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Cor-rispondenze

lunedì 27 aprile 2009

La bellezza

Caro professore,

Bellezza, questa parola significa tutto e niente. Essere belle oggi significa essere delle modelle scheletriche con la fobia di ingerire qualunque tipo di cibo, che a malapena entrano in una taglia 42; significa avere i vestiti alla moda e il taglio di capelli giusto; qualche secolo fa essere belle significava avere delle forme. Ora ci troviamo di fronte ad un mondo patinato e superficiale, dove le bellezza conta più di ogni altra cosa, dove non si è giudicati per quello che si è ma solo per la bellezza esteriore e basta. Allora che cos'è la bellezza? e perché il mondo le dà così peso?

Federica

Cara Federica,
La bellezza è una componente molto importante della vita. Se noti, usiamo l’aggettivo bello in contesti molto diversi: un paesaggio di montagna è un “bel paesaggio”, una giornata di sole è una “bella giornata”, un gesto di amore è un “bel gesto”, le persone buone sono “belle persone”, una vita realizzata è una “bella vita”, e un vecchio che muore nel proprio letto, circondato dai suoi cari, fa una “bella morte”. Ma ancora: quando incontriamo un amico d’infanzia o una persona cara esclamiamo: “è bello rivederti”, o “è bello stare con te”. Il bello pervade la vita e condiziona anche le espressioni del linguaggio. Non solo l’armonia della natura suscita in noi il sentimento del bello, ma consideriamo bello tutto ciò che ci fa star bene. Il bello è dunque legato sia alla proporzione o all’equilibrio sia al bene. Ma perché la bellezza che rallegra tutti i momenti dell’esistenza è percepita come bene? Credo perché la bellezza è l’ingrediente che ci permette di esistere e di espanderci. Nel bene e nella fiducia riusciamo a maturare, per questo sentiamo ciò che favorisce il nostro sviluppo e il nostro accrescimento come bello. Cerchiamo dunque il bello per star bene, perché stare bene ci consente di crescere. Quando stiamo bene siamo felici perché possiamo espanderci e andare verso il mondo. Le persone infatti crescono se sono accettate. Anche nella scuola accade così: gli insegnanti che sanno accettare lo studente e i suoi limiti, gli consentono di correggersi e di trovare dentro di sé la forza per migliorarsi; lo stimolo per conoscere, appassionarsi e per dedicarsi alla cura di sé attraverso le materie di studio. Chi sottolinea troppo le inadeguatezze e i difetti scoraggia i ragazzi e non consente la formazione delle passioni. Se uno sente di essere accettato, gradualmente riesce a cambiare. Se l’ambiente emotivo è sereno facilita l’evoluzione.
Poiché abbiamo bisogno del bello per esistere, la pubblicità usa il bello per vendere. E proprio perché necessitiamo della bellezza ci lasciamo ingannare. Hai ragione: la magrezza oggi viene imposta (riviste, film, pubblicità, tv) e noi non riusciamo a scorgere le trappole delle pubblicità che insidiano le nostre menti (che cosa ci vogliono vendere?). Poiché la stima di noi stessi dipende dall’accettazione degli altri, questa accettazione oggi passa attraverso le immagini proposte, le forme esibite, i sorrisi ostentati, e pertanto ci convinciamo che la nostra esistenza ha valore se si adegua ai modelli dominanti. Dobbiamo essere vincenti, competere con gli altri o essere come loro. Questa continua sfida ci porta però ad ammalarci. È giusto trarre piacere dal proprio corpo, prendersi cura di esso, ma non è normale temere eccessivamente piccoli cambiamenti. Tremare, avere paura di mostrarsi agli altri, non uscire di casa o nascondere il corpo perché rivela la nostra inadeguatezza è segno che qualche cosa non va. Ma la perfezione è illusoria e tossica: è un veleno che talvolta può essere letale. La pubblicità gioca proprio sulla nostra insoddisfazione e sul nostro bisogno di essere accettati. L’insoddisfazione però è parte di noi stessi, talvolta è il motore dei nostri cambiamenti, dei nostri obiettivi. Purtroppo, però, sentiamo fortemente la pressione delle immagini. Il nostro corpo non è sempre perfetto, ma se ci confrontiamo continuamente con modelli sociali perfetti diventiamo insoddisfatti perché non ci sentiamo all’altezza degli standard proposti. Non dobbiamo però avere standard troppo alti: non tutti possono giocare a calcio come Del Piero, nuotare come Federica Pellegrini, correre come il giamaicano Usain Bolt. Le persone più fragili subiscono la violenza delle immagini proposte. Pensa che le anoressiche si considerano grasse e i culturisti non sufficientemente muscolosi. La pubblicità mente: chi ti suggerisce di mangiare è molto magro. Occorre vendere cibo e nello stesso tempo mascherare gli effetti dell’eccessiva assunzione. Un ossimoro: una persona magrissima ti invita a mangiare di più. Allora dobbiamo sapere che la pubblicità solletica il nostro ego per vendere i suoi prodotti, e nello stesso tempo dobbiamo imparare a leggere i suoi trucchi e i nostri punti deboli (Molte persone sono belle, ma per il loro mestiere, perché la loro vita consiste nel prendersi cura del proprio corpo. Oppure: le foto sono sottoposte a molti ritocchi e l’illusione di naturalezza che danno è falsa). Sotto la pressione incalzante dei media che esaltano la magrezza si innesta una tematica molto più importante: se abbiamo bisogno di essere accettati dagli altri e di accettare noi stessi con le piccole imperfezioni, l’eccessiva magrezza è una “malattia dell’amore” e non dell’appetito. L’anoressica è prigioniera della sua immagine. Narciso perde la vita per raggiungere l’immagine nell’acqua, l’anoressica perde la vita per raggiungere un’immagine sbagliata, si perde in un inganno. Qualcuno definisce questa ossessiva attenzione al corpo una nuova “religione” (la “religione del corpo”), perché il corpo è diventato un oggetto da idolatrare, e le ragazze compiono enormi sacrifici personali non più per Dio, come facevano le sante anoressiche, ma per il proprio io.
È giusto pensare che anche il proprio corpo possa migliorare: per motivi di salute o per una maggiore qualità della vita. Ma abbiamo bisogno di sentirci accettati altrimenti il nostro desiderio ci consuma fino alla rovina. Ognuno di noi sta al mondo nella dimensione del progetto. Siamo al mondo aperti al futuro e alle possibilità. Abbiamo bisogno di armonia, ma l’armonia è da conquistare nella relazione con il mondo e con le persone. Per questo credo che siano importanti alcune cose. 1. Circondati di persone che ti accettano e ti accolgono per quello che sei e scarta quelle che ti tollerano facendoti sentire inadeguata. 2. Quando ti senti inadeguata chiediti perché: chi è che ti fa sentire inadeguata e per quale scopo lo fa. 3. Pensa che le persone che si propongono come modelle forse non hanno una qualità della vita migliore della tua. Anzi, forse il fatto di dover mantenere sempre standard così alti impedisce loro di avere una vita normale. 4. Se pensi che qualche parte del tuo corpo possa essere migliorata, attivati nello sport. Essere un po’ più tonici aiuta anche l’umore. Ma ricordati che la simpatia si “pesa” con l’energia e con l’altruismo e non sul piatto della bilancia.

