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Cor-rispondenze

lunedì 29 settembre 2014

Le cose che amiamo


Caro professore,
Qualche tempo fa mi sono imbattuto in questa frase: «Sono le cose che amiamo di più che ci distruggono». Mi chiedo perché uno dei migliori sentimenti dell’uomo come l’amore possa portare con sé conseguenze così drammatiche. Perché la nostra evoluzione non ha provveduto anche a questo?
Federico, IV A

Caro Federico,
Mi hai raccontato di aver letto il libro fantasy «Il trono di spade» di George R. R. Martin, dove ad un certo punto un personaggio pronuncia questa frase: «Le cose che amiamo finiscono sempre con il distruggerci, ragazzo. Ricordalo» («The things we love destroy us every time, lad. Remember that»). È una frase potente, che si imprime nell’ideazione, perché afferma qualcosa che percepiamo come “vero” sulla natura umana: avvertiamo infatti che ciò che lega può soffocare e ciò che attrae può spingere alla fusione e produrre il dissolvimento. Sentiamo che la nostra natura è esposta al pericolo dell’autodistruzione, proprio a partire da ciò che più congiunge, ossia l’amore. L’amore muove, diceva Socrate, perché è figlio di Penia e di Poros, della mancanza e dell’espediente. L’amore è una mancanza che spinge alla ricerca. Ma la ricerca è inesauribile. Credo che ci siano almeno due specie di autodistruzione possibile provocata da un ideale. La prima ha a che fare con l’impossibilità di raggiungerlo per eccessiva lontananza, la seconda per eccessiva vicinanza. Se leggerai «I dolori del giovane Werther» di Goethe, l’opera fondamentale dello “Sturm und Drang”, scoprirai che c’è una forma di amore che si trasfigura in dolore estenuante quando il protagonista avverte l’impossibilità di raggiungere il proprio ideale. Werther ama Charlotte anche quando è fidanzata con Albert. La descrive proprio come tu descriveresti ad un amico la ragazza di cui ti sei innamorato: «Un angelo! ahi, questo ognuno lo dice della sua amata. E quindi non so come fare a dirti come lei sia perfetta, perché‚ sia perfetta: in breve lei è riuscita ad avvincere tutto il mio essere. Una grande purezza si unisce a una grande intelligenza, e la bontà e l'energia, la pace dell'animo e l'amore alla vita attiva armonizzano in lei. Tutte le cose che ti scrivo non sono che chiacchiere inutili e vane astrazioni che non esprimono nulla di quello che lei è». È una perfezione che Werther non può raggiungere. Pur riconoscendo che l’amore è il significato principale della vita («Guglielmo, che sarebbe per il nostro cuore un mondo senza amore? Quello che è una lanterna magica senza la luce. Appena tu introduci la piccola lampada, ecco apparire sulla bianca parete le più svariate immagini!»), egli comprende che il suo ideale è inarrivabile, allora la forza dell’amore non produce più uno slancio positivo, una vitalità che trasforma la vita, la motiva e la nutre di energia. Riconoscere l’impossibilità di fondersi con il proprio desiderio conduce all’autodistruzione e Werther, con un colpo di pistola, metterà fine all’impossibile unione. Scriverà, pensando a Charlotte: «Non fremo prendendo in mano il freddo, orrendo calice nel quale berrò l'ebbrezza della morte. Tu me l’hai dato, e io non esito. Così si compiono tutti i desideri e le speranze della mia vita; così batto, freddo e rigido, alla bronzea porta della morte». Ma c’è un altro tipo di autodistruzione: anche la vicinanza smisurata di Narciso conduce alla perdita. Ovidio nel terzo libro delle “Metamorfosi” racconta che Narciso, nel tentativo di abbracciare la propria immagine riflessa si affatica fino a esaurirsi («non sa chi veda, ma chi sta vedendo lo sta consumando d’amore») e muore o perché cade nell’acqua («quante volte tuffa le braccia nell’acqua per stringere il collo, il collo che vede, ma nulla stringe nell’acqua!») o perché crolla stremato nel prato («Lui lascia crollare la testa stanca sul prato; la morte chiude quegli occhi stregati dal proprio padrone»). Qui il dolore non è dato da un ostacolo fisico – «il mare infinito, un lungo cammino, montagne, mura con porte sbarrate» –, ma dall’impossibile fusione di sé con la propria immagine. Entrambe le storie parlano di autodistruzione: o perché l’immagine dell’altro è idealizzata o perché sembra raggiungibile; ma ci si dimentica che l’amore non è riduzione dell’altro al medesimo, né lontananza assoluta. È piuttosto un giusto equilibrio che mantiene la relazione e non la soffoca, una distanza che feconda e non devasta, perché l’altro, anche quando sembra vicinissimo rimane distinto rispetto a noi. La psicoanalisi direbbe che è impossibile colmare la distanza tra il soggetto e l’ideale, ossia tra il soggetto e il desiderio. L’immagine ideale, sia quella dell’altro sia quella di se stessi, è sempre inaccessibile. Potremmo dire che proprio nelle cose che amiamo di più, una persona o un lavoro, occorre saper stare in un giusto rapporto. È necessario saper «abitare la distanza» per non cadere nell’autodistruzione. L’evoluzione non ha posto rimedio a questo pericolo, forse perché ha lasciato spazio all’uomo per la libertà. Non occorre annullarsi per perseguire il proprio obiettivo, così nell’amore come nella vita: un ideale troppo elevato mozza il fiato e non permette di generare.
Un caro saluto,
Alberto

