Cerca nel blog

Cor-rispondenze

venerdì 31 dicembre 2010

Buon anno!!!


Un affettuoso augurio di Buon anno e di Buone feste a tutti...
Il blog riparte il 10 gennaio 2011...
a presto,
alberto

lunedì 20 dicembre 2010

Egoismo


Caro professore,
Mi ritengo e vengo ritenuto una persona particolarmente egoista, e proprio per questo motivo ricevo numerose critiche. Ma esistono persone realmente altruiste e disinteressate nell'aiutare gli altri e nel condividere le loro sofferenze?
Samuele


Egoista: persona priva di considerazione per l'egoismo altrui.

Ambrose Bierce
Caro Samuele,
Questo aforisma, probabilmente ideato da Ambrose Bierce - scrittore statunitense del secolo scorso -, sottintende in forma ironica l’idea che gli uomini sono fondamentalmente tutti egoisti: l’altruismo, dunque, non sarebbe altro che un atteggiamento superfluo e autolesionistico verso altri esseri viventi che hanno come scopo principale l’attenzione verso se stessi. Se fosse così, le “numerose critiche” che ricevi sarebbero immotivate; anzi, potresti usare questo divertente aforisma per replicare a coloro che, osservando il tuo comportamento, disapprovano le tue azioni. Nella storia della filosofia si sono alternate concezioni diametralmente opposte sull’egoismo e sull’altruismo degli uomini.
Il filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679), ad esempio, metteva in luce il naturale egoismo degli uomini richiamando un detto di Plauto (255 a. C. – 184 a. C.) - contenuto nell’Asinaria -, secondo cui ogni uomo è un lupo per gli altri uomini (homo homini lupus). Egli affermava che la società nasce proprio perché serve a mitigare gli impulsi distruttivi e dunque a migliorare gli uomini. Qualche tempo dopo, il filosofo ginevrino Jean Jacques Rousseau (1712-1778) si impegnava in una tesi opposta sulla natura umana: egli considerava invece gli uomini buoni per natura, e dunque naturalmente cooperativi e sociali fin da bambini, ma corrotti successivamente dalla società. Nella storia si sono alternate concezioni che hanno considerato l’uomo capace esclusivamente di egoismo a concezioni che hanno invece idealizzato l’uomo esaltandone i caratteri positivi.
Sì, forse hai ragione, talvolta anche comportamenti che appaiono altruistici sottintendono un egoismo di fondo. Facciamo il bene, magari per essere accettati da un certo gruppo o perché qualcuno approvi il nostro comportamento; per essere al centro dell’attenzione, per ottenere gratificazione, per sentirci buoni. Persino i cristiani, come dici tu, possono mascherare sotto l’altruismo una forma di egoismo. Credo che intendesse pressappoco questo il teologo luterano tedesco Dietrich Bonhoeffer (1906-1945) - morto nel campo di concentramento di Flossenbürg - in “Resistenza e resa” [1970] 1988, quando metteva in guardia da una certa forma di “egoismo” dei cristiani che definiva un “altruistico amore di sé”.
Un famoso biologo britannico contemporaneo, Richard Dawkins (1941), in un libro che ha avuto grande importanza in campo scientifico (Il gene egoista [1976] 1995), ha spostato invece la questione dell’egoismo in un ambito dove non avremmo immaginato: la genetica. Egli scrive: “Noi siamo macchine da sopravvivenza - robot semoventi programmati ciecamente per preservare quelle molecole egoiste note sotto il nome di geni”.
Potremmo dire, secondo le ricerche di Richard Dawkins, che a livello ontogenetico (dello sviluppo dell’individuo) attraversiamo momenti diversi di egoismo e di altruismo, ma che a livello filogoenetico (dell’evoluzione della specie) i geni si comportano in modo egoistico per ottenere la massima possibilità di sopravvivenza (“un gene può raggiungere le proprie mete egoistiche favorendo una forma limitata di altruismo”).
Insomma, nel corso dell’evoluzione la sopravvivenza dei geni sarebbe dovuta all’egoismo dei geni stessi. Per cui, ad esempio, la generosità, il disinteresse e l’altruismo sarebbero comportamenti legati alla cultura, perché – direbbe Dawkins - “siamo nati egoisti”. Egli scrive, infatti: “Se osserveremo il modo di operare della selezione naturale, concluderemo che qualunque cosa si evolva per selezione naturale sia egoista; quindi dobbiamo aspettarci che se osserveremo il comportamento dei babbuini, degli uomini e di tutte le altre creature viventi, lo troveremo egoista. E se scopriremo che non è vero, se osserveremo che il comportamento umano è veramente altruista, allora avremo di fronte qualcosa di strano che richiederà una spiegazione.”
Ovviamente egli non parla a livello della psicologia individuale, ma dal punto di vista della genetica: “È importante rendersi conto che le definizioni riportate sopra di altruismo ed egoismo sono comportamentali e non soggettive. Non ho intenzione di occuparmi qui della psicologia dei motivi, né di stabilire se la gente che si comporta altruisticamente lo fa in realtà per motivi egoistici segreti o inconsci. Forse sì e forse no, e forse non lo sapremo mai, ma in ogni caso non è cosa che riguarda questo libro.”
Michael Tomasello, codirettore del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Leipzig, ha recentemente pubblicato un libro dal titolo “Altruisti nati. perché cooperiamo fin da piccoli” [2009] Bollati Boringhieri 2010, in cui sostiene invece una tesi opposta a quella di Dawkins.
L’autore ha condotto una serie di esperimenti con i bambini molto piccoli, per comprendere se l'altruismo emerga «naturalmente» o se invece venga trasmesso esclusivamente dalla cultura.
Il modello di cui si è servito teneva conto di tre tipologie di altruismo: altruismo rispetto a “beni”, “sevizi” e “informazioni”. Scrive Tomasello: “Essere altruisti relativamente a risorse materiali come il cibo significa essere generosi, promuovere la condivisione; esserlo riguardo a un determinato servizio, come recuperare e porgere a qualcuno un oggetto lontano dalla sua portata, significa prestare aiuto; condividere altruisticamente competenze e informazioni (compreso il pettegolezzo) significa essere informativi.”
I bambini molto piccoli dovevano essere in grado di risolvere quattro tipi di problemi: recuperare oggetti; rimuovere ostacoli; correggere un errore dell'adulto; scegliere i mezzi comportamentali corretti per raggiungere un determinato obiettivo. Egli scrive che “Per aiutare gli altri con tanta flessibilità, è necessario innanzitutto che i piccoli riescano a comprendere gli obiettivi altrui e, in secondo luogo, che abbiano la motivazione altruistica per farlo”. Al termine degli esperimenti Michael Tomasello mostra che nei bambini vi sono comportamenti del tutto spontanei e che i bambini sono propensi a prestare aiuto in modo incondizionato. Ci sarebbe dunque una predisposizione ai comportamenti altruistici che poi la cultura tende a premiare successivamente.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 13 dicembre 2010

