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Cor-rispondenze

lunedì 18 dicembre 2017

Animali sociali?

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Caro professore,
Di questi tempi si sente spesso dire che siamo degli “animali sociali”, ma è davvero così? Ciò che intendo dire è che, nell'immaginario comune, l'essere umano vive di relazioni e soprattutto impara a conoscere sé stesso grazie alla presenza dell'altro. Secondo me, invece, è proprio nei momenti di solitudine che impariamo a conoscerci veramente. Quando siamo in compagnia delle altre persone, infatti, tendiamo ad essere distratti, a non ascoltare ciò che il nostro “io interiore” ci dice; siamo, invece, portati a pensare ciò che pensano gli altri e ciò che la società ci insegna e ad adeguarci alle situazioni senza riflettere seriamente su quale sia la nostra idea. Questo vale anche per l'opinione che ognuno di noi ha di se stesso. Per esempio, perché alcune persone non si piacciono e non accettano il loro aspetto fisico? Perché si paragonano a chi li circonda e le loro idee non sono veramente loro, ma quelle della società. Secondo lei, si può quindi affermare che finché l'uomo vive di relazioni non può conoscere sé stesso fino in fondo?
Giulia 3H

Cara Giulia,
La tua riflessione mi insegna, ancora una volta, che le intuizioni degli adolescenti incontrano spesso quelle dei grandi filosofi. Se qualcuno avesse pensato, anche solo di sfuggita, che da una parte ci sono gli insegnanti che veicolano in modo unidirezionale delle conoscenze e dall’altra gli studenti che imparano, la tua lettera fornirebbe la più grande smentita a tale illusione. Dico questo perché hai avuto la stessa illuminazione di uno dei più grandi filosofi della storia. Immanuel Kant ha tradotto il tuo presentimento nel concetto di «insocievole socievolezza» dell’uomo. La tua riflessione si basa dunque su un’intuizione molto profonda: siamo sì animali sociali, ma necessitiamo di momenti di solitudine per conoscere noi stessi e per creare. L’uomo vive una sorta di inestinguibile conflitto interiore, la sua natura lo costringe a oscillare continuamente tra la tendenza a socializzare, ad appartenere ad un gruppo e ad aggregarsi e dall’altra ad isolarsi e a focalizzare l’attenzione su di sé. Nella quarta tesi delle “Idee per una storia universale dal punto di vista cosmopolitico”, Kant scrive che l’uomo «ha un’inclinazione ad associarsi: poiché in tale stato sente in maggior misura se stesso in quanto uomo, sente cioè lo sviluppo delle sue disposizioni naturali. Ha però anche una forte tendenza ad isolarsi: perché trova in sé, allo stesso modo, la proprietà insocievole di voler condurre tutto secondo il proprio interesse, e perciò si aspetta resistenza da ogni lato, come sa di sé che egli, a sua volta, è inclinato a far resistenza verso gli altri. È questa resistenza che risveglia tutte le forze dell'uomo, che lo conduce così a superare la sua tendenza alla pigrizia e, spinto dal desiderio di onore, potere o ricchezza, a procurarsi un rango fra i suoi consoci, i quali non può sopportare, ma di cui anche non può fare a meno». Qualche secolo prima di qualunque psicologia, Kant ha mostrato che nell’uomo c’è un doppio impulso, di comunità e appartenenza e di individualismo e indipendenza. Il distacco, come giustamente affermi, non solo è opportuno per la conoscenza di sé, ma poiché « risveglia tutte le forze dell'uomo» è imprescindibile anche per creare. Ed è anche grazie a questa «insocievole socievolezza» che le persone scoprono i propri talenti, le proprie predisposizioni e la loro unicità. La comunità è fondamentale quanto la solitudine, la società quanto il singolo. È a partire da questa anche faticosa o dolorosa “sottrazione dal mondo” che ad esempio filosofi, artisti, scienziati e scrittori hanno concepito le loro opere. Le grandi ideazioni degli uomini nascono infatti dalla loro capacità di isolamento. Sei partita da una frase contenuta nella “Politica” di Aristotele, secondo cui l’uomo è “zoòn politikòn”. Un’ottima interpretazione di questo concetto, è contenuta in un bel libro degli studiosi Fulvia De Luise e‎ Giuseppe Farinetti. In “Storia della felicità. Gli antichi e i moderni” (Einaudi) essi ricordano che l’uomo è «animale sociale (cioè capace di organizzare e mantenere rapporti con gli altri uomini per soddisfare i suoi bisogni fondamentali) e socievole (cioè inclinato naturalmente a sentire come suo dovere la necessità di conservare oltre a se stesso anche la società)». Siamo dunque insieme animali sociali e socievoli, perché ricaviamo la nostra vita e originiamo la nostra essenza grazie alle relazioni; e per avviare il nostro processo di individuazione – che necessita della conoscenza della nostra natura e delle nostre inclinazioni – avvertiamo tuttavia anche il bisogno di separarci dal gruppo. Quello che tu chiami “io interiore”, però, si genera solo in connessione all’altro. Se poi in quanto cittadino – come l’uomo greco – uno vuole cooperare al bene pubblico, è necessario che non disperda se stesso. Curando il rapporto tra intensità e alleggerimento dei legami si può giungere gradualmente a “conoscere se stessi”. E chi conosce la propria natura e il proprio talento può contribuire in modo fruttuoso e unico sia all’edificazione di sé sia a costituire relazioni positive con le persone di una comunità più grande alla quale – già da sempre – appartiene.  
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 11 dicembre 2017

