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Cor-rispondenze

lunedì 28 marzo 2022

L'abitudine








Le abitudini sono gesti quotidiani che semplificano la vita e che ci permettono di migliorare nella professione. Sappiamo che abitudine deriva da “habitus” e l’abito è ciò che indossiamo tutti i giorni. L’abitudine è dunque un’attività quotidiana che disciplina il nostro comportamento affinché possiamo raggiungere un certo obiettivo. Ci sono abitudini positive o dannose. Alcune aiutano ad affinare le abilità nel lavoro, nello sport o in un’arte. Altre hanno a che fare con i vizi e sappiamo quanto sia difficile cambiare un comportamento alimentare, una credenza o una routine. Aristotele dice che l’etica nasce dall’abitudine: i fenomeni che avvengono in natura si realizzano per un certo meccanismo, ma non possono cambiare abitudine. Una pietra cade verso il basso per natura e non può abituarsi a sollevarsi verso l’alto neppure se provassimo a lanciarla migliaia di volte in quella direzione. Con l’esercizio e la pratica gli uomini possono sia  diventare buoni, sia perfezionare le loro attività: «costruendo case diventiamo architetti e suonando la cetra diventiamo citaredi», scrive il filosofo. La ripetizione quotidiana di alcuni comportamenti può produrre effetti positivi o negativi. Se ci abituiamo a lavorare bene diventeremo buoni costruttori, se ripetiamo sviste e imprecisioni diventeremo pessimi costruttori. Aristotele dice che qualcosa di analogo avviene anche in riferimento alle virtù. Scrive nell’ “Etica nicomachea”: «a seconda del nostro agire nelle relazioni con gli uomini diventiamo gli uni giusti, gli altri ingiusti; e a seconda di come ci comportiamo nei pericoli, abituandoci o ad aver paura o ad aver coraggio diventiamo gli uni coraggiosi, gli altri vili». Si può essere iracondi oppure miti, generosi o avari, altruisti o egoisti, guerrafondai o pacifisti perché si sceglie il modo in cui reagire ai problemi. Anche l’amicizia ha qualcosa a che fare con l’abitudine. Aristotele sostiene che «quelli che hanno eguali abitudini divengono camerati: e perciò anche l'amicizia fraterna assomiglia a quella cameratesca». Così, anche l’amicizia tra compagni di classe o tra colleghi di lavoro spesso nasce da abitudini comuni e valori condivisi. Blaise Pascal colloca la riflessione sull’abitudine in una dimensione teologico-esistenziale. Scrive nei “Pensieri”: «Che cos’è più difficile: nascere o riscuscitare? Che chi non è mai stato sia, o che chi è stato sia ancora? È più difficile venire all’essere che ritornarvi? L’abitudine ci fa sembrare facile la prima cosa, la mancanza di abitudine rende l’altra impossibile. Che maniera popolaresca di giudicare!». La consuetudine delle cose che vengono al mondo può creare in noi un senso di assuefazione piuttosto che di stupore. Egli è anche