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Cor-rispondenze

lunedì 28 giugno 2021

Homo sum

 



 

 

«Homo sum, humani nihil a me alienum puto», «Sono uomo, niente di umano ritengo mi sia estraneo», è una citazione di Publio Terenzio Afro contenuta nella commedia “Heautontimoroumenos”, “Il punitore di se stesso” (163 a. C.). Terenzio è un commediografo romano, non è “propriamente” un filosofo, ma la sua sentenza ha un significato filosofico profondo: è stata interpretata molte volte nel corso della storia ed è stata assunta a simbolo di “umanità”. A cosa si riferisce? È contenuta nel primo atto della commedia ed è pronunciata dall’anziano Cremete in un dialogo con Menedemo. Anche Menedemo è anziano, ha sessant’anni o più, e ha comprato un podere accanto a quello di Cremete. È ricco, possiede schiavi in quantità, ma agisce in modo irrazionale: lavora dall’alba al tramonto in modo forsennato. Cremete lo vede ogni giorno nel campo «a scavare, ad arare, a trasportare». Questo comportamento, già inopportuno per l’età, è anomalo per un uomo di condizione agiata. Menedemo agisce così per punirsi: per aver impedito al proprio figlio Clinia di sposare Antifilia, la figlia di una povera donna di Corinto. Quando ha scoperto la loro relazione e si è reso conto che i due si comportavano come persone sposate, ha reagito in modo troppo severo: «alla maniera dei vecchi padri», scrive Terenzio. Ha detto al figlio che tale scelta era frutto del troppo far niente e che lui alla sua età non pensava all’amore ed era partito «sotto la spinta della miseria» per l’Asia a combattere, trovando poi in quella terra lontana denaro e gloria. Ha poi scoperto che il figlio, a forza di sentirsi ripetere tale vicenda – fidandosi del padre – è partito di nascosto per l’Asia al seguito dell’esercito del re. Ora è disperato e si punisce condannandosi a un durissimo lavoro. Non si concede un attimo di tregua e si tormenta per non essere stato un buon padre. Teme per la vita del figlio. Cremete, colpito dalla condotta atipica del vicino, gli chiede: «In nome degli dèi e degli uomini, che cosa vuoi ottenere?». Menedemo risponde: «O Cremete, i tuoi affari ti lasciano bel tempo, eh?, e così puoi impicciarti negli affari altrui e in ciò che non ti riguarda». Cremete replica: «Sono uomo, niente di umano ritengo mi sia estraneo». Il semplice fatto di avere poderi adiacenti impone a Cremete di interessarsi alla vita del prossimo e di prendersi cura di lui. Il filologo e antropologo Maurizio Bettini  ha dedicato un libro intero all’interpretazione di questa sentenza, “Homo sum” (Einaudi), per sollecitare le persone a sviluppare la loro umanità, “impicciandosi” di coloro che giungono come stranieri sulle coste italiane. Egli riferisce una