Sentirsi pronti

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Caro professore,
"Si vive una volta sola", "abbiamo solo questa vita": tutte frasi che pensiamo o che ci hanno detto miliardi di volte, ma molto spesso non comprendiamo pienamente questo messaggio. Ci sono persone che interpretano le frasi qui sopra alla lettera e qualsiasi cosa gli si palesa davanti la fanno, senza dare ad essa un peso o un valore emotivo. La mia generazione è la generazione del numero, le esperienze fanno solo numero e si fanno per avere più numeri possibili e non emozioni uniche. Ma per alcuni non è così. Per alcuni le esperienze non fanno solo numero, ma hanno un significato emotivo profondo. Come si può pensare che essendo adolescenti tutto ci verrà perdonato? Come si fa a credere che quello che facciamo ora non influenzerà il nostro futuro? Siamo adolescenti e sbagliamo, sbagliamo come tutti, perché siamo umani, ma il nascondersi dietro a questo essere "adolescenti" e usarlo come la carta bonus per uscire dalla prigione del Monopoli mi pare molto ingiusto e sciocco. Perché ora, ora che abbiamo gli occhi da bambini, ma siamo prossimi alla vita adulta, dovremmo capire cosa è giusto e cosa no, dare un peso a quello che facciamo e non passare il tempo a bere come se non ci fosse un domani, a baciare sconosciuti senza dare un senso a quello che facciamo. Le azioni hanno un peso e un significato che rendono la vita unica e irripetibile. La vita è una, la vita è questa, ma ciò non significa che dobbiamo bruciare le tappe, ma dobbiamo godercele, godercele fino in fondo, perché la vita è fatta di tanti piccoli momenti che dovrebbero darci delle emozioni uniche e irripetibili. È questo che fa sì che si possa dire di aver vissuto veramente. Questo è vivere. Vivere non è fare cose di cui ci vergogneremo, solo per dimostrare la nostra "figaggine" agli altri, ma fare quello che vogliamo con il senno di poi e il continuo riempire il nostro bagaglio emotivo di emozioni vere, perché queste emozioni saranno quelle che ci resteranno e faranno di noi le persone che saremo in futuro. Ha vissuto di più chi ha fatto poche cose, ma con un’importanza emotiva senza eguali o le persone che hanno una lista di cose compiute senza un motivo o un nesso emotivo? Vincono le emozioni e i ricordi con significati profondi o i numeri? Vincono le esperienze originate dal sentimento o quello che viene fatto per dimostrare agli altri chi si è? Vivere è avere un lista di numeri (di persone baciate, di birre bevute, di coma etilici scampati) oppure significa dare un peso a quello che si fa e fare quello che ci si sente di fare nel momento in cui ci si sente pronti?
Elisa, 16 anni


Cara Elisa,
Siamo la «generazione del numero» perché, come diceva già molti anni fa lo psichiatra Aldo Carotenuto (“Il fondamento della personalità”), siamo stati «promossi dalla società a “consumatori”». Abbiamo cioè appiattito le nostre vite sul modello economico che si basa su un semplice principio: se la merce si muove più in fretta produce più profitto. In modo analogo rischiamo di considerare che la velocità delle esperienze indiscriminate produca una vita piena e ricca. Ma non è cosi. Zygmunt Bauman, in “Homo consumens”, ha mostrato che coloro che cercano «di dissolvere il futuro nel presente, e di richiuderlo tutto nell'hic et nunc [qui e ora]» si illudono di possedere il tempo, mentre disperdono invece le energie senza giungere ad una autentica formazione di sé. Hai ragione, chi compie esperienze in modo indiscriminato può logorare e abbruttire il proprio percorso. Fai bene, dunque, a sottrarti a quello che potremmo definire un nuovo imperativo categorico e che Nicole Aubert ha sobriamente definito come obbligo di «consumare la vita» (“Le Culte de l'urgence. La société malade du temps”, Paris, Flammarion). Il culto dell’urgenza, invece di rendere l’uomo padrone del tempo, lo rende asservito. Il tuo atteggiamento è pertanto saggio: desideri dare peso alle  azioni, sei consapevole che le decisioni influenzano il futuro e aspiri a vivere con la tua cadenza l’avventura della vita. Non si vive solo nell’oggi, schiacciati in un eterno presente; ci sarà un domani e fai bene a progettare la tua vita in questa direzione, scegliendo da ora la tipologia di persona che vorrai essere. La qualità della vita non è data dall’accatastamento indiscriminato di eventi nella memoria, ma dalla possibilità di poter scegliere consapevolmente tra alternative. È la scelta che rende significativo un percorso. L’obbligo alla reazione immediata e all’accumulo si addice maggiormente a chi è prigioniero e non signore del tempo. Essere sudditi del tempo significa essere sempre più subordinati a quel meccanismo pulsionale che dal dolore conduce alla noia, direbbe Schopenhauer, ma non a causa della natura intrinseca e desiderante dell’uomo («volontà di vita»), ma a causa di una seconda natura, quella del mercato, che induce ad oscillare costantemente tra godimento e esaurimento («jouissance et épuisement»). I greci avevano due parole per indicare il tempo: chronos e kairos. Il primo rappresenta lo scorrere inesorabile degli istanti, uguali per tutti. Kairos è invece il momento del discernimento: il momento in cui il medico deve prendere una decisione importante o quello più opportuno per tagliare il grano maturo. Il kairos è il «momento giusto» di chi si sottrae all’inesorabile trascorrere degli eventi e sceglie per sé. È un tempo che si coglie e non si subisce. Per questo costituisce il fondamento della vita buona.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 4 dicembre 2017

