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Cor-rispondenze

lunedì 19 dicembre 2022

Scrutare l'abisso




Nella sentenza 146 contenuta in “Al di là del bene e del male”, Nietzsche scrive: «se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te». Che cosa significa esplorare un abisso? La parola abisso deriva dal greco: «byssos» significa «fondo» e il prefisso negativo «a» nega il vocabolo. Dunque, l’abisso è letteralmente qualcosa che non ha fondo («a-byssos»). Ora, perché scandagliare ciò che non ha fondo può ripercuotersi – magari negativamente – sulla persona? Il filosofo è chiaro: gli effetti non vengono avvertiti da chi sbircia frettolosamente, ma da chi scruta a lungo: insomma, gli individui superficiali non sembrano essere soggetti a rischio. Nella psicologia e nella filosofia si sono aperte almeno due strade interpretative. Il grande psichiatra Eugenio Borgna, nella sua straordinaria delicatezza narrativa, riferisce esperienze di depressione molto dolorose, quelle che sembra non abbiano fine. Nel libro “L’ascolto gentile” (2017), parlando di una donna di nome Francesca, scrive: «Quando la incontrai, l’angoscia dilagava nel suo volto talora percorso dal lampo di un sorriso fragile e fuggitivo che si spegneva. La rivedo nella sua grazia ferita, e mi domando come abbia potuto reggere il confronto con lei, con il suo dolore, con la sua sventura, con le sue parole e con il suo silenzio, nel corso di dodici mesi scanditi da colloqui, da telefonate, da e-mail, che mi portavano ogni volta sull’orlo di abissi senza fondo nei quali lei avrebbe potuto precipitare: recidendo la sua vita, e lasciando ferite anche nella mia». L’autore afferma che la contiguità prolungata con l’immensità del dolore altrui è in grado di contagiare e scandagliare in profondità anche la sensibilità del terapeuta, «lasciando ferite» anche in chi si avvicina per porgere aiuto. Così, è noto che dopo una lunga esposizione alla sofferenza, medici, psichiatri e psicologi possono correre dei rischi, poiché, per eccesso di empatia, possono essere «divorati» dalla pena dell’altro. Borgna ha sperimentato su se stesso tale condizione: «Certo, non veniva mai meno la mia attenzione alle cose che ascoltavo, la mia emozione, la mia angoscia: quando una persona cammina sull’orlo degli abissi anche la persona che l’accompagna rischia di essere contemporaneamente divorata dagli stessi abissi di angoscia, e disperazione». Per questo anche i professionisti, che si occupano di coloro che stanno affrontando una malattia o ad essa si sono stancamente arresi, hanno bisogno di sostegno, perché un’eccessiva esposizione al male li può piegare: l’abisso inghiotte, la sofferenza si espande, l’angoscia dilaga. Sul versante filosofico l’esperienza dello sgomento per il vuoto non proviene (solo) dai meandri del supplizio interiore, ma dalla perdita di un punto di appoggio per le proprie certezze. Blaise Pascal constata che l’uomo cerca di colmare il proprio desidero di infinito con oggetti finiti, e afferma che tale tentativo è fallimentare, perché l’aspirazione all’infinito che l’uomo scopre dentro di sé può essere colmata solo da Dio («quell’abisso infinito può esser colmato soltanto da un oggetto infinito ed immutabile»). Un’idea che condivide anche Spinoza, ma da una prospettiva diversa: se per Pascal il Dio che riempie l’abisso dell’animo umano è il dio del Cristianesimo – un dio di amore e di consolazione –, per Spinoza quel Dio è la struttura matematica della realtà e solo la comprensione di tale intelaiatura può fornire un fondamento saldo per la felicità dell’uomo. Entrambi hanno trovato un «byssos», un fondamento che li ripara dall’assurdo. Un paio di secoli dopo, Nietzsche constata invece che le certezze dell’uomo sono basi fragili ed effimere, supporti traballanti pronti a incrinarsi facilmente nel corso del tempo, perché nascondono spesso convenzioni e abitudini, paure e bisogni molto umani. E se sotto ogni fondo si spalancasse ancora un abisso, le certezze fossero costantemente scalfite e l’uomo non trovasse più punti di riferimento stabili per il proprio agire? Gli uomini vagherebbero senza meta, insicuri, perché confonderebbero convenzioni con verità, tradizioni con certezze. La prospettiva di Nietzsche è pertanto più inquietante e dolorosa. Egli è persuaso che l’uomo non approderà mai a certezze definitive e che ci sia «dietro ogni caverna una caverna più profonda», o meglio: «un abisso sotto ogni fondo». È questa consapevolezza che può destabilizzare l’uomo, perché lo colloca in alto mare sprovvisto di punti di riferimento sicuri. Da questa riflessione può essere sconvolto e avvertire che l’abisso “scruta” dentro di lui e che anche la scienza non lo salverà, come ha scritto Bertolt Brecht nella “Vita di Galileo”, ove afferma: «E quando, coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro “éureka rischierebbe di rispondere un grido di dolore universale». Il Novecento ha capito presto che alcune invenzioni non hanno portato progresso ma distruzione di massa. Più esaminiamo le nostre accurate certezze più siamo consapevoli che possiamo sempre sprofondare: più guardiamo l’abisso più siamo destabilizzati e la voragine che si apre sotto i nostri piedi non si lascia colmare da alcuna ingenuità.

