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Cor-rispondenze

lunedì 16 maggio 2011

Cherasco storia





Anche quest'anno, grazie al premio "Cherasco Storia", abbiamo potuto incontrare un importante studioso e scrittore di storia. Il premio è stato assegnato a Giusto Traina per il volume La resa di Roma. Battaglia a Carre, 9 giugno 53 a.C., Roma-Bari, Laterza 2010.



Nella stessa mattinata la "Fondazione De Benedetti Cherasco 1547" ha assegnato anche un altro premio per meriti nella divulgazione storica a Paolo Mieli.



Ringrazio l'organizzazione, tutti i ragazzi che hanno letto il libro e le professoresse Daniela Brussino e Daniela Oddenino che hanno preparato l'incontro. Nella foto con Giusto Traina sono presenti i ragazzi della 2C, della 3A e della 4A del Liceo Scientifico.

lunedì 9 maggio 2011

Il valore della filosofia (II parte)



Caro professore,
Penso che la filosofia possa aiutarmi a maturare e ad arricchire il mio modo di pensare e di comunicare.
Olga

Mi aspetto di riuscire a crescere e ottenere un modo di ragionare e di pensare più completo.
Beatrice


Care Olga e Beatrice,
Il grande matematico Bertrand Russell, [Galles 1872], studioso di filosofia (vinse il premio Nobel per la letteratura nel 1950 proprio per la sua Storia della filosofia), conosciuto anche per i suoi interventi e le sue prese di posizione su problemi politici e morali, in un libretto a carattere divulgativo dal titolo "I problemi della filosofia" si esprime così:

"L'uomo che non ha neanche un'infarinatura di filosofia passa attraverso la vita chiuso nei pregiudizi dettati dal senso comune, dalle opinioni piú comuni del suo tempo e del suo paese, e dalle convinzioni cresciute nella sua mente senza la cooperazione né il consenso della volontà e della ragione. Per un tale uomo il mondo tende a divenire definito, finito, ovvio; gli oggetti della vita quotidiana non pongono problemi, e le possibilità insolite vengono respinte con disprezzo. Non appena ci accostiamo alla filosofia scopriamo invece, […] che anche le cose piú quotidiane conducono a problemi ai quali possiamo dare solo risposte molto incomplete. […] Diminuendo il nostro senso di sicurezza nei riguardi delle cose come sono, essa aumenta grandemente la nostra conoscenza di come possono essere; scuote il dogmatismo alquanto arrogante di coloro che non sono mai entrati nella regione del dubbio liberatore, e tiene desta la nostra meraviglia mostrandoci cose familiari sotto un aspetto inconsueto. A parte questa utilità di mostrarci possibilità inattese, il valore della filosofia - forse il suo valore più grande - viene dalla grandezza degli oggetti che essa contempla e dalla liberazione dagli scopi personali e meschini che ci viene da questa contemplazione. La vita dell'uomo guidato dal puro istinto e tutta chiusa nel cerchio dei suoi interessi privati: vi possono essere inclusi la famiglia e gli amici, ma il mondo esterno interessa solo in quanto possa favorire od ostacolare ciò che rientra nel cerchio dei desideri istintivi. In una vita così c'e qualcosa di febbrile e di costretto, al cui confronto la vita filosofica e calma e libera".
Un caro saluto,
alberto

lunedì 2 maggio 2011

Il valore della filosofia



Caro professore,
Ho sentito dire che la filosofia è porsi domande. Per me è scoprire e/o scoprirsi, e penso che possa essere affascinante. Da questa materia non so ancora bene cosa aspettarmi e per questo mi incuriosisce più delle altre.
Manuela