Vivere ogni istante



Caro Professore,
questo trimestre è stato intenso ma è volato via velocemente. Troppo spesso ho dovuto dire la parola "ultimo": ultimo primo giorno di scuola, ultima elezione dei rappresentanti, ultimo scambio con Orange, ultima versione di latino, ultima gita di classe... Ho riflettuto molto e, ripensando a tutti i bei momenti che ho condiviso con i miei compagni, rimpiango di aver imparato ad apprezzare a pieno tutto questo solo ora. Perché iniziamo ad accorgerci e a dare valore alle cose, così come alle persone e alle esperienze, solo quando queste iniziano a mancarci? É inevitabile ma so già che, alla fine di questo percorso, tutti mi mancheranno molto. Ma nonostante questo voglio cercare di godermi al cento per cento ogni istante, per poter cogliere ancora qualche particolarità di ogni mio compagno e conservarla nel mio cuore. Secondo lei, quale potrebbe essere la giusta ricetta per realizzare il mio desiderio?
Costanza, 5H


Cara Costanza,
Vivere «al cento per cento ogni istante» è certamente un antidoto ai rimpianti, e consente di evitare che, trascurando il presente, le immagini di ciò che avremmo potuto fare o dire ci inseguano come le “anime spaventose” (deformes animae) degli avi che ululavano per le campagne perché i Romani, impegnati nella guerra, si erano dimenticati di rendere onore ai morti. E poiché, quando i Romani portarono le offerte, le anime si placarono – come racconta Ovidio ne “I Fasti” (2, 551-556) –, così vivendo intensamente il nostro tempo non temeremo che si sollevino sogni angosciosi in futuro per le nostre omissioni o disattenzioni. Hai ragione, il valore di un’esperienza necessita che essa sia conclusa e cresce nel tempo. L’ultima pennellata di un pittore sigilla l’opera e l’ultimo accordo conclude una composizione. Poi giunge lo sguardo retrospettivo del soggetto a contemplare e a ricordare. Si conclude un evento e si avvia la costruzione della memoria. Ciò che si è determinato contribuisce all’interpretazione di sé, grazie a quell’instancabile movimento dell’attenzione che dal presente vagabonda nel passato, traendone conforto e forza, per dirigersi ad esplorare le possibilità del futuro. Ogni avventura che finisce, in fondo non si esaurisce mai, perché costituirà un punto di origine per descrivere la vita. La narrazione della trama di ogni uomo ha infatti molte sorgenti. Ciò che arriva alla fine conclude ragionevolmente un periodo, ma ci ricorda anche che fino all’ultimo tassello possiamo modificare la storia. Nel 41 d. C. Caligola è caduto vittima di una congiura mortale. Cassio Cherea, ufficiale delle coorti pretorie, lo ha trafitto in un sotterraneo del palazzo. Un giorno decisivo: “l’ultimo giorno” dei Ludi Palatini è stato anche “l’ultimo giorno” di vita del terzo imperatore romano. Concludere un percorso di crescita non significa solo cessare un’avventura, ma portarla a compimento. E il compiersi non denota banalmente il suo esaurirsi nel tempo, ma il fatto che ne abbiamo realizzato il senso. Così, si può decidere di uscire di scena da una situazione in modo più o meno costruttivo; dipende da noi, da quanta energia e da quanta passione investiamo, da quanta abilità disponiamo nell’impedire che si deteriori, favorendone un esito positivo. La riuscita è determinata soprattutto dall’amore con cui caratterizziamo il nostro modo di “stare al mondo”. C’è chi si concentra su ciò che ama e vuole vivere, come te, così intensamente da non rischiare di perdere tempo. Elie Wiesel, in “Le storie di saggi”, raccontando dell’incredibile capacità di concentrazione di Rabbi Chayyim e della sua passione per la Torà, scrive: «Era continuamente in attività e dormiva tre ore per notte. Quando lo interrogavano su questo fatto, rispondeva citando Napoleone, che non voleva «perdere un impero dormendo». «E io», diceva, «non voglio perdere la Torà dormendo». «Effettivamente», diceva, «è facile dormire poco. C’è chi mangia in fretta, chi impara in fretta, chi arricchisce in fretta. Io dormo in fretta». Ad essere distratti si rischia di dissipare ciò che è importante: per Napoleone un impero, per il rabbino la Torà e per noi i momenti essenziali della vita in classe, in famiglia, in gruppo. La fretta ha un senso («Io dormo in fretta») se ci consente di concentrarci su ciò che ci sta più a cuore: allontanando ciò è che superfluo, permette di fare spazio a ciò che riteniamo davvero significativo. Se vuoi una “ricetta” per fissare nel cuore ciò che ritieni rilevante, ti suggerisco il seguente imperativo: “prenditi cura”, dei tuoi compagni, come già stai facendo, delle tue relazioni, ma anche dei contenuti culturali che vengono esplorati a scuola o sollecitati dal mondo che approda nelle nostre vite con le informazioni e le narrazioni quotidiane. Ogni percorso che si compie ha un vantaggio: consente un’apertura verso il futuro che un tempo era impossibile. È curioso che il ciclo dei Feralia (le festività dedicate ai morti) si concludesse con il giorno che porta il nome di Caristia o Cara Cognatio. In quest’ultimo giorno del ciclo festivo dedicato ai defunti, i Romani dopo essersi occupati delle relazioni tra vivi e morti, si dedicavano alle relazioni tra i vivi della loro comunità familiare. In ogni fase ultima, dopo esserci occupati di preservare la memoria, dobbiamo alimentare infaticabilmente le relazioni vive.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 27 novembre 2017

