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Cor-rispondenze

lunedì 28 novembre 2011

La pietà è per tutti?


Caro professore,
Dopo aver visto il film "La caduta", che descrive la morte di Hitler e dei suoi gerarchi, la morte di queste persone è mostrata in modo molto forte, da suscitare pena. E' possibile provare pena per questi uomini che potrebbero essere definiti mostri? Perché?
Michele



Caro Michele,
Ho avuto modo anch’io di vedere il film “La caduta. Gli ultimi giorni di Hitler”, di Oliver Hirschbiegel, e penso che, come scriveva Aldo Carotenuto ne Le lacrime del male [1996] 2002, in genere «Si diventa spietati perché senza pietà». Si può provare pena anche per un “mostro”, perché gli uomini provano pena per un altro essere umano e sviluppano empatia nelle relazioni con il prossimo. Anche nel mostro la tua sensibilità riconosce la vita di un uomo e la pena che provi non è per le nefandezze e per i crimini, ma per quello che percepisci come un trattamento sbagliato verso ogni essere umano. Quando ti concentri sulla vita umana, momentaneamente non avverti più il dolore che un criminale ha provocato alle vittime: la violenza gratuita, l’indifferenza verso la specie umana, l’apatia del cuore, l’impassibilità della ragione, la persecuzione nei confronti dell’innocente, la sopraffazione sull’uomo, la brutalità delle azioni. Quando ti sintonizzi emotivamente con la vita di un altro – sia pure un mostro o un dittatore – senti l’aberrazione della violenza, di qualunque violenza. Provi pietà per la condizione umana, perché avverti che nessun uomo dovrebbe essere trattato in modo spietato. Questo sentimento, che fa di te una persona, una persona-in-relazione, è una vibrazione emotiva che l’uomo del film non ha avvertito per nessuno dei suoi simili, né per i milioni di morti che ha intenzionalmente provocato. Tu conservi l’umanità, ossia quella capacità di provare empatia per le persone, per l’ “altro” in generale. Stimi la negatività della persecuzione e provi fastidio per l’accanimento. Guardando il film, tuttavia, hai provvisoriamente sospeso la consapevolezza delle atrocità perpetrate sull’uomo dal dittatore e hai esclusivamente attivato la parte più elevata di te stesso: la tua componente emotiva, umana. Morale. Tuttavia, la pietà che senti di fronte ad una vita, ad ogni vita, Hitler non l’ha avvertita per nessuna delle sue vittime. Ricordo che Hannah Arendt, la filosofa tedesca inviata al processo di Eichmann a Gerusalemme nel 1961, nel libro La banalità del male [1963] 2006, ha scritto che nel Terzo Reich non solo era stata soffocata la coscienza dei dirigenti e dei collaboratori, ma proprio la «pietà istintiva animale» che ogni individuo normale sviluppa nei confronti della sofferenza altrui. Scrive Arendt: «Perciò il problema era quello di soffocare non tanto la voce della loro coscienza, quanto la pietà istintiva, animale, che ogni individuo normale prova di fronte alla sofferenza fisica degli altri. Il trucco usato da Himmler (che a quanto pare era lui stesso vittima di queste reazioni istintive) era molto semplice, e, come si vide, molto efficace: consisteva nel deviare questi istinti, per cosí dire, verso l'io. E cosí, invece di pensare: che cose orribili faccio al mio prossimo!, gli assassini pensavano: che orribili cose devo vedere nell'adempimento dei miei doveri, che compito terribile grava sulle mie spalle
Il sociologo polacco Zygmunt Bauman (1925), nel libro Modernità e Olocausto [1989] 1992, riporta alcune riflessioni scioccanti sul linguaggio di Hitler. Il fatto che egli paragonasse le sue azioni nei confronti dell’umanità alle battaglie di Pasteur (vaccino antirabbico) e di Koch (colera) è aberrante. Scrive Bauman “Il linguaggio e la retorica di Hitler erano carichi di immagini di malattia, infezione, infestazione, putrefazione, pestilenza. Egli paragonava il cristianesimo e il bolscevismo alla sifilide e alla peste; parlava degli ebrei come di bacilli, germi della decomposizione o parassiti. «La scoperta del virus ebraico», disse a Himmler nel 1942, «è una delle più grandi rivoluzioni che siano mai avvenute al mondo. La battaglia in cui ci impegniamo oggi è dello stesso tipo di quella ingaggiata, il secolo scorso, da Pasteur e da Koch. Dal virus ebraico hanno origine innumerevoli malattie... Riguadagneremo la nostra salute soltanto eliminando gli ebrei». Nell'ottobre dello stesso anno Hitler proclamò: «Sterminando i parassiti, renderemo un servizio all'umanità». Gli esecutori degli ordini di Hitler parleranno dello sterminio degli ebrei in termini di Gesundung (guarigione) dell'Europa, Selbstreinigung (autodepurazione), judensduberung (epurazione degli ebrei)”. L’idea che «sterminando i parassiti» si possa rendere «un servizio all'umanità», chiede immediatamente di convertire i sentimenti di pietà e di compassione - che non devono certamente essere annullati nella valutazione delle azioni di tutti gli esseri umani -, in sentimenti di condanna e in immediate procedure di giustizia.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 14 novembre 2011

Atlante del Ventesimo secolo



Cari ragazzi,
Questa settimana desidero consigliare alcuni libri che contengono importanti documenti sulla storia del Ventesimo secolo; sono curati dal professor Vittorio Vidotto, professore di Storia contemporanea all'Università La Sapienza di Roma e autore dei testi di storia attualmente adottati nel nostro Liceo.
Si tratta di 200 documenti divisi in quattro volumi che permettono di conoscere direttamente opere o discorsi del Novecento e consentono così di orientarsi e di riflettere sugli eventi più importanti del secolo scorso.
Vi invito a comprare questi libri e a leggere questi documenti; leggete con pazienza: scegliete prima anche a caso quelli che suscitano in voi maggiore curiosità e poi vedrete che il desiderio di conoscere la storia mondiale attraverso estratti di testimonianze signficative vi motiverà a completare la lettura. Spero che possiate comprare i quattro volumi (vi fareste un bel regalo) e che possiate consultarli di tanto in tanto. La raccolta è estremamente significativa e tutti gli estratti riportati sono preceduti da una breve introduzione all'argomento.
Riproduco qui sotto, oltre ai titoli, l'indice di ogni volume, perché possiate vedere a quali documenti si fa riferimento.
Un caro saluto,
alberto

1.Vittorio Vidotto, Atlante del Ventesimo secolo. I documenti essenziali 1900-1918, Roma-Bari, Laterza, 2011,;
2.Vittorio Vidotto, Atlante del Ventesimo secolo. I documenti essenziali 1919-1945, Roma-Bari, Laterza, 2011;
3.Vittorio Vidotto, Atlante del Ventesimo secolo. I documenti essenziali 1946-1968, Roma-Bari, Laterza, 2011;
4.Vittorio Vidotto, Atlante del Ventesimo secolo. I documenti essenziali 1969-2000, Roma-Bari, Laterza, 2011;