La speranza




Caro Professore,
tutti sanno che per il bene di se stessi non bisognerebbe mai desiderare cose che si ritengono impossibili fin dall'inizio. Eppure, più le cose sono assurde, più l'uomo le brama ardentemente, sembra non poterne fare a meno e cerca di consolarsi sempre con le solite parole famose: “la speranza è l’ultima a morire”. Ma che cos’è la speranza? Riflettendoci un po’ su sembra quasi che sia l’unica forza che abbia permesso di evitare l’estinzione dell’uomo. Perché altrimenti cosa gli permetterebbe di superare tutti gli ostacoli, di trovare la forza di cambiare ed evolversi, di non arrendersi anche nelle situazioni peggiori e di riuscire a rialzarsi dopo essere stato atterrato dalla sofferenza? Da dove viene questa specie di istinto di auto-conservazione? E’ qualcosa che ci appartiene e che possiamo dominare e controllare, oppure fa parte del nostro subconscio ed è il solo strumento e aiuto che ci abbiano dato per permettere alla vita di andare avanti e svolgere il suo corso? Ho i miei dubbi però sul fatto che questa nostra tendenza che ci porta a sperare sempre e comunque funzioni in ogni caso e conduca regolarmente al ritorno alla vita. Per esempio, non è forse la speranza di trovare qualcosa di migliore o perlomeno di liberarsi di un’esistenza insoddisfacente che porta i suicidi ad abbandonare la vita? E allora perché l’uomo non ha scampo e continua a sperare e illudersi, magari anche negando a se stesso che sia così, ma sapendo nel suo profondo che in lui c’è ancora un frammento di speranza che non morirà mai? Perché non riusciamo a fare a meno di illuderci, anche se cerchiamo di non cadere in questa intricata trappola con tutte le nostre forze e anche se la nostra parte razionale sa già che verremo disillusi e non vorrebbe essere ferita in questo modo per l’ennesima volta?
Fiammetta



PROMETEO: Ho impedito agli uomini di prevedere la loro sorte mortale.
CORO: Che tipo di farmaco hai scovato per questa malattia?
PROMETEO: Ho posto in loro cieche speranze...
ESCHILO, Prometeo incatenato.

