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Cor-rispondenze

lunedì 23 maggio 2022

Il mondo come rappresentazione




Nel bellissimo libro di Michael Ende, “Momo” (1973), si narra di una bambina che ama i racconti e del suo amico che crea delle fiabe per lei. Così un giorno quel bambino di nome Gigi escogita la storia di una principessa che veste di seta e velluti e abita in un castello di cristallo su una vetta di una montagna ricoperta di neve. «Aveva tutto quello che si può desiderare, mangiava soltanto i cibi più raffinati e beveva soltanto i vini più soavi. Dormiva su cuscini di seta e sedeva su sedili di avorio. Aveva tutto… ma era completamente sola». Possedeva tuttavia uno specchio e lo mandava fuori per il mondo sia di giorno sia di notte. Ogni volta che lo specchio magico ritornava, riversava davanti a lei tutte le immagini che aveva raccolto nel proprio viaggio. La principessa sceglieva così quelle che le piacevano e lasciava scivolare via le altre. Un giorno lo specchio le portò l’immagine di un principe… E va da sé che qui le cose si complicano e vanno un po’ per le lunghe. Tutto questo per dire che gli specchi fanno bene il loro lavoro: riflettono perfettamente le immagini. Sono gli antenati delle micro macchine fotografiche inserite nei nostri cellulari e delle nostre telecamere. In comune con queste hanno la capacità di rivelare la realtà. Almeno così pare a noi: sembra che lo specchio riconsegni con precisione la realtà nel suo apparire. Ci sembra che gli oggetti davanti a noi e quelli riflessi siano identici. I filosofi si sono chiesti: anche la mente umana funziona come uno specchio e restituisce un’immagine esatta del mondo? Molti filosofi hanno distinto tra una conoscenza effimera, fornita dai sensi, e una conoscenza vera, accessibile alla ragione. Nel Settecento, Immanuel Kant ha mostrato che gli uomini possono percepire qualcosa solo se si presenta nello spazio e nel tempo. Una realtà priva di dimensioni o fuori dal tempo non può essere percepita. Poi ha parlato di alcune strutture necessarie che servono per collegare tra loro i pensieri. Le ha chiamate categorie e spiegato che potevano ragionevolmente essere dodici. Gli uomini userebbero pertanto una serie di strutture per pensare e per mettere in relazione i fenomeni. Una di queste ad esempio è la categoria di “quantità”. A differenza di altre forme di vita, gli uomini sono in grado di quantificare la realtà, di dividerla in insiemi grandi o sottoinsiemi e di numerare gli oggetti. Non tutti gli esseri viventi sono in grado di farlo. Se Kant è convinto che l’uomo possa conoscere adeguatamente solo nello spazio e nel tempo e grazie alle strutture del proprio intelletto, il filosofo di Danzica, Arthur Schopenhauer, nell’opera intitolata “Il mondo come volontà e rappresentazione” (1818), afferma perentoriamente che «Il mondo è mia rappresentazione»: questa è una verità che vale per qualsiasi essere vivente e pensante». L’idea è questa: se il mondo è filtrato dalle nostre strutture, allora quello che vediamo non è la vera realtà, ma una rappresentazione: «il velo di Maya, come lo chiamano gli Indiani, offusca lo sguardo dell’individuo incolto», scrive il filosofo e ritiene così che il mondo – come opera di Maya – sia una sorta di «incantesimo originato da essa, un’apparenza inconsistente, priva in sé di realtà sostanziale, simile all’illusione ottica e al sogno, un velo che avvolge la coscienza umana». Tutta la realtà starebbe come dietro ad un velo, come il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino. E questo non vale solo per gli oggetti, vale per il presente, il passato e il futuro, per ciò che è lontano come per ciò che è vicino. Tutto ciò che appartiene al mondo esterno a quello interno o alla storia è filtrato da noi. Ogni essere vivente si adatta all’ambiente e ha una conoscenza diversa di esso dovuta alle proprie strutture. Senza naso non esisterebbero i profumi, senza occhi non esisterebbero i colori: una talpa, un pipistrello o un’ape percepiscono e si rappresentano il mondo in modo diverso. Oggi diremmo che quello che vediamo dipende dal nostro software. Milioni di esseri viventi filtrano inevitabilmente la realtà da un particolare punto di vista. Kant ha capito che se tutti gli esseri umani ordinano il mondo esterno usando lo stesso software, la realtà per loro è oggettiva. Tutti percepiamo in uno spazio tridimensionale e nel tempo e sistemiamo poi gli oggetti percepiti nelle nostre strutture, sicuramente in modo un po’ diverso da come fanno i pipistrelli. Secondo Schopenhauer oltre allo spazio e al tempo, che sono imprescindibili per percepire, tutti i nostri sforzi di pensiero consistono unicamente nel ricavare «la causa dall’effetto». In fondo, quando ragioniamo partiamo da premesse e ricaviamo delle conseguenze, quando agiamo troviamo i moventi delle azioni. Se ci concentriamo sulle trasformazioni fisiche parliamo di processi che determinano certi risultati. Se ci occupiamo di aritmetica e geometria deduciamo che 2+2=4 o che la somma degli angoli interni di un triangolo è di 180° perché procediamo in modo ordinato e logico per cause ed effetti. Creiamo continuamente nessi causali: cause esterne, interne, del movimento, dell’agire, di ciò che esiste; cause iniziali e finali. Il nostro modo di ragionare è dunque particolare: genera continuamente relazioni vincolate dal rapporto causa-effetto. È per questo che Schopenhauer pensa che la realtà “vera” sia altro rispetto a quella costruita da noi e che i pensieri non siano esattamente lo “specchio del mondo”.