Indici

I volume

1. L'uccisione di Umberto I (29 luglio 1900)
2. La questione meridionale (1900, 1908)
3. Giolitti e la classe operaia (1901)
4. La critica dell'imperialismo: John A. Hobson (1902)
5. Il sionismo
6. L'Intesa cordiale (8 aprile 1904)
7. Il primo sciopero generale in Italia (settembre 1904)
8. Roosevelt e l'imperialismo americano (1904)
9. L'antagonismo anglo-tedesco
10. La guerra russo-giapponese e la pace di Portsmouth (1905)
11. Il manifesto d'ottobre dello zar Nicola II (17 ottobre 1905)
12. I «Protocolli dei 'Savi Anziani' di Sion» (1905)
13. La legge francese per la separazione della Chiesa dallo Stato (dicembre 1905)
14. La teoria della sessualità di Sigmund Freud (1905)
15. L'emigrazione italiana
16. La fondazione della Confederazione Generale del Lavoro (1906)
17. Pio X condanna il modernismo (1907)
18. Il cubismo
19. «La Voce» (1908)
20. I Giovani turchi conquistano il potere (luglio 1908)
21. Il manifesto del futurismo (febbraio 1909)
22. La Rivoluzione messicana (1910)
23. Il «Parliament Act» e la sconfitta dei Lord inglesi (agosto 1911)
24. La guerra di Libia (1911-1912)
25. Sun Yat-sen e la Rivoluzione cinese (1911-1912)
26. Il congresso di Reggio Emilia (luglio 1912)
27. Corradini e il nazionalismo italiano (1913)
28. Le suffragette (1913-1914)
29. Ford e la catena di montaggio (aprile 1913)
30. La settimana rossa (7-14 giugno 1914)
31. L'ultimatum austro-ungarico alla Serbia (23 luglio 1914)
32. Mussolini e la svolta interventista (15 novembre 1914)
33. Il patto di Londra (26 aprile 1915)
34. La propaganda di guerra (1914-1915)
35. L'Italia entra in guerra (1915)
36. Le trincee
37. Il genocidio degli armeni (1915)
38. I manifesti di Zimmerwald e di Kienthal: pace e rivoluzione (1915-1916)
39. La teoria leninista dell'imperialismo, «fase suprema del capitalismo» (1916)
40. L'ingresso degli Stati Uniti nella prima guerra mondiale: il discorso di Woodrow Wilson (2 aprile 1917)
41. Le «Tesi d'aprile» (7 aprile 1917)
42. Appello di Benedetto XV contro la guerra 1° agosto 1917)
43. La disfatta di Caporetto
44. La dichiarazione Balfour (2 novembre 1917)
45. La presa del Palazzo d'Inverno (novembre 1917)
46. Decreto dei bolscevichi sulla fine della guerra (26 ottobre/8 novembre 1917)
47. Discorso di Clemenceau sulla guerra (20 novembre 1917)
48. I «14 punti» di Wilson (8 gennaio 1918)
49. Il trattato di pace di Brest-Litovsk (3 marzo 1918)
50. Lenin contro i «kulaki» (5 luglio 1918)


II volume

1. La fondazione del Partito popolare italiano (18 gennaio 1919)
2. Benito Mussolini fonda i Fasci italiani di combattimento (23 marzo 1919)
3. Il trattato di Versailles e la Germania (28 giugno 1919)
4. Il patto della Società delle Nazioni (28 giugno 1919)
5. La costituzione di Weimar (11 agosto 1919)
6. La scelta rivoluzionaria del Partito socialista italiano (5-8 ottobre 1919)
7. Il programma del Partito nazista (24 febbraio 1920)
8. L'occupazione delle fabbriche (1920)
9. I «21 punti» dell'Internazionale comunista (agosto 1920)
10. La nascita del Partito comunista d'Italia (21 gennaio 1921)
11. La nascita dell'Unione delle repubbliche socialiste sovietiche (30 dicembre 1922)
12. La riforma Gentile (1923)
13. André Breton, «Manifesto del surrealismo» (1924)
14. Piero Gobetti, «La rivoluzione liberale» (1924)
15. Mussolini verso la dittatura (3 gennaio 1925)
16. Il manifesto degli intellettuali fascisti e il contromanifesto antifascista (1925)
17. Il «Mein Kampf» di Adolf Hítler: antisemitismo e spazio vitale (1925-1926)
18. Le «leggi fascistissime» e il «discorso dell'Ascensione» (dicembre 1925 - maggio 1927)
19. Sacco e Vanzetti (23 agosto 1927)
20. I Patti lateranensi (11 febbraio 1929)
21. José Ortega y Gasset, «La ribellione delle masse» (1930)
22. Gandhi e la non-violenza (2 marzo 1930)
23. Roosevelt e il discorso del «New Deal» (2 luglio 1932)
24. Discorso di Salazar sulla dittatura in Portogallo (23 novembre 1932)
25. La lettera di Keynes a Roosevelt sul «New Deal» (dicembre 1933)
26. Le «leggi di Norimberga» e la persecuzione degli ebrei (15 settembre 1935)
27. Stalin, Kirov e 2danov sui compiti della storia (27 gennaio 1936)
28. La guerra d'Etiopia e la proclamazione dell'impero (1935-1936)
29. L'inizio della guerra civile spagnola (18 luglio 1936)
30. Le Olimpiadi di Berlino (agosto 1936)
31. Carlo Rosselli, «Oggi in Spagna, domani in Italia» (13 novembre 1936)
32. Pio XI contro il nazismo e il comunismo (marzo 1937)
33. La mostra dell'arte degenerata (19 luglio 1937)
34. Il Gulag (1937-1938)
35. «La difesa della razza» (5 agosto 1938)
36. Gli accordi di Monaco (29 settembre 1938)
37. Le leggi razziste italiane (17 novembre 1938)
38. Hitler e la distruzione della razza ebraica (30 gennaio 1939)
39. Il Patto d'Acciaio (22 maggio 1939)
40. La lettera di Einstein a Roosevelt (2 agosto 1939)
41. Il patto Molotov-Ribbentrop (23 agosto 1939)
42. Appello di Pétain al paese; discorso di De Gaulle ai francesi (17-18 giugno 1940)
43. Il «Manifesto di Ventotene» (1941)
44. Appello di Stalin al popolo sovietico (3 luglio 1941)
45. Il protocollo di Wannsee sulla «soluzione finale» (20 gennaio 1942)
46. La caduta del fascismo (25 luglio 1943)
47. L'armistizio dell'Italia con gli anglo-americani (8 settembre 1943)
48. Discorso di Winston Churchill sulla situazione della guerra (21 settembre 1943)
49. La Repubblica sociale e il «Manifesto di Verona» (14 novembre 1943)
50. Voci della Resistenza italiana (1943-1944)
51. La macchina dello sterminio
52. Auschwitz: l'arrivo e la selezione (1944)
53. La conferenza di Yalta (4-11 febbraio 1945)
54. L'Organizzazione delle Nazioni Unite (26 giugno 1945)
55. La bomba atomica su Hiroshima (6 agosto 1945)