convinto, come Aristotele, che la ripetizione di determinati comportamenti virtuosi renda l’uomo virtuoso: «ci si abitua così alle virtù interiori attraverso le abitudini esteriori». Afferma pertanto che vi sono tre mezzi per credere: la ragione, l’abitudine e l’ispirazione, ma una volta che la mente ha visto la verità della religione cristiana per l’autore è l’abitudine a conservare la persuasione nelle persone. Il filosofo che più di ogni altro ha analizzato tale concetto è lo scozzese David Hume. Convinto che è l’abitudine a fondare le nostre conoscenze sul mondo esterno, nel “Trattato sulla natura umana” egli afferma che gli uomini collegano la causa con l’effetto proprio grazie al continuo ripetersi degli eventi. Scrive infatti: «Quando siamo abituati a vedere due impressioni congiunte fra loro, l' apparire o l'idea dell'una ci conduce immediatamente all'idea dell'altra». La fiamma e il calore, il peso e la solidità fanno sì che noi associamo rapidamente l’uno all’altra. Egli afferma inoltre: «In primo luogo possiamo osservare che la presupposizione che il futuro assomigli al passato non si fonda su altri argomenti che quelli derivati interamente dall'abitudine, che ci determinano ad aspettarci per il futuro la medesima sequenza di oggetti a cui siamo già stati abituati. Questa abitudine o determinazione a trasferire il passato nel futuro è piena e perfetta; e, di conseguenza, il primo impulso dell'immaginazione in questo genere di ragionamenti è dotato delle stesse qualità».  Quali sono le conseguenze di questo ragionamento sul piano della conoscenza? Davvero molte, per questo egli distingue tra «verità di ragione» e «verità di fatto». Le prime sono proprie della matematica, per cui partendo da qualche premessa si deduce necessariamente una conclusione: 3+2 fa 5 ad ogni latitudine e in ogni tempo. Pensare ad un altro risultato significa cadere in contraddizione. Per quanto riguarda invece le «verità di fatto», ossia quelle che ricaviamo dall'esperienza, Hume sostiene che il contrario di un fatto è sempre possibile. Infatti, non è contraddittorio pensare che il Sole non sorga e neppure è contraddittorio pensare che il legno non galleggi. È solo l’abitudine che ci induce ad avere determinate aspettative. Quando constatiamo che un fatto accade tante volte ci attendiamo che accadrà ancora. Se tuttavia non è contraddittorio che un fenomeno non si presenti, allora prima o poi esso potrà non verificarsi. Tra 5 miliardi di anni il Sole non sorgerà più. Se le nostre conoscenze si fondano solo sull’abitudine, significa che non possiamo avere delle certezze definitive. Possiamo fare solamente un po’ di statistica. Hume ha così scosso le certezze della fisica. Sarà Kant che, svegliato dal «sonno dogmatico», ossia delle ingenue aspettative umane, cercherà di trovare un altro fondamento alla conoscenza. 