Cara Manuela,
Il II libro di De rerum natura di Lucrezio si apre con una bella immagine di uno spettatore che, poggiando sulla terraferma, contempla il travaglio di un naufragio lontano. Non essendo coinvolto dagli eventi, può guardare con distacco la scena che si svolge dinanzi a lui. Da una parte, dunque, il mare in tempesta, una nave che si inabissa sotto la forza congiunta del vento e delle onde; dall'altra, un uomo che, su un solido terreno, contempla un disastro in lontananza. Lucrezio dice che ciò che rallegra lo spettatore non è lo spettacolo della rovina altrui, ma la distanza da una simile sorte.
L'esempio della nave è una metafora: l'uomo che poggia su certezze può guardare e dominare la vita che sta davanti a lui. Il fatto è che oggi sembra che non ci sia un posto dove lo spettatore possa contemplare con distacco. Non c'è una terraferma, e la posizione dello spettatore è cambiata. Il naufragio (certezze, valori, speranze, ecc.) è diventato molto più vicino e inevitabile. Oggi sembra che il dramma si sia avvicinato. E nel dramma, oggi, è coinvolto lo spettatore .
Il filosofo e psichiatra Umberto Galimberti ha recentemente pubblicato un libro sul disagio dei giovani (L’ospite inquietante). Citando il Nietzsche degli “Scritti postumi”, egli riflette su quella che viene individuata come malattia culturale del nostro tempo: il nichilismo.
Cosa significa nichilismo? Nietzsche è stato molto chiaro:
Nichilismo: manca il fine; manca la risposta al "perché?". Che cosa significa nichilismo? - che i valori supremi perdono ogni valore” .
L'uomo moderno crede sperimentalmente ora a questo, ora a quel valore, per poi lasciarlo cadere; il circolo dei valori superati e lasciati cadere è sempre più vasto; si avverte sempre più il vuoto e la povertà di valori; il movimento è inarrestabile – sebbene si sia tentato in grande stile di rallentarlo. Alla fine l'uomo osa una critica dei valori in generale; ne riconosce l'origine; conosce abbastanza per non credere più in nessun valore; ecco il pathos, il nuovo brivido... Quella che racconto è la storia dei prossimi due secoli... (VIII, II, 266) .
Galimberti, dall’analisi di questa condizione culturale, giunge a questa conclusione:
"Perché i giovani, anche se non sempre ne sono consci, stanno male. E non per le solite crisi esistenziali che costellano la giovinezza, ma perché un ospite inquietante, il nichilismo, si aggira tra loro, penetra nei loro sentimenti, confonde i loro pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca la loro anima, intristisce le passioni rendendole esangui. Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro per condurli sulle vie del divertimento e del consumo, dove ciò che si consuma non sono tanto gli oggetti che di anno in anno diventano obsoleti, ma la loro stessa vita, che più non riesce a proiettarsi in un futuro capace di far intravedere una qualche promessa ".

Ma il disagio ha radici profonde: non psicologiche, ma culturali:

"Va da sé che quando il disagio non è del singolo individuo, ma l'individuo è solo la vittima di una diffusa mancanza di prospettive e di progetti, se non addirittura di sensi e di legami affettivi, come accade nella nostra cultura, è ovvio che risultano inefficaci le cure farmacologiche cui oggi si ricorre fin dalla prima infanzia o quelle psicoterapiche che curano le sofferenze che originano nel singolo individuo.
E questo perché se l'uomo, come dice Goethe, è un essere volto alla costruzione di senso (Sinngebung), nel deserto dell'insensatezza che l'atmosfera nichilista del nostro tempo diffonde il disagio non è più psicologico, ma culturale. E allora è sulla cultura collettiva e non sulla sofferenza individuale che bisogna agire, perché questa sofferenza non è la causa, ma la conseguenza di un'implosione culturale di cui i giovani, parcheggiati nelle scuole, nelle università, nei master, nel precariato, sono le prime vittime
".

La pratica della filosofia, allora diventa un rimedio importante. Secondo Seneca:

"La filosofia non è un'arte popolare o fatta per essere ostentata; consiste non in parole, ma in fatti. E non la si usa per trascorrere piacevolmente le giornate o per scacciare la nausea che viene dall'ozio: forma e plasma l'animo, regola la vita, governa le azioni, siede al timone e dirige il corso in mezzo ai pericoli del mare in tempesta. Senza di essa nessuno può vivere tranquillo, nessuno sicuro; in ogni istante capitano innumerevoli eventi che richiedono una direttiva, e questa deve essere chiesta alla filosofia" .

In una lettera a Lucilio (la n.15: ricordo che le lettere vengono composte tra l'autunno del 63 e la fine del 64), Seneca avverte il suo caro amico (a lui dedica anche le Questioni Naturali) che è importante curare soprattutto la salute dell'anima, e poi quella dei corpo, perché se l’anima sta male anche il corpo sta male.

