Cerca nel blog

Cor-rispondenze

lunedì 18 settembre 2017

La saggezza

Risultati immagini per epicuro

Caro professore,
A che età si diventa saggi?
Federico Tommaso, 3H

Caro Federico Tommaso,
Sono contento che tu ambisca alla saggezza e non solo a incrementare le tue competenze ora che hai iniziato un nuovo anno scolastico. È un’aspirazione alta. Significa che riconosci che la saggezza vale più delle abilità conseguite in uno specifico settore lavorativo. Il saggio, direbbero gli antichi, è colui che ha senno: che giudica con oculatezza dopo aver ponderato bene una causa, che ascolta con attenzione senza trascurare i particolari, che valuta con prudenza calcolando le conseguenze delle proprie azioni, che rispetta l’altro e sa discernere in una matassa intricata la soluzione più ragionevole. Non giudica quindi in modo viscerale, ma presta ascolto alla complessità della vita. Poiché il saggio si sa muovere a suo agio nelle difficoltà e non si lascia sopraffare dagli eventi, sa essere felice. Gli uomini aspirano dunque alla saggezza perché sanno che da essa discende una vita buona. C’è un’età per diventare saggi? Un tempo il saggio era considerato l’anziano, perché attraverso l’esperienza aveva affinato la capacità di discernere. Ma la saggezza non appartiene necessariamente ad una età precisa. Ascoltando le parole essenziali dei bambini, riconosciamo la verità del loro discorso; dialogando con i ragazzi scopriamo che spesso hanno paradigmi interpretativi e emotivi meno rigidi di quelli degli adulti. William Shakespeare nella tragedia “Timone di Atene” mette in bocca ad un soldato questa descrizione del suo generale: «Giovane d'anni, ma vecchio di senno». Capacità di discernimento e ragionevolezza devono necessariamente appartenere ad un giovane chiamato a guidare altri giovani in battaglia. Non di rado incontriamo persone «giovani d’anni» che definiamo mature o viceversa adulti dissennati e farneticanti. Spesso, tuttavia, sono gli adulti o gli anziani ad essere saggi, perché solo chi conosce le contraddizioni e le ambivalenze che abitano in ogni uomo può dare giusto peso ai vari problemi. La nostra tradizione occidentale, che è formata dalla cultura greca e da quella cristiana, ci ha fornito due idee di saggezza. La tradizione greca ha affidato la ricerca della saggezza alla filosofia. Epicuro (IV sec. a. C.) diceva che nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per chiedere di diventare saggio e riferisce che l’anziano, possedendo i beni in modo saldo nella sua memoria, ha un vantaggio sul giovane: è più felice. Scrive Epicuro: «Non il giovane è felice, ma il vecchio che ha vissuto bene; il giovane infatti, nel fiore dell'età, è spesso, per la sua mutevolezza di opinioni, facile bersaglio della sorte, mentre il vecchio è approdato alla sua vecchiaia come ad un porto, e quei beni che prima aveva sperato dubbiosamente li possiede ora racchiusi nella sicura gioia del ricordo» (“Sentenze vaticane”, 17). La tradizione cristiana offre una nuova idea di saggezza, che non si fonda solo sull’autonomia della ragione, ma ha bisogno del divino. Negli Opuscoli teologico-spirituali Tommaso d’Aquino (XIII sec.) ricorda che uno dei doni dello Spirito Santo è “la scienza”. Quest’ultima deve essere intesa come la sapienza che insegna a vivere bene. L’azione dello Spirito Santo, spiega Tommaso, non solo «rende l'uomo riverente e affezionato nei confronti di Dio, ma lo fa diventare saggio». È la saggezza che il re Davide ha chiesto a Dio. È la saggezza del re Salomone. Per il Cristianesimo saggio è dunque l’uomo che non si considera autosufficiente e che non si affida esclusivamente alla propria ragione ma rimane aperto alla voce di Dio. Bene: ma come si riconosce la saggezza? Nel 1859 il filosofo inglese John Stuart Mill nel Saggio sulla libertà, ha proposto questa soluzione: «Consideriamo una persona il cui giudizio sia veramente degno di fiducia: come lo è diventato? Perché si è mantenuto aperto alle critiche riguardanti le sue opinioni e  la sua condotta. Perché si è imposto come prassi costante di ascoltare tutto ciò che potesse venire detto contro di lui; di metterne a profitto quanto fosse giusto, e di chiarire, a se stesso  e se necessario ad altri, l'erroneità di quanto fosse erroneo. Perché ha intuito che il solo  modo in cui un uomo può in una certa misura avvicinarsi alla conoscenza complessiva di un argomento è ascoltando ciò che ne dicono persone di ogni opinione, e studiando tutte le  modalità secondo cui può essere considerato da ogni punto di vista». Per diventare saggi bisogna «imporsi come prassi costante» l’ascolto dell’altro. Senza comprendere le ragioni degli altri, senza entrare in empatia con i nostri simili, si corre il rischio di diventare sostenitori faziosi di un’idea o di un’altra. L’equilibrio non si raggiunge una volta per sempre; va cercato anche quando si è sottoposti a forze contrastanti e implica pertanto un continuo assestamento della propria interpretazione e del proprio giudizio. Diventare saggi, allora, non è un traguardo a cui si perviene in un anno stabilito. È il compito di una vita intera.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 24 luglio 2017