 un caro saluto,

Alberto 






lunedì 21 marzo 2022

Sapere aude



Una delle definizioni più efficaci dell’Illuminismo è stata fornita da Immanuel Kant in uno scritto del 1784 intitolato: “Risposta alla domanda: che cos'è l'Illuminismo?”. Scrive il filosofo: «L'illuminismo è l'uscita dell'uomo da uno stato di minorità il quale è da imputare a lui stesso. Minorità è l'incapacità di servirsi del proprio intelletto senza la guida di un altro». E poi prosegue con un famoso imperativo in latino che tutti ricordano con facilità: «Sapere aude», «Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! – è dunque il motto dell'Illuminismo». Kant dice che se la minorità non dipende da una carenza dell’ingegno, ma da una «mancanza di decisione e di coraggio» di servirsi del proprio intelletto senza essere guidati da un’altra persona, allora la responsabilità della condizione di asservimento deve essere attribuita ai singoli. In fondo, la natura crea gli uomini affinché diventino progressivamente indipendenti. Essi sono «naturaliter maiorennes». Se alla nascita hanno bisogno di tutto per poter sopravvivere, col passare del tempo acquisiscono la capacità di governare autonomamente la loro vita. Tuttavia, anche quando il processo regolare della crescita li ha affrancati da una necessaria ma temporanea servitù – come ad esempio quella delle cure materiali e morali dei genitori –, molti di loro «per pigrizia e viltà» preferiscono indugiare nella dipendenza e permanere nella condizione di minorenni. Godono della convenienza e approfittano di ogni tornaconto; d’altra parte se trovano libri, medici e consiglieri spirituali che si offrono di pensare per loro, perché dovrebbero fare tanti sforzi? Tuttavia, ogni volta che deleghiamo ad altri la fatica di pensare, perdiamo la nostra autonomia. In tutti i settori: dalla cura del corpo, alla progettazione delle vacanze, dalla scelta della professione, alle relazioni affettive. Accogliamo suggerimenti sulla dieta e sulla salute non solo da medici esperti, ma anche da autori di blog e da siti vari che dispensano copiosamente consigli e raccomandazioni. Affidiamo la coscienza ad “influencer” di varia natura e ripetiamo le idee espresse nelle trasmissioni televisive o nei video di youtube. Perché dunque dovremmo darci la pena di pensare da soli? In questa situazione di confort della mente viviamo spesso in una condizione di passività. Kant ricorda che le varie autorità che si assumono «con tanta benevolenza» l’incarico di aiutarci, da una parte ci consentono di muoverci come in «un girello da bambini», dall’altra ci «mostrano il pericolo» di diventare autonomi. Pensare con la propria testa è davvero così pericoloso? Se i bambini dopo qualche caduta imparano a camminare, anche gli uomini dopo qualche errore dovrebbero abituarsi a pensare in modo critico. Non necessitano pertanto di essere ammaestrati come animali da compagnia. Perché in questo modo gli uomini non maturano, anzi, si affezionano persino al loro stato di subordinazione alle varie forme di autorità. Kant dice che le catene della minorità sono rappresentate da «regole e formule»: “si deve fare così”, “si è sempre fatto così”, oppure: “bisogna esprimersi in questo modo”, “pregare in quest’altro”. Alcuni uomini riescono ad emergere dalla massa e a liberarsi da certe rigidità. Tuttavia, per una comunità – che l’autore chiama «il pubblico» – il processo di rischiaramento richiede tempo. Se una rivoluzione può cambiare repentinamente una forma dispotica di governo e sostituire il tiranno con un sovrano più attento ai bisogni del popolo, il processo di rischiaramento collettivo è un processo graduale e spesso discontinuo. Kant invita pertanto le varie forme di potere a non «seminare pregiudizi e paure» nelle persone. I pregiudizi, infatti, ricadono su coloro che li hanno posti e a lungo andare fanno crollare il prestigio e la fiducia che le persone ripongono nell’autorità stessa. Con una bella espressione il filosofo afferma che i pregiudizi servono «a mettere le dande alla gran folla». Le dande erano le due strisce di tela che reggevano i bambini quando muovevano i primi passi, aiutati e orientati dai genitori. Le parole dell’autore ricordano la frase di Jean Jacques Rousseau nell’ “Emilio” (1762): «Non v’è nulla di più ridicolo e di più tentennante del portamento di coloro che, da piccoli, sono stati troppo spesso sorretti con le dande». Un’influenza eccessiva non garantisce dunque solidità di pensiero, ma aumenta il passo incerto dell’uomo. Al rischiaramento delle menti serve la “libertà”. Quale? quella di poter fare un «uso pubblico» del proprio pensiero. Kant distingue tra un «uso pubblico» e un «uso privato» della ragione. Il primo è quello che consente ad ogni cittadino di divulgare le proprie idee per migliorare qualche aspetto della società; il secondo fa riferimento alle opinioni personali che un funzionario pubblico può esprimere durante lo svolgimento del proprio lavoro: il soldato in servizio non può discutere un ordine, il religioso durante la celebrazione della messa non può problematizzare certi aspetti teologici. In quei momenti la libertà individuale può essere limitata, senza danno per il processo di rischiaramento della ragione. Dismessi gli abiti pubblici, ogni uomo ha però il dovere di ragionare e di comunicare le proprie idee. Piano piano una comunità discuterà i vari temi e potrà riformare le proprie leggi. Kant si chiedeva: «Se ora si domanda: viviamo noi attualmente in un'età illuminata? allora la risposta è: no, bensì in un'età di illuminismo». Come rispondiamo noi, oggi, a più di due secoli di distanza?