Un caro saluto,
Alberto

giovedì 11 dicembre 2008

Oscillazioni


Caro professore,

La mia vita è l’altalena più oscillante. Vivo momenti di felicità straordinaria, altissima, mi ritengo fortunata perché gli impegni da me presi sono sempre un successo: scolastico, sportivo, a livello relazionale. Motivo di questa felicità è fondamentalmente una persona: solo con lei il mio mondo si colora, si carica di un’energia potentissima che mi dà la forza di affrontare qualsiasi cosa. Per me è un sostegno e un faro nella tempesta più minacciosa che si scatena nel mio mare. È un mare molto spesso di solitudine: mi sento lontana da molte cose, che ora non mi suscitano alcuno stato d’animo, che prima credevo fossero parte del mio quotidiano. Spesso mi capita di non avere alcun pensiero, emozione, interesse: soffro per questo, ma non ho voglia di trovare una soluzione. Mi viene da piangere per le cose più banali, soffocata dallo sconforto, dalla noia, dalla consapevolezza di essere lontana da ciò che mi circonda. Come posso essere così felice ed innamorata, ma allo stesso tempo così triste e impaurita dalla solitudine?

Alessia

Hai la sensazione di essere capace e ricevi molti riconoscimenti sociali. L’amore e l’innamoramento nutrono la tua fiducia nei confronti della vita e danno senso alle tue esperienze. Le variazioni d’umore, cara Alessia, sono però proprie delle persone normali. Le oscillazioni dello stato d’animo fanno parte di quel movimento del mare interiore a cui fai riferimento, un movimento dato da un’onda che va verso il mondo e che poi si ritrae da esso, per la sua natura; un flusso e un riflusso dell’onda interiore, perché i pensieri e le emozioni sono sempre in movimento. Quindi, si può essere enormemente felici e innamorati e anche insicuri e tristi. Le preoccupazioni semmai nascono quando uno è sempre felice o euforico oppure è sempre triste e impaurito. Il problema sorge dalla cristallizzazione del movimento che consente la nostra evoluzione. La “patologia” è data dall’incapacità di creare o di accettare il movimento. Non temere la solitudine, Alessia. Pensa che Seneca aveva così fiducia nel suo amico Lucilio che gli disse: “E nota quale stima ho di te: oso affidarti a te stesso”. Lo affida a se stesso, perché sa che farà buon uso della solitudine e che, essendo un brava persona, acquisirà nuove energie e nuova forza proprio attraverso i momenti di ritiro in se stesso. Mi dici che riesci ad avere buone relazioni con le persone e che riesci ad ottenere risultati positivi nelle tue occupazioni. Quindi anche quando ti senti sola, sappi che sei in buona compagnia. Pensa che Seneca, a questo proposito, racconta un episodio divertente. Un certo Cratete, vedendo un ragazzo che andava a passeggio in un luogo appartato, gli chiese che cosa facesse lì da solo. «Parlo con me stesso», rispose. E Cratete replicò: «Mi raccomando, fa’ molta attenzione: stai parlando con un cattivo soggetto». Noi non siamo dei cattivi soggetti e non ci dobbiamo spaventare della solitudine. Seneca aveva molta fiducia nel suo amico e confidente e per questo lo raccomandava a se stesso. La tua non è una solitudine che evita le amicizie, che evita di simpatizzare con gli altri, quindi non è una solitudine negativa. Nel mare della solitudine senti l’angoscia dell’esistenza, e la difficoltà di sopravvivere da sola, perché la solitudine ci mette a contatto con la nostra vera natura: mette in discussione le sicurezze, le certezze, le abitudini. La solitudine però è un momento di passaggio, è come dici tu, un’altalena e non è il tuo destino. Nella solitudine, certamente, talvolta ci perdiamo o percepiamo le cose in modo differente. Dici che a volte nulla sembra avere valore, e che a volte non hai “voglia di trovare una soluzione”, forse perché le soluzioni a volte implicano dei cambiamenti e non sempre abbiamo voglia di cambiare. L’oscillazione è la conferma di un costante adattamento tra noi e ciò che ci accade. È come l’oscillazione del respiro, un movimento necessario per vivere. Anche Agostino racconta l’esperienza del pianto nella solitudine. Nelle “Confessioni”, scrive: “Quando da un fondo arcano la profonda meditazione ebbe scavata tutta la mia tristezza e l’ebbe accumulata sotto gli occhi del cuore, una tempesta si scatenò violenta, e greve d’un diluvio di lacrime. […] Io mi trovai non so come disteso sotto un albero di fico, e diedi libero sfogo alle lacrime, due fiumi in piena nel cavo degli occhi”. Nella