrontare le difficoltà. Infatti, scrive Aristotele, “abituandoci a disprezzare i pericoli e ad affrontarli, diventiamo coraggiosi, e soprattutto quando siamo divenuti tali siamo in grado di sopportare i pericoli.” La tua audacia consiste nel voler affrontare il male, pur consapevole che è rischioso addentrarsi nei meandri della sofferenza e della malattia. Ma l’abitudine ad esaminare gli ostacoli rende risoluti e in grado di sovrastare i timori. La persona impulsiva non è coraggiosa e neppure è coraggioso chi fugge. Coraggioso è chi ha la forza di sostenere la vita, perché, come dice il filosofo: “l’ardire è proprio di chi ha speranza” (“Etica nicomachea”). E dietro quella speranza c’è tutto il tuo amore.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 12 febbraio 2018

Patriottismo o nostalgia?

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Caro professore,
spesso, durante la mia vita ho sentito, come altre persone, il desiderio di ritornare, almeno per qualche ora nel luogo, nel paese in cui sono nato. Lo so, questa domanda può sembrare strana, ma che cos’è il patriottismo? Perché quando ci allontaniamo dal luogo in cui viviamo o in cui siamo nati avvertiamo sempre un sentimento, o meglio una voglia, di ritornare? Cosa ci spinge a farlo, c’è forse una forza nel nostro cuore che, come l’amore, ci spinge a fare determinate cose? Perché siamo così legati ad un luogo fisico a tal punto da difenderlo, desiderarlo ed amarlo?
Benoit, 3H


Caro Benoit,
Il patriottismo richiama da una parte la patria (il luogo dei nostri antenati e in cui siamo nati e della comunità che ci ha plasmato) e un patriota (il soggetto che prova un forte legame con un certo territorio). C’è dunque un rapporto: tra un soggetto e un luogo, un legame che anche a distanza di chilometri non si esaurisce. È curioso che tu abbia evocato il patriottismo, un sentimento maggiormente presente in altri tempi. Un amore per il luogo natìo che ricorda – per noi italiani – i sentimenti di lealtà e le azioni degli uomini del Risorgimento che si sono spesi con gli scritti e con la vita per un’idea di unificazione; o, dopo la seconda guerra mondiale, la passione che ha dato vita alla resistenza contro l’esercito tedesco che occupava il territorio. Non so se il sentimento che avverti sia patriottico o nostalgico (patriotique ou nostalgique), ma è vero che quando l’attaccamento è molto forte si è persino disposti a difendere il proprio paese d’origine, come per un senso di lealtà verso ciò che è patrio, come per un senso di fedeltà al padre. Forse vivi in un luogo che non senti ancora tuo: la tua patria originaria è la Francia, che in fondo non è lontana dal Piemonte, regione in cui vivi, ma questo non importa, perché anche chi si trasferisce all’interno di uno stesso Stato può avvertire un’analoga forma di straniamento che lo porta a sentirsi “confuso”. Ai direttori degli alberghi capita frequentemente questa singolare esperienza: dovendo aiutare i clienti che si rivolgono alla reception in cerca di orientamento, essi devono rassicurarli sul paese o sulla città in cui si trovano in un certo momento. L’instabilità fisica turba le persone e le fa sentire smarrite. Ci vuole tempo per creare dei legami: questa regola, che vale per le amicizie, vale anche per i luoghi. Il paese natìo rassicura, perché abbiamo la certezza che là riusciremo a raccapezzarci in ogni momento e che non perderemo i nostri riferimenti. Per questo proviamo nostalgia per un certo luogo. La parola nostalgia è tuttavia una parola relativamente recente. In un bel libro, “Nostalgia. Storia di un sentimento” (Raffaello Cortina Editore, 1992), Antonio Prete narra di un giovane studente di medicina, Johannes Hofer, che in una Dissertazione presentata all'Università di Basilea nel 1688, combinando le voci della lingua greca “nóstos” (ritorno) e “álgos” (dolore), creò il termine di questa nuova patologia: la nostalgia. Questa particolare condizione era stata catalogata tra le malattie fisiche ed era considerata persino mortale. Jean Jacques Rousseau in una lettera del 1763 scrive: «C'è in Svizzera una celebre aria popolare di montagna (ranz-des-vaches) che i pastori suonano con i loro corni facendo risuonare tutt’intorno le montagne. Questo motivo, che in sé è poca cosa, ma che fa venire in mente agli svizzeri mille pensieri relativi al paese natio, fa versare fiumi di lacrime quando lo si ascolta in terra straniera. Ha fatto morir di dolore così tanti che per ordinanza del Re è stato proibito tra le truppe svizzere». E il medico Philip Pinel nell’Encyclopédie Métodique Médecine riferisce che gli ufficiali erano costretti a congedare coloro che erano affetti da questa malattia, per evitare che il contagio si diffondesse tra i militari: «ogni soldato che si è gravemente colpito deve essere congedato prima che uno dei suoi organi sia irrimediabilmente leso». Se in passato la nostalgia segnalava persino una malattia fisica, oggi rappresenta un insieme di sentimenti che sono analizzati a fondo dalla sociologia alla letteratura. Il sociologo tedesco Hartmut Rosa (“Accelerazione e alienazione”, Einaudi 2015), esaminando le forme di alienazione del nostro tempo ha introdotto il concetto di «alienazione dallo spazio», che si connette proprio al rapporto tra “soggetto e territorio” a cui facevamo riferimento all’inizio. Poiché gli uomini percepiscono se stessi come «spazialmente collocati» hanno bisogno di creare un’intimità non solo con le persone, ma anche con i luoghi. Per stare bene occorre pertanto prendere confidenza sia con i nuovi conoscenti sia con il nuovo territorio. Anche un paese nuovo può diventare gradualmente parte di noi e ci può offrire quel calore necessario che ci fa sentire accolti e ci orienta.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 5 febbraio 2018