III volume

1. Il processo di Norimberga (1945-1946)
2. De Gasperi alla conferenza di Parigi e il trattato di pace (1946-1947)
3. La dottrina di Truman (12 marzo 1947)
4. La strage di Porcella della Ginestra W maggio 1947)
5. Il piano Marshall (5 giugno 1947)
6. L'indipendenza dell'India (15 agosto 1947)
7. La Costituzione italiana (1948)
8. Le elezioni politiche in Italia (18 aprile 1948)
9. La nascita di Israele (14 maggio 1948)
10. La rottura tra Stalín e Tito (1948)
11. Il cinema neorealista
12. Il Patto atlantico (4 aprile 1949)
13. La Repubblica popolare cinese (1° ottobre 1949)
14. Il maccartismo
15. L'Onu e l'intervento militare in Corea (giugno-luglio 1950)
16. La riforma agraria in Italia (1950)
17. Verso la rivoluzione cubana (1953)
18. Gli accordi di Ginevra sull'Indocina (21 luglio 1954)
19. L'inizio della guerra di Algeria W novembre 1954)
20. Trieste italiana (5 ottobre 1954)
21. La rivoluzione egiziana di Nasser (1955)
22. La conferenza di Bandung (24 aprile 1955)
23. Il Patto di Varsavia (14 maggio 1955)
24. Il «Rapporto Chruscév» e la destalinizzazione (25 febbraio 1956)
25. Il «Manifesto dei 101» sui fatti di Ungheria (ottobre 1956)
26. Nascita della Cee: il trattato di Roma (25 marzo 1957)
27. Gli italiani e la televisione
28. La V Repubblica francese (settembre 1958)
29. La caduta del governo Tambroni (luglio 1960)
30. L'Onu condanna il colonialismo (1960)
31. Il discorso di insediamento di Kennedy (20 gennaio 1961)
32. Il primo uomo nello spazio (12 aprile 1961)
33. Il Muro di Berlino (13 agosto 1961)
34. «I dannati della terra» (1961)
35. Il processo Eichmann (aprile-dicembre 1961)

36. Il pontificato di Giovanni XXIII e il Concilio Vaticano II (1961-1963)
37. Aldo Moro e il centro-sinistra (1962)
38. La crisi dei missili (ottobre 1962)
39. Il femminismo
40. Martin Luther King (28 agosto 1963)
41. L'Organizzazione per la liberazione della Palestina (1964)
42. Malcolm X e la lotta dei neri americani (1964)
43. La rivoluzione culturale cinese (1966)
44. L'enciclica «Populorum progressio» di Paolo VI (26 marzo 1967)
45. L'uccisione di Ernesto «Che» Guevara (ottobre 1967)
46. Don Milani e la scuola di Barbiana (1967)
47. La rivolta degli studenti (1968)
48. La primavera di Praga (1968)

IV Volume

1. L’uomo sulla Luna (21 luglio 1969)
2. La rivoluzione in Libia (1969)
3. Willy Brandt e la «Ostpolitik» (1969)
4. Il manifesto di «Rivolta femminile» (luglio 1970)
5. Il divorzio in Italia (1° dicembre 1970)
6. I limiti dello sviluppo (1972)
7. Il problema della droga (1972)
8. Il colpo di Stato in Cile (11 settembre 1973)
9. Enrico Berlinguer e il «compromesso storico» (ottobre 1973)
10. La crisi energetica (1973)
11. Le dimissioni di Nixon per lo scandalo Watergate (8 agosto 1974)
12. Pier Paolo Pasolini (1975)
13. Le riflessioni di Kissinger sul conflitto in Vietnam
14. La fine della guerra in Vietnam (1975)
15. L’«Intervista sul fascismo» di Renzo De Felice (1975)
16. La Costituzione spagnola (1978)
17. Sequestro e omicidio di Aldo Moro (16 marzo - 9 maggio 1978)
18. La legge sull’aborto (22 maggio 1978)
19. Gli accordi di Camp David (17 settembre 1978)
20. La rivoluzione khomeinista in Iran (1979)
21. Postmodernità e codificazione della conoscenza (1979)
22. La nascita di Solidarnos´c´ (agosto-novembre 1980)
23. La scoperta dell’Aids (1981)
24. L’attentato a papa Giovanni Paolo II (13 maggio 1981)
25. La guerra delle Falkland (aprile-giugno 1982)
26. Bettino Craxi e la vicenda dell’«Achille Lauro» (17 ottobre 1985)
27. Il disastro di Cernobyl’ (26 aprile 1986)
28. Gorbacˇëv e la «perestrojka» (1986)
29. Leonardo Boff e la teologia della liberazione (1986)
30. L’Intifada (1987)
31. Rivolta e massacri a Pechino (3-4 giugno 1989)
32. Rossana Rossanda, «Della difficoltà di essere comunista» (1989)
33. La caduta del Muro di Berlino (9 novembre 1989)
34. Achille Occhetto e la «svolta della Bolognina» (12 novembre 1989)
35. La guerra del Golfo (gennaio-febbraio 1991)
36. La fine dell’Unione Sovietica (dicembre 1991)
37. Il trattato di Maastricht (7 febbraio 1992)
38. Tangentopoli (1992)
39. Giovanni Falcone e la mafia
40. Economia e ambiente
41. Gli accordi di Oslo I (13 settembre 1993)
42. La «discesa in campo» di Silvio Berlusconi (26 gennaio 1994)
43. Il genocidio in Ruanda (primavera 1994)
44. Contro il capitalismo globale (1995)
45. Sudafrica: la Commissione per la verità e la riconciliazione (1995-1998)
46. Il nazionalismo serbo e la guerra per il Kosovo (1999)
47. Giovanni Paolo II e la Giornata mondiale della gioventù (19 agosto 2000)