Un caro saluto,

Alberto






lunedì 12 dicembre 2022

L'io non può stare senza il tu

 


In una lettera del filosofo tedesco Friedrich Heinrich Jacobi del 1775 ad un interlocutore che non viene nominato è riportata questa frase: «Apro gli occhi o le orecchie, o stendo la mano e in questo stesso istante avverto in modo inseparabile: tu e io, io e tu»; successivamente, il filosofo giunge a questa sintesi: «senza tu l’io è impossibile». Mezzo secolo dopo il filosofo Ludwig Feuerbach afferma «la necessità del tu per l'io».  Feuerbach mette in luce l’essenza sociale dell’uomo: come due persone sono indispensabili per generare un individuo di carne e ossa, così occorrono più persone per originare l’uomo spirituale. Abbiamo bisogno delle relazioni con gli altri (tu) per diventare ciò che siamo e per formare la nostra identità (io). Così, servono molte vite per fare una vita e molti libri per strutturare un uomo e renderlo consapevole e libero. È fondamentale, dunque, l’apporto di soggetti diversi per consentire ad un uomo di pensare autonomamente. L’altro è dunque costitutivamente («ontologicamente») imprescindibile perché ognuno possa formare se stesso, perché ci si educa e si cresce proprio grazie alle relazioni. Poi Feuerbach si è lasciato un po’ prendere la mano e ha scritto: «l'uomo preso per sé è uomo (nel senso usuale del termine); l'uomo insieme all'uomo — l'unità di io e tu — è Dio». Martin Buber, autore dell’opera “Io e tu” (1923), un saggio che insieme ad altri è raccolto nel libro “Il principio dialogico” (1962), ridimensiona un po’ tale euforia e scrive più coerentemente che «l'unità di io e tu è l'uomo (nel senso proprio del termine)». Se nella relazione si genera l’uomo, allora è fondamentale essere autentici. Scrive il filosofo: «Non è importante che uno si «lasci andare» di fronte all'altro, ma è importante che permetta all'uomo con cui comunica di partecipare al suo essere. Essenziale è l'autenticità dell'interumano; dove essa manca, neanche l'umano può essere autentico». Nello stesso anno della pubblicazione dell’opera di Buber (1962), il filosofo romano Guido Calogero (1904-1986), allievo di Giovanni Gentile, ma antifascista e pertanto più volte arrestato e costretto al confino con la famiglia, pubblica un’opera intitolata “Filosofia del dialogo”. Egli afferma infatti che: «Nessuno è più ridicolo di colui che mostra di avere interesse a conoscere il pensiero altrui solo perché ha interesse a sostituirlo con il suo». Egli è pertanto convinto che la scelta del dialogo consenta di evitare di cadere nell’indifferenza o nella presunzione dogmatica. Le sue parole sono chiarissime: «ho deciso che non voglio essere fanatico, perché è mio dovere fondamentale quello di assicurare ad ogni altro la possibilità di convincermi che ho torto». La parola “dialogo”, deriva da “dia” e “logos”: è la parola (logos) che attraversa (dia) le persone. Allora occorre distinguere tra un dialogo-colloquio e un dialogo-soliloquio. La bellissima poesia di Leopardi “Alla Luna” è un esempio di soliloquio («O graziosa luna, io mi rammento / Che, or volge l’anno, sovra questo colle / Io venia pien d’angoscia a rimirarti […]»). Un dialogo interiore che permette di sviluppare pensieri, evocare ricordi e sensazioni. Ma non è un’effettiva relazione con l’altro: alla Luna in fondo facciamo dire ciò che vogliamo, è il pretesto per le nostre riflessioni. Nel dialogo autentico l’altro invece non è mai in nostro potere: le sue idee non si lasciano ridurre alle nostre considerazioni, così la sua alterità in generale non si lascia appiattire né esaurire. Lo scambio costruttivo può avvenire solo quando il “logos” attraversa i soggetti – chi parla e chi riceve la parola e poi può restituire altra parola che tiene conto di ciò che via via emerge dal discorso. Nel dialogo si realizza così il movimento altalenante dell’onda sulla spiaggia: la parola avanza e torna indietro ripetutamente arricchita. Così, quando il dialogo è genuino, modifica gli interlocutori e nella variazione incessante li valorizza entrambi. La riflessione sulla necessità della relazione per costituire l’uomo è stata ripresa dalla psichiatria, dalla psicologia e dalla pedagogia. A partire da una poesia di Friedrich Hölderlin, Eugenio Borgna, uno dei più grandi psichiatri italiani, ha scritto un libro meraviglioso intitolato “Noi siamo un colloquio” (1999), per mostrare che la cura in psichiatria non è mai riducibile all’aspetto farmacologico, ma è aperta ad ogni dimensione dell’esistenza ed ha come base l’ascolto della persona: dal dialogo interiore ai silenzi che compongono ogni vita. Sul versante pedagogico il poeta ed educatore Danilo Dolci, per segnalare che ognuno di noi alimenta gli altri e dagli altri è sostenuto,  nel libro “Palpitare di nessi” (1985) afferma che ogni uomo è un centro di «cordoni ombelicali in partenza e in arrivo» e che la comunicazione vera è sempre bidirezionale, proprio come avviene nell’interazione vitale tra la mamma e il figlio nella gravidanza. Nell’opera successiva, “Dal trasmettere al comunicare” (1988), egli ricorda invece come l’espressione “mezzi di comunicazione di massa” sia ingannevole e da sostituire con “mezzi di trasmissione di massa”, in quanto con la televisione e la radio assistiamo piuttosto ad un’opera di informazione collettiva che esclude la reciprocità. Chi parla trasmette e non può essere influenzato, ma Dolci insegna che la relazione io-tu sorregge l’esistenza ed è la trama meravigliosa di ogni vita.

Un caro saluto,

Alberto