Troppe cose da perdere

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Caro professore,
non le è mai capitato di aver paura di dimenticare? A me capita spesso, infatti tendo a mettere i vari ricordi per iscritto per paura che con il passare del tempo possa dimenticare i molti momenti della mia vita ormai passata. Fin da piccola ho sempre scritto, alle elementari mi ricordo che le mie amichette avevano tutte un “diario dei segreti” dove scrivevano i nomi dei vari fidanzatini, io no, ho sempre avuto un diario, tuttora ce l'ho, ma è sempre stato come una specie di “diario dei giorni”, scrivevo, e scrivo cosa mi capita, cosa faccio nel giorno e commento tutto ciò perché penso che, quando sarò vecchia, magari sistemando le scatole in cantina io possa ritrovarli e ricordarmi cosa facevo quando ero adolescente… è una specie di aiuto per la mia memoria. Non voglio dimenticare, i ricordi sono fondamentali, non voglio dimenticare i miei amici, tutte le risate fatte con loro (a grandi linee), le gite, le stupidaggini, perché ci sono anche quelle, non voglio dimenticare le maestre e i prof. incontrati nel mio percorso di studi, le vacanze, neppure le tristezze e i dolori, perché grazie a quelli ho imparato a rialzarmi dopo essere caduta, non voglio dimenticare neppure il primo giorno di asilo, che per ora è uno dei ricordi più nitidi che ho, quando non mi staccavo dalle gambe di mia madre, non voglio dimenticare i bei momenti passati in famiglia, né tutto il resto. Ora so che è impossibile ricordare tutto, ma vorrei davvero ricordarmi delle cose più importanti. Ecco perché dimenticare è la mia paura più grande, ho troppe cose da perdere. Toglietemi tutto, ma non la memoria! E lei, cosa ne pensa? si ricorda degli avvenimenti della sua infanzia, del suo passato? Mi farebbe molto piacere se mi rispondesse, comunque grazie per aver prestato attenzione!
Sofia, 1 alfa