lunedì 7 novembre 2011

Indignàti



Caro Professore,
come lei certamente sa già, nei giorni scorsi a Roma poco più di 500 felpe nere alias “black block” hanno rovinato una protesta, a mio avviso più che legittima, a cui avevano preso parte circa 200 mila pacifici manifestanti. Queste felpe nere, sfondatori di bancomat e distributori di benzina, incendiari di auto, pazzi convinti che è così che si combattono le multinazionali, le lobby e la finanza, non sono gli indignati. Loro non rappresentano nessuno. Gli altri, i duecentomila che sono arrivati a Roma per dire che non vogliono pagare il debito, sono il simbolo di un’Italia che matta non è affatto e che sta velocemente prendendo coscienza del fatto che occorre organizzarsi per togliere il potere alla casta politica che ha più volte stretto la mano ai padroni della finanza internazionale e nazionale da cui è stata pagata.
Tutta l’Italia ha così visto solo i disordini provocati dai facinorosi e non ha visto i 200 mila che la rappresentavano assai meglio. Non è una novità. Vuol dire che il modus operandi dei grandi media si conferma per quello che è: cieco di fronte alla realtà, e interessato solo allo spettacolo.
Ma c'è qualcuno sano di mente che crede che la manifestazione di ieri a Roma potesse finire diversamente? E' andata esattamente come previsto, con le devastazioni, la guerriglia urbana, i feriti e gli scontri con la Polizia. Il risultato di demonizzare i movimenti da parte dei partiti della maggioranza e dell'opposizione è perfettamente riuscito. Ora tutti coloro che hanno innescato tutta questa indignazione e tutta questa violenza possono dare adito alla condanna di tali comportamenti.
Mi dispiace davvero per tutti quei ragazzi e quelle ragazze presenti ieri a Roma, per quel 99% che a causa del vandalismo di una ristretta minoranza è stato usato, strumentalizzato, trattato come carne da macello dai partiti e da alcuni giornali. Ma sono ancora più amareggiato per tutti coloro che come me in questo grido di indignazione a livello globale avevano riposto le loro speranze e che hanno visto anche questa illusoria forma di riscatto soffocata da quel 1% che tiene al guinzaglio i mezzi di informazione. Stando ai sondaggi i manifestanti che sono scesi in piazza sabato 15 ottobre rappresentano circa l’80 % degli italiani. A occhio e croce anche degli europei e degli americani .Questo significa che le proteste non cesseranno e, anzi, si estenderanno. Vorrei avere anche il suo parere riguardo a questa indignazione mondiale. Quest’ultima è dettata solo dalla volontà di reagire all’austerity oppure è in corso un vero e proprio cambiamento culturale? come giudica l’esito a cui è giunta la manifestazione di Roma? Secondo lei sarebbe possibile conciliare ribellione rivoluzionaria e protesta pacifica? E infine, a che livello è il suo “quoziente di indignazione personale"?
Con affetto,
Alberto IV A



Caro Alberto,
Hai scritto una bella lettera, con passione civile e spirito critico. Sono convinto, come te, che la protesta di Roma sia stata una protesta giustificata e comprensibile, e che all’interno di un gruppo di manifestanti pacifici si siano infiltrate persone con scopi ignobili. Sono anche convinto che tali persone non rappresentino - come dici tu – «nessuno», e che alcuni mezzi di informazione abbiano raggruppato intenzionalmente i manifestanti in un unico insieme di violenti per screditare la protesta stessa. Incendiare auto, bruciare cassonetti, devastare i mezzi blindati dei carabinieri, saccheggiare i negozi, sono azioni di rabbia e di brutalità vergognose che esprimono persino incapacità di indirizzare la protesta verso giusti obiettivi: incapacità di capire l’origine di alcuni problemi, di individuare strategie, di individuare interlocutori adeguati. Pertanto, la violenza, l’aggressività e la distruzione delle cose altrui e di quelle pubbliche non sono per nulla gesti di contestazione, ma semplicemente azioni scellerate. Hai ragione: la contestazione ben più importante degli «indignati» (15 ottobre) è stata oscurata, dimenticata o intenzionalmente ignorata da alcuni mass-media. Allora è meglio spostare l’attenzione verso le altre persone (la maggioranza), che non solo in Italia, ma in 82 nazioni si sono riunite per protestare contro il sistema economico occidentale. Sembra che solo in Italia ci siano stati degli scontri e, anche se certi giornali hanno concentrato tutta la loro attenzione sulle azioni di guerriglia, occorre sottolineare un evento molto più significativo: ossia il fatto che in 951 città moltissime persone sono scese in piazza per opporsi a una struttura economica che penalizza i più deboli. Il movimento degli «indignati» a cui fai riferimento, nato qualche mese fa a Madrid (15 maggio 2011) e diventato globale con la manifestazione «Occupy Waal Street» a Manhattan, è diventato rapidamente un movimento rilevante in grado di portare alla luce le contraddizioni strutturali della nostra economia che stanno rendendo impossibile la vita di troppe persone. Le ragioni della protesta sono giuste: la disuguaglianza economica, l’impotenza politica dei governi nella gestione della crisi, l’indebitamento insostenibile dei vari Paesi, le istituzioni finanziarie che fanno profitti incredibili e hanno il potere di manipolare i mercati. Ma non solo. L’economia di «mercato totale», purtroppo ha conseguenze molto profonde e devastanti. Nei mesi di febbraio-marzo di quest’anno (2011) è stato tradotto in Italia un libro del teologo svizzero Hans Küng (1928) dal titolo Onestà. Perché l'economia ha bisogno di un'etica, Milano, Rizzoli, 2011. Il libro – uscito a Monaco già nel 2010 – analizza le cause delle continue crisi provocate dal sistema capitalistico e contiene delle proposte per un’etica economica mondiale. Nella parte finale, Hans Küng parla della necessità di un «Manifesto per un’etica mondiale». L’autore segnala una «crisi della responsabilità» che pervade il nostro tempo e individua tre ambiti in cui la politica della responsabilità mostra il proprio fallimento: nei mercati, nelle istituzioni e nella morale. Così scrive l’autore:
«1. il fallimento degli stessi mercati: per azzardo morale, eccessiva speculazione (mercato immobiliare e azionario), moneta sopravvalutata, pessimo «timing» dei debiti a breve scadenza, presenza di un mercato nero forte, effetto di contagio;
2. il fallimento delle istituzioni: per inefficienza del sistema di regolamentazione e vigilanza, del sistema bancario, dell'infrastruttura giuridica e del sistema finanziario, mancanza di tutela dei diritti di proprietà, mancanza di trasparenza e standard di bilancio inadeguati;
3. un fallimento della morale, che è alla base di quello dei mercati e delle istituzioni: dovuto a un capitalismo clientelare e mafioso, corruzione, mancanza di fiducia e di responsabilità sociale, esagerata avidità di guadagno degli investitori o delle istituzioni.»
(p. 95).
Condivido l’analisi che propone il teologo svizzero sulle conseguenze dell’economia di mercato non solo sull’economia generale, ma su tutti gli aspetti della vita. La sua riflessione, in fondo, richiama la profonda indagine marxiana. Scrive Hans Küng: “Allo stesso tempo una economia di mercato totale, come si delinea già in molti ambiti e in molte regioni, ha conseguenze devastanti:
- il diritto invece di essere fondato sulla dignità umana, sui diritti e doveri universali dell'uomo, può essere formulato e manipolato a seconda dei «vincoli» economici e degli interessi di gruppo;
- la politica capitola di fronte al mercato e agli interessi delle lobby, mentre le speculazioni globali, in caso di direttive politiche errate, sono in grado di assestare scossoni alla stabilità delle valute nazionali e perfino dell'euro;
- la scienza si vede abbandonata agli interessi dell'economia e perde la sua funzione di istanza di controllo il più possibile critica e obiettiva;
- la cultura degenera a fiancheggiatrice del mercato e l'arte scade nel commercio (opere d'arte come mera merce e oggetti di speculazione);
- l'ethos finisce così per essere sacrificato al potere e al profitto e viene sostituito da ciò che «porta al successo» o «procura divertimento»;
- anche la religione, offerta come merce al supermercato delle idee insieme a molte altre parareligioni e pseudoreligioni, viene mischiata e trasformata a piacere in un cocktail sincretistico, per placare la sete religiosa che a volte si fa sentire anche nell'homo oeconomicus, invece di costituire un correttivo morale e un'istanza a cui orientarsi
” (cfr. pp. 167-168).
Detto questo, ti rimando al libro di Hans Küng, perché mi sembra un’ottima lettura.
E ora so che vuoi conoscere il mio “quoziente di indignazione personale”. È una domanda difficile, ma diciamo che posso risponderti così: qualche tempo fa ho letto il libro di Luigina Mortari, A scuola di libertà. Formazione e pensiero autonomo, Milano, Raffaello Cortina editore [2008]. Ti dirò che mi ha convinto e che – nonostante l’incostanza e le inesorabili incoerenze – cerco di fare mia (anche nell’ambiente di lavoro) questa espressione dell’autrice: «La capacità di indignarsi è densamente politica, perché si sente come insostenibile qualsiasi atto ingiusto perpetrato contro l'altro. Si è capaci di indignazione quando si matura la consapevolezza che la condizione di uno solo riguardi tutti i cittadini». Con le limitazioni a cui ho fatto riferimento, sono convinto che per me questa definizione continua ad essere un valore importante a cui cerco di tendere.
Un caro saluto,
alberto lusso