(Nella traduzione delle Metamorfosi, ho scelto la versione di Vittorio Sermonti, Rizzoli, 2014).

lunedì 22 settembre 2014

I filosofi si ascoltano?

Caro professore,
Le scrivo una domanda che mi incuriosisce molto. Tutti i filosofi che conosciamo hanno elaborato differenti teorie sull’essere, a volte partendo da zero e altre volte ispirandosi al pensiero di altri filosofi. Ma ognuno di essi considerava esatto solamente il proprio pensiero o teneva conto e rispettava anche altre idee?
Marco, IVB

 

Caro Marco,
È impressione comune, studiando la storia della filosofia sui manuali scolastici, che il filosofo appena studiato sia più significativo di quello precedente. Spesso, quando si comprendono le riflessioni raffinate di qualche autore e si ha il tempo di affiancare per un tratto di strada il suo sguardo sul mondo (ossia di valutare le argomentazioni razionali che sostengono una teoria), si ha l’impressione di assistere ad un costante parricidio, una sorta di battaglia in cui l’ultimo filosofo pugnala il proprio maestro. Come se i filosofi, inebriati esclusivamente dalle proprie intuizioni o dai propri percorsi di ricerca, fossero sordi ai grandi lavori precedenti. Forse hai avuto anche tu la percezione che il pensiero di un autore abbia completamente azzerato i presupposti di un altro sistema filosofico. Così se si mettono a confronto Aristotele con Platone, Tommaso con Agostino, Bacone con Aristotele, Spinoza con Cartesio, Kant con Hobbes e Locke, Hegel con Kant e così via. Per questo alcuni tuoi compagni chiedono spesso: «prof., qual è l’ultimo filosofo», magari per risparmiarsi un po’ di fatica e di delusioni, dovendo dolorosamente abbandonare i presupposti a cui si erano affezionati. Certo, alcuni filosofi non sono stati teneri con i precedenti: Bacone definiva Galeno un «disertore dell'esperienza», Platone uno «sfacciato cavillatore» e Aristotele un «detestabile sofista». E neppure Schopenhauer usava molto “fair play” con i suoi contemporanei: definiva Schelling «pagliaccio», diceva che Hegel «scarabocchia[va] impudentemente» e considerava la sua filosofia una «pseudofilosofia», un «mo­struoso susseguirsi di parole che si annullano e si con­traddicono». Al di là di queste spietate valutazioni, dovute a diverse scelte valoriali o a simpatie personali, occorre dire che ogni filosofo sa che la verità è inesauribile e che il proprio sguardo è limitato dal periodo storico, dagli interessi e dalla discussione del proprio tempo. Non dobbiamo pensare la storia della filosofia come se alla «volontà di verità» si sia sostituita la «volontà di potenza», come se al desiderio autentico di conoscere a fondo la vita si sia sostituito il desiderio di vincere nel prestigio e nell’influenza per una maggiore affermazione di sé. È famoso il detto di Aristotele «amicus Plato, sed magis amica veritas» («sono amico di Platone, ma più amico della verità»), ma si racconta che anche Newton, mentre prendeva appunti su Aristotele si sia fermato bruscamente e dopo aver lasciato molte pagine bianche, abbia scritto in una nuova pagina: «Amicus Plato, amicus Aristoteles magis amica veritas», («Platone è un amico, amico è anche Aristotele, ma l'amica mia più grande è la verità»). Insomma la verità è più importante dell’amicizia e della fama, del rispetto e della tradizione. Tuttavia, i filosofi dialogano tra loro incessantemente, non solo perché la vita fa emergere nuovi problemi o apre nuovi spazi alla riflessione, ma perché è proprio dalla discussione razionale che emergono le debolezze e i punti forti di un’idea. La filosofia è dialogo continuo in cui il conflitto – polemos – tra le idee è inevitabile. Se ti capita di prendere in mano la “Summa theologica” di Tommaso D’Aquino, scoprirai che per circa 600 questioni (3122 articoli!) Tommaso riporta le tesi a favore o contro dei filosofi precedenti, prima di affermare le proprie ragioni. Era il modo di lavorare della Scolastica, ossia della filosofia cristiana medievale. Ma il dialogo tra filosofi è strutturale e continua incessantemente. Più che da eccentricità individuali, le differenze dipendono da una diversa adozione di presupposti. Il filosofo analitico americano Nicholas Rescher ne “La lotta dei sistemi”, analizzando i fondamenti e le implicazioni della pluralità filosofica, ha mostrato sia che la filosofia è un’impresa conoscitiva di carattere razionale sia che la “lotta” – la pluralità filosofica – è ineliminabile. Le buone ragioni e le buone argomentazioni («ragione probativa») riflettono infatti gli obiettivi e i valori di chi scrive («ragione valutativa»). Il «pluralismo degli orientamenti» deriva dal fatto che ogni indagine è orientata da certi valori cognitivi e il disaccordo sulle dottrine dipende da una divergenza su ciò che ogni autore ritiene importante o marginale. Così, la forza di un’argomentazione non è mai assolutamente oggettiva, perché riflette scelte e valori di chi pensa e scrive. Anche quando gli autori si occupano di uno stesso problema, quando organizzano il proprio sistema stabiliscono ciò è «centrale e periferico», ossia ciò che è significativo e ciò che può passare in secondo piano. Potremmo dire, con Rescher, che «il problema dello standard con cui si deve propriamente giudicare un dato valore è esso stesso un problema di valori». Dunque: niente di personale, in filosofia.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 16 giugno 2014

Letture estive

Invito tutti gli studenti del Liceo Artistico di Cuneo (classi 3A e 4A/D) a leggere la Storia della bellezza di Umberto Eco, Milano, Bompiani, 2010, ed. brossura, Euro 15,90.

Storia della Bellezza

lunedì 9 giugno 2014

Bestia o uomo?



