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Cor-rispondenze

lunedì 16 giugno 2014

Letture estive

Invito tutti gli studenti del Liceo Artistico di Cuneo (classi 3A e 4A/D) a leggere la Storia della bellezza di Umberto Eco, Milano, Bompiani, 2010, ed. brossura, Euro 15,90.

lunedì 9 giugno 2014

Bestia o uomo?



Caro professore,
leggendo il libro "Presenza", scritto da padre Renato Chiera, sono venuta a conoscenza di una dura realtà che, ancora oggi, colpisce il Brasile. Ho sempre pensato che il Brasile fosse una terra magnifica, dove problemi così terribili, come la violenza domestica, lo sfruttamento del lavoro, l'abuso sessuale, la prostituzione infantile, il narcotraffico e moltissimi altri, fossero ormai un vano ricordo. Ma ho capito che la gravità di questi problemi persiste ancora oggi. Leggendo alcune testimonianze di bambini e di ragazzi, spesso tra i 5 e 15 anni e a volte anche più piccoli, che avevano subito così tanta violenza sia fisica che mentale, sono rimasta senza parole. Mi sono sembrate inverosimili come se fossero frutto solo di un orribile sogno, eppure tutti quei casi sono realmente accaduti e rabbrividisco solo al pensiero che là fuori ci siano altri casi molto simili, se non peggio, a questi. Mi chiedo come può una madre maltrattare i propri figli o un padre abusare di loro? A volte, immedesimandomi troppo nella loro situazione, mi sono lasciata trasportare dalle emozioni, provando, in alcuni momenti, rabbia e a volte anche odio per coloro che hanno cercato di fare loro del male. Andando avanti nella lettura mi ha commossa un particolare episodio, che don Renato ha intitolato "Sono un cane...". Parla di una bambina, Valeria, che allora aveva solo dodici anni (a sedici anni è stata uccisa con una spranga di metallo, lasciando due figli). Un giorno chiese a don Renato: "Mi lasci dormire là nell'angolo?". "Ma là dorme il cane!" rispose il don. Ma lei ribatté dicendo: "Ma io sono un cane, è quello è il mio posto". Di fronte a questa risposta sono nuovamente rimasta senza parole. Come può una bambina di soli otto anni sentirsi trattata come un cane, se non peggio? Come può la "giustizia", invece di aiutare i bambini e capire il motivo dei loro comportamenti, picchiarli, solo perché considerati delle "fecce" (capaci solo di rubare, drogarsi e prostituirsi) dal resto della comunità? Quei ragazzi avranno pur fatto delle scelte sbagliate, ma come possono seguire la strada giusta da seguire se né la famiglia né il resto della comunità che li circonda sono dei modelli da imitare? Giordano Bruno (1548-1600), frate domenicano di Napoli, diceva che gli uomini si distinguono dalle "bestie" perché dotati di "intelletto". Grazie ad esso l'uomo avrebbe potuto capire cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ma di fronte a queste situazioni di "pianto e paura" dei bambini come possiamo ritenerci superiori agli animali?
Mary Jane, 4A/D