P.S. In questo periodo sono stati pubblicati alcuni opuscoli interessanti su queste tematiche. Rapidi da leggere, ma ricchi di riflessioni:

Stéphane Hessel, Indignatevi!, Torino, Add editore, 2011, pp. 61.
Stéphane Hessel (con Gilles Vanderpooten), Impegnatevi!, Milano, Salani, 2011, pp. 108.
Luciana Castellina, Ribelliamoci. L’alternativa va costruita, Roma, Aliberti editore, 2011, pp. 79.

lunedì 24 ottobre 2011

La felicità eterna



Caro professore,
Esiste la felicità eterna? Perché si ricerca la felicità così a lungo e poi questa dura un brevissimo attimo? Perché quando ci sono dei miglioramenti positivi nella nostra vita l'euforia dura poco e poi svanisce? Perché questo miglioramento non ci fa essere "un po'" più felici per sempre, ma tutto si ritrasforma brevemente nella normalità di ogni giorno, come se non fosse avvenuto nulla? A questo punto viene da chiedersi per cosa lottiamo ogni giorno, ma soprattutto se esiste ciò per cui lottiamo. Oppure la vita è semplicemente un insipido passaggio? Esiste qualcuno che è completamente soddisfatto di sé ed ha trovato la felicità eterna? Dove può averla cercata e trovata? E' forse la finitezza delle cose che ci spaventa?
Ivan



Caro Ivan,
Vedo che il tema della felicità torna spesso. Con molte varianti (il raggiungimento della felicità; il rapporto felicità-dolore; e, oggi, la felicità eterna), perché è certamente un argomento che sta molto a cuore a tutti. Allora torniamo ancora su questa tematica con l’aiuto di Robert Nozick, il filosofo americano che abbiamo già citato la scorsa settimana. Facciamo però riferimento ad un’altra opera dell’autore, La vita pensata. Meditazioni filosofiche, Milano Bur, 2004; (per inciso: anche in questo testo troverai la storiella della macchina della felicità di cui abbiamo parlato nel post precedente). Nozick fa riferimento a tre tipi di sentimento legati alla felicità: 1. essere felici per una certa cosa; 2. avere la sensazione che la vita vada per il meglio; 3. essere soddisfatti della propria vita nel suo complesso.
1. Essere felici per una certa cosa.
Molto semplice: un oggetto regalato, una relazione, una passeggiata, un abbraccio ci rendono felici. È la felicità più comune e non ha bisogno di spiegazioni.
2. Avere la sensazione che la vita vada per il meglio.
È un tipo di felicità che proviamo quando ci sentiamo pervasi da un senso di «completezza». Abbiamo quello che desideriamo, non sentiamo - sia pure momentaneamente - esigenza di altro. Forse riferendoti alla felicità eterna fai riferimento proprio a questo tipo di felicità. Non desiderare nient’altro, stare bene. Ti sarà capitato di provare questo sentimento magari in una sera d’estate davanti al mare in cui hai pensato «perfetto, vorrei vivere sempre qui», «in questo momento non c’è nient’altro che vorrei»; oppure in compagnia di alcuni amici con i quali il tempo trascorso ti ha procurato una gioia profonda. Nozick dice che «quel che vogliamo [...] è sentirci dire che c’è qualcosa di così bello, così completo e soddisfacente che quando l’avremo raggiunto non saremo tormentati da nessun’altra esigenza e vogliamo che ci si dica come raggiungerlo». È quello che scrivi anche tu: «dove una persona può aver cercato e trovato la felicità»? Il filosofo dice che sono due i casi in cui ci accorgiamo che la nostra vita procede bene e che non desideriamo altro: «il primo è quando una certa esigenza è già soddisfatta; il secondo quando siamo impegnati in un processo o cammino lungo il quale le nostre altre esigenze saranno soddisfatte, e non abbiamo altra esigenza che di impegnarci in questo processo». Se uno vuole andare ad un concerto di Vasco Rossi con gli amici e tutte le tappe di questo percorso si realizzano (ci sono gli amici, si arriva in tempo, il concerto non viene rinviato) è felice; possiamo dire, pertanto, che la felicità si realizza nel «processo». Se desideriamo laurearci, abbiamo un obiettivo e un percorso: ogni passo in quella direzione ci dà la sensazione che la vita vada nella direzione giusta e dunque per il (nostro) meglio e genera in noi felicià. Se riusciamo ad impegnarci in un certo processo che desideriamo, e questo processo si realizza, siamo felici. Accettiamo anche qualche contrattempo, qualche imprevisto (qualche brutto voto), perché desideriamo essere legati in una certa attività. Essere motivati nel proprio lavoro (scolastico) per realizzare il proprio percorso culturale può essere pertanto motivo di felicità.
3. Essere soddisfatti della propria vita nel suo complesso.
L’idea che viene ripresa dal filosofo polacco Wladyslaw Tatarkiewicz (1886-1980) nel libro Analisi della felicità, Napoli, Guida, 1985, è che la felicità «significa una totale, duratura, profonda e piena soddisfazione accompagnata da una valutazione vera e giustificata». Secondo Nozick, più semplicemente, una vita felice è una vita «valutata sufficientemente buona nel suo complesso». Quindi, un altro elemento per la felicità è la valutazione complessiva della vita. Non è tanto importante il numero di istanti felici (se potesse essere quantificato), ma è importante una valutazione positiva della vita. Certo, questo dipende molto dall’umore delle persone. Sappiamo infatti che un umore, ossia una tendenza a valutare positivamente i fatti, aiuta a vivere meglio e ad esser più felici. Ma allora che cosa fa di una vita una vita buona? È sufficiente vivere una vita morale per essere felici? Kant insegna che la moralità (comportarsi secondo la legge morale) non genera necessariamente la felicità. Per essere felici occorre valutare positivamente i fatti. Già, ma come facciamo a valutare positivamente ciò che accade? Beh, occorre scegliere dei punti di riferimento da cui esaminare la vita. In base ai punti di riferimento scelti esprimiamo giudizi sulle nostre aspettative e sui nostri risultati. Se sono troppo elevati conviene riadattarli alle nostre capacità e alle nostre aspirazioni. Trovati i valori importanti possiamo valutare se la nostra vita procede nella direzione scelta. Essere felici della vita nel suo complesso è forse la forma più alta di felicità, quella che più si avvicina a qualcosa di eterno. Perché la valutazione positiva della vita getta buona luce su tutti i sui aspetti e consente di accettare anche le difficoltà. Come vedi, a volte pensiamo che la felicità dipenda dagli altri, mentre è indispensabile che ognuno lavori per “costruire” la propria felicità.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 17 ottobre 2011