Cara Fiammetta,
Friedrich Nietzsche nella Nascita della tragedia [1872], riferendosi a Arthur Schopenhauer scrisse: “gli mancò ogni speranza, ma volle la verità”. Sì perché, secondo Nietzsche, Schopenhauer avrebbe rinunciato alle illusioni consolatorie degli uomini che cercano, più o meno consapevolmente, di voltare lo sguardo dalla loro condizione mortale. Schopenhauer, infatti, parlava con diffidenza degli “adescamenti della speranza”, che oggi possiamo intendere come lusinghe del desiderio o fantasiose aspirazioni che illudono gli uomini e impediscono loro di guardare in faccia il loro destino. Oggi siamo abituati ad attribuire all’aggettivo tragico sinonimi come crudele o doloroso, pertanto non sentiamo più riverberare la gravità e la potenza che scaturivano dall’idea del tragico nell’antichità. Per i greci in questa parola risuonava la mortalità dell’uomo e l’assenza di scopo della vita. Assenza di scopo. L’uomo ha degli scopi e dei progetti, ma la natura no. La natura è indifferente. Così pensavano sia Schopenhauer sia Nietzsche. Entrambi consideravano la vita dopo la morte una speranza illusoria. Scriveva Schopenhauer “[…] lo spirito umano, non ancora contento delle angosce, amarezze e occupazioni impostegli dal mondo reale, si crea per di più, in forma di mille variate superstizioni, un mondo immaginario, col quale si affatica in tutti i modi, dissipandovi e tempo e forze, non appena il mondo reale gli lasci un riposo ch'egli non sa gustare” (Il mondo come volontà e rappresentazione, II vol.). Ribadiva con più forza lo stesso concetto Nietzsche, quando in Così parlò Zarathustra [1883-1885] scriveva: “Vi scongiuro, fratelli, "rimanete fedeli alla terra" e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze! Lo sappiano o no: costoro esercitano il veneficio”. La speranza a cui fanno riferimento questi autori è la speranza ultraterrena, frutto del desiderio smodato dell’uomo che non si accontenta più di abitare lo sfondo immutabile della Natura (Physis), ma prendente per sé caratteristiche analoghe, eterne, potremmo dire in-naturali.
Allo stesso modo Goethe (1749-1832) qualche anno prima aveva scritto che la natura ci “prende nel giro della sua danza”, ma poi ci abbandona senza provare alcun dolore: «Natura! Noi siamo da essa circondati e avvinti, senza poter da essa uscire e senza poter entrare in essa più profondamente. Non invitati e non avvertiti, essa ci prende nel giro della sua danza e ci attrae nel vortice, finché, stanchi, cadiamo nelle sue braccia”. La natura secondo Goethe, infatti, “non sa che farsene degli individui”…[…] “Essa fa uscire le sue creature dal nulla, e non dice loro donde vengono e dove vanno: esse debbono soltanto camminare; lei sola sa la via. -Il suo teatro è sempre nuovo, perché essa crea sempre nuovi spettatori. La vita è la sua più bella invenzione, e la morte è il suo artifizio per avere più vita” [Frammento sulla natura, 1792-93]. E allora, la speranza? Altro non sarebbe che un’illusione che impedisce agli uomini di impazzire, distogliendo il loro sguardo dalla loro sorte mortale. Per questo Eschilo fa dire a Prometeo che, per non pensare alla propria condizione effimera, è necessario un potente farmaco. L’unico rimedio efficace sarebbero dunque “cieche speranze”. Speranze irragionevoli, aspettative esagerate. Miraggi. Illusioni.
È con l’avvento del Cristianesimo che l’uomo ha spostato la speranza dall’ambito del finito a quello dell’infinito. Consideriamo l’enciclica del papa “Spe salvi” [2007]. La frase iniziale dell’enciclica è: “Spe salvi facti sumus”, “nella speranza siamo stati salvati”. Ratzinger ha ripreso questa frase che san Paolo ha scritto ai Romani (Rm 8,24), per ribadire che la redenzione di Cristo (la salvezza) passa attraverso il dono della speranza, una “speranza affidabile”, scrive il papa, che permetterebbe di affrontare anche le difficoltà della vita. Perché la speranza è fondata sulla fede (“Anche quando la Prima Lettera di Pietro esorta i cristiani ad essere sempre pronti a dare una risposta circa il logos – il senso e la ragione – della loro speranza (cfr 3,15), « speranza » è l'equivalente di « fede »”). Il carattere distintivo dei cristiani è dato dalla convinzione che la vita non finisca nel nulla, per questo san Paolo diceva ai Tessalonicesi: “Voi non dovete « affliggervi come gli altri che non hanno speranza » (1 Ts 4,13)”. Certo, nessuno sa cosa lo attende dopo la morte, ma l’idea del Cristianesimo è che ci sia un futuro e, scrive il papa, “Solo quando il futuro è certo come realtà positiva, diventa vivibile anche il presente”. La speranza, dunque, è ancorata al futuro: per alcune persone il futuro è l’ambito inesauribile della dimensione del finito, per altre la speranza si radica nella fiducia che la vita non si esaurisca nel finito. La fiducia nel futuro, sia nell’ambito del finito sia in quello dell’infinito, è così forte che aiuta gli uomini a superare le difficoltà.
Hai ragione quando scrivi che spesso “ci consoliamo sempre con le solite parole famose: “la speranza è l’ultima a morire”, oppure potremmo ancora aggiungere: “finché c’è vita, c’è speranza”. In questi giorni ho letto una frase dello scrittore Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1896-1957) riportata nel “Gattopardo” (l’ho trovata nel libro di Gianfranco Ravasi, Ritorno alle virtù, Mondadori 2005). Il principe Fabrizio afferma che: “finché c’è morte, c’è speranza”. Questo aforisma è l’esatto opposto di quello precedente “finché c’è vita, c’è speranza”, e probabilmente significa che le cose, anche quelle che sembrano essere dolorosamente immutabili, possono essere trasformate. A me suggerisce questo: la vita è precaria, fragile, ed è affidata agli uomini. La dimensione della vita avverte che tutto può andare incontro alla fine. Questa consapevolezza può responsabilizzare l’uomo: la consapevolezza che la morte, la rovina, la distruzione di sé stessi e del mondo sono sempre possibili, mai definitivamente allontanate dall’orizzonte delle possibilità, può rendere l’uomo responsabile di sé, degli altri e della natura. Consapevoli che l’annientamento di ogni cosa è sempre dietro l’angolo, possiamo far nascere in noi una nuova speranza. Non una speranza fallace o utopica, ma una speranza generata e continuamente stimolata dalla responsabilità per tutto ciò che ci è affidato. E la responsabilità richiede l’azione e l’azione richiede coraggio, come scriveva Aristotele nell’ Etica nicomachea [Laterza 1998]: “Quindi il pauroso è in certo modo privo di speranza: egli infatti teme ogni cosa. Il coraggioso è invece il contrario: infatti l'aver ardire è proprio di chi ha speranza.” La responsabilità, secondo me, è ciò che motiva l’azione e rende autenticamente fondata e giustificata la speranza.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 6 dicembre 2010