bella storia accaduta qualche anno fa e narrata dalla giornalista Valentina Ruggiu sul quotidiano «la Repubblica». Alcune signore irpine tra i settantacinque e gli ottant’anni hanno incontrato sul pullman un ragazzo del Gambia di nome Omar. Dialogando con lui, hanno ricordato che anche i loro figli e mariti erano emigrati. Una signora gli ha detto: «Weee, quant si bell, io pure tengo a nepùteme ca sta in Inghilterra, pure da qua se scappa, ma sembra ca tutti se l'ann' scurdato sto fatto». Un’altra ha ricordato che il marito aveva lavorato per vent’anni in Germania, un’altra ancora che le persone del Sud si sono sempre spostate al Nord e che non è «un problema sta cosa di viaggià pè potè campà meglio...». Bettini prende spunto da questo episodio per fare un elogio di una particolare forma di “indiscrezione”. Non quella che esprime vana curiosità, mancanza di tatto o sfacciata invadenza nei rapporti interpersonali, ma quella che esprime interesse autentico e coinvolgimento. È una forma di “attenzione” che rivela una partecipazione al destino degli altri quando viene riconosciuto come un destino comune. Ha grande valore, è un modo positivo di essere un po’ impiccioni, perché rivela l’umanità dell’uomo. Allora il verso di Terenzio, scrive Bettini, «nasce dunque come invito non solo alla comunicazione fra gli uomini, ma piuttosto al suo eccesso, alla indiscrezione: al superamento delle barriere in nome della comune “umanità”». La sentenza di Cremete è stata ripresa e commentata anche da Cicerone, nel “De officiis”, “I doveri”, un libro scritto nel 44 a.C. e dedicato al figlio Marco che al tempo studiava filosofia ad Atene.  Scrive Cicerone: «poiché comprendiamo e sentiamo le fortune e le sventure che capitano a noi più di quelle che capitano agli altri, e consideriamo le cose altrui da una grande distanza, noi giudichiamo diversamente su noi e sugli altri». E poco prima aveva biasimato il comportamento di coloro che per proteggere il loro patrimonio familiare o per odio nei confronti degli altri uomini si occupano esclusivamente dei loro affari. Apparentemente essi danno l’impressione di non commettere atti di ingiustizia, invece, scrive il filosofo romano: «Costoro, anche se non commettono un tipo di ingiustizia, incorrono nell’altro: vengono meno infatti alla dimensione sociale della vita, poiché a essa non dedicano interesse alcuno, sforzo alcuno, investimento alcuno». Venir meno alla dimensione sociale della vita è un atto di ingiustizia che quelle donne non hanno commesso, perché prima di scendere si sono girate e hanno salutato il ragazzo così: «Wee, Omar, mantienete forte, non te preoccupà, nui te vulimm' bene». Come donne hanno intuito e mostrato che tutto ciò che riguarda gli altri riguarda anche noi.