L'altra faccia della felicità




Caro professore,
Mi sono sempre chiesta perché quando sono felice subito dopo sento un grande vuoto dentro di me, come se la felicità che ho provato prima si tramutasse in un motivo per diventare triste e forse anche insoddisfatta. Non capisco perché il motivo che prima mi faceva gioire, poco dopo mi dà un senso di malessere...E’ una cosa strana che non riesco a spiegarmi. Forse mi succede questo perché ho paura che i momenti per cui ho gioito non ricapitino più?
Laura



Cara Laura
Chissà, forse Arthur Schopenhauer avrebbe pensato che sei una ragazza con un carattere «nobile», perché tale carattere – secondo l’autore – porta con sé « una certa apparenza di muta tristezza ». Scrive infatti Schopenhauer nell’opera Il mondo come volontà e rappresentazione [Bur 2002]: «Un carattere molto nobile ce lo immaginiamo sempre con una certa apparenza di muta tristezza; la quale è tutt'altro che un permanente cattivo umore per le contrarietà quotidiane [...]; bensì è conscienza, nata da cognizione, della vanità di tutti i beni e del dolore d'ogni vita, non della propria soltanto». Dunque niente a che fare con il cattivo umore per qualche contrattempo o fastidio quotidiano, né con le variazioni dello stato d'animo caratteristiche dell’adolescenza. Sembra infatti che tu abbia colto un aspetto esistenziale della vita, ossia il fatto che tutto è vano, anche la felicità. Senti un «vuoto dentro di te», perché sperimenti che nulla è definitivo, nulla permane, neppure i momenti più lieti e spensierati. Non è una questione psicologica, ma esistenziale. Maggiore è la consapevolezza della natura effimera dell’uomo e di ogni sua attività, maggiore è il dolore (« salendo il dolore di pari passo con la chiarità della conscienza »); allora il velo di tristezza che segue un momento di gioia è dovuto all’irruzione della ragione che svela l’incanto illusorio della felicità. Ma questo è Arthur Schopenhauer. C’è però anche dell’altro. Il filosofo Robert Nozick [in Anarchia, stato e utopia (1974), il Saggiatore 2008] negli anni ’70 ha proposto questo esperimento mentale: egli suggerisce di immaginare di essere collegati ad una macchina che permette un'esperienza virtuale di felicità ininterrotta. A questo punto si chiede: che cosa sceglierebbe la maggior parte delle persone? Una vita irreale e virtuale (tipo quella che viene proposta in Matrix) che garantisce senza interruzione la felicità o una realtà senza inganni con gli alti e bassi della vita? Nonostante la seduzione di una felicità stabile (magari oggi o in futuro ottenibile anche con una “pastiglia della felicità”), sembra che la maggior parte delle persone preferisca avere una parte attiva nella vita, piuttosto che una vita in una condizione di menzogne continue anche se priva di sofferenze ed estremamente gratificante. Se esistesse una macchina della felicità in grado di dispensare un benessere ininterrotto ma artificiale, forse la maggior parte delle persone rifiuterebbe ancora l’offerta di questa condizione. La felicità implica una vita attiva, la partecipazione alla vita reale in cui ogni uomo realizza le proprie potenzialità. La nostra felicità non consiste nel provare piacere ininterrotto, ma nel vivere cercando di esplorare attivamente e perfezionare le risorse intellettuali, fisiche e relazionali di cui siamo dotati. Se a momenti di felicità seguono momenti in cui siamo meno felici, non ci dobbiamo stupire, perché sappiamo che attraverso l’impegno nelle relazioni e nel lavoro operiamo già continuamente per la felicità.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 10 ottobre 2011

Gli uomini somigliano a orologi



Arthur Schopenhauer:
1. «Gli uomini somigliano a orologi, che vengono caricati e camminano, senza sapere il perché; ed ogni volta, che un uomo viene generato e partorito, è l'orologio della vita umana di nuovo caricato, per ancora una volta ripetere, frase per frase, battuta per battuta, con variazioni insignificanti, la stessa musica già infinite volte suonata. Ciascun individuo, cia­scun volto umano e ciascuna vita non è che un nuovo breve sogno dell'infinito spirito natura­le, della permanente volontà di vivere; non è che una nuova immagine fuggitiva, che la volontà traccia per gioco sul foglio infinito dello spazio e del tempo, lasciandola durare un attimo appena percettibile di fronte all'immensità di quelli, e poi cancellandola, per dar luogo ad altre. Nondimeno, e in ciò è l'aspetto grave della vita, ognuna di tali immagini fugaci, ognuno di tali insipidi capricci dev'essere pagato dalla intera volontà di vivere, in tutta la sua violenza, con molti e profondi dolori, e in ultimo con un'amara morte, a lungo temuta, final­mente venuta. Per questo ci fa così subitamente malinconici la vista d'un cadavere.
La vita d'ogni singolo, se la si guarda nel suo complesso, rilevandone solo i tratti signifi­canti, è sempre invero una tragedia; ma, esaminata nei particolari, ha il carattere della com­media. Imperocché l'agitazione e il tormento della giornata, l'incessante ironia dell'attimo, il volere e il temere della settimana, gli accidenti sgradevoli d'ogni ora, per virtù del caso ognora intento a brutti tiri, sono vere scene di commedia. Ma i desideri sempre inappagati, il vano aspirare, le speranze calpestate senza pietà dal destino, i funesti errori di tutta la vita, con accrescimento di dolore e con morte alla fine, costituiscono ognora una tragedia. Così, quasi il destino avesse voluto aggiungere lo scherno al travaglio della nostra esistenza, deve la vita nostra contenere tutti i mali della tragedia, mentre noi non riusciamo neppure a conservar la gravità di personaggi tragici, e siamo invece inevitabilmente, nei molti casi particolari della vita, goffi tipi da commedia.”

