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Cor-rispondenze

sabato 27 giugno 2015

Libri consigliati

Il continente selvaggio. L'Europa alla fine della seconda guerra mondiale

Per le classi IV A e IVB
Keith Lowe, Il continente selvaggio, Bari, Laterza, 2014.


Per la classe IIID
Elie Wiesel, La notte, Firenze, La Giuntina, 2003.


 Altri libri proposti (non obbligatori)


            FILOSOFIA E SAGGISTICA                   
                                                            
1          Audi Robert, La razionalità della religione, 2014

2          Augè Marc, Il tempo senza età. La vecchiaia non esiste, 2014

3          Bauman Zygmunt, Sesto potere. La sorveglianza nella modernità liquida, 2014
4          Bauman Zygmunt, Il demone della paura, 2014

5          Bauman Zygmunt, Obirek Stanislaw, Conversazioni su dio e sull'uomo, 2014
6          Bazzicalupo Laura, Biopolitica. Una mappa concettuale, 2014

7          Bettini Maurizio, Elogio del politeismo, 2014
8          Bettini Maurizio Brillante Carlo, Il mito di Elena. Racconti dalla Grecia a oggi, 2014

9          Borgna Eugenio, La fragilità che è in noi, 2014
10        Bovero Michelangelo Paze' Valentina, Diritti e poteri, 2014

11        Canfora Luciano, La crisi dell'utopia. Aristofane contro Platone, 2014
12        Cantarella Eva,  Ippopotami e sirene. I viaggi di Omero e di Erodoto, 2014

13        Constant Benjamin, La felicità degli antichi, 2014
14        De La Boetie Etienne, Discorso della servitù volontaria, 2014

15        Diamanti Ilvo, Democrazia ibrida, 2014
16        Dorfles Piero, I cento libri che rendono più ricca la nostra vita, 2014

17        Dworkin Ronald, Religione senza dio, 2014
18        Ferraris Maurizio, Spettri di Nietzsche, 2014

19        Feuerbach Ludwig, Rime sulla morte, 2014
20        Fusaro Diego, Il futuro è nostro. Filosofia dell'azione, 2014

21        Galimberti Umberto, Giovane, hai paura?, 2014
22        Jullien Francois, Sull'intimità, 2014

23        Le Breton David, Esperienze del dolore, 2014
24        Legrenzi Paolo, Frugalità, 2014

26        Lenoir Frederic, La felicità. Un viaggio filosofico, 2014
27        Maffei Lamberto, Elogio della lentezza, 2014

28        Malone Michael S.,  Storia della memoria, 2014
29        Mancuso Vito, La vita segreta di Gesù. I vangeli apocrifi, 2014

30        Mancuso Vito, Io amo. Piccola filosofia dell'amore, 2014
31        Marconi Diego, Il mestiere di pensare, 2014

32        Martini Carlo Maria, Eco Umberto, In cosa crede chi non crede?, 2014
33        Marzano Michela, La morte come spettacolo, 2014

34        Nadler Steven, Il filosofo, il sacerdote e il pittore, un ritratto di Descartes, 2014
35        Nadler Steven, Il migliore dei mondi possibili. Una storia di filosofi, di dio e del male,    2014
36        Natoli Salvatore, Perseveranza, 2014

37        Petrucciani Stefano, Democrazia, 2014

38        Pettoello Renato, Leggere Kant, 2014
39        Plutarco, La vita felice, 2014

40        Recalcati Massimo, Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa, 2014
41        Recalcati Massimo, L'ora di lezione. Per un'erotica dell'insegnamento, 2014

42        Recalcati Massimo, La forza del desiderio, 2014
43        Recalcati Massimo, Melanconia e creazione in Vincent van Gogh, 2014

44        Rigotti Francesca, Onestà, 2014
45        Rigotti Francesca, Metafore del silenzio, 2014

46        Rodighiero Andrea,             La tragedia greca, 2014
47        Rodotà Stefano, Solidarietà: un'utopia necessaria, 2014

48        Savater Fernando, Piccola bussola etica per il mondo che viene, 2014
49        Sermonti Vittorio, Le metamorfosi di Ovidio, 2014