" Gli antichi avevano l'abitudine, che si è conservata fino ai nostri tempi, di scrivere all'inizio delle lettere: «Se stai bene, ne sono contento, io sto bene». Noi giustamente diciamo: «Se ti dedichi alla filosofia, ne sono contento». Stare bene, infatti, è precisamente questo. Senza la filosofia l'anima è malato; anche il corpo, se pure è in forze, è sano come può esserlo quello di un pazzo o di un forsennato. [2] Perciò, se vorrai star bene, cura soprattutto la salute dell'anima, e poi quella del corpo, la quale non ti costerà molto" .
Ma allora, ancora con Seneca
"Non devi dedicarti alla filosofia quando hai tempo libero, ma devi procurarti del tempo libero per dedicarti alla filosofia". ...(Continua)
Un caro saluto,
alberto

lunedì 25 aprile 2011

Il dolore innocente


Riporto una risposta alla domanda di una bambina giapponese di papa Benedetto XVI trasmessa nel pomeriggio di venerdì 22 aprile da Rai uno nel programma "A sua immagine. Domande su Gesù", condotto da Rosario Carello.

"Mi chiamo Elena, sono giapponese ed ho sette anni. Ho tanta paura perché la casa in cui mi sentivo sicura ha tremato, tanto tanto, e molti miei coetanei sono morti. Non posso andare a giocare nel parco. Chiedo: perché devo avere tanta paura? Perché i bambini devono avere tanta tristezza? Chiedo al Papa, che parla con Dio, di spiegarmelo".

Cara Elena, ti saluto di cuore. Anche a me vengono le stesse domande: perché è così? Perché voi dovete soffrire tanto, mentre altri vivono in comodità? E non abbiamo le risposte, ma sappiamo che Gesù ha sofferto come voi, innocente, che il Dio vero che si mostra in Gesù, sta dalla vostra parte. Questo mi sembra molto importante, anche se non abbiamo risposte, se rimane la tristezza: Dio sta dalla vostra parte, e siate sicuri che questo vi aiuterà. E un giorno potremo anche capire perché era così. In questo momento mi sembra importante che sappiate: "Dio mi ama", anche se sembra che non mi conosca. No, mi ama, sta dalla mia parte, e dovete essere sicuri che nel mondo, nell'universo, tanti sono con voi, pensano a voi, fanno per quanto possono qualcosa per voi, per aiutarvi. Ed essere consapevoli che, un giorno, io capirò che questa sofferenza non era vuota, non era invano, ma che dietro di essa c'è un progetto buono, un progetto di amore. Non è un caso. Stai sicura, noi siamo con te, con tutti i bambini giapponesi che soffrono, vogliamo aiutarvi con la preghiera, con i nostri atti e siate sicuri che Dio vi aiuta. E in questo senso preghiamo insieme perché per voi venga luce quanto prima.

Perché è così? Potremmo aspettarci dal papa Benedetto XVI raffinati ragionamenti, scorciatoie razionali della teologia sistematica, espedienti logici nel tentativo di fornire una risposta generale e risolutiva. Ma il papa ha scelto un’altra strada, ha scelto di dire quello che tutti gli uomini intimamente sentono, quello che sta sotto la superficie delle parole e delle ideologie: «non abbiamo le risposte», intendendo che non è l’uomo la misura di tutte le cose, ma che esiste una verità più grande che l’uomo non può ridurre completamente alla propria ragione. Il papa esprime un’analogia con la sofferenza di Cristo, irrazionale, ingiustificata, incomprensibile per chi crede che Cristo sia Dio, ma esprime la fiducia in un Dio che è amore e che non può essere contro l’uomo. E questo gli fa dire «questa sofferenza non era vuota, non era invano, ma che dietro di essa c'è un progetto buono, un progetto di amore». Bisogna crederci, perché non si possiedono certezze, perché la verità del mondo e dell’essere più in generale supera ancora di molto la comprensione. Che dire. Anch’io spero la stessa cosa, che ci sia un senso al dolore che lavora l’uomo da dentro, alla sofferenza lenta che guasta, sfinisce e corrode i corpi, che fa esplodere pensieri martellanti nelle menti, che annebbia la fiducia e la speranza. Anch’io spero che le sofferenze non siano invano. Che non siano invano le sofferenze di tutti coloro che nella vita non hanno avuto possibilità, non hanno avuto alternative e non hanno avuto amore.
alberto

lunedì 18 aprile 2011

lunedì 11 aprile 2011

Momenti sempre impressi


Caro professore,
Perché ci sono dei momenti nella vita che ci rimangono sempre impressi e non possiamo fare nulla per dimenticarli? Penso che la mia vita è cambiata molto da quando ho visto soffrire una persona a me cara, e in certi momenti (per problemi di salute) ho anche rischiato di perderla per sempre. Pensare a ciò mi fa male e non riesco a cancellare questo momento perché anche oggi - e credo per sempre - ci saranno delle conseguenze di questo fatto. Tutti i momenti che ho vissuto fanno parte della mia vita e purtroppo mi seguiranno sempre.
Rosa