Caro professore,
leggendo il libro "Presenza", scritto da padre Renato Chiera, sono venuta a conoscenza di una dura realtà che, ancora oggi, colpisce il Brasile. Ho sempre pensato che il Brasile fosse una terra magnifica, dove problemi così terribili, come la violenza domestica, lo sfruttamento del lavoro, l'abuso sessuale, la prostituzione infantile, il narcotraffico e moltissimi altri, fossero ormai un vano ricordo. Ma ho capito che la gravità di questi problemi persiste ancora oggi. Leggendo alcune testimonianze di bambini e di ragazzi, spesso tra i 5 e 15 anni e a volte anche più piccoli, che avevano subito così tanta violenza sia fisica che mentale, sono rimasta senza parole. Mi sono sembrate inverosimili come se fossero frutto solo di un orribile sogno, eppure tutti quei casi sono realmente accaduti e rabbrividisco solo al pensiero che là fuori ci siano altri casi molto simili, se non peggio, a questi. Mi chiedo come può una madre maltrattare i propri figli o un padre abusare di loro? A volte, immedesimandomi troppo nella loro situazione, mi sono lasciata trasportare dalle emozioni, provando, in alcuni momenti, rabbia e a volte anche odio per coloro che hanno cercato di fare loro del male. Andando avanti nella lettura mi ha commossa un particolare episodio, che don Renato ha intitolato "Sono un cane...". Parla di una bambina, Valeria, che allora aveva solo dodici anni (a sedici anni è stata uccisa con una spranga di metallo, lasciando due figli). Un giorno chiese a don Renato: "Mi lasci dormire là nell'angolo?". "Ma là dorme il cane!" rispose il don. Ma lei ribatté dicendo: "Ma io sono un cane, è quello è il mio posto". Di fronte a questa risposta sono nuovamente rimasta senza parole. Come può una bambina di soli otto anni sentirsi trattata come un cane, se non peggio? Come può la "giustizia", invece di aiutare i bambini e capire il motivo dei loro comportamenti, picchiarli, solo perché considerati delle "fecce" (capaci solo di rubare, drogarsi e prostituirsi) dal resto della comunità? Quei ragazzi avranno pur fatto delle scelte sbagliate, ma come possono seguire la strada giusta da seguire se né la famiglia né il resto della comunità che li circonda sono dei modelli da imitare? Giordano Bruno (1548-1600), frate domenicano di Napoli, diceva che gli uomini si distinguono dalle "bestie" perché dotati di "intelletto". Grazie ad esso l'uomo avrebbe potuto capire cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ma di fronte a queste situazioni di "pianto e paura" dei bambini come possiamo ritenerci superiori agli animali?
Mary Jane, 4A/D

Cara Mary Jane,
James Hillman ne “Il codice dell’anima” riferisce che il poeta inglese Robert Browning, mandato in un collegio a otto anni, si era depresso così tanto da individuare «"il luogo di sepoltura" in una cisterna della scuola, che aveva sul coperchio di piombo l'immagine in rilievo di una faccia. Si figurava che quella faccia fosse il suo epitaffio e, accarezzandola con la mano, recitava: “In memoria dell’infelice Browning"». Abbiamo imparato da Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) e da Friedrich Fröbel (1782-1852) una necessaria attenzione per l’infanzia e da Alice Miller (1923-2010) i danni profondi dell’oppressione infantile. «Rabbrividire» è il verbo giusto, perché quando si penetra nell’orrore si subisce una paralisi dell’intelletto e della capacità di sentire e di immaginare oltre una certa misura, perché tali facoltà sono anestetizzate da un graduale e penetrante gelo interiore. Basta dare un’occhiata ai dati dell’Unicef («i dati della vergogna») per rendersi conto dell’enormità delle sofferenze (in questi giorni i quotidiani descrivono la condizione dei bambini di frontiera sui “trenes de la Muerte” in Salvador, Honduras e Guatemala). Le violenze sui bambini rappresentano la forma più odiosa di violenza, perché i bambini non hanno mezzi per difendersi non solo dalla sopraffazione fisica, ma dalle descrizioni che vengono loro fatte dagli adulti, perché il loro vocabolario, la loro ideazione, i loro sentimenti crescono con quelli dei genitori e in un preciso ambiente. Chi è vissuto tra deprivazioni fisiche e nutrito di parole di esclusione e di violenza, costruisce spesso un’immagine estremamente negativa di sé; gli suonano dissonanti i sorrisi, perché assimila parole di rifiuto; crede di non aver valore, perché non si sente amato; perde progressivamente fiducia nella vita e teme persino il contatto fisico. Danilo Dolci scriveva che «un gatto che cresce abbrancando tra i rifiuti, anche se ha bisogno di tutto non ti salta in braccio, ma fugge via pauroso». Certo, l’uomo si distingue dagli animali perché ha un intelletto più sviluppato, ma per diventare uomo – cioè persona libera e dunque moralmente responsabile – non è sufficiente disporre di un’intelligenza potenziale, è necessario che l’intelligenza si affini nell’empatia, che l’essere umano “senta l’altro”, le sue emozioni, le sue preoccupazioni, il suo sguardo sul mondo. Non bastano le pur necessarie e bellissime dichiarazioni di intenti, come la “Dichiarazione dei diritti del fanciullo” (Ginevra, 1924), la “Dichiarazione sui Diritti del Bambino” (Onu, 1959) o la “Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia” (Onu, 1989), è necessario che più persone si sentano custodi della dignità reale di quelle vite. Serve l’aiuto degli Stati, ma sono indispensabili coloro che, come Renato Chiera, rendono visibile a tutti che l’Umanità (l’insieme degli uomini) ha assoluto bisogno di umanità (di relazioni di cura).
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 2 giugno 2014

E le lettere, che fine hanno fatto?