Cara Sofia,
Le foto del mio passato non sono moltissime – un tempo c’era una misura anche nel fotografare –, tuttavia a me sembrano sufficienti per attivare l’immaginazione e la memoria. Inoltre, in questo periodo, il puzzle dei miei ricordi è integrato dalle foto d’infanzia che ricevo dai coetanei che mi ricordano un’imminente festa dei cinquant’anni. Quando ho lasciato il mio paese d’origine, dovevo decidere cosa portare con me e cosa lasciare. Nel mio garage avevo un po’ di tutto: ho trovato persino il cappello di un curioso colore arancio di quando, in qualche festa di carnevale, mi ero vestito da cowboy. Mia mamma, per fortuna, ha conservato diligentemente i miei quaderni della scuola elementare. Non li ho ancora letti tutti, ma li ho portati con me. So che sono lì e che li aprirò pian piano, forse insieme a mio figlio, per sorridere con lui di qualche disegno o di qualche pensiero buffo. Li custodisco un po’ come si conservano i vini per le grandi occasioni; poiché mi commuovo facilmente, li considero una riserva di emozioni; li sfoglierò gradualmente per rivivere la mia storia con la mia famiglia, per sentirmi contemporaneamente figlio e padre, bambino e adulto. Quando frequentavo la scuola media un amico ed io avevamo pattuito di enumerare tutte le cose buffe che combinavamo nella giornata, ma poiché la scrittura non stava dietro alla nostra esuberanza, l’avventura si è presto esaurita. Conservo i diari scolastici, in cui attaccavo un po’ di tutto e qualche volta scrivevo anche i compiti. Poi, nel periodo dell’adolescenza, in un momento di saggezza, ho deciso di registrare la storia dei miei genitori: mio papà era nato nel 1920, mia mamma nel 1933. Alcune cassette le ho riguardate, altri nastri sono ancora lì, con la loro voce. Sono emozioni troppo forti e importanti, ma so che ci sarà un tempo anche per quell’ascolto. Credo che la paura di dimenticare coincida con la paura di perdere l’identità, di non sapere più chi siamo e da chi proveniamo. Certo, più si va indietro nel tempo più la nostra conoscenza sfuma fino a perdersi in una nebbia impenetrabile. L’origine più lontana ci sfugge, in ogni caso non è a nostra disposizione. Per questo puoi dire giustamente : «Toglietemi tutto, ma non la memoria!», perché nessuno vuole perdere la derivazione più prossima che lo costituisce. Sarà che la vita è un po’ complicata e per tentare di comprenderla dobbiamo avere molti elementi a disposizione. Col passare degli anni, probabilmente, al desiderio di non dimenticare se ne affiancherà un altro: quello di «cogliere il movimento della tua vita». Così, il tuo diario si trasformerà in autobiografia. Ora hai bisogno di raccogliere storie ed emozioni per non scordare; in futuro avrai bisogno anche di intravedere un percorso. Capire chi sei diventata e non solo rammentare ciò che sei stata. Per capire il movimento percorrerai a ritroso i luoghi in cui avrai viaggiato e le storie che si saranno generate nel tuo cammino. Forse gli appunti del diario sono come i sassolini che Pollicino seminava per la strada dietro di sé o come le briciole di pane lasciate da Hänsel e Gretel. A noi serviranno non per tornare indietro o a casa; ma perché, unendo i punti del nostro viaggio, ci faremo un’idea di quello che siamo diventati. Cogliere il movimento della propria vita sarà più interessante della rievocazione dei singoli istanti. La prospettiva renderà più chiara la tua identità. Forse perché l’identità non è mai data all’origine, ma è il risultato di una traversata: nel mondo della vita e delle relazioni.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 30 ottobre 2017

Umiltà e modestia


Caro professore,
La mia domanda non riguarda la vita o particolari argomenti filosofici, ma una frase che ho letto in un libro e che da un anno a questa parte mi ha lasciato molti dubbi: «Sii umile, ma mai modesta», cita Susanna Tamaro nel suo romanzo “Va’ dove ti porta il cuore” ed io, nonostante le innumerevoli riflessioni ricevute e le domande poste ad altre persone, non ho ancora capito quale insegnamento l'autrice intenda trasmettere. Non so, lo ammetto, cosa siano l'umiltà e la modestia e cosa, effettivamente, le distingua l'una dall'altra, ma vorrei capirlo e spero che lei possa aiutarmi a farlo. La ringrazio in anticipo,
Beatrice, 3γ