solitudine – dice l’autore - abbiamo un rapporto intimo con noi stessi, la meditazione scava la tristezza, l’accumula sotto gli occhi del cuore e la consegna alle lacrime che come fiumi in piena la consegnano al mondo. La solitudine può far paura e riempirci di tristezza, ma come vedi nella solitudine scaviamo dentro di noi, ascoltiamo il riverbero profondo dei nostri sentimenti e dei nostri pensieri, riusciamo dare il giusto valore alle parole dette o ascoltate e alle attività che compiamo. In questa forma di isolamento e di provvisorio distacco dal mondo sembra che le cose non ci interessino più e non “suscitino più i nostri stati d’animo”, invece riconsideriamo le esperienze della vita: quelle che fino a poco tempo prima erano rilevanti, vengono nuovamente interrogate e valutate. A volte, proviamo sofferenza perché ci rendiamo conto di dover abbandonare alcune certezze a cui eravamo affezionati. I piccoli cambiamenti, e insieme il distacco da ciò che ci ha accompagnato nel corso del tempo, creano sempre smarrimento, paura, tristezza. Dis-orientamento. Ci sentiamo provvisoriamente dis-orientati, perché non riconosciamo più la nostra direzione. Poiché la direzione della nostra vita non è già stata decisa, è proprio grazie a queste continue valutazioni delle situazioni che noi creiamo il nostro percorso: che è fatto di piccoli o grandi distacchi, di riconsiderazioni delle nozioni che abbiamo ritenuto importanti, perché vogliamo che la nostra vita sia autentica e non si disperda nell’esteriorità o segua le idee e le valutazioni degli altri. È grazie a questi momenti che la tua vita diventa più vera. È grazie alla tua capacità di ascoltare la tua voce interiore che riuscirai a dare giusto valore a quello che senti importante, e non rimarrai delusa dalla vita. Se ti sai ascoltare nel profondo, saprai scegliere quello che vale veramente per te e ti rende felice. Gli psicologi dicono che la solitudine è una sorta di “porta stretta” di un processo che si chiama individuazione, ossia del percorso che ognuno di noi deve fare per diventare se stesso. Ci si interroga su ciò che sembrava immutabile: sulle idee e sui sentimenti che sembravano eterni, sulle amicizie, sull’appartenenza ad un gruppo, sui valori. Forse è questo il senso dell’ “altalena oscillante”, che non è altro che un costante movimento verso il mondo e verso noi stessi; nella solitudine ci poniamo domande e ascoltiamo che si riveli il senso delle nostre esperienze, ma poi ritorniamo nella relazione con gli altri e con le “cose”, e tutto acquista un colore nuovo o semplicemente diverso. Dall’esteriorità all’interiorità e viceversa, in un movimento continuo, come un costante esercizio che consente di creare rapporti autentici attraverso un instancabile apporto di alimento alle relazioni e alle idee. Nella solitudine nasce la nostra soggettività non come esclusione dal mondo, ma come presa di coscienza del mondo e consapevolezza di noi stessi. Ci vuole tempo per costruire la nostra individualità e i momenti dell’interiorità e della solitudine sono indispensabili perché ognuno coltivi la propria natura, la propria sensibilità. E la solitudine è indispensabile non solo per la maturità psicologica, ma anche per la crescita esistenziale. Martin Buber (Il principio dialogico) dice che: “la solitudine è la condizione perché l'uomo si ponga il problema dell'uomo”. È vero, la solitudine a volte ci impaurisce perché ci getta in una situazione di crisi, ma è solo grazie a questi momenti di crisi che diventiamo capaci di porci in modo autentico il problema della nostra vita. Nella solitudine diventiamo sensibili a noi stessi, agli altri e al mondo. Questa sensibilità ci fa sentire la nostra fragilità, ma questa delicatezza ci consente di sentire veramente quello che ci si muove dentro di noi e di adattarci creativamente al mondo. A volte si scatenano delle “tempeste minacciose nel nostro mare interiore”, perché noi non siamo degli oggetti. Il mare interiore non è mai fermo, è in continuo movimento, alcuni movimenti sono lenti, impercettibili, altri più impetuosi. Ma non è mai fermo. Ed è grazie a questo continuo movimento che prendiamo consapevolezza del mondo che ci ospita, dei nostri desideri autentici, e delle necessità degli altri. È grazie al movimento incessante e inesauribile di questo mare interiore che formiamo la nostra autenticità e ci possiamo prendere cura dei nostri veri bisogni e, insieme, dei bisogni degli altri.