La religione unisce o separa?

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Caro professore,
In seguito a quello che sta succedendo in questo periodo nel mondo, un argomento su cui sorge spontaneo riflettere è la religione. La religione unisce o separa? Non è facile capirlo. Ho molti amici che frequentano oratori e parrocchie, che quindi vengono a contatto e hanno la possibilità di legare nel contesto della Chiesa. Personalmente, non vado molto spesso a messa e non sono legato a tale ambiente. Tuttavia, questo non fa di me un non credente. Anch’io ho modo di pregare sebbene non frequenti molto la parrocchia. La Giornata Mondiale della Gioventù a Cracovia in Polonia ha riunito tantissimi ragazzi in quella che è stata una grande festa nel nome di Cristo: pregare, divertirsi e socializzare. Un’occasione del genere ha certamente avuto come conseguenza quella di avvicinare tra loro i cattolici, appunto “unire”. Grazie a questi punti di ritrovo, si crea vicinanza ed aggregazione, però solo tra persone appartenenti allo stesso credo. Le religioni differenti sono invece spesso fonte di allontanamento e contrasto tra le persone: al giorno d’oggi vediamo come i più radicati ed estremisti della religione musulmana si siano uniti nella causa contro i cristiani, provocando (purtroppo sempre più frequentemente) attentati nelle principali città europee o vere e proprie guerre civili in Medio Oriente. Si ripropone quindi la domanda iniziale: come sarebbe il mondo se non ci fossero religioni? I popoli sarebbero forse più uniti?
Andrea, 5h