Letture estive 2

Ho letto in questi giorni Federico il Grande di Alessandro Barbero. Lo aggiungo ai libri consigliati: racconta la storia di Federico II di Prussia, il suo rapporto con il padre, la sua educazione. Spiega cos'era la Prussia nel Settecento, i rapporti tra la Prussia (protestante) e la Germania (cattolica) dominata invece dagli Asburgo. Narra la volontà di Federico II di allargare il proprio regno e di difenderne i territori: dalla conquista della Slesia (provincia dell'Impero), agli interventi nella guerra di successione austriaca (cap. 9), alle battaglie della guerra dei Sette Anni (cap. 14). Barbero è chiaro su tutto: è un libro bellissimo, scritto in modo magistrale.
Risultati immagini per alessandro barbero federico il grande

lunedì 19 giugno 2017

Letture estive

Classi terze (3G e 3I)
Risultati immagini per le parole del papa barbero
Alessandro BarberoLe parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco, Roma-Bari, GLF Editori Laterza, 2016.
Elie WieselLa notte, Firenze, Giuntina, 2007.
Risultati immagini per natoli dizionario
Salvatore NatoliDizionario dei vizi e delle virtù, Milano, Feltrinelli, 2017


Classi quarte (4G e 4H)
Risultati immagini per la guerra dei poveri
Nuto RevelliLa guerra dei poveri, Torino, Einaudi, 2014
Risultati immagini per il rischio di fidarsi
Salvatore Natoli, Il rischio di fidarsi, Bologna, Il Mulino, 2016.

Risultati immagini per schopenhauer come educatore
Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore, Milano, Bur, 2004.
Risultati immagini per il continente selvaggio
Keith LoweIl continente selvaggio. L'Europa alla fine della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, GLF Editori Laterza, 2015. (le parti in inglese e l’audio sono disponibili sul sito della scuola).

lunedì 5 giugno 2017

E tu, per chi cammini?

Risultati immagini per camminare

Caro Professore,
Si avvicina l’estate, la fine della scuola. Io volevo raccontarle che l’estate scorsa ho partecipato alla GMG in Polonia e quest’esperienza devo dire mi ha davvero segnata… Non vorrei parlare della fede o della religione, ma mi piacerebbe solo porre anche a lei una delle tante domande che è nata dentro di me dopo questa avventura. Un mattina viaggiando in treno per arrivare a Cracovia stavo scrivendo sul mio diario di bordo e ad un certo punto mi è venuto tra le mani un foglietto volante con questo racconto: Una storia ebraica narra di un rabbino saggio e timorato di Dio che, una sera, dopo una giornata passata a consultare i libri delle antiche profezie, decise di uscire per la strada a fare una passeggiata distensiva. Mentre camminava lentamente per una strada isolata, incontrò un guardiano che camminava avanti e indietro, con passi lunghi e decisi, davanti alla cancellata di un ricco podere. "Per chi cammini, tu?", chiese il rabbino, incuriosito. Il guardiano disse il nome del suo padrone. Poi, subito dopo, chiese al rabbino: "E tu, per chi cammini?". Questa domanda, conclude la storia, si conficcò nel cuore del rabbino. Quel giorno ho cercato di pensare ad altro per non affrontare me stessa, però tornata a casa qualche mese dopo ho avuto bisogno di trovare una risposta, ma la domanda è sempre lì che mi tormenta…“E tu, per chi cammini? Per chi e cosa ti alzi ogni mattina”?
Sara, 4H