50        Shaftesbury, Lettera sull'entusiasmo, 2014
51        Starobinski Jean, L'inchiostro della malinconia, 2014

52        Tagliapietra Andrea, La virtù crudele. Filosofia e storia della sincerità, 2014
53        Todorov Tzvetan, Goya, 2014

54        Urbinati Nadia, Democrazia in diretta. Le nuove sfide della rappresentanza, 2014
55        Valagussa Francesco, Immanuel Kant: critica del giudizio, 2014

56        Attali Jacques, Scegli la tua vita, 2015
57        Augè Marc, Perché viviamo?, 2015

58        Bauman Zygmunt, Bordoni Carlo, Stato di crisi, 2015
59        Bettini Maurizio, Silvia Romani, Il mito di Arianna. Immagini e racconti dalla Grecia a oggi, 2015
60        Borgna Eugenio, Il tempo e la vita, 2015

61        Curi Umberto, La porta stretta, 2015
62        De Luise Fulvia, Farinetti Giuseppe, I filosofi parlano di felicità. 2. Tra i moderni, 2015

63        De Luise Fulvia, Farinetti Giuseppe, I filosofi parlano di felicità. 1. Le radici del discorso        2015
64        Dehaene Stanislas, Coscienza e cervello. Come i neuroni codificano il pensiero, 2015
65        Donatelli Piergiorgio, Etica: i classici, le teorie e le linee evolutive, 2015

66        Edmonds David, Uccideresti l'uomo grasso? Il dilemma etico del male minore, 2015
67        Escobar Roberto, La fedeltà di don Giovanni, 2015

68        Gardner Howard, Generazione app. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale, 2015
69        Hadot Pierre, Studi di filosofia antica, 2015

70        Klein Stefan,             Il tempo. La sostanza di cui è fatta la vita, 2015
71        La Rochefoucauld Francois, Sentenze e massime morali – Einaudi, 2015

72        Latouche Serge, Breve trattato sulla decrescita serena e come sopravvivere allo sviluppo, 2015
73        Mancuso Vito, Questa vita: conoscerla, nutrirla, proteggerla, 2015

74        Mortari Luigina, Filosofia della cura, 2015
75        Neiman Susan, Perché diventare grandi? - UTET  2015

76        Oatley Keith, Breve storia delle emozioni, 2015
77        Taylor Andrew, I 50 libri che hanno cambiato il mondo, 2015

78        Tonelli Angelo, Eleusis e orfismo. I misteri e la tradizione iniziatica greca, 2015
  

STORIA                    
                           

1          Bensoussan Georges, L’eredità di Auschwitz. Come ricordare?, 2014
2          Bizzocchi Roberto, I cognomi degli italiani. Una storia lunga 1000 anni, 2014

3          Calamandrei Piero,  Il fascismo come regime della menzogna, 2014
4          Camon Ferdinando, Conversazione con primo levi. Se c'è Auschwitz, può esserci dio?   2014

5          Cantarella Eva, Perfino catone scriveva ricette. I greci, i romani e noi, 2014
6          Carnevali Barbara, Le apparenze sociali. Una filosofia del prestigio, 2014

7          Carnevali Barbara, Romanticismo e riconoscimento. Figure della coscienza in Rousseau, 2014
8          Giuliani Massimo, Conoscere la Shoah, 2014

9          Isnenghi Mario, Il mito della grande guerra, 2014
10        Lowe Keith, Il continente selvaggio. L'Europa alla fine della seconda guerra mondiale, 2014

11        Napoleoni Loretta, Isis. Lo stato del terrore, 2014
12        Revelli Nuto, Il disperso di Marburg, 2014

13        Revelli Nuto, Il testimone: conversazioni e interviste 1966-2003,   2014
14        Spinelli Altiero, Come ho tentato di diventare saggio, 2014

15        Turnaturi Gabriella, Signore e signori d’Italia. Una storia delle buone maniere, 2014
16        Weiss Helga, Il diario di Helga. La testimonianza di una ragazza nei campi di Terezin e Auschwitz, 2014

                                  
17        Gibelli Antonio, La grande guerra. Storie di gente comune, 2015

18        Harden Blaine, Fuga dal campo 14, 2015
19        Infelise Mario, I padroni dei libri. Il controllo sulla stampa nella prima età moderna, 2015