Caro professore,
Noi siamo la generazione cresciuta con il cellulare e il televisore, siamo la generazione della tecnologia. Siamo cresciuti sapendo che per sentire un amico basta alzare la cornetta. La distanza non è più realmente un fattore di chilometri. Ci si può addirittura vedere dall’altra parte del mondo, con una webcam. Sembra che la tecnologia abbia reso tutto più facile, che abbia aperto un mondo. E infatti con tutte queste scoperte la nostra vita è cambiata, anche se non ce ne accorgiamo. Abbiamo la vita semplice, veloce e a portata di mano. Ma questa tecnologia non è forse anche privazione? Le lettere che fine hanno fatto? Le raccolte di pagine e pagine scritte a mano e sporche d’inchiostro non ci mancheranno un giorno? Io spesso credo che i rapporti vengano rovinati dalla tecnologia, ci basta una chat per dire “ti amo”, quando una volta dovevi preparare per giorni il discorso da fare all’amata, e prendere coraggio, e dichiararti guardandola negli occhi. Ora, basta un messaggio, premere tasti e aspettare la risposta. Non diventeremo più superficiali per colpa di qualcosa che inevitabilmente ci coinvolge? Credo che il progresso a volte debba essere messo da parte, almeno per quanto riguarda il sentimento. Credo che dovremmo provare a non accontentarci, a superare lo schermo e imparare a relazionarci veramente con le persone. Siamo l’evoluzione, è vero, ma non per questo dobbiamo accontentarci della comodità di un messaggio.
Alessia, 4D