Cara Beatrice,
Grazie al tuo suggerimento ho ripreso il libro di Susanna Tamaro che avevo scoperto con piacere anni fa. L’ho riletto qua e là e verso la fine ho trovato l’idea a cui fai riferimento. La nonna Olga, protagonista del romanzo, scrivendo alla nipotina Marta per darle alcuni consigli su come affrontare la vita, afferma: «Forse potrai capirmi soltanto quando sarai più grande, potrai capirmi se avrai compiuto quel percorso misterioso che dall'intransigenza conduce alla pietà. Pietà, bada bene, non pena. Se proverai pena, scenderò come quegli spiritelli malefici e ti farò un mucchio di dispetti. Farò la stessa cosa se, invece di umile, sarai modesta, se ti ubriacherai di chiacchiere vuote invece di stare zitta». Non ho la pretesa di esaurire i significati che Susanna Tamaro ha considerato per il proprio lavoro, ma nel periodo riportato ci sono dei segnali che ci possono aiutare a comprendere. Poiché tutto il romanzo è un invito all’autenticità, alla ricerca della genuinità e della verità, evidentemente l’autrice desidera differenziare l’umiltà dalla modestia, attribuendo solo alla prima un significato positivo. Nei dizionari la differenza morale tra i due concetti non è così evidente: modestia e umiltà rimandano a idee analoghe e il loro contenuto è spesso sovrapponibile. Le persone che incarnano modestia e umiltà sono entrambe consapevoli delle proprie qualità e dei propri meriti, ma in genere sono discrete: rifuggono le lodi e non si esaltano. Sia nella letteratura sia nella filosofia i due termini sembrano pertanto intercambiabili. Susanna Tamaro evidenzia però una chiara connotazione morale: si riferisce pertanto all’umiltà come ad una modalità dell’essere della persona e alla modestia come ad una modalità dell’apparire. Quando cerco di capire qualcosa sulle emozioni e sui sentimenti che gli uomini manifestano pubblicamente, spesso mi rivolgo a quei filosofi che hanno analizzato la vita di corte e ne hanno svelato gli intrecci, mostrando le ambivalenze delle virtù e i vantaggi sociali che gli uomini possono ricavarne. Così il moralista francese La Bruyère (XVII sec.) nell’opera “I caratteri” scrive: «Certuni, appagati di sé, in una qualche azione o in qualche opera che è riuscita loro abbastanza bene, e avendo sentito dire che la modestia s’addice ai grandi uomini, osano essere modesti, contraffanno gli esseri semplici e naturali: simili a quegli individui di statura mediocre che si abbassano alle porte temendo di sbattere la testa». Sembra che la modestia esprima una sorta di «contraffazione» dell’umiltà: non autenticità, ma un’astuzia per ottenere un’alta considerazione sociale. La Bruyère ricorda che non può essere certo considerato né sobrio né moderato chi si astiene dal vino e consuma un solo pasto al giorno per mantenere la linea, così come non può essere ritenuto generoso chi aiuta un amico caduto in povertà solo per essere lasciato in pace. Questo significa, secondo l’autore, che «Il movente soltanto stabilisce il merito delle azioni degli uomini, e il disinteresse gli conferisce la perfezione». Ossia è l’intenzione a decretare il valore morale di un’azione. Per questo La Bruyère può affermare che «C’è una falsa modestia che è vanità». In che cosa consiste la vanità della modestia? Proprio nel suo essere “finta”, ossia nell’esibizione ricercata della semplicità, per controllare gli effetti che un certo comportamento ha sugli interlocutori. La modestia può essere considerata allora «una virtù esteriore che regola lo sguardo dell’individuo, l’andatura, le parole, il tono di voce, facendolo agire esteriormente con gli altri come se non fosse vero che per lui essi non contano nulla». La modestia così intesa è pertanto una contraffazione della genuinità, un’imitazione fasulla degli uomini «semplici e naturali» (umili). L’uomo che vuole apparire modesto, dunque, potrebbe non essere né autentico né vero, perché non cerca l’essere (la virtù), ma l’apparire (l’utile). Susanna Tamaro chiede invece alla nipote l’umiltà come costituzione intima, come modalità di stare al mondo. E la riflessione di La Bruyère è certamente valida: mentre la condotta dell’uomo calcolatore è finalizzata a raggiungere il massimo tornaconto individuale, quella dell’uomo costitutivamente umile, in virtù del «disinteresse», è considerata morale, perché rappresenta il modo più schietto di vivere di una persona. L'uomo che si concentrata sul proprio stile di vita è incurante dei benefici o degli svantaggi sociali che potrà ricavare dai propri comportamenti .
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 16 ottobre 2017

Il linguaggio e il pensiero


Caro professore,
Non so bene perché, ma quando una persona conosce più di una lingua essa tende a reagire in modo differente alle situazioni a seconda della cultura o del linguaggio che parla. È possibile che il solo pensare in una data lingua condizioni il pensiero all’interno della cultura e della società ad essa collegate?  L’ipotesi Sapir-Whorf avalla questa teoria. Qual è la sua opinione al riguardo? In che misura e fino a che punto la lingua può influenzare le azioni e la personalità di un soggetto? La prego di farmi conoscere il suo punto di vista. Grazie.
Heidi, 18 anni


