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Cor-rispondenze

lunedì 30 agosto 2021

Nani



Nel meraviglioso microcosmo dell’abbazia benedettina descritto ne “Il nome della rosa” di Umberto Eco, c’è un momento in cui i due protagonisti, Adso da Melk e Guglielmo da Baskerville, incontrano un mastro vetraio. Si chiama Nicola da Morimondo. Illustrando le bellezze del luogo ai due ospiti, egli riferisce che nella parte posteriore della fucina si soffia il vetro, mentre in quella anteriore i fabbri fissano i vetri ai piombi di riunione per realizzare le vetrate. Aggiunge, con un certo sconforto, che l’opera vetraria complessiva è stata compiuta almeno due secoli prima e che al tempo ci si limita solamente a lavori minori e alle sistemazioni dei guasti provocati dall’usura degli anni. Le riparazioni sono poi sempre più difficili, nell’impossibilità di trovare i colori originali – come ad esempio il blu delle vetrate –, e la qualità degli stessi colori è inferiore a quella del passato. Suggerisce così di osservare la luce che filtra dalle vetrate: da quelle antiche si propaga cristallina, mentre appare spenta quella che attraversa le lastre più recenti. Frate Nicola afferma pertanto: «È  inutile, non abbiamo più la saggezza degli antichi, è finita l'epoca dei giganti!». E Guglielmo da Baskerville, assecondandolo, ripete: «Siamo nani, ma nani che stanno sulle spalle di quei giganti, e nella nostra pochezza riusciamo talora a vedere più lontano di loro sull'orizzonte». Il romanzo di Umberto Eco è ambientato nel 1327, tuttavia il sapiente autore ha messo in bocca al suo protagonista una frase pronunciata almeno un paio di secoli prima. La citazione è infatti riportata originariamente dal filosofo Giovanni di Salisbury nell’opera “Metalógicon del 1159. Egli attribuisce il detto a Bernardo di Chartres, uno dei maestri della prestigiosa scuola francese di Chartres, il quale era solito dire ai suoi allievi: «Siamo come nani sulle spalle dei giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non per l’acutezza della nostra vista, ma perché sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti». Da Bernardo di Chartres all’allievo Guglielmo di Conches fino a Giovanni di Salisbury, il detto ha avuto grande risonanza. E ancora di più ne ha avuta qualche secolo dopo in quella che viene ricordata come la “Querelle des anciens et des modernes” («disputa sugli antichi e sui moderni»), che ha appassionato letterati e filosofi e ha creato opposti e curiosi schieramenti: da Montaigne a Cartesio, da La Rochefaucault a Pascal, da La Fontaine a Perrault, da Swift a Vico, da Rousseau e Leopardi a M.me de Stael. L’idea di fondo dell’antico motto consiste nel ritenere i Moderni più perspicaci degli Antichi, ma non più saggi. Gli Antichi, in fondo, avevano a disposizione solo gli scritti che essi stessi avevano concepito e prodotto. Noi – come tutte le generazioni succedutesi – utilizziamo al contrario sia gli scritti originari sia quelli composti sino ad oggi. Siamo dunque più perspicaci – ossia vediamo più cose –, ma non siamo necessariamente più intelligenti. È infatti più difficile scoprire qualcosa senza avere indizi che seguire una strada già tracciata. Vediamo più lontano come un bambino in mezzo alla folla preso in spalla da un genitore. I giganti del passato hanno stabilito i fondamenti del sapere e hanno creato le scienze, ora noi possiamo progredire agevolmente sul sentiero giusto. Proviamo a fare una semplice verifica. Quante persone sono in grado di misurare il diametro della Terra, prevedere un’eclissi di Sole, orientarsi in mare guardando le stelle, dire a che velocità viaggia la Luna? Se decidiamo di fare un confronto tra gli Antichi e i Contemporanei, ci rendiamo immediatamente conto che il divario può essere imbarazzante. Dopo anni di scuola superiore, centinaia e centinaia di ore di matematica e fisica è molto probabile che nessuno studente – privato naturalmente dei supporti tecnologici – sia in grado di fare operazioni risolutive. Forse neppure un giovane universitario è in grado di persuadere la comunità scientifica della validità delle proprie ricerche in settori così complessi. Siamo migliori degli Antichi o siamo semplicemente più tecnologici? In fondo chiunque può utilizzare software che permettono di toccare con mano l’esattezza delle teorie scientifiche e non occorre essere particolarmente intelligenti per accedere a informazioni strabilianti. Dunque, con buona pace del nostro orgoglio, siamo probabilmente dei nani rispetto ai giganti del passato. Questo vale anche nel campo della cultura più in generale. Ripetiamo pensieri e riflessioni che provengono da lontano e ci permettono di orientarci nella quotidianità e scegliamo con passione alcuni modelli di riferimento nell’arte, nell’etica, nella letteratura o nella filosofia. Grazie al contributo degli Antichi sentiamo di poter partorire pensieri profondi o splendide intuizioni. Sappiamo che in tempo di mondiali di calcio gli Italiani si trasformano tutti in sapienti allenatori; ora, in tempo di Covid-19 sono diventati tutti esperti di virus e vaccini e discutono di Rna a qualunque ora del giorno. Se è naturale condividere il pensiero di uomini eccellenti, occorre però scegliere bene il modello a cui ispirarsi, perché non tutte le persone che vengono elevate a maestri sono davvero tali. Se si fallisce la scelta si corre il rischio di non vedere in lontananza, perché, come ci ricorda ancora Guglielmo da Baskerville, «spesso, i sapienti dei tempi nuovi sono solo nani sulle spalle di nani». 

 Un caro saluto,

Alberto

 

lunedì 2 agosto 2021

Consigli per le vacanze








Cari ragazzi,

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Buona estate,

Alberto