Cara Rosa,
Portiamo dentro le impressioni dell’infanzia, i ricordi belli di alcune giornate trascorse con gli amici o a casa un compagno caro, le prime esplorazioni del mondo mano nella mano dei genitori. Ma portiamo nel nostro animo anche ricordi che vorremmo cancellare: eventi sgradevoli che vorremmo non fossero successi, brutte figure in pubblico, o eventi dolorosi per la perdita di persone care. Portiamo nell’intimo le parole di un tempo lontano, parole che riscaldano il cuore e riaccendono il sorriso e parole che conservano ancora una brutta eco. Potremmo chiederci quali avvenimenti (e quali parole) abbiano conseguenze rilevanti sulla nostra vita e quali no. Forse Freud direbbe che le ripercussioni ci sono comunque e lavorano nella nostra psiche in modo sotterraneo, anche se non ne siamo consapevoli. Come possiamo stabilire se un evento incide o meno sulla vita futura? E poi perché un solo evento si imprime in modo così duraturo nella memoria e una serie di eventi ripetuti possono essere dimenticati?
La macchia di sangue sulla mano di Macbeth può essere cancellata: incancellabile è la macchia invisibile che l'aver commesso il crimine lascia in un'anima criminale. «What's done is done», dice lady Macbeth”, scrive Jankelevic in un bellissimo libro intitolato “La morte” [1977] [Einaudi 2009]. I ricordi in alcuni casi sono come macchie invisibili: l’evento è dissolto dal tempo, ma la macchia si insedia in profondità e modifica la tavolozza dei colori con cui guardiamo il mondo. Il filosofo Henri Bergson nell’opera “Materia e memoria”[1896][Laterza 1996], scriveva che “In realtà non c'è percezione che non sia impregnata di ricordi. Ai dati immediati e presenti dei nostri sensi noi mischiamo mille e mille dettagli della nostra esperienza passata. Il più delle volte, questi ricordi spostano le nostre reali percezioni, delle quali, allora, non riteniamo che qualche indicazione, semplici «segni», destinati a farci ricordare vecchie immagini”. Questo per dire che un po’ tutto quello che accade nella storia individuale orienta lo sguardo sul mondo e che certe situazioni del presente richiamano immediatamente ricordi lontani, talvolta rinnovano la sofferenza, talvolta ci rendono più sensibilizzati verso la vita. L’esposizione alla sofferenza di una persona, e ancor di più di un familiare, destabilizza emotivamente e cognitivamente chiunque. Gli eventi dolorosi portano dinanzi agli occhi la natura tragica dell’esistenza e richiamano alla mente la caducità dell’uomo. Nell’altro che soffre e poi muore scopriamo una delle caratteristiche peculiari della vita, la fragilità. Nella fragilità, nella sofferenza e nella morte dell’altro, vediamo un’anticipazione della nostra morte. Non solo temiamo di perdere le persone care, ma ci rendiamo conto che anche la nostra vita non è infinita, ma è instabile e precaria e si sviluppa nello spazio delle possibilità. Eppure sono gli eventi dolorosi a rendere acute le riflessioni, è la fragilità che acquisiamo a renderci più attenti, più premurosi, più concentrati, talvolta più impegnati. Attraverso la sofferenza prendiamo congedo dalle proteiformi illusioni sulla vita che ci siamo creati. Impariamo che la vita non ci appartiene completamente e conosciamo la reale condizione dell’uomo. Perdiamo certamente delle certezze, ma le certezze che abbandoniamo erano persuasioni infantili, sicurezze superficiali, convincimenti approssimativi. Nel mare della vita non abbiamo bisogno di astratte razionalizzazioni fantastiche, consolatorie e contemporaneamente inefficaci, ma di affinare la sensibilità, per comprendere meglio la vita che ci ospita e le persone che ci sono accanto. Vivendo intensamente anche i momenti dolorosi, sviluppiamo l’empatia necessaria per comprendere i nostri simili, affiniamo la tavolozza dei sentimenti e, insieme, una comprensione più profonda della vita. Attraverso l’autoeducazione forgiata dagli eventi della vita, costruiamo una cartina dei sentimenti e delle ragioni più raffinata. La fragilità allora diventa una grande forza che ci permette di comprendere meglio le persone con cui entriamo in relazione, di capirne gli affanni, di giustificarne alcune debolezze, di abbracciare così globalmente le caratteristiche complessive di ogni persona. Può sembrare strano, ma la fragilità ci arricchisce di conoscenza e di empatia. Questa nuova sensibilità accresciuta è la prova che diventiamo più umani.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 4 aprile 2011