20        Molinari Maurizio, Il califfato del terrore. Perché' lo stato islamico minaccia l'occidente, 2015
21        Monsagrati Giuseppe, Roma senza il papa. La repubblica romana del 1849, 2015

lunedì 22 giugno 2015

La tenacia


 


Caro professore,
C’è un film bellissimo che si chiama “Secretariat”; parla di un cavallo da corsa che è considerato il più grande di tutti i tempi. La sua padrona, anche con debiti della scuderia dovuti alla morte del padre, non vendeva questo cavallo perché secondo lei avrebbe vinto le tre più grandi gare podistiche. Anche dopo l’ultima gara il cavallo vinse e quella signora insegnò alla famiglia di non mollare mai. La mia domanda è: se avessimo tutti la sua tenacia, saremmo tutti vincitori?
Matteo, ID


Caro Matteo,
Mi è capitato di vedere con mio figlio di tre anni un cartone animato di Heidi. In un paesino svizzero nei pressi di Maienfeld si è diffusa la voce che sia necessario vendere o sopprimere la capretta “Fiocco di neve”, amica della protagonista, perché non si sviluppa e non produce latte. Heidi è preoccupatissima, non dorme di notte in preda agli incubi. Poi parla con il nonno, il quale le racconta che solo un’erba esclusiva che prospera in luoghi impervi potrebbe far crescere il piccolo animale. Heidi allora si prodiga per raccogliere quel cibo e rischia la vita per salvare la capra; si oppone ai pregiudizi e alla fine riesce ad avere la meglio. Sia Heidi sia la signora Penny Chenery – nel film “Un anno da ricordare” (“Secretariat”) – mostrano comportamenti virtuosi, ostinati e controcorrente ed entrambe le storie giungono ad un lieto fine. Ovviamente, anche nella realtà incontriamo persone che mettono in atto comportamenti eccezionali per salvare ciò che amano. Il filosofo tedesco contemporaneo Peter Sloterdijk in “Devi cambiare la tua vita” (Raffaello Cortina Editore, 2010) racconta di Carl Hermann Unthan, uno scrittore e musicista prussiano vissuto tra il 1848 e il 1929. Nato senza braccia, all’età di sei-sette anni egli scopre la possibilità di suonare il violino con i piedi, fissandolo ad una cassa poggiata per terra. Con le dita del piede destro pigia le corde e con il piede sinistro muove l’archetto. Frequenta il liceo di Königsberg e poi viene ammesso al conservatorio di Lipsia. Dopo aver fatto una quantità impressionante di esercizi riesce a diventare un virtuoso e viene invitato a tenere concerti in varie città. Impressiona i grandi musicisti del tempo, Johann Strauß, Michael Ziehrer, Josef Gungl e Franz Liszt. La gente rimane esterrefatta dalla sua capacità di suonare con le dita del piede le note accoppiate. Forse oggi ti sono più note le storie di Simona Atzori, ballerina e pittrice, e di Alex Zanardi. Ma conosci anche la tenacia di chi ha lottato o lotta contro una dittatura o per chiedere il riconoscimento dei diritti; la risolutezza di chi fugge da luoghi tormentati dalla guerra e si avventura in nuove terre; la caparbietà di chi vuole perseguire un obiettivo nello studio o nel lavoro; l’ostinazione di chi si prende cura della propria famiglia o degli emarginati. C’è poi chi manifesta tenacia nei rapporti affettivi e c’è la costanza di coloro che desiderano distinguersi o affermarsi in una attività, di coloro che non sono sostenuti da privilegi ma da obiettivi, di chi non aspetta che le cose accadano, ma si impegna a fondo per realizzarle. La perseveranza è la persistenza dell’azione contro l’ovvietà, l’abitudine e la pigrizia. È l’attitudine a saper portare avanti i propri propositi anche quando ci sono difficoltà. È la capacità di immaginare scenari diversi da quelli presagiti dalla maggioranza ed è la forza di chi non ha paura di applicarsi e di lavorare per il proprio progetto. Senza tenacia non c’è scoperta né creazione, anche se, ovviamente, non tutte le ricerche intraprese portano a successi per l’umanità. Nietzsche apre la terza “Considerazione inattuale” con queste parole: «Quel viaggiatore che aveva visto molti paesi e popoli e più d'un continente, e a cui fu chiesto quale qualità de­gli uomini avesse ritrovato dappertutto, disse: hanno una tendenza alla pigrizia». E alla domanda su cosa induca le persone a pensare e ad agire come il gregge, Nietzsche risponde così: «Per la grande maggioranza è la co­modità, l'indolenza, insomma quella tendenza alla pi­grizia». C’è pertanto un modo di “essere vincitori” che consiste nell’aggredire l’apatia e nel rimuovere la fiacchezza. Si è “vincitori” innanzitutto perché si sono sconfitte la mediocrità, la passività e la rassegnazione. Perché ci si rifiuta di accettare standard imposti, progetti anonimi, idee banali. Perché in primo luogo si trionfa su se stessi per dare forma a se stessi. Scrive Seneca nelle “Lettere a Lucilio”: «Inevitabilmente chi è ancora imperfetto vacilla, ora avanza, ora scivola indietro o si lascia abbattere. Ma scivolerà indietro se non persevererà nell'andare avanti con tutte le sue forze; se si allenteranno l'impegno e la tenacia dei propositi, dovrà retrocedere. Nessuno si è ritrovato lungo la via del progresso al punto in cui si era lasciato. Pertanto, impegniamoci assiduamente e perseveriamo; ci restano ancora più vittorie da conseguire rispetto a quelle già conseguite, ma gran parte del progresso consiste nel voler progredire». Senza tenacia gli obiettivi si dissolvono in illusioni, i progetti in miraggi e le parole abbagliano senza rischiarare una direzione.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 8 giugno 2015