Un caro saluto,

Alberto






 

lunedì 2 maggio 2022

Ciò che è razionale

 


La frase in questione ha una storia meravigliosa: dapprima è un’intuizione che circola a lungo nella filosofia, poi diventa un’idea potente, afferrata e analizzata a fondo da Friedrich Hegel, uno dei grandi filosofi tedeschi dell’Ottocento. Per comprenderla dobbiamo fare una premessa sulle possibilità della conoscenza umana. Che eredità ci hanno consegnato gli illuministi? Essi hanno precisato che il perimetro della conoscenza è il finito. L’uomo può presumibilmente comprendere in modo adeguato ciò che sta nello spazio-tempo, ma quando si avventura al di fuori di esso produce alcune idee, che purtroppo non originano conoscenza e non aumentano il sapere. Così – diceva Kant – si può avere dimestichezza con il finito, mentre l’infinito si può solo postulare o ipotizzare. Gli uomini discorrono allora sensatamente della realtà spazio-temporale, perché le strutture della loro mente riescono ad organizzare bene i dati della sensibilità, ma tali configurazioni non funzionano più al di fuori di ciò che è sensibile o empirico. Per carità, la metafisica, dice il filosofo, nasce dall’esigenza di dare ordine alle varie esperienze, tuttavia occorre rassegnarsi: non produce conoscenza. Se si esce dall’isola del finito si naufraga in un mare di irrazionalità e avventurarsi in questo mare è impresa vana e pericolosa. Tuttavia, gli uomini funzionano un po’ come i bambini: se dici loro che non possono oltrepassare un confine si chiedono perché e cercano tutti i modi per superarlo. Così se è la barriera del finito a non poter essere sormontata, possiamo essere certi che qualcuno farà di tutto per varcare tale limite. E qui arrivano i romantici, a cui il finito sta stretto e cominciano ad interrogarsi su quale sia la sua natura. Se andiamo a vedere bene, nulla di ciò che è reale è completamente finito, separato da un contesto, chiuso in se stesso. Tutto ciò che esiste è sottoposto al cambiamento e ciò che consideriamo finito è tale solo provvisoriamente, prima o poi muta, invecchia, si deteriora o semplicemente si trasforma. A ben pensarci non c’è nulla che non sia sottoposto ad alterazione. Neppure il diamante che, come dice la pubblicità, “è per sempre” – poiché “è da sempre”, e pare inalterabile – tuttavia pur essendo il più duro dei minerali conosciuti, anch’esso si è formato nel corso del tempo, così come la Terra da cui proviene che si è formata 4,5 miliardi di anni fa. I filosofi liquidano la faccenda con parole altisonanti e dicono che “il finito come tale non esiste”. Essi intendono dire che se qualcosa si trasforma si deve modificare a partire da una realtà più grande che ospita la trasformazione. Ed ecco qui il colpo di genio! Il finito si trasforma a partire dall’infinito: allora, l’unica realtà che veramente esiste è l’infinito e il finito non è altro che una variazione all’interno di quella dimensione primaria. Un po’ come accade sui nostri televisori: lo schermo non muta, ma permette la visione di tutte le forme possibili, da Tom & Jerry a SpongeBob, dai telegiornali a “Uomini e donne”, da “La regina degli scacchi” al Festival di Sanremo. Tutto appare e dilegua sotto la spinta di ciò che viene dopo, ma il monitor non muta. Ecco – con le dovute proporzioni – l’infinito è ciò che contiene tutti gli oggetti del mondo, ossia gli enti spazio-temporali. Questa era già un’idea dei Greci, tuttavia Hegel fa un passo avanti e ritiene che l’infinito non sia immobile come il monitor, ma sia simile ad un organismo che si modifica: come un seme che diventa un fiore e poi un frutto. La sua trasformazione non è caotica, ma razionale. In cosa consiste la novità? Hegel ritiene che non vi sia solo una razionalità della natura – che noi cogliamo con le leggi della fisica –, ma che vi sia anche una razionalità dello spirito, ossia dello sviluppo delle coscienze degli uomini. Se la chiave per capire la natura è nella natura stessa, perché si pensa invece che lo spirito umano proceda accidentalmente e non abbia la stessa intrinseca razionalità della natura? Scrive l’autore: «L’universo spirituale deve invece esser dato in preda al caso e all’arbitrio»? Nella prefazione ai “Lineamenti di filosofia del diritto” (1821), il filosofo tedesco scrive una proposizione che sintetizza la sua visione del mondo. La frase è assai nota e suona così: «Tutto ciò che è razionale è reale, tutto ciò che è reale è razionale». La prima parte: «ciò che è razionale è reale» indica che l’infinito – unica realtà – è razionale e diventa materia; la seconda parte: «ciò che è reale è razionale» indica che la realtà è tutta connessa da una trama profonda. Se c’è un’unica realtà che si trasforma, allora la razionalità è sia interna alla natura sia presente nello sviluppo delle coscienze degli uomini. Quest’ultima si manifesta nell’èthos dei popoli, nei costumi, nelle istituzioni, negli organismi sociali e, soprattutto, nello Stato. C’è dunque razionalità non solo nel singolo uomo, ma nella collettività ed essa si incarna nei prodotti sociali. Come si fa tuttavia a dire che il reale è razionale? Hegel dice che si deve intendere con “realtà” non la “Realität”, ciò che appare o ciò che è accidentale, ma la “Wirklichkeit”, il processo. Solo questo è razionale. “Wirklichkeit” deriva infatti dal verbo “wirken”, che vuol dire “operare”. Per questo scrive l’autore: «ciò che è attuale, ossia reale, può agirewas wirklich ist, kann wirkenla sua realtà si dà a conoscere attraverso ciò che produce». Egli non vuole giustificare il presente, ma cogliere l’andamento della razionalità nel divenire della storia. 

Un caro saluto,

Alberto