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Cor-rispondenze

lunedì 14 settembre 2009

Affezionarsi troppo


Caro professore,

Quando ci ha proposto di scriverle per la sua rubrica sinceramente non mi sono sentita in grado di farlo, soprattutto perché non avevo idea di quale tematica proporle.
Ci ho riflettuto un po' e alla fine ho deciso di fare una domanda, alla quale nessuno riesce a rispondermi in modo convincente, ovvero: è giusto o sbagliato affezionarsi troppo alle persone? O meglio, se incontriamo una persona speciale, che ci fa star bene, ma in fondo la conosciamo da poco tempo, è giusto affezionarsi subito?
Quando conosciamo qualcuno che crediamo il ragazzo, o la ragazza, ideale, quello con cui potrebbe esserci qualche cosa di più di una semplice amicizia... magari non ancora l’amore ma un affetto particolare, un certo feeling… E’ difficile non cominciare a volergli bene, a non smettere di pensare a lui, a non vedere l'ora che ci chiami..., insomma tutte quelle piccole cose che ci rendono felici e ci fanno sorridere. Ma per una serie di circostanze tutto finisce male. Se la persona che credevamo perfetta in realtà non lo era, tutti i nostri castelli crollano con un soffio, stiamo male, piangiamo e malediciamo quella persona che pure era speciale... era o è?