Cara Alessia,
Non pensavo che una ragazza così giovane potesse provare nostalgia per le lettere, un oggetto certamente molto comune, ma d’altri tempi. Chissà se ne hai già scritte o ricevute. Un tempo si poteva capire molto dal testo scritto: la grafia, ondeggiante o incerta, qualche parola cancellata con un tratto di penna o qualche esitazione rivelavano la personalità dell’amante. Alcuni, per non esibire troppe incertezze, componevano le idee da qualche parte e poi le ricopiavano “in bella”, per non rivelare tentennamenti dell’anima. Forse la tua non è una vera nostalgia per le lettere, ma per una dimensione non sfuggente della relazione affettiva, perché ritieni che in uno scritto che richiede preparazione, piuttosto che in un messaggio sul cellulare, le persone siano maggiormente vincolate alla verità. Nella filosofia io ho amato molto le lettere di Abelardo ad Eloisa, ma anche quelle di Napoleone a Giuseppina (Lettres d'amour à Joséphine), perché adoro scrutare come si muovono gli uomini importanti nelle relazioni affettive, quando non insegnano dalla cattedra o dirigono gli eserciti, ma si espongono alla relazione senza particolari difese. E allora è bello andare a frugare nelle dichiarazioni private o pubbliche del passato: le lettere greche di Alcifrone, di Filostrato di Lemno e di Aristeneto, quelle di Enrico VIII a Anna Bolena, quelle di Cyrano de Bergerac o quelle di Ugo Foscolo. Quelle di Flaubert per Louise Colet, di Friedrich Nietzsche, o di Gabriele D’Annunzio a Barbara Leoni; quelle di Pirandello all’attrice Marta Abba o quelle di Einstein per Mileva Maric. Oppure quelle di Fernando Pessoa per Ofelia Queiroz, di Salvatore Quasimodo per Sibilla Aleramo, quelle di Neruda ad Albertina Rosa. Ma anche quelle che Maria Callas ha scritto al marito Meneghini, prima di andarsene con l’armatore greco Onassis o quelle che il giornalista Enzo Biagi ha scritto alla moglie scomparsa. Capisco la possibile nostalgia per ciò che è scritto sul foglio ed ha richiesto al mittente uno sforzo maggiore di un precipitoso sms. Ricevere una lettera, infatti, ci fa sentire degni di un’attenzione particolare, unica. Tuttavia, ti ricordo che con le parole uomini e donne sono abituati anche a mentire, soprattutto quando le parole sono scritte a distanza e non fanno i conti con la realtà. Il premio nobel per la letteratura Gabriel García Márquez ha inventato storie sublimi. Ne “L’amore ai tempi del colera” racconta il dramma di Florentino Ariza che non smetteva di pensare a Fermina Daza. Per un certo periodo egli lavora come calligrafo per la Compagnia Fluviale del Caribe. Scrive Márquez «Poi, quando lo passarono ad altri incarichi, gli avanzava tanto amore dentro che non sapeva che farne, e lo regalava agli innamorati implumi scrivendo per loro lettere d'amore gratuite al Portal de los Escribanos. Ci andava dopo il lavoro. Si toglieva la finanziera con i suoi gesti parsimoniosi e l'attaccava allo schienale della sedia, si metteva le mezze maniche per non sporcare quelle della camicia, si sbottonava il gilè per pensare meglio, e a volte fino a molto tardi di notte rianimava i derelitti con delle lettere da matto». Scriveva lettere per gli altri, pensando alla sua amata. Il filosofo Umberto Galimberti in “Le cose dell’amore” ci ricorda pertanto che: «se una lettera produce un effetto maggiore