Un caro saluto,
Alberto

Morte


Caro professore,

Che senso ha la morte? Perché dobbiamo perdere famigliari, persone che amiamo? E se tanto sappiamo che un giorno non ci saranno più, non sarebbe più giusto affezionarsi meno a loro in modo da non soffrire per tale perdita? Forse bisognerebbe vivere al meglio il tempo che abbiamo a disposizione con loro, ma è difficile se ci si ferma a pensare che più ricordi abbiamo più faranno male. Anche se il tempo guarisce tutte le ferite, credo sia quasi impossibile accettare la perdita. Perché questa è un'esperienza devastante, che indubbiamente ci cambia e cambia il tuo modo di vedere le cose, e ci vuole un lento e doloroso percorso per ritrovare la normalità.



Gli stoici invitavano a non affezionarsi troppo, perché le persone sono mortali. Epitteto consigliava di distinguere correttamente ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi, in modo da padroneggiare i nostri desideri e non pretendere che le cose vadano a modo nostro. La volontà infatti dipende da noi, la morte, no. E faceva un esempio: “Se tu ami una pentola, di' a te stesso: io amo una pentola; perciocché se ella si spezzerà, tu non avrai però l'animo alterato. Se tu bacerai per avventura un tuo figliuolino o la moglie, dirai a te stesso: io bacio un mortale; acciocché morendoti quella donna o quel fanciullino, tu non abbia perciò a turbarti”.
Questa teoria è razionale, ma non convince nel profondo. Come dici tu, è “quasi impossibile accettare la perdita”. E il dolore viene di seguito o ritorna.
Il verbo ricordare, contiene la radice cor, cordis. Per gli antichi, infatti, il cuore era la sede della memoria. Ricordare significava allora re-immettere nel cuore. Ma questi ricordi fanno male, perché sono ricordi di momenti belli e di persone amate: più è intenso il rapporto, più - come dici tu - il ricordo crea dolore e ci tormenta. Più diventiamo consapevoli della necessità di quella relazione, più soffriamo. Serbare ricordo, infatti, vuol dire avere presente ciò che abbiamo amato, e l’assenza di ciò che abbiamo amato e teniamo presente ci intristisce e ci addolora. L’assenza è un peso enorme, opprimente, che ci fa male; è un silenzio che toglie il respiro, è la consapevolezza di una comunicazione impossibile o monca; un vuoto affettivo e relazionale che non si riesce a colmare.
Hai ragione a definire l’esperienza della perdita “un'esperienza devastante”; sì, perché ci ruba l’intimità, mette a soqquadro pensieri ed emozioni, guasta la fiducia verso la vita, è come uno sfregio alla nostra sensibilità, alla nostra anima. Ci fa precipitare immediatamente in un’altra condizione verso la vita, intacca così a fondo la nostra esistenza da contaminare in modo irreversibile gli a-priori della mente con cui siamo soliti interpretare il fluire della delle nostre biografie.
“Jacques Derrida, parlando dei tre choc da lui subiti nel 1990, quando apprese della scomparsa, avvenuta in rapida successione, di Althusser, Benoist e Loreau, ha osservato che ogni morte è la fine di un mondo, ogni volta unico, che non potrà mai più tornare né rinascere'. Ogni morte è la perdita di quel mondo, per sempre e irreparabilmente. La morte è, potremmo dire, il fondamento empirico ed epistemologico dell'idea di unicità”. (Paura liquida)
Per quanto il nostro tempo abbia cercato di addomesticare la morte, di sottrarre l'evento dalla tragedia, anche se la morte è stata anestetizzata, allontanata o mascherata, non siano diventati immuni dalla paura. Non riusciamo ad abituarci all'evento della morte, alla sua banalità, alla sua quotidianità. L'evento della morte evoca in noi qualcosa di irreparabile, irrimediabile e definitivo. Morire significa che da un certo momento in poi nulla più accade, niente si può percepire, vedere o pensare. Nulla potrà più provocare piacere o dolore. La morte rimane incomprensibile per chi vive, non si lascia nemmeno immaginare. Se di un evento possiamo immaginare una ripresa o una continuazione, della morte non possiamo immaginare nulla. Non potremo mai rappresentarci un mondo che non contenga più noi stessi, i nostri cari. La morte cancella tutti gli affetti e tutto ciò che abbiamo imparato.
Nonostante tutto quello che facciamo per prepararci alla morte, la morte ci troverà impreparati. È una sorta di beffa finale con cui si chiude la vita. Rappresenta la nostra impotenza, la nostra precarietà. La morte non si può sanare. Però gli uomini sanno che essa è inevitabile. Solo gli uomini sanno questo e riescono a sopravvivere con questa consapevolezza. Ma la vita diventa più difficile.
Per questo motivo non credo abbia qualche efficacia l'insegnamento degli stoici che dicono che non occorre affezionarsi troppo a se stessi, alle cose e alle persone, perché tanto la morte è inevitabile, è un elemento della vita. E non convince neppure l’altra riflessione di Epicuro, il quale dice che finché ci siamo noi non ci sarà la morte, e quando ci sarà la morte non ci saremo noi. Perché fino a quando siamo in vita, siamo accompagnati dall'idea della morte, abbiamo la consapevolezza che prima o poi la morte porrà fine alla nostra esistenza, e quest'idea non si può neutralizzare.
Nel corso della loro esistenza gli uomini hanno anche cercato di negare che la morte sia qualcosa di definitivo, di irreversibile. La religione dice infatti che la morte è un passaggio da un mondo ad un altro mondo o ad un altro stato, che è un po' come dire che qualcosa dell'uomo non si dissolve, ma permane anche oltre la morte stessa. Cambia solo la condizione della vita. Anzi, per la religione la vita stessa inizia proprio con la morte.