Caro Andrea,
Chiedersi quanto le religioni uniscano o dividano, in mancanza di studi risolutivi, può sollecitare i sostenitori di una fazione o dell’altra. Le religioni hanno dimostrato sia di unire sia di dividere. Storici e filosofi hanno spesso sottolineato come le vicende più cruente dei rapporti tra gli uomini siano state esasperate anche dalle tensioni religiose. Nella storia dell’Occidente conosciamo bene le guerre di religione: forse le più note sono, a partire dalla Riforma protestante, quelle che sono avvenute in Francia nel XVI secolo e la guerra dei Trent’anni in Europa (1618-1648). Se questa eredità è dolorosamente presente, è altrettanto vero che la religione può unire; in nome della fede, infatti, moltissime persone si sono dedicate e si dedicano al prossimo a tutti i livelli: dall’educazione alla cura dei malati, dalla tutela dei diritti alla salvaguardia della dignità umana. Lo scrittore marocchino Tahar Ben Jelloun, spiegando alla figlia di dieci anni alcune questioni sul razzismo, fa confluire nei suoi ragionamenti anche l’argomento religioso delle guerre di religione. Seguiamo il suo percorso: «Ma, babbo, un giorno mi hai detto che il Corano è contro il razzismo.» «Sì, il Corano, come il Vangelo e la Thorà. Tutti i libri sacri sono contro il razzismo. Il Corano dice che gli uomini sono tutti uguali davanti a Dio e sono differenti secondo l'intensità della loro fede. Nella Thorà si dice: "...se uno straniero viene a stare con te, non recargli molestia, sarà per te come uno dei tuoi compatrioti... e tu l'amerai come te stesso"; la Bibbia insiste sul rispetto del prossimo, cioè di qualsiasi altro essere umano, sia esso il tuo vicino, tuo fratello o uno straniero. Nel Nuovo Testamento è detto: "Vi ordino di amarvi l'un l'altro". Tutte le religioni predicano la pace tra gli uomini» (“Il razzismo spiegato a mia figlia”, Bompiani 2010). Ora, sembra che in ogni religione ci siano abbondanti riferimenti alla pace. Forse la questione della violenza deve essere indagata ad un livello più profondo e non può essere ridotta esclusivamente all’intolleranza religiosa. Persino Richard Dawkins, un etologo fortemente critico nei confronti della religione, sa bene questo e scrive: «Non nego che la forte tendenza dell’umanità a essere fedele al proprio gruppo e ostile ai gruppi esterni esisterebbe anche senza la religione». Uno specialista come Steven Pinker, professore di psicologia all'Università di Harvard, in un complesso studio sulla violenza (“Il declino della violenza”, Mondadori 2013) afferma che genocidi e guerre sono esistiti anche indipendentemente dalle religioni. Facendo riferimento agli studi sui massacri avvenuti nella storia, egli ricorda che gli studiosi Frank Chalk e Kurt Jonassohn hanno dichiarato nella loro “Storia e sociologia del genocidio” che: «Il genocidio è stato praticato in tutte le regioni del mondo e in tutti i periodi della storia». Anche il professore di Scienze politiche Rudolph Joseph Rummel, noto per i suoi studi sulle violenze di massa e per aver coniato il termine “democidio”, è arrivato alla seguente conclusione: «che imperatori, re, sultani, khan, presidenti, governatori, generali e simili altri capi abbiano commesso omicidio di massa contro i loro stessi sudditi e cittadini o contro coloro che erano sotto il loro controllo o protezione, fa parte (e in modo molto rilevante) della nostra storia». La tendenza alla violenza ha dunque molte ragioni: spesso chi ha potere uccide per eliminare una minaccia reale o percepita, per diffondere il terrore tra i nemici, per acquisire ricchezze economiche o per imporre la propria ideologia. La fede - ossia la fiducia dell’uomo nella trascendenza – in sé non è pericolosa, sono piuttosto gli uomini esaltati ad esserlo perché, mascherando il loro desiderio di potere e strumentalizzando la fede, si riducono a compiere azioni rovinose per la collettività.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 29 gennaio 2018

La strada è il perdono

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Caro professore,
Se rimanessimo fermi a guardare i torti subiti, i nostri cuori sarebbero troppo occupati a piangere per il male ricevuto o a cercare di rendersi giustizia facendo valere le proprie ragioni o pensando a come vendicarsi. La strada per poter andare avanti, però, come ci insegnano le religioni, è il perdono. Ma perdonare significa dimenticare quello che è accaduto e ricominciare da capo, con il rischio di nuove ferite? O significa prendere atto di quello che è successo e cercare una riconciliazione? Se così fosse, però, il rapporto non sarebbe forse rovinato dal ricordo di quello sbaglio? Le energie impiegate, infatti, sarebbero meno, poiché anche la fiducia è venuta meno. Inoltre mi chiedo: il perdono nasce solo a seguito di uno “scusa” sincero, oppure è indipendente dal riconoscimento da parte dell’altro del proprio sbaglio?
Annalisa, 4H