Cara Heidi,
Per far comprendere a tutti i lettori il motivo di una domanda così complessa, devo raccontare qualcosa di te. Poiché tuo papà è americano e tua mamma svedese, parli abitualmente sia l’inglese sia lo svedese, e – per qualche ragione che mi sfugge – forse per motivi di amicizia o per il puro piacere di conoscere, hai imparato come prima lingua straniera il giapponese, che ora parli perfettamente, tanto che “chatti” in giapponese con le tue amiche sparse per il mondo. Ora ti trovi in Italia per una nuova esperienza e al Liceo di Cuneo dovrai studiare l’italiano e il francese. La domanda che hai posto è dunque legata al tuo vissuto e alla tua versatilità linguistica che ti permettono di cogliere questi problemi. La domanda è davvero bella ed è vero che i due linguisti e antropologi americani Edward Sapir e Benjamin Whorf  hanno proposto nel secolo scorso una importante teoria a questo proposito. Torniamo alla domanda: usare una grammatica diversa, quindi una struttura diversa, per descrivere una certa situazione, modifica il modo di comprendere quella situazione? La lingua (struttura linguistica) ha la possibilità di influenzare la visione del mondo? Il flusso del pensiero che si incunea in una intelaiatura linguistica piuttosto che in un’altra influenzerà la personalità, le convinzioni e le azioni di una persona? Il linguaggio si limita a narrare il pensiero, a trasportarlo, o strutturandolo lo altera producendo nuovi e inaspettati sensi? Beniamin Lee Whorf, ha scritto: «Il sistema linguistico di sfondo (in altre parole la grammatica) di ciascuna lingua non è soltanto uno strumento di riproduzione per esprimere idee; ma esso stesso dà forma alle idee, è il programma e la guida all'attività mentale dell'individuo, dell'analisi delle sue impressioni, della sintesi degli oggetti mentali di cui si occupa. La formulazione delle idee non è un processo indipendente, strettamente razionale nel vecchio senso, ma fa parte di una grammatica particolare e differisce, in misura maggiore o minore, in differenti grammatiche» (“Linguaggio, pensiero e realtà”, Boringhieri, Torino).  C’è stato un momento in cui questa teoria è stata alla base del relativismo culturale, ossia dell’idea che a ogni latitudine strutture linguistiche diverse potessero modellare i  pensieri in modo così differente, da rendere intraducibili e inconfrontabili i valori di diverse culture. O, come ricorda il sociologo francese Raymond Boudon, poiché «il pensiero è talmente dipendente dalla lingua […] le comunità parlanti lingue diverse non possono affatto comunicare fra di loro» (“Il senso dei valori”, Il Mulino).  È ancora valida oggi questa teoria?  Le tesi di Sapir-Whorf sono confutate dal neuroscienziato cognitivo americano Steven Pinker (“L'istinto del linguaggio”, Mondadori). Egli ritiene che l’identificazione del pensiero con il linguaggio sia «un’assurdità convenzionale». Riferisce ad esempio che tutti abbiamo fatto esperienza di pronunciare o di scrivere una frase, per poi renderci conto che non esprimeva esattamente quello che volevamo dire. Scrive l’autore: «E se abbiamo quell'impressione, ci deve essere qualcosa “che intendevamo dire” che è diverso da quanto abbiamo detto». Sembra, dunque, che sia il pensiero a condizionare il linguaggio e non viceversa. Ma Pinker ricorda anche che quando ascoltiamo una conferenza o leggiamo un libro di solito ricordiamo il succo e non le parole esatte. Egli si chiede allora che cosa sia questo “succo” che ovviamente non è l’insieme dei vocaboli. Se poi i pensieri dipendessero dalle parole sarebbe impossibile creare parole nuove. Esistono poi forme di pensiero non verbale: ricorderai che molti scienziati sono arrivati alla soluzione dei loro problemi per mezzo di rappresentazioni visive: James Watson e Francis Crick scoprirono la doppia elica del DNA grazie alle immagini. Potremmo pensare alla musica: un pensiero che non scorre nel linguaggio verbale ma crea strutture in cui manifestarsi. Ma anche gli scrittori non si lasciano ingabbiare dalla tradizione e infrangono le strutture linguistiche per creare nuove possibilità di espressione. Non è il linguaggio a determinare i valori o i pensieri. Le parole possono essere ambigue, i pensieri che riconoscono le ambivalenze no. Paolo Legrenzi ne “La mente” (Il Mulino) scrive:  «L'idea di base era che i processi cognitivi fossero influenzati dal linguaggio e dal contesto sociale. Si pensava, ad esempio, che persino i lessici dei colori influenzassero la percezione dei colori stessi. Ricerche accurate hanno dimostrato che questa ipotesi è infondata. Linguaggio, percezione, memoria e pensiero condividono meccanismi universali. In sostanza, dal punto di vista del funzionamento di base della mente umana, tutti gli uomini sono molto simili».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 2 ottobre 2017

È giusto essere tristi?