Però non è eludendo la paura della morte che noi diventiamo più uomini. Dobbiamo imparare a convivere con la morte, a guardarla in faccia, perché si presenta in ogni momento della nostra vita e caratterizza la nostra esistenza. Non ci possiamo disinteressare. Dobbiamo ricordarci che siamo mortali. In questo modo conferiamo degli scopi alla nostra vita che danno senso al tempo che viviamo, in ogni momento unico. È attraverso il ricordo della nostra mortalità che noi diventiamo uomini, perché non accogliamo la morte all'ultimo momento, come un momento finale, ma sappiamo che dobbiamo vivere la nostra vita terrena in modo esclusivo, prezioso. Il mondo vivrà dopo la nostra fine, sarà abitato da altre persone. Ma sarà un mondo che non potremo sperimentare. E la sofferenza, come dici tu, deriva dal fatto che proprio coloro che hanno reso possibile la nostra vita, se stanno andando; coloro che l'hanno resa unica, diversa, piena stanno scomparendo, ci stanno lasciando. Proprio coloro che hanno lasciato una traccia duratura nella nostra esistenza e ci hanno permesso di conquistare la nostra umanità; ma anche di dare forma alla nostra visione del mondo, di costruire i nostri affetti e di comprendere quanto è importante, indispensabile e vitale la relazione. I nostri cari ci hanno insegnato a custodire la relazione, a conoscere che la bellezza sta anche nella precarietà, che la relazione deve essere curata, perché possa essere autentica, vera. Sono loro che ci hanno insegnato a distinguerci dall'anonimato, a custodire i legami d'amore, ci hanno aiutato dare un volto a noi stessi, per diventare riconoscibili prima di tutto a noi stessi e poi agli altri. A non essere confusi nella massa anonima. Le relazioni con i nostri cari ci hanno consentito di essere riconoscibili. E noi sappiamo che siamo composti dai volti degli altri, dai dialoghi intessuti con gli altri, da queste presenze invisibili che anche distanza di tempo continuano a muoversi dentro di noi. Sono delle impronte importanti che hanno plasmato la nostra individualità. Sono delle relazioni gratuite che nella loro disponibilità ci hanno permesso di guardare il mondo. Ci hanno permesso di dare un'identità al nostro nome, di passare dalla forma indistinta che è data dal nostro semplice venire al mondo ad una forma distinta, individuale, unica. Allora nella morte degli altri perdiamo parte della nostra unicità, viene meno chi ha arricchito la nostra vita, chi ha lasciato delle tracce, chi l’ha resa possibile. La morte può annientarci come soggetti, perché gli innumerevoli individui che hanno dato corpo alla nostra identità escono gradualmente della nostra vita e dalle nostra relazione lasciandoci più soli. Sono coloro che hanno reso autentica nostra esistenza e ci hanno salvato dal vuoto dell'anonimato e dal vuoto delle esteriorità. Adesso dobbiamo attraversare la vita e conquistare altre relazioni, perché noi siamo vivi solo nelle relazioni. Dobbiamo imparare anche noi ad offrire la relazione e la vita agli altri, e a formare la nostra vita con le persone che ci sono ora. Dobbiamo immaginare la nostra vita con altre persone e creare nuove relazioni con loro. Se non facciamo questo, la morte degli altri conduce alla nostra stessa morte, alla paralisi degli affetti, alla paralisi del pensiero e dell'azione. Abbiamo troppa paura del vuoto che genera la morte, di questa voragine gigantesca in cui la nostra sensibilità e la nostra energia sembrano affogare. L'altro che muore ci chiede però di non rinunciare alla nostra identità, e di non guardare solo retrospettivamente, immobilizzando il passato, o mitizzandolo. La morte dell’altro ci richiama alla nostra vera condizione, ossia al fatto che siamo al mondo insieme agli altri e per gli altri, e che solo nella modalità del dono e dello scambio possiamo essere vivi. Perché l’assenza non sia “devastante” dobbiamo trasferire la relazione alle persone che ci stanno vicino, dobbiamo consentire nuovi innesti con le persone e alimentare le relazioni affinché fioriscano e nutrano. È solo nel dialogo con gli altri che manteniamo un ricordo autentico dei nostri cari e sentiamo che il nostro passato è al sicuro; perché nelle relazioni la vita che ci ha generato prosegue e nel suo procedere è al sicuro. Non è al sicuro nella mummificazione, ma è al sicuro nella corrispondenza con gli altri. Possiamo conservare la memoria dei nostri cari solo nell'attenzione che abbiamo per gli altri, solo se mettiamo in gioco la nostra esistenza con le altre persone. La consapevolezza di ciò che ha nutrito la nostra vita deve diventare disponibilità e apertura agli altri. Attraverso la relazione con gli altri sentiamo che il passato si salva dentro di noi, con noi. Non dobbiamo dunque scartare la morte dalla vita, dobbiamo accettarla e considerare che fa parte della vita stessa. Anche se la morte sottrae consistenza al nostro corpo, ci rende più fragili e insicuri, ci fa però anche sentire che ogni riparo nelle cose esteriori, mondane è inutile e fasullo. Non saremo mai del tutto protetti e sentiremo sempre la nostra precarietà, e a volte in modo molto forte. Il ricordo delle persone care è parte della nostra vita. La nostra vita funziona se è in relazione anche con queste persone, che continuano ad avere anche un'autorità su di noi: morale, di esempio, di costanza nelle difficoltà. Ricordiamo con affetto proprio quelle vite che sono state capaci di compiere delle scelte, di essere fedeli, di respingere la falsità e il compromesso. La vita di chi non c'è più è stata assorbita dalla nostra vita, nella nostra vita, è diventata parte di noi, dei nostri sguardi, della nostra valutazione del presente e delle nostre decisioni. Guardiamo a queste persone e ai loro comportamenti, alle loro battaglie e alla loro capacità di resistere nei momenti difficili. Non solo la loro morte è penetrata dentro di noi, ma anche la loro vita. È vero: ci vuole un “lento e doloroso percorso per ritrovare la normalità”; ma le persone sono vive dentro di noi, indispensabili; molto spesso sono la nostra compagnia, sono sempre in dialogo con noi, un’energia che ci spinge a generare incontri e a rendere più vere le nostre relazioni. In qualche modo, invitandoci a originare altre relazioni ci aiutano a non avere più paura della morte stessa.