Cara Annalisa,
«Il tempo del male si estende dal presente al passato, e dal presente al futuro», dice il grande psichiatra Eugenio Borgna. Se gli uomini si fermassero a soppesare i torti subìti, la vita sarebbe imbrigliata da continui regolamenti di conti e i pensieri dominati dalla frustrazione e dal dolore. Per condurre una vita buona bisogna quindi saper fare un passo in avanti. Nella storia ci sono azioni che sono state perdonate e altre no. Quando Pompeo nel 63 a.C. cinse d'assedio Gerusalemme, dopo aver occupato il Tempio violò il «sancta sanctorum», ossia entrò nella parte accessibile solo al gran sacerdote e nella quale si custodivano le tavole della legge («Iattura ancora più grave agli occhi non solo degli integralisti, ma dell'intero popolo»). Quella sfrontatezza non gli fu perdonata, infatti, scrive lo storico Giovanni Brizzi: «durante una delle tante rivolte in Alessandria d'Egitto gruppi di ribelli ebraici vendicarono a posteriori l'oltraggio da lui commesso distruggendone il sepolcro e disperdendone i resti». (Giovanni Brizzi, 70 d.C. La conquista di Gerusalemme). Di segno diverso, invece, fu il comportamento di Matthew Ridgway, il generale che – dopo aver preso il posto di Eisenhower come Comandante supremo degli Alleati in Europa –, nel 1953 chiese agli Alti commissari delle Nazioni Unite «di concedere il perdono a tutti gli ufficiali tedeschi precedentemente condannati per crimini di guerra sul fronte orientale». Distinguendo tra soldati della Wehrmacht e nazisti, ossia tra i soldati che combatterono per la patria e i fanatici più crudeli del regime, Ridgway seppe differenziare le colpe e chiese il perdono per una parte dei giovani tedeschi (Tony Judt, Postwar. Europa 1945-2005). Come vedi, la valutazione di ciò che è perdonabile o imperdonabile è assai soggettiva e di natura culturale: a volte non si perdona ciò che è simbolicamente rilevante per una fede o un popolo, a volte si concedono attenuanti anche a chi ha ucciso, se obbligato da uno Stato a prendere parte ad una guerra. Nelle relazioni interpersonali, credo che sia la vita stessa a chiederci di «non estendere il tempo del male» né le sue tracce. Dimenticare un torto o una violenza subìti è tuttavia molto difficile. Inoltre, come giustamente rilevi, si può correre il rischio di essere nuovamente feriti. Il perdòno non è affatto facile e non tutti sono all’altezza di esso: nel duplice senso che non tutti sono in grado di perdonare (non è un’azione comoda) né di essere perdonati (non tutte le colpe possono essere perdonate). Sia nelle relazioni interpersonali sia in quelle internazionali, nella dinamica del perdòno è inevitabile che ci siano delle colpe che si pèrdono, perché chi perdona esce dalla logica della reciprocità dei comportamenti malvagi, in quanto interrompe la restituzione della violenza. Per giungere a mettere in atto il perdono credo siano necessari due elementi: bisogna non voler ancorare l’altro all’errore di cui si è macchiato e neppure se stessi al pensiero di quell’errore. Si tratta dunque di fare un duplice sforzo: non vincolare l’altro all’errore compiuto, significa riconoscere che tutti possiamo sbagliare e soprattutto che nessun uomo è riducibile ad un solo comportamento, anche se questo non è stato esemplare. Chi ha sbagliato può sempre correggere la propria condotta o le proprie valutazioni. Se ogni relazione necessita di gesti di fiducia – che di solito sono corrisposti –, nel caso del perdono la fiducia si origina non da una reciprocità della condotta, ma da un’asimmetria. È infatti per-dono, ossia per la benevolenza di qualcuno che si ottiene il privilegio di non essere avvinghiati per sempre alle proprie mancanze. Ma non è detto che la persona perdonata meriti la fiducia e sia in grado di migliorare. In questo caso, dopo aver concesso una seconda chance al proprio interlocutore, l’ulteriore fiducia donata non sarà svincolata dai comportamenti futuri. C’è però anche un secondo aspetto benefico del perdono: non vincolare se stessi al pensiero di una ferita, significa scongiurare che le riflessioni di chi è stato danneggiato gravitino intorno al nucleo di un torto. In questo modo il perdono non solo libera l’altro, ma libera anche il soggetto offeso da quelle meditazioni ossessive che, polarizzando l’attenzione su ciò che è negativo, riducono l’ideazione e rendono insopportabile e triste la vita. Ci vogliono grande forza e grande maturità per perdonare, perché il vero perdono non riguarda le piccole disattenzioni di cui chiederemo “pardon” o “perdoname” e per le quali è ovvio che saremo perdonati, ma riguarda la struttura stessa della relazione che ha come presupposti il rispetto e la fiducia.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 18 dicembre 2017

Animali sociali?

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Caro professore,
Di questi tempi si sente spesso dire che siamo degli “animali sociali”, ma è davvero così? Ciò che intendo dire è che, nell'immaginario comune, l'essere umano vive di relazioni e soprattutto impara a conoscere sé stesso grazie alla presenza dell'altro. Secondo me, invece, è proprio nei momenti di solitudine che impariamo a conoscerci veramente. Quando siamo in compagnia delle altre persone, infatti, tendiamo ad essere distratti, a non ascoltare ciò che il nostro “io interiore” ci dice; siamo, invece, portati a pensare ciò che pensano gli altri e ciò che la società ci insegna e ad adeguarci alle situazioni senza riflettere seriamente su quale sia la nostra idea. Questo vale anche per l'opinione che ognuno di noi ha di se stesso. Per esempio, perché alcune persone non si piacciono e non accettano il loro aspetto fisico? Perché si paragonano a chi li circonda e le loro idee non sono veramente loro, ma quelle della società. Secondo lei, si può quindi affermare che finché l'uomo vive di relazioni non può conoscere sé stesso fino in fondo?
Giulia 3H