della presenza reale, qualcosa non procede per il verso giusto e le prospettive sono infauste. Il mittente, inoltre, deve sapere che, nelle lettere d'amore, la passione arde senza dubbio, ma è tesa più al piacere della rappresentazione che al destinatario della missiva». Chiedi se c’è progresso nel sentimento. No, c’è solo autenticità o menzogna. Allora non importa il mezzo con cui arriva una rivelazione d’amore: ogni dichiarazione solitaria è difficile da verificare, quindi da un innamorato continua ad esigere che ti guardi negli occhi: una dichiarazione “impacciata” è probabilmente vera quando ha bisogno di essere sostenuta dal tuo sguardo.
Un caro saluto,
Alberto

sabato 31 maggio 2014

Cherasco storia 2014

 
Premio Cherasco storia 2014

 
Gli studenti del Liceo Scientifico di Cuneo, del Liceo Classico di Alba e del Liceo Classico di Bra 



 
 Il prof. William V. Harris, autore del libro Due son le porte dei sogni, Laterza 2013.

 
 


 
 
 

lunedì 5 maggio 2014

Studiare in spiaggia




Caro professore,
pochi giorni fa mi trovavo al mare e dati i miei non brillanti voti in alcune materie di studio ho deciso di portare sulla spiaggia con me i libri. In un momento di pausa durante le letture, mi sono incantato a guardare una famigliola poco distante da dove mi trovavo. La mia mente viaggiava e per un attimo, riabbassando lo sguardo sui libri, mi sono posto alcune domande: gli sforzi che facciamo nello studio, anche se talvolta piccoli, in realtà servono realmente a qualcosa? A quanto percepisco, tutto sembra un continuo rincorrersi di fatiche, dobbiamo studiare per prendere un titolo di studio, che ci permetta un giorno di avere un lavoro dignitoso, che possa darci soldi per mantenere uno stile di vita medio alto e una serenità che ci viene "consigliata" da un modello di vita da seguire, che fin da piccoli vediamo in giro o alla TV. La vita mi sembra una continua ruota che gira, dove la gente dentro deve correre e saltare gli ostacoli, perché se ipoteticamente uno inciampasse, tutti avrebbero pregiudizi sul perché sia caduto. Voglio dire, dove sta scritto quello che realmente dobbiamo fare? A cosa serve costruirci un futuro? Cosa vuol dire costruirci un futuro? Poco più in là da dove me ne stavo seduto sulla spiaggia c'era un adulto con moglie e bambino vicini, aveva parcheggiato accanto a noi la sua Audi nuova di pacco, tutta bella lucida, sorrideva prendendo il sole con i suoi Ray Ban probabilmente nuovi di pacco, e stava leggendo il giornale. L’uomo aveva un aspetto poco curato, barba incolta e pochi capelli, la moglie sembrava una modella, entrambi davano poche considerazioni al bimbo, che se ne stava a giocare con la sabbia. Io ero in spiaggia con la mia fidanzata, la guardavo mentre prendeva il sole ed era bellissima, io però non potevo stare accanto a lei perché dovevo studiare, e per cosa dovevo studiare? Per un giorno essere come quell'uomo che magari aveva pure le corna da sua moglie mentre pensava a come portare a casa più denaro? A cosa servono realmente tutti i nostri sforzi? Perché vivere di doveri imposti dalla società quando non possiamo godere della felicità che ogni giorno ci viene data gratuitamente? Mi scuso per le troppe domande e il mio lessico un po’ semplice e confuso, non so se capirà bene cosa intendo realmente chiederle...    
Saluti, Andrea (IVD)