Un caro saluto,

Alberto


lunedì 14 giugno 2021

Vivi nascosto - láthe biósas




A leggerla così – seguendo un’interpretazione ossessivamente letterale – l’esortazione di Epicuro sembra essere stata accolta dai mafiosi e dai più grandi latitanti che sono effettivamente vissuti segregati nelle loro abitazioni blindate per sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine e alla legge. Dai bunker di cemento armato alle improbabili stanze ricavate dietro le pareti domestiche, dalle botole collocate nei pavimenti e azionate da sofisticati sistemi di carrucole a quelle realizzate nelle celle frigorifere, i principali boss della malavita italiana pare abbiano – involontariamente – adottato il suggerimento del filosofo ateniese. Va detto che l’hanno recepito “a modo loro”, senza conoscere l’autore, la dottrina e neppure l’autentico significato del motto: «vivi nascosto - láthe biósas». Povero Epicuro, probabilmente non avrebbe mai immaginato quella che oggi siamo soliti chiamare l’«eterogenesi dei fini», ossia il fatto che vi siano «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali». In fondo, chi sintetizza uno stile di vita non può certo prevedere le conseguenze nel tempo né chi lo adotterà né per quali scopi. Ma – a parte gli scherzi – che cosa intendeva realmente l’autore con questo invito? Non abbiamo forse detto che per i Greci la vita politica era il momento più importante dell’attività umana? Aristotele, infatti, aveva affermato sia che «l’uomo è per natura un animale politico», sia che «chi non è in grado di far parte di una comunità civile o non ha bisogno di nulla perché basta a se stesso, non è parte dello Stato; e quindi o è una bestia o un dio». Nulla di più chiaro: fuori dalla comunità politica un uomo non può stare. Perché allora questo drastico cambiamento? Perché il tempo di Epicuro non è più il tempo di Aristotele. Quando Aristotele muore, Epicuro ha solo 19 anni, l’età dei ragazzi che oggi si accingono a sostenere l’esame di Stato. Ma non è un problema solo di età. È cambiato un mondo. Non esistono né esisteranno più le “poleis”, le città-stato autonome e sovrane, perché incorporate dopo varie conquiste in unità politiche più vaste dette “regni”: prima il regno di Macedonia governato da un sovrano, poi l’Impero romano. Gli uomini perdono il loro status di cittadini e diventano sudditi. Non possono più partecipare a quella straordinaria esperienza di autogoverno inaugurata ad Atene né ricrearla. Non possono più ambire al bene comune attraverso la partecipazione pubblica, perché sono soggetti all’autorità di un sovrano che non li interpella. E allora invece di occuparsi di politica si occuperanno soprattutto di etica, ossia del modo migliore di condurre l’esistenza. Il consiglio di Epicuro è quello preferire l’amicizia alla politica, la vita con poche persone alla vita pubblica che espone a eccessivi e inutili turbamenti. La folla disorienta, confonde, scombussola la vita tranquilla tesa alla ricerca della felicità. L’uomo nel commercio con gli altri uomini si smarrisce, perde di vista i propri obiettivi e per compiacere gli altri ed ottenere i loro favori si ritrova a compiere esperienze che non gli appartengono. Secondo il filosofo, per essere felici è sufficiente condividere un certo stile di vita con alcuni conoscenti, senza dissipare le proprie energie alla ricerca di ricchezze, della fastosità del potere, dell’esibizione del lusso, di tutto ciò che è smodato. Egli suggerisce una vita sobria, lontana dall’illusoria felicità offerta dalla vita mondana. La politica è fonte di turbamento dell’animo, quindi contraria alle esigenze di una buona vita; così le dispute, l’ambizione, il carrierismo non giovano alla qualità della stessa. Per questo egli propone il motto: «vivi nascosto», la vita contemplativa rispetto a quella attiva. È curioso che su questo aspetto stoici ed epicurei avessero degli elementi in comune. È famosa la lettera sessantotto di Seneca, filosofo stoico del I sec. d.C., intitolata “La vita ritirata”. Egli sostiene la decisione dell’amico Lucilio di condurre una vita più appartata e scrive: «Certi animali, per non essere scoperti, confondono le loro tracce proprio attorno alla tana: tu devi fare lo stesso, altrimenti non mancheranno quelli che non ti lasceranno mai in pace. Molti trascurano ciò che è allo scoperto e vanno a frugare ciò che è chiuso e nascosto; ciò che è sigillato eccita il ladro […] Il volgo e tutte le persone ignoranti hanno queste abitudini: vogliono penetrare a forza nei luoghi più riposti. La cosa migliore, perciò, è non ostentare la propria vita ritirata». L’obiettivo è quello di dedicare più tempo a se stessi e alla conoscenza di sé: «Quando ti sarai ritirato, dovrai fare in modo non che gli uomini parlino di te, ma che tu parli con te stesso». Nell’opera dedicata alla vita solitaria, “L’ozio”, Seneca mostra l’importanza fondamentale della vita contemplativa. Egli dice che gli uomini lavorano per «la grande» o «la piccola repubblica» o per entrambe. Lavorare per la piccola repubblica significa impegnarsi nella politica della città; lavorare per quella grande significa pensare invece al mondo. Per servire l’umanità è dunque preferibile vivere una vita ritirata meditando su tematiche che possono essere d’aiuto a tutti gli uomini e non solo a una parte di essi. C’è un modo di vivere “nascosti” che non implica la fuga dalla vita, ma rappresenta un tentativo di preservarla da contaminazioni inutili e dannose. In questo modo l’uomo non solo migliora se stesso, ma si prende cura dell’umanità intera.

Un caro saluto,

Alberto

lunedì 7 giugno 2021

Un animale politico

 