Un caro saluto,
Alberto

lunedì 8 dicembre 2008

Le aspettative


Caro professore,
Mi piacerebbe sapere la sua opinione riguardo un particolare aspetto della mia vita che in questo momento suscita in me tristezza e desolazione... il mio problema, se così può essere definito, è abbastanza personale e riguarda le terribili aspettative e che incombono su di me come una affilata spada di Damocle. Soffro molto per queste aspettative che sono riversate sulla mia persona in particolare dai miei genitori, e la mia più grande paura è quella di non esserne all'altezza e di deluderli. In questo modo il reale scopo della scuola, cioè quello di apprendere, confrontarsi ed anche divertirsi passa in secondo piano e tutto si trasforma in una serrata lotta voto a voto per essere i migliori, per rendere i genitori orgogliosi dei propri figli... ma che senso ha tutto questo se alla fine non si riesce neppure a realizzare il proprio scopo? La nostra vita inizia ad essere vissuta solamente in funzione del giudizio delle altre persone e l'unica cosa che veramente ci interessa è il risultato finale. Eppure non dovrebbe essere così: bisognerebbe essere felici di poter imparare e trascorrere il tempo a scambiarsi le idee invece di tentare in ogni modo di distruggere l'opinione altrui in continui ed inutili scontri solo per apparire, risultare "i migliori "
""...
... che tristezza...
Alice