LETTERA DI SEPIDEH ROUHI AGLI STUDENTI DEL LICEO DI BRA








Cari ragazzi di Bra,

vi scrivo per ringraziarvi della calorosa accoglienza che mi avete mostrato nelle due giornate da me trascorse nella vostra splendida cittadina. Ad essere sincera non mi sarei mai aspettata una tale attenzione e partecipazione da un pubblico di studenti in quanto, io stessa, liceale fino a qualche mese fa, stentavo a mantenere l’attenzione durante le solite conferenze con esperti vari durante le assemblee di istituto presso la mia scuola.
È stato un onore, oltre che un piacere, potervi parlare della mia cultura, del mio lavoro e della mia vita. Ho scorto visi attenti e concentrati durante la lettura di alcuni brani tratti dal libro, che non mi stancherò mai di consigliarvi.
Mi sono divertita. Quelle due giornate trascorse con voi sono state un tuffo nella vecchia vita (da poco abbandonata) del liceo. Vi ho visto sorridenti, disponibili e gentilissimi. Ho fatto un sacco di nuove amicizie e conosciuto persone singolari. Mi sono rincuorata del fatto che esistono ancora ragazzi semplici, educati e con tanta voglia di fare e divertirsi. Vi ho visto molto uniti tra di voi. Non ho fatto alcuna fatica ad intrufolarmi tra i vostri discorsi quotidiani, non mi avete fatta sentire diversa. Ho ancora i vostri applausi e complimenti nelle orecchie. Ho la pagina di facebook piena delle vostre richieste d’amicizia
Appena rientrata a Milano dal weekend in vostra compagnia, a sera nel mettermi a dormire, mi ha assalito un senso di malinconia, quello che si prova quando si saluta un amico che parte per un lungo viaggio o quando si torna da una vacanza particolarmente memorabile. Vi ho pensati e mi siete subito mancati. Avevo voglia di conoscervi meglio. Avevo voglia, di tornare al liceo!
Ma bando ai sentimentalismi. Solitamente, questo tipo di lettere si chiude con un augurio particolare o un consiglio filosofeggiante stile saggio giapponese. Non ho auguri particolari da fare (se non quelli di Natale) e non sono giapponese (al massimo iraniana). Vi propongo, invece, un mega abbraccio virtuale e me ne torno a studiare, visto che, ahimè, ogni esame universitario sembra la fine di quadrimestre al liceo: centinaia e centinaia di pagine da studiare in una sola volta, all’ultimo secondo, come al solito; perché tanto, a scuola, è sempre meglio rimandare J
Un bacione (in particolare a Mitch che si è dimenticato di lasciarmi il suo numero),