(A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Bari, Laterza, 1991, vol. II, pp. 424-425).



"Davanti alla filosofia del grande Schopenhauer non si può far altro che ascoltare ammutoliti e impotenti scorrere le parole, riconoscendo la nostra condizione di inferiorità nei confronti della natura. Il filosofo tedesco si è divertito nel definire l'uomo un orologio che dalla nascita è progettato per affannarsi e correre a destra e a manca, sperando in questo modo di soddisfare i suoi desideri, che però non verranno mai saziati. Egli paragona inoltre gli uomini a goffi personaggi da commedia, immersi nello scenario quotidiano della vita che assomiglia di più, però, a una tragedia. Tra tutti i filosofi affrontati finora, penso che di Arthur Schopenhauer ricorderò perfettamente il pensiero e le massime anche una volta abbandonato lo studio della filosofia. Il suo pensiero tratta di una questione vicina all'umanità, che non parla né di logica, né di metafisica, né di Dio; l'argomento di cui si occupa e il modo in cui ne parla sarebbe comprensibile anche da un uomo poco istruito che scommetterei ne rimarrebbe fortemente affascinato. Ebbene, il suo pensiero ha colpito anche me; mi ha fatto fermare un attimo, abbandonare il pensiero della scuola, del lavoro, dei divertimenti con gli amici per chiedermi se davvero valesse la pena continuare questa corsa per cercare di essere sempre la migliore se poi alla fine tutti noi arriveremo ad uno stesso traguardo rendendoci conto che non ci sarà nessun premio peri primi, ma saremo tutti sullo stesso piano.
Madre Natura ha forse donato l'immortalità ad Alexander Fleming per aver scoperto la penicillina o ha forse dato un ringraziamento speciale a Nelson Mandela per aver combattuto l'Apartaid? No, loro, come tutti gli altri grandi del passato, sono ora sepolti sotto terra, alcuni con le spoglie ancora parzialmente intatte, altri già completamente decomposti sono ritornati a far parte della Natura sotto un’altra forma. I nostri cadaveri verranno attaccati e divorati da batteri tanto piccoli che sembra impossibile che abbiamo la forza di smembrare i nostri corpi; eppure la Natura così vuole e così nel mondo avviene. Siamo completamente impotenti di fronte a tutto ciò. Così l'uomo che avrà dato il contributo più utile e ammirevole all'umanità si troverà alla fine della sua vita nella stessa condizione di quello più pigro, più inutile, più apatico che sia esistito. Alcuni nomi dei grandi del passato rimangono oggi scritti sui libri di testo, le loro filosofie studiate a fatica da studenti troppo impegnati nelle loro occupazioni, le loro opere impolverate nelle biblioteche; di tutti gli altri uomini vissuti non resta più niente, le loro spoglie sono diventate concime della terra che noi calpestiamo quotidianamente. La Natura ha fatto il suo corso, ci ha messi al mondo e quando arriverà il momento ci toglierà la vita; non è “maligna”, è solamente programmata biologicamente per far accadere gli avvenimenti in questo modo.
Riconoscendo questa condizione a cui siamo vincolati, non riesco però ad accettare passivamente tutto ciò. Sarà che a diciotto anni niente e nessuno riesce a toglierti il sorriso dal viso, sarà che a quest'età la nostra condizione di esseri impotenti viene spesso sottovalutata in quanto si crede di riuscire a dominare il mondo, fatto sta che nonostante condivida alcuni aspetti della filosofia di Schopenhauer, continuo a pensare che nella Vita non ci siano solo dolori ma anche felicità. Probabilmente sono fortemente condizionata dal pensiero di mia nonna che, a 76 anni, continua a non temere la morte; sa che potrebbe abbandonarci da un momento all'altro, ma il fatto che ci lascerebbe con il cuore colmo di felicità le fa vivere gli anni dell'anzianità con gran serenità. La sua soddisfazione più grande è quella che - grazie a lei -, otto nuove creature si sono generate, otto nuovi cuori hanno iniziato a battere. Non le importa se ha dovuto soffrire tutti questi anni per giungere a questa conclusione, il suo consiglio da anziana saggia nei confronti dei nipotini inesperti rimane sempre lo stesso: "La vita è tanto breve per essere sciupata, le sofferenze e i dolori sono all'ordine del giorno, la felicità non è innata, bisogna crearsela, ma una volta che la si ottiene cancella tutte le pene che si sono dovute subire". Ebbene, con tutte le disgrazie che avvengono quotidianamente e di cui sentiamo parlare, riesco finalmente ad apprezzare pienamente il più grande bene che la Natura ci abbia offerto, la vita e penso che donarla un giorno ad un'altra creatura sia la felicità più grande che si possa ottenere, nonché unico rimedio per cancellare tutte le sofferenze".
Elena Giachino
V A Liceo Scientifico

La lettera di questa settimana è una citazione di Schopenhauer. Ho trovato la riflessione di Elena Giachino una bella risposta al filosofo e per questo ho deciso di riproporla qui.
un caro saluto,
alberto

lunedì 3 ottobre 2011

La felicità della mia vita





Caro professore,
E’ ormai da un po’ di tempo che mi pongo questa domanda: cos’è realmente la felicità? Spesso quando sono sola penso alla mia vita, alla mia adolescenza. In molti dicono che questo dovrebbe essere il periodo più felice della vita, ma io sinceramente non credo di essere felice... e per me felicità è sinonimo di libertà e tra la scuola e la famiglia non credo di essere libera. Per avere una buona media a scuola devo impegnare tempo dei miei pomeriggi a studiare ovviamente, e al mattino devo svegliarmi presto; non sono libera di vivere la mia giornata come vorrei, questo in fondo è anche un bene perché se ognuno volesse vivere libero il mondo non andrebbe più avanti e anche io devo impegnarmi per contribuire all’evoluzione. Io non sono molto credente in Dio, spesso mi pongo dei dubbi: ma sarà vero che la vita è solamente un passaggio per l’eternità? Io in ogni modo voglio vivere la vita al meglio, perché non sono sicura che dopo ci sarà qualcosa...qualcosa di meglio. Due settimane fa sono stata ad un campo-scuola e gli educatori ci hanno fatto riflettere sul significato del sogno; sono arrivata alla conclusione che non ho un sogno-obiettivo vero e proprio per la mia vita a parte essere felice. Ciò che mi preoccupa è che non so come raggiungere la felicità, non so come fare...lei cosa ne pensa? Cosa dovrei fare per raggiungere il mio obiettivo?
Irene