Dici bene, le aspettative degli altri pendono sopra di noi come una spada di Damocle. Essere al centro di uno splendido banchetto, ma sapere che sopra di noi vi è una spada sguainata appesa a un solo crine di cavallo tramuta la gioia in ansia, la spensieratezza in timore, il nostro agire in angoscia. Cominciano presto, le aspettative. Prima quelle dei genitori, poi quelle degli insegnanti, degli amici, dei colleghi; nella scuola, a casa, nel luogo di lavoro. Poi anche nelle attività libere, nello sport, negli hobbies. Tutti si aspettano qualcosa da noi, e noi sempre a chiederci se saremo in grado di soddisfare le aspettative degli altri. Così ci carichiamo di bisogni da soddisfare e non riusciamo più a sentire la voce interiore delle nostre necessità. Sovrapponendosi alle nostre, talvolta le attese degli altri diventano le nostre attese; i loro desideri si trasformano per noi in doveri e mete da raggiungere. Desideriamo quello che gli altri desiderano per noi, per poter essere accettati, per non deludere genitori, insegnanti e amici; e, a volte, – anche inconsapevolmente - pensiamo persino che il nostro valore dipenda dagli obiettivi che riusciamo a raggiungere nella vita. Il buon Kant nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785) aveva proposto di seguire questa legge morale: “Agisci in modo da considerare l’umanità, sia nella tua persona sia nella persona di ogni altro sempre anche come scopo e mai come mezzo”. Considerare una persona come un fine significa considerare che ha un valore in sé e non per gli obiettivi che raggiunge. Se da una parte non dobbiamo usare gli altri come mezzi per raggiungere le nostre mete, dall’altra non dobbiamo neppure utilizzare la nostra persona solo come una macchina per conseguire degli scopi. Il valore di una persona non dipende dagli obiettivi raggiunti, è bene ricordarlo. Certo, è importante avere delle aspettative. Motivano la nostra azione in una direzione o in un’altra, ci permettono dunque di esplorare i nostri interessi e di coltivarli. Gli psichiatri dicono però che le aspettative dei genitori sono la matrice di tutte le attese senza fine in cui siamo immersi nel corso della vita. Poiché non riusciamo a sottrarci, come dici tu, possono diventare “terribili” e farci soffrire. A volte le attese sono esagerate e noi ci dobbiamo trasformare negli eroi delle fiabe e combattere con mostri e draghi per sentirci accettati, per veder brillare gli occhi dei genitori e degli insegnanti, per sentirci dire “bravo”, “brava” o “ti voglio bene”. Se le aspettative sono troppo elevate ci sentiamo inadeguati o rifiutati. Sviluppiamo un senso di inferiorità e per meritare l’approvazione dei genitori siamo disposti a sobbarcarci fatiche da Ercole, per non deluderli e per ottenere la loro approvazione. Uno psichiatra francese contemporaneo, Alain Ehrenberg, ha per questo intitolato un libro proprio: La fatica di essere se stessi [Einaudi, 1999], in cui sostiene che una volta le depressioni erano provocate da eccessivi divieti, mentre oggi queste sofferenze si manifestano come “malattie della responsabilità, in cui predomina un sentimento d'insufficienza: il depresso non si sente all'altezza, è stanco di dover diventare se stesso”. Troppo spesso ci sentiamo inadeguati, non ci sentiamo all’altezza. Ma siamo davvero stanchi di dover continuamente diventare noi stessi attraverso nuovi standard da raggiungere, nuove prove da superare. Questa continua corsa per essere accettati provoca sofferenze e sensi di colpa. Allora che cosa fare? Vale la pena di indagare che cos’è veramente un’aspettativa, poi lo potrai ricordare ai genitori e a noi insegnanti. L’aspettativa è un’attesa. Attendere significa aspettare (expectare), e aspettare è un guardare (spectare). Allora l’aspettativa è un attendere che presuppone un guardare. Chi guarda è vicino, si dice anche che una persona che ci guarda ci accompagna con lo sguardo. Ci sono dunque due bellissime componenti nell’aspettativa: l’osservazione e l’attesa. Bisogna dunque che noi educatori impariamo veramente a guardare e che impariamo maggiormente ad aspettare. Guardare da vicino e aspettare. Così si cresce e ci si sente compresi. Chi sa guardare non sovrappone la propria volontà a quella dell’altro, ma lo guarda nel suo sviluppo, lo accompagna con lo sguardo. E attende. Perché nessuno si può sostituire all’altro, anche chi ci ama profondamente non può sostituirsi a noi nelle difficoltà della vita.
Hai capito una cosa molto importante: se badiamo solo alla meta, perdiamo di vista la bellezza e il valore della quotidianità. Il grande filosofo Nietzsche ha scritto pagine molto belle sul fatto che spesso ci dimentichiamo di vivere il momento presente che è unico, per vivere come in un tempo lineare dove ogni attività in cui oggi ci impegniamo avrà un senso in futuro. Come se ciò che facciamo fosse solo in funzione di qualcos’altro. Anche tu dici: Eppure non dovrebbe essere così: bisognerebbe essere felici di poter imparare e trascorrere il tempo a scambiarsi le idee. È vero: dobbiamo infatti imparare a dare valore alle cose che facciamo nel momento in cui le facciamo. E allora anche gli adulti si devono rendere conto che senza imporre il loro ritmo al cambiamento, alla crescita degli altri, possono seguire passo passo le loro metamorfosi. Anche gli adulti devono saper aspettare, perché come dice il filosofo: “Abbiamo tutti, celati dentro di noi, giardini e piantagioni e, per usare un'altra similitudine, siamo tutti vulcani in via di sviluppo, che avranno la loro ora di eruzione: se questa sia vicina o lontana, francamente non lo sa nessuno, neppure il buon Dio”.
Un caro saluto,
Alberto

Futuro


Caro professore,

Ciò che spaventa di più, quando si è giovani, è la paura del futuro. Sicuramente perché ciò che non si conosce fa paura, insinua dei dubbi che solo col tempo troveranno risposte. “Cosa ci riserva il futuro?” Penso sia una domanda che si sono posti tutti, e che provoca in noi un senso di incertezza. Una persona quando non sa cosa le aspetta, ha paura di non essere all'altezza delle situazioni e soprattutto di deludere le persone che stanno accanto. Almeno una volta nella vita tutti hanno riflettuto sul tema del futuro, e sarebbe interessante sapere se c'è qualcuno che già tessuto la trama di cosa ti aspetta, come se il futuro fosse un vestito già pronto per te, che attende solo di essere indossato. Oppure ci può essere una teoria, per la quale siamo noi gli artefici del nostro destino. Perché chi può dire che le scelte di una persona compie siano effettuate realmente da lei, e che non ci sia qualcuno che le abbia già stabilite e prese al posto suo? Penso che nessuno potrà mai dare risposta, perché nessuno realmente sa come funziona tale " meccanismo ". Sempre appartenenti al tema del futuro, in quello più lontano, vi è la morte, altra sconosciuta, con la quale però tutti prima o poi devono fare i conti. Sull'idea del "cosa succederà dopo” invece ognuno può immaginarla diversamente, soprattutto perché ciò spesso dipende dal punto di vista di una persona, se è credente o atea. Entrambi i temi, futuro e successivamente morte, sono travolti da un alone di mistero che nessuno riuscirà a penetrare, quindi non ci resta che aspettare ed affrontarlo.
Fabiola