Sepi
P. s : Leggete il libro!!!!

lunedì 29 novembre 2010

Rimpianti



Caro professore,
Ho troppi rimpianti. Sono tutti gli attimi di silenzio che affollano la mia esistenza e sono tutte le parole che ho pronunciato senza sapere cosa stavo dicendo. Sono tutte le giornate di sole che ho trascorso chiusa al buio a compatirmi, senza pensare a nient’altro e a quanto fossi egoista. Sono tutti i momenti in cui il mio orgoglio è diventato stupidità. Sono tutti i sorrisi che non ho fatto alle persone a cui voglio bene solamente perché la mia vita non andava come volevo, e tutte le volte che non sono riuscita a capire i pensieri di chi cercava di comunicarmeli con gli occhi.
Fiammetta

Caro professore,
Durante la vita, secondo me, uno solo è il rimpianto, ovvero quello di non godersi i pochi istanti che si passano in serenità con le persone che si amano. Infatti la vita è corta e bisogna amarla e goderla al massimo. Il rimpianto è un’emozione che crea nel nostro cuore una sensazione di tristezza che male accompagna la gioia della vita.
Federico



Cari Fiammetta e Federico,
Così scriveva il grande filosofo francese Montaigne: “Qualcuno si duole, più che della morte, del fatto che essa gli interrompa il corso d'una bella vittoria; un altro, che gli tocchi sloggiare prima di aver maritato sua figlia o messa a punto l'educazione dei figli; l'uno rimpiange la compagnia della moglie, l'altro del figlio, come principali piaceri della sua esistenza. Per il momento io sono, grazie a Dio, in tale condizione che posso andarmene quando a lui piacerà, senza rimpianto di cosa alcuna se non della vita, se mi peserà la sua perdita. Mi vado staccando da tutto; ho preso congedo per metà da ognuno, eccetto che da me stesso. Mai uomo si preparò a lasciare il mondo più nettamente e completamente, e se ne distaccò più universalmente di quel che io mi accingo a fare” (Montaigne, Saggi, I).
Per non soffrire, il filosofo insegnava dunque a considerare le cose gradualmente con maggior distacco. Ma vediamo ora che cosa intendiamo quando parliamo di rimpianti.
Il rimpianto è legato al desiderio, e ha a che fare con un desiderio rivolto al passato. Di solito riteniamo che la caratteristica del desiderio sia l’apertura al futuro. E, quasi sempre, a ragione. Infatti si desidera per ottenere qualcosa che non si ha (una bicicletta nuova, un lavoro, una vita ricca di relazioni autentiche), ma anche per diventare ciò che ancora non si è (un pasticcere, un artigiano, un medico). Il desiderio ha a che fare con il campo della pura possibilità: si desidera in vista di un fine. Guardando al futuro, immaginiamo un campo di possibilità ancora aperte. Anche se le possibilità non sono (mai) illimitate - perché ogni persona è sottoposta a condizionamenti personali, culturali e sociali che riducono lo spettro delle opportunità future -, le strade da percorrere che si possono immaginare rimangono ancora tante. Occorre tener conto, però, che anche i desideri rivolti al futuro possono essere irrealizzabili o utopistici. Allora perché i desideri rivolti al passato (i rimpianti) sono più dolorosi di certi desideri rivolti al futuro (verso possibilità che riteniamo impraticabili)?
Nel divenire della nostra vita, nel formare quello che siamo, ci tormentiamo maggiormente per le alternative del passato non più percorribili (tutte le giornate di sole che ho trascorso chiusa al buio a compatirmi), piuttosto che per quelle future che presentano caratteristiche analoghe. Rimpiangiamo di non aver fatto la scelta giusta nel lavoro, negli affetti, nelle amicizie. Oppure rimpiangiamo di non aver fatto una certa scelta “al tempo giusto”. Già, il tempo. Perché il rimpianto è strettamente legato al fluire tempo. Poiché è nel tempo che costruiamo la nostra essenza (ossia stabiliamo ciò che siamo), sappiamo che ogni scelta, almeno ogni scelta importante, orienta la nostra vita in una direzione o in un’altra: posso diventare un artista, un padre di famiglia; appartenere ad un gruppo religioso o politico, oppure ad un altro. Tutto dipende da una serie di valutazioni. Il ricordo della nostra condizione mortale ci manifesta però una sorta di impossibilità strutturale: non possiamo modificare il passato, e dunque non possiamo modificare (almeno complessivamente) ciò che siamo. Però il passato non è più il regno della possibilità: le decisioni adottate, le parole dette, hanno