Cara Giulia,
La tua riflessione mi insegna, ancora una volta, che le intuizioni degli adolescenti incontrano spesso quelle dei grandi filosofi. Se qualcuno avesse pensato, anche solo di sfuggita, che da una parte ci sono gli insegnanti che veicolano in modo unidirezionale delle conoscenze e dall’altra gli studenti che imparano, la tua lettera fornirebbe la più grande smentita a tale illusione. Dico questo perché hai avuto la stessa illuminazione di uno dei più grandi filosofi della storia. Immanuel Kant ha tradotto il tuo presentimento nel concetto di «insocievole socievolezza» dell’uomo. La tua riflessione si basa dunque su un’intuizione molto profonda: siamo sì animali sociali, ma necessitiamo di momenti di solitudine per conoscere noi stessi e per creare. L’uomo vive una sorta di inestinguibile conflitto interiore, la sua natura lo costringe a oscillare continuamente tra la tendenza a socializzare, ad appartenere ad un gruppo e ad aggregarsi e dall’altra ad isolarsi e a focalizzare l’attenzione su di sé. Nella quarta tesi delle “Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”, Kant scrive che l’uomo «ha un’inclinazione ad associarsi: poiché in tale stato sente in maggior misura se stesso in quanto uomo, sente cioè lo sviluppo delle sue disposizioni naturali. Ha però anche una forte tendenza ad isolarsi: perché trova in sé, allo stesso modo, la proprietà insocievole di voler condurre tutto secondo il proprio interesse, e perciò si aspetta resistenza da ogni lato, come sa di sé che egli, a sua volta, è inclinato a far resistenza verso gli altri. È questa resistenza che risveglia tutte le forze dell'uomo, che lo conduce così a superare la sua tendenza alla pigrizia e, spinto dal desiderio di onore, potere o ricchezza, a procurarsi un rango fra i suoi consoci, i quali non può sopportare, ma di cui anche non può fare a meno». Qualche secolo prima di qualunque psicologia, Kant ha mostrato che nell’uomo c’è un doppio impulso, di comunità e appartenenza e di individualismo e indipendenza. Il distacco, come giustamente affermi, non solo è opportuno per la conoscenza di sé, ma poiché « risveglia tutte le forze dell'uomo» è imprescindibile anche per creare. Ed è anche grazie a questa «insocievole socievolezza» che le persone scoprono i propri talenti, le proprie predisposizioni e la loro unicità. La comunità è fondamentale quanto la solitudine, la società quanto il singolo. È a partire da questa anche faticosa o dolorosa “sottrazione dal mondo” che ad esempio filosofi, artisti, scienziati e scrittori hanno concepito le loro opere. Le grandi ideazioni degli uomini nascono infatti dalla loro capacità di isolamento. Sei partita da una frase contenuta nella “Politica” di Aristotele, secondo cui l’uomo è “zoòn politikòn”. Un’ottima interpretazione di questo concetto, è contenuta in un bel libro degli studiosi Fulvia De Luise e‎ Giuseppe Farinetti. In “Storia della felicità. Gli antichi e i moderni” (Einaudi) essi ricordano che l’uomo è «animale sociale (cioè capace di organizzare e mantenere rapporti con gli altri uomini per soddisfare i suoi bisogni fondamentali) e socievole (cioè inclinato naturalmente a sentire come suo dovere la necessità di conservare oltre a se stesso anche la società)». Siamo dunque insieme animali sociali e socievoli, perché ricaviamo la nostra vita e originiamo la nostra essenza grazie alle relazioni; e per avviare il nostro processo di individuazione – che necessita della conoscenza della nostra natura e delle nostre inclinazioni – avvertiamo tuttavia anche il bisogno di separarci dal gruppo. Quello che tu chiami “io interiore”, però, si genera solo in connessione all’altro. Se poi in quanto cittadino – come l’uomo greco – uno vuole cooperare al bene pubblico, è necessario che non disperda se stesso. Curando il rapporto tra intensità e alleggerimento dei legami si può giungere gradualmente a “conoscere se stessi”. E chi conosce la propria natura e il proprio talento può contribuire in modo fruttuoso e unico sia all’edificazione di sé sia a costituire relazioni positive con le persone di una comunità più grande alla quale – già da sempre – appartiene.  
Un caro saluto,
Alberto