Cara Sara,
Quando le domande si riferiscono al senso che diamo alla nostra vita, guardo alle persone che hanno vissuto esperienze estreme, al confine tra la vita e la morte e ascolto le motivazioni del loro percorso. Considero queste situazioni, perché quando la vita si affievolisce e sarebbe persino più semplice accettare la sorte e arrendersi alla disfatta gli uomini esplicitano le ragioni che li sorreggono. Allora, in senso letterale, penso alle lunghe marce indotte nei periodi di guerra, perché in quell’incedere forzato emerge il senso per cui si cammina. Penso alla ritirata di Russia, raccontata da Nuto Revelli ne “La guerra dei poveri”; al motivo della partenza e alla volontà del ritorno. E penso che se si è obbligati a partire perché il cammino è stato deciso da un’autorità a cui si deve obbedire, la volontà del ritorno è una volontà del cuore. Se prima si procede al nome di un “padrone”, poi si marcia per ciò che si ritiene imprescindibile: una persona, un ideale, per i figli. “Per chi cammini” suona un po’ come la domanda che Corrado, protagonista del romanzo di Cesare Pavese “La casa in collina”, rivolge alla compagna riferendosi al figlio Dino: «Se ti chiede per chi vivi tu, […] cosa rispondi?». E Caterina risponde a Corrado raccontando la propria gravosa esistenza: «Ho sempre faticato e battuto la testa. I primi tempi è stato brutto. Ma avevo Dino, non potevo pensare a sciocchezze. Mi ricordavo di quello che mi hai detto una volta, che la vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno». Che si viva per un ideale o una persona è confermato dai reduci di guerra e dai sopravvissuti ai campi di sterminio. Questa, infatti, è anche la riflessione dello scrittore ebreo Elie Wiesel, quando nell’opera “Parole di straniero” descrive le direttive dei tedeschi e le reazioni dei prigionieri: «Ciascuno per sé, ci dicevano. Dimenticate i genitori, i fratelli, il passato, ci ripetevano giorno e notte, altrimenti perirete. Avvenne il contrario. Quelli che vivevano soltanto per sé, per nutrirsi, finivano per cedere alle leggi della morte, mentre gli altri, quelli che sapevano per chi vivere — un genitore, un fratello, un amico — riuscivano a obbedire alle leggi della vita». Anche molti altri hanno riferito che senza motivazioni forti non si sopravvive: così Primo Levi (“Se questo è un uomo, La tregua”), Vasilij Grossman (“Vita e destino”), Viktor E. Frankl (“Uno psicologo nei lager”), Pavel A. Florenskij (“Non dimenticatemi. Le lettere dal gulag”). Se dovessi dirti per chi cammino, ti direi che fino a quando era viva mia madre, vivevo per me ma con un occhio a lei e quando è mancata anch’io mi sono chiesto perché e per chi camminavo. Ora ho un figlio: allora so che vivo ancora un po’ per me, ma so che guardo a lui e al suo percorso. Credo che il motivo per cui si cammina sia sempre per qualcuno o per qualcosa. Quando si è figli si cammina anche per l’approvazione dei genitori, quando si è genitori forse anche per meritare la fiducia dei figli. Quando si perde qualcuno si perde il testimone della propria vita, qualcuno che ha dato o ha raccolto il senso dell’esistenza affinché non cadesse nell’insignificanza. Per fortuna non camminiamo per un padrone, ma per realizzare quello che siamo, per portare a compimento la voce che sentiamo dentro di noi. Gli autori citati hanno messo in luce come gli affetti diano senso alla vita anche al di là degli interessi egoistici. Il padre del liberalismo classico John Stuart Mill nell’opera “L’utilitarismo” (1861) ha sottolineato la necessità di coltivare sia sentimenti personali sia interessi collettivi. Scrive Mill: «coloro che dietro di sé hanno una scia di affetti personali, e soprattutto coloro che hanno coltivato anche sentimenti di partecipazione agli interessi collettivi dell'umanità, conservano il loro interesse alla vita: un interesse altrettanto vivo alla vigilia della morte, quanto lo era nel vigore della giovinezza e della salute». Sono dunque molte le ragioni per cui ci si può alzare stimolati ogni mattina, sapendo per chi o cosa si cammina.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 1 maggio 2017