Una scarsa empatia





Caro professore,

È normale che io non riesca a provare empatia verso il prossimo, principalmente verso coloro che commettono atti indegni? Per esempio, quando sento notizie di persone che commettono omicidi non provo emozioni di dispiacere verso la vittima, ma mentalmente mi avvicino all’assassino. A volte provo un certo senso di piacere nel vedere il “decadimento” della civiltà umana, per il semplice fatto che non mi fido dell’uomo in sé, infatti, se mi trovassi con il coltello dalla parte del manico non mi farei problemi a fare del male, ma mi tengo. Questo fa di me uno psicopatico?

Ivan, II C


Caro Ivan,
Il celebre psicologo Daniel Goleman nel libro “Intelligenza emotiva” (1994) ha scritto che «La psicopatia, ossia l'incapacità di sentire empatia o compassione di sorta, e anche rimorsi di coscienza, è uno dei disturbi emozionali più sconcertanti». È sconcertante non provare empatia, altro che normale. Certo, Sigmund Freud aveva parlato in “Al di là del principio di piacere” (1920) di due pulsioni proprie dell’uomo: una pulsione di vita (amore, Eros) e una pulsione di morte (Todestrieb), una spinta alla distruzione e all’aggressività che spezza i legami stabiliti da Eros (personificata nella divinità Thanatos). E aveva invitato a considerare nell’uomo non solo la capacità di costruire legami, ma anche quella di polverizzarli. Forse in questo senso comprendo il tuo piacere nel contemplare il “decadimento” della civiltà: perché dalla distruzione si aprono altri scenari possibili. Ma non provare empatia è ancora diverso dal desiderio di distruggere. Detto questo, io non penso che tu sia uno psicopatico in senso stretto, perché un vero psicopatico è un uomo le cui onde cerebrali non registrano differenza tra una parola neutra come “sedia” e una parola con forte carica emotiva come “uccidere” (vedi Goleman). Credo piuttosto che tu abbia una capacità di sentire l’altro ancora superficiale e immatura. O che tu non riesca ancora a distinguere efficacemente tra finzione e realtà. Una certa abitudine ai videogiochi che innescano scene violente, dove è facile devastare e uccidere, massacrare o picchiare selvaggiamente può favorire l’incapacità a discernere tra immaginazione e vita. Ma c’è differenza tra il godimento per l’adrenalina attivata dalla situazione fantastica e l’assenza di partecipazione emotiva per ciò che accade ad un tuo simile. Ti ricordo che i ricercatori hanno messo il luce che manifestazioni di empatia sono presenti in tutti i mammiferi, e gli uomini – che hanno una corteccia cerebrale più sviluppata – sono maggiormente predisposti all’empatia. Gli studiosi ricordano che i bambini appena nati sono in grado di riconoscere il pianto di altri neonati e da questo vengono indotti a piangere; un bambino di 2 anni strizza gli occhi per il disagio quando vede un compagno che soffre:  di solito gli si avvicina, gli offre un giocattolo, lo accarezza o lo accompagna dalla madre (Rifkin, 2010). Ma senza empatia dove si va? Senza empatia non si comprende il mondo e non lo si può amare. E se non riesci ad amare qualcosa non te ne curi, così rimani indifferente