Un caro saluto,

Alberto











lunedì 14 marzo 2022

L'uomo è nato libero





«L’uomo è nato libero e ovunque si trova in catene», scrive Jean Jacques Rousseau nel “Contratto sociale” (1762). Una frase giustamente famosa e così impegnativa da non essere certo un’estrapolazione marginale della riflessione dell’autore: si trova infatti scritta nel libro primo al capitolo primo dell’opera. Letta ora, nel momento della guerra in Europa, questa sentenza ha un suono diverso, che rivela altri aspetti. Vorremmo che gli uomini vivessero in pace e in libertà e ci rendiamo conto che alcune oppressioni pesantissime limitano profondamente la vita. Non solo le catene dell’ignoranza, degli istinti e dei desideri indotti dalla natura animale e oggi anche dal consumismo esasperato, ma anche quelle – apparentemente impercettibili, ma che possono affiorare con rapidità e mostrare la loro spropositata solidità – generate da uomini o da Stati che possono disporre arbitrariamente delle vite altrui. Rimaniamo a Rousseau. Siamo nel Settecento, poco prima della Rivoluzione francese. I dibattiti politici si concentrano sul ruolo dello Stato: se sia preferibile una monarchia assoluta (Hobbes) o una monarchia costituzionale (Locke), se gli uomini siano da considerarsi liberi quando sono fuori dalla comunità (“stato/condizione di natura”) o quando fanno parte di uno Stato con delle leggi comuni; se gli uomini abbiano dei diritti inalienabili (“diritti naturali”) che nessuno può loro togliere o se i diritti siano una concessione dei sovrani; se di fronte all’autorità costituita gli uomini debbano essere considerati “sudditi” – arbitrariamente sottomessi ad essa –  o “cittadini”, persone autonome in grado di autogovernarsi. Rousseau riflette sul ruolo  dello Stato e dice che è proprio nella comunità statale – costruita dal basso –, ossia dalla volontà dei cittadini, che gli uomini possono conseguire la libertà, in quanto essi obbediscono alle leggi che hanno scelto per autodeterminarsi. La libertà, dunque, è l’elemento principale da cui partire. Fa parte dell’essenza stessa dell’uomo. Scrive infatti il filosofo: «Rinunciare alla propria libertà vuol dire rinunciare alla propria qualità di uomo, ai diritti dell’umanità e anche ai propri doveri. Non esiste alcun risarcimento possibile per chi rinuncia a tutto. Una tale rinuncia è incompatibile con la natura dell’uomo». Tuttavia, al tempo, la maggior parte delle persone non era libera. Basta leggere i discorsi dei ribelli a qualche forma di oppressione. Così scrive, ad esempio, un giamaicano nelle Antille britanniche: «Io sono nato libero, ma mia madre e mio padre erano schiavi; eppure sono ancora schiavo anch’io, costretto a lavorare un giorno dopo l’altro. Non ricevo neppure i soldi sufficienti a sfamare la mia famiglia». Ma non faceva ancora grande problema la schiavitù dei neri verso i bianchi: erano le libertà dei bianchi nei confronti dei loro sovrani ad incendiare gli animi. L’affermazione che «l’uomo nasce libero» non è dunque ricavata da un’osservazione empirica, ma è un ideale da condividere per lottare contro le ingiustizie. Il filosofo Norberto Bobbio, ne “L’età dei diritti” (1990), scrive: «Che gli uomini fossero liberi ed eguali nello stato di natura descritto da Locke all’inizio del “Secondo trattato sul governo civile”, era un’ipotesi razionale: non era né una constatazione di fatto né un dato storico ma era un’esigenza della ragione che sola avrebbe potuto capovolgere radicalmente la concezione secolare secondo cui il potere politico, il potere sugli uomini, “l’imperium”, procede dall’alto in basso e non viceversa». Secondo Rousseau il potere deve dunque derivare dal basso. Pertanto, se gli uomini sono in catene, allora occorre creare un patto tra i cittadini, un “Contratto sociale”, e quindi un nuovo «corpo politico», ossia uno Stato in grado di restituire la libertà all’uomo. Essere liberi, per Rousseau, significa obbedire solo alle leggi che sono espressione della “volontà generale” degli uomini che le hanno scelte. I giuristi dicono che la legge è contemporaneamente “garanzia” ed “espressione” di libertà. È “garanzia di libertà” perché sottrae all’arbitrio della volontà di dominio di una o più persone, ed è “espressione di libertà” perché rappresenta la concretizzazione dei valori di una comunità, che decide di dare una legge a se stessa e di non subirla dall’imposizione di soggetti esterni. Il popolo è pertanto “sovrano”, perché è l’autore delle leggi che lo condizionano e a cui decide di obbedire. La vera libertà allora è la libertà civile, non quella naturale. La libertà naturale – quella fuori dallo Stato – è legata alla forza e alla potenza di ogni singolo individuo, ma può essere sopraffatta da una forza superiore esercitata da un altro uomo. La libertà civile è quella garantita dalle leggi che gli uomini hanno scelto. I governi sono dunque incaricati sia di eseguire le leggi sia di preservare la libertà civile e politica. Gli uomini, quando si uniscono per deliberare, si impegnano a far prevalere la loro razionalità sugli istinti e sui loro desideri. Rousseau chiama questa volontà: “volontà generale” e la distingue dalla “volontà di tutti”. Quest’ultima è legata ancora ai vantaggi dei singoli e al prevalere degli interessi particolari. La «volontà generale» si ha quando si ragiona come comunità, nell’interesse collettivo. Scrive Rousseau: «finché un Popolo è costretto a obbedire e obbedisce fa bene, appena può scuotere il giogo e lo scuote fa ancora meglio». Perché si assume la libertà di autodeterminarsi.

Un caro saluto,

Alberto