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Caro professore,
quando qualcuno mi chiede di parlare di me e di raccontare qualcosa che per me è importante non posso non parlare della mia infanzia e soprattutto del rapporto che ho sempre avuto con i miei compagni di classe. Dalle elementari fino alla fine delle medie mi sono sempre trovata male in classe. Non riuscivo ad ambientarmi e mi sentivo spesso “diversa”. Questo perché ero spesso lasciata da parte e criticata, insomma, come tanti altri ragazzi anch’io sono stata vittima di bullismo. Per questo non ho ricordi molto positivi dei miei primi anni di scuola, ma non è questo l'argomento di cui voglio parlare in questa lettera, anche perché ora ho trovato una classe fantastica e ho fatto molte amicizie. In questa lettera vorrei concentrarmi sull’argomento della tristezza. Avendo sofferto molto durante la mia infanzia, questo è un argomento che mi sta molto a cuore. Mi sono sempre chiesta: è giusto essere tristi? Mentre nel mondo ci sono milioni di persone che soffrono perché non hanno una casa, non hanno una famiglia o non hanno da mangiare, è giusto per una persona che invece è in salute con una famiglia e un tetto sulla testa essere triste? Abbiamo il diritto di sentirci demoralizzati quando c’è chi è in una situazione peggiore? C’è una tristezza più giusta di un’altra?
Giovanna, 16 anni


Cara Giovanna,
La tristezza è un’emozione di base. Sia che ci affidiamo al film Inside-out con i suoi cinque simpatici protagonisti (gioia, tristezza, paura, rabbia e disgusto) sia agli studiosi Paul Ekman  o Robert Plutchik. Le neuroscienze ci dicono che le emozioni attivano aree diverse del cervello e che ogni emozione ha uno schema caratteristico. Antonio Damasio, in modo più specifico, scrive che «la tristezza attiva costantemente la corteccia prefrontale ventromediale, l'ipotalamo e il tronco encefalico» (“Emozione e coscienza”). Da questo punto di vista non ha senso chiedersi se sia giusto essere tristi, perché la tristezza è una modalità fondamentale con cui il corpo risponde all’ambiente. Seneca aveva perfettamente compreso che «la natura umana non consente che l'animo di qualcuno sia immune dalla tristezza» (“Lettere a Lucilio”). E riteneva importante non cedere frequentemente o in modo eccessivo ad essa. Il filosofo affermava che tutti gli uomini sono toccati dalla tristezza, anche i saggi; ma la differenza tra i saggi e gli uomini comuni consiste nel fatto che i primi non si lasciano abbattere. Perché? Perché «non eliminano le passioni, ma le moderano», scrive il filosofo. E qui è il senso della tua domanda, che è più profonda. Tutti sappiamo che di fronte ad un evento più grave le piccole preoccupazioni spariscono. Per mitigare le passioni è necessario l’intervento della ragione. La ragione, per arginare l’eccesso, introduce la misura. La misura è data da un rapporto: il confronto con le sventure dell’altro dà proporzione alla nostra tristezza e circoscrive il nostro dolore. E ciò che sta dentro un limite può essere contenuto e non ha più la forza di eccedere e di esasperarci. Così la passione triste diventa consapevole e può essere attenuata. Ci sono diverse gradazioni di tristezza: quella che svanisce alla prima battuta simpatica, di fronte allo spirito allegro di un amico. Quella dissolta immediatamente dall’ascolto della musica, dall’attività sportiva, da quella artistica o da un incontro. Ma ci sono tristezze più grandi: di chi ha perso la casa o un famigliare, di chi è ammalato, di chi ha subito un inganno o una malvagità. E c’è una tristezza che si insinua come afflizione permanente e sopprime le altre emozioni indagata da medici, psicologi o psicoterapeuti. Una sorta di umore nero duraturo. La conoscevano bene gli antichi quando usavano i colori per distinguere le malattie e chiamavano “melanocroi” [di colore nero] quelli che avevano “umore nero”. Lo psichiatra Eugenio Borgna ne “Le parole che ci salvano”(Einaudi) riporta una riflessione del teologo Romano Guardini che ci permette tuttavia di cogliere un’altra dimensione della tristezza: «La tristezza è qualcosa di così doloroso, e ci sospinge così profondamente nelle radici della nostra umana esistenza, che non la si può lasciare in balìa degli psichiatri. Se noi discutiamo qui del suo senso, è perché essa non ha a che fare con una questione psicologica, o psicopatologica, ma con una questione spirituale. Noi pensiamo che si abbia a che fare con qualcosa che ci confronta con la profondità della nostra umanità». La tristezza è considerata una tonalità emotiva che rivela all’uomo la propria natura. Permettimi una battuta: come la seppia con il suo “umore nero” riesce a salvarsi e a sfuggire al predatore, così possiamo pensare che la nostra tristezza sia un modo con cui ci difendiamo dall’invasione del mondo, dal tentativo di essere oggetti per gli altri. Possiamo considerarla una forma di sottrazione dal caos della vita, dal tentativo di essere sempre immersi nel suo flusso, connessi agli altri e dipendenti dalle loro aspettative. La separazione non necessariamente è negativa. Aiuta a formare la propria autonomia, a comprendere ciò che vogliamo essere e cosa siamo disposti a sacrificare per questo. Allora sì, c’è una tristezza “giusta”: è quella che ci permette di vagare nei confini smisurati dell’anima dell’uomo e ci consente di salvaguardare il rapporto con la nostra vera natura.
Un caro saluto,
Alberto