Cara Mary Jane,
James Hillman ne “Il codice dell’anima” riferisce che il poeta inglese Robert Browning, mandato in un collegio a otto anni, si era depresso così tanto da individuare «"il luogo di sepoltura" in una cisterna della scuola, che aveva sul coperchio di piombo l'immagine in rilievo di una faccia. Si figurava che quella faccia fosse il suo epitaffio e, accarezzandola con la mano, recitava: “In memoria dell’infelice Browning"». Abbiamo imparato da Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) e da Friedrich Fröbel (1782-1852) una necessaria attenzione per l’infanzia e da Alice Miller (1923-2010) i danni profondi dell’oppressione infantile. «Rabbrividire» è il verbo giusto, perché quando si penetra nell’orrore si subisce una paralisi dell’intelletto e della capacità di sentire e di immaginare oltre una certa misura, perché tali facoltà sono anestetizzate da un graduale e penetrante gelo interiore. Basta dare un’occhiata ai dati dell’Unicef («i dati della vergogna») per rendersi conto dell’enormità delle sofferenze (in questi giorni i quotidiani descrivono la condizione dei bambini di frontiera sui “trenes de la Muerte” in Salvador, Honduras e Guatemala). Le violenze sui bambini rappresentano la forma più odiosa di violenza, perché i bambini non hanno mezzi per difendersi non solo dalla sopraffazione fisica, ma dalle descrizioni che vengono loro fatte dagli adulti, perché il loro vocabolario, la loro ideazione, i loro sentimenti crescono con quelli dei genitori e in un preciso ambiente. Chi è vissuto tra deprivazioni fisiche e nutrito di parole di esclusione e di violenza, costruisce spesso un’immagine estremamente negativa di sé; gli suonano dissonanti i sorrisi, perché assimila parole di rifiuto; crede di non aver valore, perché non si sente amato; perde progressivamente fiducia nella vita e teme persino il contatto fisico. Danilo Dolci scriveva che «un gatto che cresce abbrancando tra i rifiuti, anche se ha bisogno di tutto non ti salta in braccio, ma fugge via pauroso». Certo, l’uomo si distingue dagli animali perché ha un intelletto più sviluppato, ma per diventare uomo – cioè persona libera e dunque moralmente responsabile – non è sufficiente disporre di un’intelligenza potenziale, è necessario che l’intelligenza si affini nell’empatia, che l’essere umano “senta l’altro”, le sue emozioni, le sue preoccupazioni, il suo sguardo sul mondo. Non bastano le pur necessarie e bellissime dichiarazioni di intenti, come la “Dichiarazione dei diritti del fanciullo” (Ginevra, 1924), la “Dichiarazione sui Diritti del Bambino” (Onu, 1959) o la “Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia” (Onu, 1989), è necessario che più persone si sentano custodi della dignità reale di quelle vite. Serve l’aiuto degli Stati, ma sono indispensabili coloro che, come Renato Chiera, rendono visibile a tutti che l’Umanità (l’insieme degli uomini) ha assoluto bisogno di umanità (di relazioni di cura).
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 2 giugno 2014

E le lettere, che fine hanno fatto?




Caro professore,
Noi siamo la generazione cresciuta con il cellulare e il televisore, siamo la generazione della tecnologia. Siamo cresciuti sapendo che per sentire un amico basta alzare la cornetta. La distanza non è più realmente un fattore di chilometri. Ci si può addirittura vedere dall’altra parte del mondo, con una webcam. Sembra che la tecnologia abbia reso tutto più facile, che abbia aperto un mondo. E infatti con tutte queste scoperte la nostra vita è cambiata, anche se non ce ne accorgiamo. Abbiamo la vita semplice, veloce e a portata di mano. Ma questa tecnologia non è forse anche privazione? Le lettere che fine hanno fatto? Le raccolte di pagine e pagine scritte a mano e sporche d’inchiostro non ci mancheranno un giorno? Io spesso credo che i rapporti vengano rovinati dalla tecnologia, ci basta una chat per dire “ti amo”, quando una volta dovevi preparare per giorni il discorso da fare all’amata, e prendere coraggio, e dichiararti guardandola negli occhi. Ora, basta un messaggio, premere tasti e aspettare la risposta. Non diventeremo più superficiali per colpa di qualcosa che inevitabilmente ci coinvolge? Credo che il progresso a volte debba essere messo da parte, almeno per quanto riguarda il sentimento. Credo che dovremmo provare a non accontentarci, a superare lo schermo e imparare a relazionarci veramente con le persone. Siamo l’evoluzione, è vero, ma non per questo dobbiamo accontentarci della comodità di un messaggio.
Alessia, 4D