Morgana


Cara Morgana,

Il problema non è capire se sia giusto o sbagliato, ma perché emotivamente avviene così. Perché tendiamo ad affezionarci subito, e anche molto, a certe persone?
Spesso trascuriamo il fatto che noi siamo corpo e che siamo agiti da una serie di istinti. L’istinto è volontà di vita (Schopenhauer), pulsione sessuale (Freud), bisogno inconscio e involontario che ci porta verso gli altri. In questo senso non lo possiamo controllare molto, è una forza troppo potente che viene prima della nostra soggettività. Pensiamo spesso di poter governare i nostri pensieri, ma non dobbiamo trascurare che la soggettività del corpo ci abita profondamente e che l’istinto ha le sue ragioni. L’istinto sessuale ci spinge ad andare verso gli altri e la strategia che mette in atto per ottenere questo risultato è l’idealizzazione dell’altro. Ma dietro tutto questo è la specie che agisce. Quello che ti dico, so che non è molto romantico, ma bisogna pensare che anche il romanticismo è uno strumento che agevola la riproduzione e i rituali di corteggiamento sono le norme che facilitano la scelta del partner. Allora il tentativo di tradurre quello che proviene dall’inconscio in razionalità produce rappresentazioni inadeguate, manchevoli, equivoche, perché il vero soggetto della decisione è il corpo. Questa è la grande lezione di Schopenhauer, ripresa da Nietzsche, da Freud, e dalla biologia contemporanea (Dawkins). La vita vuole la vita, non bisogna dimenticarlo.
Ma, da un punto di vista esistenziale, che cosa rappresenta questo bisogno di affezionarsi agli altri? Credo che l’altro indichi un’apertura verso il futuro e verso la realizzazione di se stessi. In ogni persona che ci interessa intravediamo un ponte verso il futuro e magari un pezzo del nostro futuro. Si apre un nuovo orizzonte di vita da esplorare. Se poi la persona è carina e abbiamo degli interessi in comune, ci sembra di aver trovato un compagno di strada. Spesso ci muoviamo chiusi nel perimetro dell’abitudine, nell’ambito di cose relativamente conosciute, con le quali siamo in equilibrio. Ma l’equilibrio della persona è dinamico e ognuno di noi, soddisfatti alcuni bisogni primari importanti, punta verso la propria autorealizzazione. E la realizzazione di sé passa attraverso le possibilità che possiamo intravedere e gli spazi in cui possiamo sperimentare la nostra forza.
Credo sostanzialmente che l’altro sia così importante perché ci libera. Ci consente di uscire dall’abitudine, dalla routine, magari da una certa catena di pensieri a cui inconsapevolmente ci sentiamo legati. L’altro sta lì a dirci che le cose possono accadere diversamente, che tutto ciò che ci sembrava una regolarità basata su meccanismi di causa-effetto può essere spezzata. L’altro allora è per noi la possibilità di un nuovo inizio. È per questo che proiettiamo sull’altra persona tutte le cose belle: perché intravediamo un futuro. E là dove si apre lo spazio del futuro si intuiscono nuove possibilità e si attiva l’immaginazione, e l’immaginazione attiva il comportamento.
Che cosa accade con l’altra persona? L’allegria ci dà forza, la spontaneità ci fa sentire accettati, il sorriso ci rassicura, la premura ci fa sentire importanti e ci aiuta a costruire un’immagine positiva di noi stessi; otteniamo dunque continue conferme sulla nostra identità. Se poi ha anche una visione del mondo simile alla nostra, allora ci sentiamo più sicuri di poter andare incontro alla felicità che consiste nella realizzazione della nostra vita, nel compimento del progetto di noi stessi.
L’ansia di sollevarci da una condizione di stabilità, di evadere dalla prigione della quotidianità, viene annullata dal desiderio che, come un ponte verso il futuro, ci permette di rompere l’inerzia che ci trattiene nel presente. Ci consente di andare oltre l’abitudine senza farci sentire la preoccupazione e le conseguenze negative di un possibile fallimento. Il desiderio è un’energia talmente forte che supera le resistenze delle nostre opposizioni. È giusto? Non lo so, ma è importante. Perché senza energia non c’è amore, e non scatta neppure l’innamoramento. È l’energia di una persona (il fascino) ad attirarci, ed è la nostra energia che può scuotere l’altra persona e attirarla a noi.
L’altro ci libera dalle nostre presunte certezze, dall’inclinazione alla ripetizione, da ciò che credevamo immutabile o subivamo come immutabile, da ciò che circoscrive il nostro mondo. Dalla prigionia della solitudine, dal distacco dal mondo, dall’esclusione, da una schiavitù più o meno autoimposta, dalla dipendenza, dalla monotonia.
Il filosofo italiano Salvatore Natoli in un saggio contenuto nel volume A proposito di libertà, [Editrice San Raffaele, 2009 a cura di Michele Di Francesco], ci aiuta però a pensare più in profondità. Egli dice, infatti, che la libertà è “libertà dal dolore della nostra condizione e dalla mancanza di amore, ossia dal non poter esprimere l’amore”.
Trovo bellissima questa riflessione: l’altro ci libera dalla mancanza di amore che ci toglie il respiro e ci spegne. Nell’altro vediamo infatti la possibilità di poter esprimere l’amore. Nell’altro sperimentiamo la vertigine della libertà e che il significato delle cose può essere diverso. Natoli spiega allora che l’investimento emotivo è forte perché abbiamo bisogno di creare un legame forte che ci porti lontano. Abbiamo bisogno di un forte investimento affettivo per creare energia sufficiente ad uscire dalla nostra attuale condizione. Più c’è energia più la liberazione è forte e significativa. Infatti, i legami senza grande investimento di energia non ci portano lontano, al massimo ci distraggono per un po’, ma non innescano la speranza che è una molla potente per la trasformazione e per il cambiamento. Il legame debole, dice Natoli, è incapace di legare, e non ci consente di compiere quel salto in grado di trascinarci fuori dall’ordinario. Mi viene in mente una frase famosa di Kant: la colomba che sbattendo le ali sente la resistenza dell’aria, potrebbe pensare che nel vuoto volerebbe meglio [Kant, Critica della ragion pura]. Ma sappiamo che nel vuoto non volerebbe affatto. Quindi, senza legame, senza vincolo, senza resistenza non c’è movimento, non c’è cambiamento. Il mutamento delle abitudini e dei pensieri avviene grazie a dei legami. Se ci pensi, si parla di vincolo sentimentale, ma il vincolo viene ricercato proprio perché libera e consente la propria trasformazione. Allora: la persona è speciale? Se riesce a farci compiere il salto che ci libera, sì, sempre.

Un caro saluto,

Alberto

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