Confidenze e pregiudizi

Risultati immagini per confidarsi a estranei


Caro Professore,
durante queste vacanze sono stata in Croazia per una settimana per svolgere alcuni incontri con altri ragazzi all'incirca della mia età provenienti prevalentemente dall'Italia, ma anche da molti Paesi dell'Est Europa. Con essi, anche se non ci eravamo mai visti prima, si è subito creato un clima accogliente che mi ha permesso di sentirmi totalmente accettata, libera di essere me stessa al 100% e libera di trattare nella più completa tranquillità e assenza di imbarazzo argomenti molto profondi e a volte anche strettamente personali; questo ha fatto sì che si creassero legami d'amicizia molto stretti in pochi giorni. Al ritorno da questa meravigliosa esperienza, che avevo già vissuto negli anni passati, ma mai così forte, ho iniziato a riflettere notando che questo clima così sereno e accogliente trovato in Croazia tra persone sconosciute, non riesco a trovarlo qui, nella mia città, tra i miei compagni di classe e amici di una vita. Eppure a rigor di logica dovrebbe essere il contrario. Come è possibile ciò? Inoltre mi sono domandata: chi dovrei considerare davvero miei Amici con la "a" maiuscola? Quelli con i quali mi sono sentita subito accolta e con i quali mi sono aperta condividendo molte esperienze, ma che probabilmente non vedrò mai più, oppure quelli che vedo tutti i giorni, condividendo la mia quotidianità, ma con i quali sento ancora l'ombra dei pregiudizi?
Domiziana, 4H


Cara Domiziana,
Nel luogo di lavoro, di studio siamo sempre immersi in un preciso contesto. Si tratta di un ambiente sociale definito da coloro con i quali maggiormente entriamo in relazione: amici occasionali che spesso abitano anche nello stesso paese e nella stessa città. A volte l’apertura del nostro cuore a chi già frequentiamo può non essere così facile né conveniente. Non facile, perché parte delle nostre scelte sono condizionate dalla conoscenza dellaltro e dal legame con lui. Cerchiamo di non turbare un amico con eccessive preoccupazioni per evitare che ci giudichi male o ci allontani. Poiché in ogni contesto abbiamo costruito a fatica e nel tempo delle relazioni, sappiamo che per non urtare l’altro non possiamo sempre essere liberi al 100%. Temiamo di essere fraintesi e che cambi la relazione, che muti l’opinione che gli altri hanno di noi e il ruolo che avevamo in passato. Ma l’apertura può anche non essere conveniente, perché nei rapporti di routine si è stabilita una gerarchia relazionale. Più passa il tempo e i legami diventano stabili, meno gli altri sono disposti ad accettare ciò che non si accorda con la loro rappresentazione di noi. Talvolta intuiamo preventivamente persino come essi interpreteranno le nostre rivelazioni e le soluzioni che proporranno, e talvolta temiamo persino che qualcuno possa fare un uso distorto delle confidenze. Non ci preoccupiamo particolarmente del giudizio di chi non ci conosce, perché l’altro non ci ha ancora classificato e non si muove ancora nel nostro contesto relazionale. Il sociologo americano Mark Granovetter ha introdotto il concetto di «forza dei legami deboli», una nozione ripresa sia da Zygmunt Bauman in “Modernità liquida” sia da Richard Sennett ne “L’uomo flessibile”. Quest’ultimo l’ha tradotta così: «per la gente i rapporti occasionali di associazione sono più utili dei vincoli a lungo termine». A volte non sono le persone più vicine che riescono a fornirci le migliori indicazioni: ad esempio, non è detto che i consigli per il lavoro siano più efficaci se forniti dai parenti stretti. Forse una persona che non frequentiamo assiduamente può offrire suggerimenti più utili, perché ha maggiore dimestichezza con un preciso settore lavorativo. C’è anche un altro aspetto da considerare: molto spesso non cerchiamo dagli altri esattamente “una risposta”, ma semplicemente la possibilità di esprimere liberamente i pensieri ricorrenti per poterli valutare senza censure. L’altro ci consente di prendere visione della nostra ideazione e di approfondirne le conseguenze. Poiché accetta e non giudica, ascolta e rimane distante, alla fine della chiacchierata non dobbiamo riconsiderare il rapporto con lui. L’amico vede le nostre contraddizioni, l’estraneo le accoglie come complessità, l’amico vorrebbe che non cambiassimo molto, l’estraneo accoglie la novità. L’amico può entrare in competizione con noi, l’estraneo non ancora. Chi ci conosce si aspetta una coerenza con il passato e fatica ad accettare il nostro cambiamento, l’estraneo non conosce la nostra storia e non ha particolari aspettative. È il vantaggio della novità. Le persone con cui ti sei incontrata, tuttavia, condividevano le tue idee e le tue passioni ed è per questo che ti sei avvicinata a loro. Si sono creati un tempo e un luogo per realizzare delle esperienze. Con le persone che conosciamo non sempre siamo in grado di predisporre uno spazio per incontrarci. Se la novità rappresenta sempre un’apertura totale e un’assenza di “pregiudizio”, quando le nuove relazioni diventeranno più stabili non si creeranno ancora i problemi che notavamo con i vecchi amici? In ogni relazione nascono difficoltà e conflitti. Eraclito diceva che “polemos” è indispensabile e fruttuoso («padre e re di tutte le cose»), però è anche vero che, a volte, dove c’è più leggerezza c’è più libertà.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 17 aprile 2017