Fortuna-sfortuna?



Caro professore,
Ci sono periodi in cui mi sento davvero sfortunata. Una persona che credevo amica mi ha rubato il fidanzato, ho passato un compito ad un compagno e lui ha preso un voto più alto del mio nell'interrogazione...Potrei continuare...A volte penso che ci siano persone a cui va sempre tutto bene e altre che nonostante gli sforzi non hanno proprio fortuna nella vita.
Roberta



Cara Roberta
Una storiella, per cominciare...
"C’era una volta in un lontano paesetto un povero contadino che traeva di che vivere da un campicello che lavorava assieme alla moglie e al figlio e con l’aiuto di un cavallo. Un giorno il recinto venne lasciato inavvertitamente aperto e il cavallo fuggì. I vicini, appresa la notizia, esclamarono: “Poveretto, che sfortuna, e adesso come farai a lavorare?”. Il contadino rispose: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo!” I vicini restarono perplessi nel sentire quella strana risposta. Dopo qualche settimana il cavallo che era scappato tornò portandosi dietro una mandria di cavalli selvaggi che furono rinchiusi nel recinto. I vicini, vedendo tutti quei cavalli, esclamarono: “Che fortuna!” E il contadino ancora una volta rispose: “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo!” I vicini restarono ancora più perplessi nel sentire quella risposta. Dopo qualche giorno, mentre il figlio stava domando uno dei cavalli, cadde a terra e si ruppe un piede. I vicini subito esclamarono: “Che sfortuna, e adesso come fai?!” E il contadino ancora una volta rispose: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo!”. I vicini non sapevano più che cosa pensare del vecchio. "Forse è matto!", pensarono. Dopo qualche settimana comparvero in paese alcuni soldati che reclutavano i giovani validi per la guerra. Quando entrarono nella capanna trovarono il giovanotto zoppicante e naturalmente lo scartarono, mentre tutti gli altri giovani furono reclutati. I vicini non ci videro più: “Che mazzo, che fortuna!” E il vecchio contadino ancora una volta rispose imperturbabile: “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo”. "
...
Ho ritrovato questa storiella divertente riportata in un libro (ma si trova anche in internet). A volte definiamo le esperienze che contrastano le nostre aspettative come eventi sfortunati. Ma la vita, anche con le sue brusche sterzate, non necessariamente deve essere considerata sfortunata. Molto dipende dall'atteggiamento con cui interpretiamo o affrontiamo gli eventi. La storiella insegna che ciò che appare a noi (o alla maggioranza delle persone) un evento sfortunato, in realtà - anche se fa soffrire - non necessariamente deve essere considerato negativamente. La rottura di un'amicizia importante genera profonda sofferenza, ma può anche essere lo stimolo per renderci attivi per incontrare nuove persone con le quali possiamo scoprire maggiori affinità. L'abitudine a ritenere che la vita debba scorrere liscia su binari perfetti ci fa ritenere il cambiamento improvviso una sfortuna, ma la vita è fatta di eventi che, come gli scarti ferroviari, deviano il nostro cammino in una direzione o in un'altra. E' meglio considerare ogni cambiamento come una nuova opportunità che la vita ci offre. Gradualmente scoprirai che proprio alcuni cambiamenti, inaspettati e difficili da accettare, possono metterci di fronte nuove prospettive che non avevamo considerato e che permettono invece di gettare nuova luce (e felicità) nella nostra vita.
Un caro saluto,
alberto