alla sua distruzione. Se non si comprendono gli uomini non li si può rispettare. C’è certamente una predisposizione genetica all’empatia, ma generalmente è attraverso la cultura che sviluppiamo la capacità di sentire l’altro. Un film d’amore affina l’empatia, un romanzo accresce la capacità di sentire le emozioni, di interpretare i sentimenti. Le testimonianze dei nonni che raccontano le loro vite fatte di privazioni e di sofferenze ci permettono di sintonizzarci meglio con loro. È attraverso l’empatia che diventiamo umani, non attraverso il patrimonio genetico o l’appartenenza alla specie. Partecipare alla sofferenza e condividere le emozioni agevoleranno le relazioni con i tuoi compagni e con la tua (futura) fidanzata. Se non ti sforzi di immedesimarti nell’altro come pensi di comprendere la sensibilità di chi sta accanto a te? La ragazza di cui ti innamorerai ti troverà privo d'interesse. Dirà che sei banale e che non la capisci. Sì, perché la comprensione dell’altro non passa attraverso l’analisi concettuale, ma attraverso la mediazione empatica. Per non avvicinarti solo all’assassino, ma anche alla vittima, devi modificare il tuo punto prospettico e passare dall’osservazione esterna della vita all’osservazione interna. Le rughe sulla fronte sono ciò che il corpo rivela esteriormente, ma se sai guardare ti raccontano un’esistenza scolpita dal sole, dal lavoro o dalle preoccupazioni. Una schiena incurvata ti può far sorridere o ti può rivelare la fatica di una vita intera. Sulla scena di un omicidio continuerai a vedere nella vittima solo un corpo senza vigore, adagiato su un pavimento in una posizione più o meno innaturale. Potrai contare le pugnalate, osservare i punti dove si è riversato più sangue e gli oggetti presenti nella stanza. Oppure potrai immedesimarti nella vita relazionale di quella persona. Potrai comprendere il dolore dei suoi famigliari e delle persone che amava e che la amavano. I tedeschi chiamano questa capacità “Einfühlung”. “Ein” significa “dentro” e “Fühlung” è un “contatto”, deriva dal verbo “fühlen”, “sentire”, come il “feeling” inglese. Immedesimarsi è sentire l’altro dentro. E questo è capire. Allora potrai persuaderti che certi atti sono indegni e difficilmente ti identificherai con chi li compie.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 1 giugno 2015

L’apparenza che rivela



 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Caro professore,
viviamo in una società dove il carattere, il grado di studi o i propri valori sembrano essere stati superati dall’aspetto esteriore. Tanti sono gli esempi che ci dimostrano che tale cosa è vera: i ragazzi che si suicidano perché i compagni li prendo in giro a causa del colore della maglia che indossano, i pregiudizi dovuti ad un abbigliamento succinto, oppure i posti di lavoro dati solamente alle persone ordinate e ben vestite, senza considerare il loro grado di abilità o di capacità. Proprio pensando a queste cose mi sono più volte posta la domanda: “Perché allora, nel XXI secolo, epoca in cui ci vantiamo di avere una mentalità aperta, siamo ancora così condizionati dalle apparenze?”
Federica, IVA