Caro Andrea,
Leggendo la tua lettera ho pensato ad una malattia dell’anima che si chiama accidia ben descritta dalla seguente frase dello scrittore britannico Jerome K. Jerome: «Il lavoro mi piace, mi affascina. Potrei starmene seduto per ore a guardarlo». Ma ho provato anche una doppia fitta al cuore. Per la tua fidanzata e per i tuoi vicini. Povera fidanzata. Andare un giorno al mare con un ragazzo che fa i compiti in spiaggia. A meno che tu non la voglia scaricare, non farlo più, perché, se è sana, ti lascerà lei. Ho provato anche una certa compassione per la sventura del tuo vicino. Aveva la macchina nuova, gli occhiali nuovi, la moglie modella, ma forse era cornuto, perché pensava a come portare a casa «di più». E se fosse stata lei ad essere cornuta e lui si fosse infilato gli occhiali per non vedere la sua metamorfosi? E se fossero spuntate ad entrambi le appendici ossee, tacitamente ignari o spudoratamente consapevoli l’uno dell’altra, e il bambino divertito e all'oscuro di tutto avesse scavato delle buche nella sabbia con corna trafugate? E se nessuno della famiglia fosse cornuto? Non ti sembra un’immaginazione un po’ banale? Anche questa senza sforzo? Già, caro Andrea, anche per immaginare ci vuole un lievissimo dispendio di energia, altrimenti si dicono solo banalità per perditempo. Poiché hai avuto modo di contemplare il mondo del tuo vicino e il fascino della tua fidanzata, probabilmente quello che tu chiami “sforzo” per lo studio anche questa volta non è stato un “affaticamento” produttivo. Il problema, purtroppo, non è della società. È tuo. La società non ti obbliga a nulla. Usi le parole «sforzo» e «costruzione», ma ne ignori il significato. Che sforzo hai fatto al mare e cosa hai costruito? Se vuoi crescere, devi capire cosa leggi, se vuoi una relazione, ti devi dedicare, se vuoi fantasticare sui vicini, devi ideare. Se credi erroneamente che la felicità non passi attraverso quei vocaboli, devi invece sapere che è molto più grande e duratura la felicità che discende dalla costruzione di sé di quella che accade “gratuitamente”. Un pianista suona tante ore, ma è libero di inventare e di interpretare, così una ballerina di tango è in grado di disegnare geometrie impensabili per uno che incespica ogni due passi. Fino a quando non stabilisci delle regole, disciplini il tuo tempo e comprendi che i momenti che investi servono per dare forza a te stesso non riuscirai ad essere felice. Dare forma alla propria vita non significa edificare qualcosa che verrà rapidamente annientato da un’onda che si distende sulla sabbia, ma comporre il proprio sguardo sul mondo, il proprio pensiero, e magari anche la tua fidanzata ti troverà più interessante, perché di solito le ragazze non si perdono nel luccichio degli occhiali, ma puntano dritto negli occhi. E se gli occhi sono insignificanti, fissano lo sguardo altrove. Coraggio, Andrea, non ingigantire la sventura, ma organizza bene il tuo tempo.
Un caro saluto,
Alberto