Cara Irene,
Chissà perché molti guardano all’adolescenza come al periodo più felice della vita. Seguendo questo ragionamento potremmo pensare che: 1. l’adolescenza è il periodo più felice della vita: 2. io non sono felice in questa fase; 3 dunque, la vita che segue l’adolescenza sarà ancora meno felice. Beh, se rimaniamo prigionieri di questa logica, non abbiamo molto da rallegrarci. Io non so se l’adolescenza sia il periodo più felice della vita, ma so che si può essere felici in forme diverse nei diversi momenti della vita. Potremmo dire che anche l’infanzia è il periodo più felice, perché tutto è da scoprire e non si hanno preoccupazioni (ma chi vorrebbe vivere tutta la vita nell’infanzia?); oppure la giovinezza, perché si è più consapevoli, più liberi e autonomi; oppure l’età adulta, perché si ha la massima libertà di scegliere e di agire. Non scrivo che la vecchiaia sia il periodo più felice, perché spesso il corpo presenta il conto degli anni e viene gravato da acciacchi, ma non escludo che anche una persona che abbia avuto un’esistenza più o meno travagliata possa essere felice se considera di aver avuto una vita piena e realizzata. Scriveva Marco Aurelio: «Attraversa quindi questo breve periodo di tempo in modo conforme alla natura e finisci felice il tuo viaggio, proprio come un'oliva che cade quando è matura, benedicendo la natura che l'ha prodotta e ringraziando l'albero sul quale è cresciuta». (Marco Aurelio, I ricordi). Come un’oliva si stacca dalla natura “benedicendola”, la persona che guarda alla propria vita considerando di avere ben amministrato il tempo e sapendo di aver creato buoni legami - con le persone della propria famiglia e con quelle incontrate nel proprio percorso - è persino serena di lasciare il mondo. Socrate, in fondo, invece di fuggire dal carcere, accetta la propria condizione, perché sa di aver ben vissuto; Montaigne, che ha perso cinque figli e un amico carissimo, ritiene che anche con tutte le avversità la vita sia un bene prezioso, e scrive: «amo la vita». Kant, che muore quasi a 80 anni, dopo aver bevuto un po’ di vino diluito con acqua, mormora «es ist gut», «va bene così»; era in armonia con il mondo e con gli uomini. Ma anche Wittgenstein, che ha preso parte alla I guerra mondiale, dice al proprio medico «Dite loro che ho avuto una vita felice».
Forse chi ritiene che nell’adolescenza vi sia la massima felicità, non tiene conto delle molte difficoltà a cui i ragazzi vanno incontro in quel periodo: l’accettazione del corpo che cambia, la fatica di creare legami, la difficoltà ad accettare dei rifiuti senza sentirsi insignificanti, le preoccupazioni per le scelte importanti, il timore del futuro. A me sembra che l’adolescenza, insieme al suo carico di leggerezza abbia anche un carico di preoccupazioni che possono pesare come un macigno. Il filosofo francese contemporaneo Frédéric Lenoir, nel libro Vivere è un’arte. Piccolo trattato di vita interiore, [Mondadori, 2011], risponde alla tua domanda su come conquistare la felicità. E parla dell’impegno. Credo anch’io che vivendo intensamente la vita, la felicità giunga come conseguenza. Non dobbiamo pensare che la felicità sia inaccessibile o qualcosa di raro difficile da incontrare. Spesso dipende dalla nostra attività, dalla volontà di sviluppare le nostre capacità, a livello scolastico e relazionale. Dobbiamo essere attivi e non passivi, lavorare per la felicità e non attendere che accada. Ecco qualche spunto della riflessione di Lenoir: «Accettare il dato della vita e accogliere gli imprevisti dell'esistenza ci incitano, al contrario, a lasciarci coinvolgere. Questo coinvolgimento è una combinazione sottile di abbandono e impegno, passività e azione, recettività e iniziativa. La vita richiede impegno. Se la affrontiamo con circospezione, con il timore di investire il massimo, ci prepariamo al fallimento e le nostre gioie saranno tiepide. Ciò vale a ogni livello: uno sportivo o un artista che aspirano a eccellere nella loro disciplina non hanno altra scelta che impegnarsi al massimo. Chi intraprende una relazione amorosa con qualche esitazione ha la garanzia che essa non avrà sbocco. Lo stesso accade sul piano professionale o dello studio: quando si fa il proprio lavoro a metà, senza applicarsi a fondo, non se ne trae la minima soddisfazione. Una vita riuscita è sempre frutto dell'impegno, di un sentito coinvolgimento in tutti i campi dell'esistenza. Noi siamo responsabili della nostra vita. Spetta a noi sviluppare le capacità che abbiamo ricevuto, correggere i difetti, reagire in modo appropriato agli eventi che si presentano, legarci agli altri o vivere ripiegati su noi stessi. Dobbiamo farci carico della nostra felicità e della nostra infelicità. Questo atteggiamento è agli antipodi rispetto al vittimismo fin troppo diffuso. In tanti non si sentono responsabili di niente: tutto ciò che succede loro è colpa degli altri, della sfortuna, del governo. Il male arriva sempre dall'esterno ed è sempre dall'esterno che attendono la soluzione. Si lamentano della loro sorte invece di prenderla in mano; rifiutano di vedere la loro responsabilità nelle vicende che li riguardano e attendono sistematicamente un soccorso esterno. Questa deresponsabilizzazione proviene, in gran parte, da una mancanza di vita interiore e di coscienza di sé». Siamo responsabili della nostra felicità, e se lavoriamo con questo atteggiamento scopriamo che la felicità è molto più alla nostra portata di quanto siamo soliti pensare. Hai scritto che vuoi vivere la tua vita «al meglio», quindi ritieni che la vita vada vissuta con impegno. In questo caso puoi stare certa che avrai una felicità più profonda, in grado di includere anche gli urti e gli strappi che la vita porta con sé, perché la felicità di una vita impegnata per sé e per gli altri è così forte da contenere anche i momenti di tristezza; perché una vita buona – come dicevano gli antichi - è una vita felice.
Un caro saluto,
alberto