inevitabilmente generato conseguenze. Anche le omissioni generano ripercussioni nelle relazioni (tutti i sorrisi che non ho fatto alle persone a cui voglio bene). Le conseguenze appartengono al regno della realtà e non più a quello della pura possibilità. Assomigliano all’acqua in cui il pittore intinge il pennello che si modifica quando è sfiorata da un colore. Hanno pertanto generato modifiche in noi e nei nostri rapporti. Non si può fare come se non fosse accaduto nulla: ogni gesto concretizzato o omesso ha determinato variazioni nella vita. Mentre le possibilità future – quelle per noi impraticabili - non hanno ancora influito sulle nostre relazioni reali, le scelte o le parole dette o non dette hanno già generato degli effetti ben visibili, di cui spesso ci riteniamo responsabili. E se ciò che siamo al presente non ci soddisfa, siamo propensi a credere che se avessimo fatto altre scelte, il nostro stato attuale sarebbe più felice. Per questo soffriamo. Quando pensiamo al futuro, anche se siamo consapevoli che non tutto ci è permesso, sappiamo che il futuro ci offre sempre la speranza di diventare altro da ciò che siamo, per abbandonare la condizione di vita del momento; se ci confrontiamo invece con quello che avremmo potuto essere, allora sentiamo l’angoscia per l’impossibilità (reale) di essere (stati) diversi. Questa angoscia per quello che avremmo potuto essere e non siamo provoca il rimpianto. Non posso rifare un altro tipo di scuola (in ogni caso la farei ad un’altra età e dunque mi relazionerei in modo diverso ai compagni e agli insegnanti). Non si torna indietro. Il rimpianto allora deriva dalla consapevolezza dell’irripetibilità del tempo, dalla sua irreversibilità. La domanda che risuona nel rimpianto è: se avessi fatto questa scuola, se avessi studiato musica, se avessi studiato le lingue, se mi fossi sposato giovane, se non mi fossi sposato. Il modello è: “se avessi…, oggi sarei”. L’impossibilità di essere altro - l’impossibilità di tornare indietro -, genera sofferenza. Fino a quando sentiamo vibrare dentro di noi un ventaglio di alternative possibili, di progetti realizzabili, avvertiamo meno l’irreversibilità del tempo e l’immobilità della nostra vita. Quando mettiamo a nudo le possibilità sfumate ci sentiamo prigionieri di una certa condizione, che di solito viviamo in modo doloroso.
È giusto avere rimpianti? Penso che fantasticare alternative possibili alla nostra vita sia un percorso dell’immaginazione interessante. Credo, però, che vivere proiettati nel passato sia poco salutare. È come desiderare l’impossibile. O avere a che fare con la follia (desiderare che ciò che è stato non sia stato). È come pensare che se avessi avuto altri genitori, se avessi avuto altri insegnanti, se fossi vissuto altrove, se avessi amato quella persona oggi sarei diverso (migliore). Questo modo di ragionare, però, può paralizzare l’azione. Se vogliamo modificare il passato non possiamo agire su di esso, ma solo sul presente. Per questo è importante l’attività. Se abbiamo sbagliato, possiamo modificare la relazione oggi, con il nostro impegno e la nostra volontà.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 22 novembre 2010

Sepideh Rouhi a Bra







Cara Sepideh, racconta la straordinaria esperienza che hai vissuto in questi anni, traducendo dal farsi un’opera così importante e impegnativa.

Nell'estate del 2007 mi trovavo in vacanza in Iran con i miei genitori. Perché io sono iraniana, e con la mia famiglia trascorro quasi tutte le estati le vacanze a Teheran dove ho i nonni. L'autrice del libro è un'amica di vecchia data di mia madre. Un giorno le fece una proposta. Durante una conferenza organizzata in difesa del libro (Quello che mi spetta), a cui avevano preso parte molti giornalisti da tutto il mondo, le si era avvicinato un giornalista italiano del Corriere della Sera che le aveva proposto di consegnare le prime cento pagine tradotte del libro in Italia per poi considerare eventualmente se pubblicare l'intera opera. L'autrice, sapendo che mia madre viveva da più di vent'anni in Italia, le propose se voleva questa traduzione. Mia madre le rispose un po’ interdetta che la traduzione non era propriamente il suo lavoro. Ma l’autrice insistette perché traducesse con il mio aiuto, perché credeva che, insieme, saremmo riuscite a portare a termine questo piccolo lavoro di traduzione di cento pagine.