Cara Federica,
Voglio fare un elogio dell’apparenza. Certo è vero che a volte si è giudicati ingiustamente e che la prima impressione può essere fuorviante. Ma perché pensiamo che l’apparire sia costantemente menzognero? In fondo esso non è sempre sinonimo di inganno o di illusione. Se consideri la storia della filosofia forse conoscerai alcuni autori che hanno parlato di quella questione sibillina dell’essere e degli enti, che altro non sono che il tutto (finito o infinito che sia) e le sue manifestazioni provvisorie nello spazio e nel tempo. Immagina la lavagna digitale che probabilmente hai in classe e i possibili contenuti che su di essa appaiono e scompaiono. Beh, gli antichi avevano pensato che la lavagna fosse l’essere e che le varie immagini finite che si formano su di essa fossero gli enti, oggetti che durano un po’ e poi si dissolvono. In questo senso l’essere si manifesta a noi sotto forma di cose ed eventi che dileguano sotto la spinta del tempo. Non è questione di menzogna, è che noi conosciamo a partire da ciò che si manifesta. Insomma, i filosofi hanno dato molto valore all’apparire. Pietro Chiodi in uno studio sull’esistenzialismo di Heidegger, per segnalare la rilevanza di questa tematica, ci ha ricordato che la storia dell’Occidente è stata caratterizzata da quattro contrapposizioni fondamentali: essere e divenire, essere ed apparire, essere e pensare, essere e dover-essere. Ma “apparire” significa prima di tutto manifestarsi, venire alla luce, svelarsi. Non ingannare. Non è dunque l’apparire che ci deve preoccupare, sono piuttosto le discriminazioni sociali e l’intolleranza verso la diversità a produrre sofferenza. La filosofa italiana Barbara Carnevali, in un libro intitolato “Le apparenze sociali. Una filosofia del prestigio” (il Mulino, 2012), ha messo in evidenza che nell’esperienza sociale forse non ha troppo senso mantenere il dualismo superficie/profondità, considerando che ciò che è superficiale sia artefatto e che sotto la facciata si nasconda l’autenticità. Scrive  la filosofa: «Ciò che sappiamo sugli altri, e ciò che gli altri sanno su di noi, si fonda essenzialmente su apparenze». E subito chiarisce che «L'io si volge all'altro io e instaura il legame sociale attraverso la propria apparenza. Essa crea il legame, lo istituisce e lo rappresenta, rivelando la società come una rete di relazioni sensibili». L’apparenza è il modo con cui andiamo incontro agli altri, ed è il modo con cui chiediamo agli altri di reagire di fronte ai nostri vestiti, ai nostri atteggiamenti e di entrare in relazione con noi. Chi giudica dalle apparenze, in fondo, non fa torto a chi viene giudicato. Spesso consideriamo chi viene osservato e valutato come un soggetto disarmato e debole nei confronti di chi emette una sentenza, ma non è sempre così. Esibire un vestito significa voler incontrare il mondo con una certa disposizione d’animo. Gli altri si relazionano a noi a partire da quella modalità che si è resa pubblica. Certo, è possibile che quella che si esibisce sia una maschera per assumere un ruolo sociale e che il soggetto non voglia esprimersi per quello che è. Si indossa infatti un vestito per essere più rispettati, per fare un certo effetto o per ridurre le distanze sociali. Ma, al di là delle intenzioni soggettive, non è possibile dissimulare completamente le proprie espressioni e illudere a lungo i nostri interlocutori. Sono i piccoli gesti sfuggiti al controllo che nel loro “apparire” mostrano chi siamo realmente. Prova ad immaginare il lavoro di uno scrittore. È proprio dall’osservazione di un microgesto, inavvertito dal soggetto, che egli cerca di individuare la personalità. Un certo portamento, un modo di muovere le mani, uno sguardo evitato, rivelano più di molte parole. È la superficie, ossia ciò che appare a svelare il tratto distintivo di ognuno di noi. Umberto Galimberti in un bellissimo libro intitolato “Il corpo” (Feltrinelli, 1983) ci ricorda che il nostro volto non è un immagine di noi stessi, ma siamo noi stessi. Scrive il filosofo: «Nel corpo, infatti, c'è perfetta identità tra essere e apparire, e accettare questa identità è la prima condizione dell'equilibrio. Non esiste un pensiero al di fuori della parola che lo esprime, perché, solo abitando il mondo della parola, il pensiero può risvegliarsi e farsi parola. Allo stesso modo non esiste un uomo al di fuori del suo corpo, perché il suo corpo è lui stesso nella realizzazione della sua esistenza». Non dobbiamo essere ingenui e pensare che l’apparire sia banale. Perché non lo è quasi mai. Sarà anche vero che – come dice un detto popolare – “l’apparenza inganna”, ma è anche vero che l’apparenza, soprattutto, rivela.
Un caro saluto,
Alberto