Senza amici

Risultati immagini per senza amici

Caro professore,
passando gran parte del mio tempo con persone che dico essere “miei amici”, mi son chiesto più volte come si possa definire un’amicizia. Si può considerare amico una qualunque persona che non sia un tuo nemico oppure ci deve essere qualcosa di più? Per diventare amico di una persona bisogna averci passato dei momenti felici assieme o esiste un altro modo per instaurare un rapporto di amicizia? E infine si può vivere senza amici?
Giacomo 4H


Caro Giacomo,
Se è vero quello che ha scritto Vasilij Grosmann in “Vita e destino”, ossia che «L'amicizia è uno specchio in cui l'uomo vede se stesso», pensare che si possa considerare amico chi non è dichiaratamente un nemico mi sembra una valutazione inadeguata. Certo, là dove non c’è inimicizia si apre uno spazio per la relazione, ma si tratta di semplice potenzialità. E la disponibilità all’incontro segnala un terreno da esplorare, non una forma di amicizia. Per vedere se stessi occorrono alcuni elementi. Ne scelgo tre: affinità, relazione e condivisione. Anche se è vero che l’amicizia può nascere tra persone molto diverse, è più facile che il simile cerchi il simile, per una sorta di facilità relazionale. Forse siamo pigri anche in questo, ma riusciamo ad accettare le differenze se scopriamo che da qualche parte ci sono delle affinità; la pura differenza ci può entusiasmare, ma dietro la diversità aspiriamo ad un terreno comune per la condivisione. Anche se molti studiosi ci ricordano che il desiderio di amicizia è insito nella natura umana, Aristotele ci ha insegnato in alcune pagine bellissime dell’ “Etica nicomachea” che «il desiderio di amicizia sorge rapidamente, ma l'amicizia no». Il desiderio di avere nuovi amici è immediato, ma l’amicizia richiede tempo. Non tutti coloro per i quali proviamo simpatia diventeranno amici, così come non tutti quelli con cui ti relazioni oggi a scuola o nei gruppi che frequenti si confermeranno tuoi amici. E anche se un tempo si diceva che «l'abbondanza di amici sembra essere una delle cose decorose», forse perché segnalava il buon carattere della persona e la capacità di creare rapporti positivi con il prossimo, la sovrabbondanza di amici esibita oggi sui social si può trasformare in una semplice ostentazione di potenza. E la forza non ha nulla a che fare con l’amicizia che si basa sulla qualità e non sul numero. L’amicizia richiede inoltre un elemento imprescindibile: la condivisione di esperienze. Nella nuova raccolta di articoli intitolata “Il nuovo barnum” (Feltrinelli 2016), lo scrittore Alessandro Baricco ha raccontato “L’amicizia prima di Facebook”. Poiché appartengo più o meno anch’io alla sua generazione, che è poi quella dei tuoi genitori, ritengo che ci sia molta verità nelle sue parole. Lo scrittore è chiaro: «Essere amici significava fare delle cose. Non parlarne, o raccontarle: farle». E ricorda che un tempo le telefonate “interminabili” erano riservate solo alle ragazze. Il legame era dato dall’attività che si svolgeva con qualcuno: giocare a pallone, andare a pescare, trascorrere le domeniche in piazza ad inventarsi qualcosa da fare, camminare per scoprire una porzione più ampia del mondo in cui si era nati. La profondità di un’amicizia era legata all’intensità dell’attività svolta con gli altri. Nessuna parola scambiata sui computer, poche al telefono, ma tantissimo tempo insieme a condividere delle esperienze. Nella sua riflessione ho ritrovato parte del mio vissuto, ma anche nuovamente le parole di Vasilij Grossman quando scrive che «Forse la forma suprema di amicizia abbraccia l’amicizia operativa, l’amicizia nel lavoro e nella lotta e l’amicizia di chi dialoga e si confronta». Grossman mostra il prolungamento di quel “fare insieme” che poi si manifesta nel mondo adulto nuovamente come condivisione di esperienze, di ideali, di visioni del mondo. Il fatto che l’autore sottolinei “l’operatività” segnala che il “fare insieme” genera un legame esclusivo, e che la condivisione aumenta la qualità della relazione. Chiedi se si possa vivere senza amici. Non mi sento di escluderlo, perché in condizioni estreme gli uomini si sono abituati un po’ a tutto. Però, nonostante vi possano essere difficoltà nelle relazioni e oggi sia aumentata la tendenza a sottolineare i difetti dell’amicizia, trovo sempre vera l’idea di Aristotele secondo cui «senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni. (Etica Nicomachea 1155 a). Ho recentemente scoperto una riflessione analoga anche nel libro “Tutti i fiumi vanno al mare” (Bompiani 1996) di Elie Wiesel. Scrive l’autore: «La maledizione peggiore? Per un padre, la mancanza di figli. Per un bambino, la mancanza di un focolare. Per un credente, la mancanza di giustizia. Per un ricercatore, la mancanza di verità. Per un prigioniero, la mancanza di speranza. Per ogni essere umano, la mancanza di amici. Senza amici, la libertà non ha senso né valore. Chi non ha amici è solo un prigioniero fuori dalla prigione». La mancanza di amicizia è presentata come una disgrazia o una dannazione. Abbiamo bisogno di condividere la vita, magari anche con poche persone. Ma abbiamo bisogno di vedere noi stessi attraverso l’altro e grazie all’altro.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 27 marzo 2017

Autenticità: ma a che prezzo?

Risultati immagini per autenticità


Caro professore,
la ricerca dell’autenticità è un pensiero che mi assale costantemente. Questa vita scorre incessante e noi non ci poniamo molte domande: ma in tutto questo cosa siamo? Mi pongo questo interrogativo dinanzi a una vita monotona, inserita in una società superficiale e materialista, in cui pare che l’unico scopo sia di farmi segnare dal tempo. So che per vivere bene bisogna ottenere la pace con il proprio animo, data da rapporti con persone autentiche, senza finalità o interessi, una felicità condivisa con qualcuno di vero, ammirare a farsi incantare dalle bellezze reali della vita e della natura che lentamente stiamo dimenticando. Ecco, mi aspetto questo dalla mia esistenza: autenticità. Ma come?
Leonardo, 3I