Interpretavate la storia insieme, dunque.

Traducemmo un po’ tentennanti. Impiegammo quasi una giornata per tradurre la prima pagina, poi proseguimmo il lavoro nei giorni seguenti. Impiegammo due settimane per completare il lavoro e poi consegnammo le prime cento pagine direttamente all'autrice che le affidò al suo editore affinché le trasmettesse in Italia. Poi non sapemmo più nulla.

E la vostra traduzione piacque alla Garzanti?

Sì, accadde poi che la traduzione piacque moltissimo. La Garzanti editore, la casa editrice che aveva proposto l'acquisto dei diritti del libro, disse che avevano già i loro traduttori dal farsi (iraniano) e che avrebbero successivamente contattato la scrittrice per firmare il contratto.

Le case editrici nazionali hanno già dei traduttori a cui affidano sia la valutazione delle opere sia l’incarico di tradurre. Così l’opera venne accettata in Italia, ma a voi venne sottratto l’incarico di proseguire.

Rimasi male, perché mi era affezionata al lavoro. A 16 anni mi ero sentita molto importante. Alla fine poi non detti più tanto peso, e quasi me ne dimenticai perché non se ne parlò più.
Finché sei mesi dopo - ero in classe -, un giorno che non dimenticherò mai perché c'era il compito di scienze e, proprio mentre la professoressa stava consegnando il foglio – mi ero dimenticata di spegnere il cellulare -, il cellulare cominciò a squillare ad altissimo volume (suoneria tamarrissima). La professoressa mi fulminò con lo sguardo e disse: “guarda, faccio finta di niente, ma spegnilo”. Senza guardare il mittente e la chiamata spensi il cellulare e poi non lo guardai più. Tornata a casa mi ricordai di riaccenderlo e trovai un messaggio nella segreteria. Caso volle che quel giorno non avessi abbastanza soldi per ascoltare il messaggio, quindi aspettai il pomeriggio per effettuare la ricarica. Feci la ricarica e mia madre in macchina mi chiese: “ma allora chi ti ha chiamato questa mattina?”. Ascoltai il messaggio: era l’editor della Garzanti editore che, presentandosi, ci chiedeva un colloquio urgente presso gli uffici della Garzanti la settimana successiva. Rimasi di sasso. Non parlai più. Mia mamma che era al volante cominciò a guardare, si voltò e mi disse: “ma è successo qualcosa di grave?… Non dirmi che vinto l'ennesimo concorso per conoscere i tuoi cantanti preferiti, perché io non ti porto più fino a Milano”. Io le dissi: “no, no, no, è un’altra cosa. Ci hanno contattate per una traduzione”. Mi misi a urlare, e anche lei cominciò ad urlare. Fece una frenata improvvisa, e per poco non facemmo un incidente. La settimana dopo ci recammo presso gli uffici della Garzanti editore.

Ma che cosa accadde quando i responsabili si trovarono di fronte una ragazzina di 16 anni?

Rimasero spiazzati, perché si aspettavano che fossi giovane, ma non che avessi 16 anni. Pensavano al massimo che avessi 25 anni. Incominciammo la traduzione nel febbraio del 2008 e finimmo nel settembre dello stesso anno. Dopodiché il libro uscì nel marzo di quest'anno, così ho avuto la possibilità di presentarlo all'esame di Stato, dov'era presente il professor Alberto Lusso come commissario esterno di Storia e Filosofia; ed è così che ci siamo conosciuti ed è per questo motivo che io sono qui.

Quanta parte c'è di verità e quanta parte è frutto di invenzione nella storia narrata nel libro?

È tutta verità. Gli episodi che accadono alla protagonista (Masumeh) sono tutti veri, realmente accaduti. La scrittrice, che è una psicologa, aveva deciso di fare una serie di ricerche su alcuni gruppi particolari di donne: quelle cresciute in famiglie iraniane tradizionaliste nel periodo della rivoluzione, e quelle che si videro strappare via i figli nel periodo della guerra tra Iraq e Iran.
Fece la ricerca, intervistò moltissime donne, e si documentò. Nel momento in cui pubblicò il proprio studio si rese conto che si trattava semplicemente di una serie di dati freddi e di numeri che poi sarebbero finiti su un qualsiasi scaffale dell'Università di Teheran. E allora decise di trasferire tutti i dati in un racconto e di raccontare la situazione della donna sotto forma di storia, raccogliendo tutte queste vicende in un personaggio che si chiama Masumeh, la protagonista del romanzo.






(I parte)….continua


Emanuele Forzinetti, Il Corriere di Bra, Cherasco e Sommariva, Martedì 23 novembre 2010, p. 11.