Cara Alessia,
Non pensavo che una ragazza così giovane potesse provare nostalgia per le lettere, un oggetto certamente molto comune, ma d’altri tempi. Chissà se ne hai già scritte o ricevute. Un tempo si poteva capire molto dal testo scritto: la grafia, ondeggiante o incerta, qualche parola cancellata con un tratto di penna o qualche esitazione rivelavano la personalità dell’amante. Alcuni, per non esibire troppe incertezze, componevano le idee da qualche parte e poi le ricopiavano “in bella”, per non rivelare tentennamenti dell’anima. Forse la tua non è una vera nostalgia per le lettere, ma per una dimensione non sfuggente della relazione affettiva, perché ritieni che in uno scritto che richiede preparazione, piuttosto che in un messaggio sul cellulare, le persone siano maggiormente vincolate alla verità. Nella filosofia io ho amato molto le lettere di Abelardo ad Eloisa, ma anche quelle di Napoleone a Giuseppina (Lettres d'amour à Joséphine), perché adoro scrutare come si muovono gli uomini importanti nelle relazioni affettive, quando non insegnano dalla cattedra o dirigono gli eserciti, ma si espongono alla relazione senza particolari difese. E allora è bello andare a frugare nelle dichiarazioni private o pubbliche del passato: le lettere greche di Alcifrone, di Filostrato di Lemno e di Aristeneto, quelle di Enrico VIII a Anna Bolena, quelle di Cyrano de Bergerac o quelle di Ugo Foscolo. Quelle di Flaubert per Louise Colet, di Friedrich Nietzsche, o di Gabriele D’Annunzio a Barbara Leoni; quelle di Pirandello all’attrice Marta Abba o quelle di Einstein per Mileva Maric. Oppure quelle di Fernando Pessoa per Ofelia Queiroz, di Salvatore Quasimodo per Sibilla Aleramo, quelle di Neruda ad Albertina Rosa. Ma anche quelle che Maria Callas ha scritto al marito Meneghini, prima di andarsene con l’armatore greco Onassis o quelle che il giornalista Enzo Biagi ha scritto alla moglie scomparsa. Capisco la possibile nostalgia per ciò che è scritto sul foglio ed ha richiesto al mittente uno sforzo maggiore di un precipitoso sms. Ricevere una lettera, infatti, ci fa sentire degni di un’attenzione particolare, unica. Tuttavia, ti ricordo che con le parole uomini e donne sono abituati anche a mentire, soprattutto quando le parole sono scritte a distanza e non fanno i conti con la realtà. Il premio nobel per la letteratura Gabriel García Márquez ha inventato storie sublimi. Ne “L’amore ai tempi del colera” racconta il dramma di Florentino Ariza che non smetteva di pensare a Fermina Daza. Per un certo periodo egli lavora come calligrafo per la Compagnia Fluviale del Caribe. Scrive Márquez «Poi, quando lo passarono ad altri incarichi, gli avanzava tanto amore dentro che non sapeva che farne, e lo regalava agli innamorati implumi scrivendo per loro lettere d'amore gratuite al Portal de los Escribanos. Ci andava dopo il lavoro. Si toglieva la finanziera con i suoi gesti parsimoniosi e l'attaccava allo schienale della sedia, si metteva le mezze maniche per non sporcare quelle della camicia, si sbottonava il gilè per pensare meglio, e a volte fino a molto tardi di notte rianimava i derelitti con delle lettere da matto». Scriveva lettere per gli altri, pensando alla sua amata. Il filosofo Umberto Galimberti in “Le cose dell’amore” ci ricorda pertanto che: «se una lettera produce un effetto maggiore della presenza reale, qualcosa non procede per il verso giusto e le prospettive sono infauste. Il mittente, inoltre, deve sapere che, nelle lettere d'amore, la passione arde senza dubbio, ma è tesa più al piacere della rappresentazione che al destinatario della missiva». Chiedi se c’è progresso nel sentimento. No, c’è solo autenticità o menzogna. Allora non importa il mezzo con cui arriva una rivelazione d’amore: ogni dichiarazione solitaria è difficile da verificare, quindi da un innamorato continua ad esigere che ti guardi negli occhi: una dichiarazione “impacciata” è probabilmente vera quando ha bisogno di essere sostenuta dal tuo sguardo.
Un caro saluto,
Alberto