Caro Leonardo,
Hugo Ball, uno dei fondatori del dadaismo a Zurigo, nell’opera “Flametti ovvero del dandismo dei poveri” (1918) scrive che la vita dei saltimbanchi e dei circensi è più autentica di quella dei borghesi. Coloro che vivono ai margini della società, scarsamente inseriti nel sistema sono forse meno disposti a compromessi e a dissimulare, perché «chi cammina sulla fune non può, nemmeno per un istante, fare "come se"». Non c’è possibilità di fingere, di ostentare o di occultare la propria vera natura. La vita autentica non è diversa da quella mostrata, perché non si può far apparire ciò che non si è su un cavo sospeso a mezz’aria. L’autenticità può essere concepita in molti modi: parliamo di un quadro autentico se compatibile con l’autore che l’ha creato e di un documento autentico se è originale. Così intendiamo l’autenticità spesso in riferimento ad un modello primordiale che differisce dalla sua copia, ad un autografo e non alla sua riproduzione. L’autenticità della vita a cui fai riferimento è tuttavia di altro tipo: non si tratta di ripulire un’anfora ricoperta da incrostazioni e conchiglie – che tu individui nella «monotonia, nella superficialità e nel materialismo» – per riscoprire l’oggetto autentico che sta sotto, perché l’esistenza di ciascuno non è un manufatto che rimane inalterato negli anni, lievemente velato o guastato dalla patina del tempo. Perché la vita non solo si modifica nel tempo, ma in esso si genera gradualmente. Cosa significa allora essere autentici se non c’è un originale granitico da preservare? Filosofie e religioni hanno sempre sollecitato il passaggio dall’inautenticità all’autenticità dell’uomo. Secondo Socrate, per essere autentici e non replicare ciò che recitano i più, è importante conoscere se stessi, per Gesù è fondamentale aprirsi ad una dimensione di amore con il divino e con l’umano. Per Kant è autentico chi sa obbedire alla legge morale dentro di sé, per Marx chi sa smascherare le sovrastrutture e cogliere le cause dell’alienazione umana; per Nietzsche chi sospetta delle verità della tradizione e ascolta il dionisiaco dentro di sé, per Freud chi ascolta il proprio inconscio, per Heidegger chi sa uscire dall’esistenza anonima del “si” impersonale. Ogni uomo ha trovato la propria via per l’autenticità: alcuni sono usciti da un gruppo sociale, si sono trasferiti in altre città, in campagna o in luoghi sperduti, altri hanno cambiato lavoro o hanno modificato il proprio stile di vita decidendo di prendersi cura di sé, degli altri o della cultura. Oggi riteniamo autentico chi sa ascoltare la propria voce interiore e non accetta di muoversi in uno spazio già orientato da altri nel lavoro o nella visione politica, culturale o religiosa. L’esistenzialismo, una corrente filosofica del Novecento che si è sviluppata a partire dalla prima guerra mondiale, ha dato molta importanza a questo tema. L’esistenza autentica non è solo quella che prende consapevolezza dei condizionamenti, ma è quella che guarda l’esistenza a partire dalla morte, dalla finitezza della vita. È propria dell’uomo che considera la vita a partire dalla sua fragilità naturale e assume questa condizione per orientare le proprie scelte. Anche lo psichiatra Aldo Carotenuto, nel libro L’eclissi dello sguardo ritiene che la categoria dell'autenticità sia fondamentale in quanto: «di fronte alla morte, così come nei momenti più cruciali dell'esistenza, [l'uomo] è costretto innanzitutto a chiedersi chi sia, e può accettare limiti ed errori soltanto se consapevole di aver dato voce alla propria dimensione interiore». In fondo, misuriamo la verità del nostro vissuto con questa cartina di tornasole. Chiedi a quale prezzo si possa essere autentici. Il prezzo è elevato perché – come per ciò che è pregiato – il suo valore è alto. Ma il compenso che se ne ricava è dato dalla qualità della vita. Diventare autentici include infatti la capacità di allontanarsi da ciò che non si condivide più per ascoltare la propria voce interiore, e implica anche la capacità di sostenere la sofferenza dovuta all’esperienza della perdita di ciò che credevamo sorreggesse la vita. Il teologo Vito Mancuso in “Io e Dio. Una guida dei perplessi” (Garzanti, 2011) ha proposto questa bella riflessione: «l'autenticità della vita si misura sulla base del suo rapporto con la verità, nel senso che l'autenticità aumenta quanto più si è disposti ad amare la verità anche al di sopra di sé e delle proprie convinzioni, se occorre lasciandosi confutare, mentre diminuisce quanto più alla verità dell'esperienza si preferiscono le proprie convinzioni e le proprie convenienze».
Un caro saluto,
Alberto