Secondo Aristotele gli esseri umani si uniscono perché non sono in grado di vivere separati gli uni dagli altri. Così i maschi e le femmine, per la riproduzione; chi comanda e chi è comandato, per ricavare beneficio da un’attività. Il primo nucleo a formarsi è la famiglia, la più piccola comunità che si organizza per soddisfare i bisogni della vita quotidiana. Nel libro dedicato alla politica il filosofo ricorda che Caronda, uno dei più antichi legislatori della Sicilia, chiamava infatti i membri della famiglia: «compagni di tavola», mentre il cretese Epimenide li appellava «compagni di mensa». La prima comunità che si genera dall’unione di più famiglie, per sopperire invece a bisogni non immediati, è il villaggio. E la comunità che risulta dall’insieme di più villaggi è lo Stato. Questo rappresenta il punto più alto dell’unione delle persone. Rende possibile la vita, ma soprattutto rende realizzabile una vita felice. È un concetto che il filosofo ribadisce sia nell’ “Etica” sia nella “Politica”. Nel primo libro dell’ “Etica nicomachea”, parlando della felicità, egli afferma infatti che «è assurdo anche fare dell’uomo beato un individuo solitario, dato che nessuno sceglierebbe di avere tutti i beni possibili a questo prezzo: l’uomo è animale politico, e per natura tende a vivere in comune». Secondo Aristotele lo Stato esiste dunque “per natura”, e per natura esistono anche le prime comunità. Che cosa dobbiamo intendere con tale espressione? Aristotele dice che la “natura” «è quel che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo». Le varie cellule si differenziano nei vari organi del corpo e producono un cavallo o un uomo; le pietre e gli elementi di un’abitazione possono comporre una casa. Così lo Stato è considerato un prodotto spontaneo che deriva dall’associazione degli uomini, perché secondo il filosofo l’uomo è intrinsecamente un essere socievole, tanto che se qualcuno vivesse fuori dalla comunità dello Stato non per qualche fatalità della vita, ma per la propria inclinazione sarebbe considerato «un abietto o […] superiore all’uomo». Gli uomini non sono pertanto presenze isolate, simili a pedine utilizzate nel gioco dei dadi. Nella “Politica” Aristotele afferma ancora di più, quando sostiene che «è chiaro che l’uomo è animale politico, più delle api, e di qualsiasi altro animale che vive in branco». Perché più delle api e degli animali gregari? Perché se la natura orienta l’uomo alla vita associata, la razionalità che lo caratterizza gli consente non solo di ambire istintivamente a ciò che è utile, ma anche di distinguere concettualmente il bene dal male, ciò che giusto da ciò che è ingiusto, e sulla base delle valutazioni condivise – elevate a valori – organizzare la propria vita. In questo senso lo Stato precede gli individui, perché è grazie allo Stato che le persone possono educarsi, formarsi e ambire alla propria realizzazione. Lo Stato è ritenuto anteriore, perché un individuo separato dagli altri è nella condizione delle parti rispetto al tutto: come un organo isolato – una mano, un piede – che ha perso la sua funzione perché strappato alle relazioni col resto del corpo. Vi è dunque in tutti gli uomini questa spinta verso la comunità, tanto che Aristotele è ancora più esplicito ed efficace perché afferma che chi non è in grado di entrare in una comunità – o per la sua indipendenza non ne avverte l’esigenza – è «o bestia o dio». Scrive l’autore: «È evidente dunque e che lo stato esiste per natura e che è anteriore a ciascun individuo: difatti, se non è autosufficiente, ogni individuo separato sarà nella stessa condizione delle altre parti rispetto al tutto, e quindi chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte dello stato, e di conseguenza è o bestia o dio». L’uomo può realizzare se stesso solo nei legami con gli altri uomini. Ma l’uomo è un animale sociale o anche un animale socievole? Assodato che è un animale che per natura tende a vivere in società, ci possiamo chiedere se si unisca per la sua intrinseca benevolenza, perché è disponibile, amabile, cordiale, aperto, o perché quella condizione gli è maggiormente utile per sopravvivere. Gli studiosi De Luise e Farinetti sottolineano questo aspetto: «Che l’uomo non possa vivere fuori della società non è insomma una buona ragione per ritenerlo socievole». C’è infatti una tradizione, che va da Thomas Hobbes (“De cive”) a Bernard de Mandeville (“La favola delle api”), che non reputa l’uomo particolarmente socievole: considera infatti che gli uomini si uniscano per soddisfare meglio i propri interessi egoistici. La filosofa svizzera Jeanne Hersch, nella sua “Storia della filosofia come stupore”, spiega bene come dobbiamo intendere l’espressione «zòon politikòn», «animale politico», di Aristotele. Scrive la filosofa: «Ciò non significa che ogni uomo debba diventare un politico, ma vuol dire che l'essere umano è per sua essenza membro di una società organizzata, di una polis. La parola polis indica la "città-Stato". L'essere umano è non per accidente (in virtù di certe circostanze), ma per essenza (in virtù di ciò che è) un cittadino. I problemi dello Stato non sono quindi per l'uomo fortuiti o marginali, ma lo riguardano in modo essenziale, in quanto uomo». È all’interno dello Stato che gli uomini dovranno trovare la conciliazione tra tante urgenze diverse: un equilibrio che non si può raggiungere definitivamente una volta per tutte e che pertanto deve essere continuamente ricreato.   

Un caro saluto,

Alberto