Fiorella Avalle Nemolis, Bra oggi, Martedì 23 novembre 2010, p. 10

lunedì 15 novembre 2010

Diritti civili e futuro della donna in Iran



Venerdì 19 novembre ore 21.00, presso l’Auditorium CRB di Bra, verrà presentato il libro (besteller in Iran) di Parinoush Saniee: “Quello che mi spetta”, Garzanti 2010.

Elisa Barberis, Gazzetta d'Alba, Martedì 16 novembre 2010



A presentarlo sarà la traduttrice dell’opera, Sepideh Rouhi. Sepideh ha solo 19 anni e si è appena diplomata al Liceo Scientifico di Casale Monferrato. La ragazza, ospite a Bra per due giorni, incontrerà venerdì 19 e sabato 20 in occasione dell’assemblea di Istituto, al mattino tutti i ragazzi dei licei cittadini, mentre alla sera la cittadinanza a cui racconterà la bellissima storia, insieme dolorosa e commovente, di una donna iraniana, Masumeh, emblema della condizione di vita di molte donne iraniane contemporanee. Durante la serata, coordinata dal prof. Alberto Lusso e dalla prof.ssa Daniela Oddenino, i ragazzi del liceo leggeranno alcune pagine del libro di Parinoush Saniee.



Programma:

1. Venerdì e sabato mattina:

Nell’assemblea di Istituto gli studenti del liceo affronteranno il tema dei diritti civili e del futuro della donna in Iran. Nella prima parte della mattinata verrà proiettato il film di animazione Persepolis, di Marjane Satrapi e Vincent Paronnaud, mentre nella seconda parte i ragazzi ascolteranno l’esperienza della loro coetanea Sepideh Rouhi e dialogheranno con lei sulla condizione della donna in Iran.

2. Venerdì sera:

presso l’Auditorium CRB di Bra, verrà presentato il libro “Quello che mi spetta”, Garzanti 2010.



Il libro:

Best seller in Iran e bandito improvvisamente dal governo di Ahmadinejad, il romanzo “Quello che mi spetta” di Parinoush Saniee, esce per la prima volta in Occidente proprio in Italia, pubblicato da Garzanti. L’autrice, nata a Teheran e terza di cinque figli, sin da piccola ha avuto accesso alla biblioteca di famiglia riuscendo, a differenza di tante sue coetanee, a coltivare e approfondire la sua passione per la letteratura. “Quello che mi spetta” è il suo primo romanzo e svela la condizione femminile delle donne iraniane con fermezza e sincerità, la stessa che ha spinto la scrittrice a partecipare ad una conferenza a Berlino sui diritti umani. Il suo intervento, volto a denunciare la condizione femminile in Iran e ad affermare la necessità di riforme sociali a favore delle donne, le è costato minacce e successivamente la persecuzione da parte del governo attuale del suo paese.

I contenuti (dal risvolto di copertina):

Teheran. A quindici anni Masumeh non ha mai conosciuto la libertà. Conosce l’obbedienza. Al padre e ai fratelli. Conosce le percosse, di cui spesso è vittima. Conosce i doveri che si pretendono da una ragazza d’onore come lei: portare il chador, servire l’uomo sempre e comunque, camminare svelta con lo sguardo rigorosamente rivolto verso il basso. Eppure, oggi. Masumeh ha disobbedito. Ha usato alzare gli occhi verso il giovane che ogni giorno la osserva negli stretti vicoli della città. Lui è Saeid e lavora come apprendista in una farmacia. Basta poco perché quello scambio di sguardi si trasformi in un amore forte e appassionato. Un amore pericoloso, impossibile da nascondere. A scoprirli è il fratello maggiore di Masumeh. La ragazza deve essere punita, si è macchiata del peggiore dei peccati, amare. Ma le botte e la violenza non bastano. Per salvare l’onore della famiglia si deve sposare subito, con un uomo scelto dai fratelli. Da questo momento in poi a Masumeh non resta altra scelta che accettare il suo destino. Prima come moglie dedita a compiacere ogni desiderio di un marito assente ed egoista, poi come madre di tre figli. E mentre l’Iran è sconvolto dalla rivoluzione, attingendo a una forza che non credeva di avere, la donna sacrifica sé stessa per crescerli e farli studiare. A darle coraggio è l’amore silenzioso che coltiva dentro di sé. Perché non ha mai dimenticato Saeid. E attende solo il giorno in cui finalmente forse avrà quello che le spetta.




Emanuele Forzinetti, Il Corriere di Alba, Bra, Langhe e Roero, Martedì 16 novembre 2010, p. 27.




Pier Paolo Faccio, Il nuovo Braidese, sabato 13 novembre 2010, p. 8.