«La vita degli stolti è spiacevole e piena d'ansia; è tutta protesa verso il futuro», dice Seneca (Lettere a Lucilio). Siamo incerti e ansiosi nell’attesa del futuro e fatichiamo ad adattarci al presente, a differenza degli animali che, come ricorda Seneca, fuggono dai pericoli che vedono e una volta fuggiti si sentono al sicuro, noi ci tormentiamo per il futuro e per il passato. Quando andiamo indietro nel passato aumentano o si rinnovano il tormento e la paura, ma anche quando andiamo incontro al futuro ci anticipiamo delle paure. Spesso ci agitiamo solo per dei sospetti, “perché ciò che non si conosce fa paura”; non verifichiamo la fondatezza delle nostre paure e ce le portiamo dietro. Ci portiamo dietro l’angoscia. Spesso rimandiamo al futuro la cura di noi stessi, lasciamo scorrere il momento presente e pensiamo che avremo tempo di prenderci cura di noi in futuro. A volte le preoccupazioni sono eccessive, e pertanto dobbiamo imparare a valutare le paure e a comprendere che ciò che temiamo non è poi così grave. Seneca invitava Lucilio ad avere il dominio su se stesso, affinché la sua mente non fosse agitata da pensieri capricciosi; fosse ferma, salda, soddisfatta di se stessa, sapesse dunque riconoscere i veri beni che rendono autentica la vita degli uomini, senza sentire il bisogno di prolungarne eccessivamente la durata. Lo invitava a non riporre la gioia negli affanni della vita che sono causa di dolore. Se ci limitiamo a rincorrere l’esteriorità e ci affanniamo per ottenere sempre più beni materiali, ci comportiamo come un ubriaco che pagherà “la follia di un’ora con una nausea lunghissima”.
La saggezza è gioia, e il saggio è sereno perché la sua gioia nasce da dentro, dalla propria coscienza, dalla propria virtù, ossia dalla propria attività, dal fatto di essere uomo giusto, temperante. La ragione è arbitra del bene e del male; ma, occorre ricordarlo, le cose esteriori non sono né bene né male, sono accessori. Non bisogna rendersi più gravosi e opprimersi cono i lamenti e le preoccupazioni; troppo spesso è la nostra suggestione ad ingigantire le ombre.
Bisogna farsi coraggio. A volte sottovalutiamo noi stessi e siamo ingrati per i beni ricevuti proprio per questa eccessiva brama di futuro.
Allora, per non avere paura bisogna accontentarsi? No, ma dobbiamo fare attenzione a non essere, dice l’autore, come un “secchio bucato” che lascia uscire tutto ciò che riceve. (“Accontentiamoci dei beni di cui abbiamo già goduto, purché non ce ne siamo abbeverati con animo simile a un secchio bucato, che lascia uscire tutto ciò che riceve”).
Se in passato la distanza temporale che separava dal futuro sembrava facilmente percorribile, lasciava intravedere un orizzonte, il futuro oggi sembra davvero impenetrabile e inconoscibile; tentiamo vanamente e inutilmente di affannarci per immaginare la condizione di questo mondo che deve venire. Ma questo mondo è un mondo senza precedenti che non ci permette di essere immaginato. Ciò che non esiste ancora non si lascia per niente immaginare. I cambiamenti sono talmente rapidi che ogni giorno arrivano delle novità che aprono immagini diverse del futuro, ad un ritmo crescente che spesso supera l’immaginazione. Non riusciamo neppure più ad attenderci il futuro, perché non riusciamo ad immaginarlo. Una volta si attendeva il futuro, perché in qualche modo si riusciva ad immaginarsi nel futuro, oggi una modificazione nelle scoperte e nella tecnologia condiziona talmente tanto le condizioni di vita che il futuro non si lascia più immaginare e noi non sappiamo più che cosa vogliamo diventare in modo chiaro. I cambiamenti sono rapidissimi e giustamente, come dice Bauman “Ma sono l'insicurezza del presente e l'incertezza sul futuro a covare e alimentare le nostre paure più tremende e meno sopportabili. Insicurezza e incertezza nascono a loro volta da un senso di impotenza: singolarmente, a gruppi o collettivamente, sembriamo avere ormai perso il controllo delle questioni che riguardano le nostre comunità, come lo abbiamo perso delle questioni che riguardano il pianeta, e siamo sempre più consapevoli che difficilmente supereremo il primo handicap finché consentiremo al secondo di permanere” (Paura liquida). La paura nasce da un senso di impotenza, abbiamo paura di aver perso il controllo sulle questioni importanti che riguardano la vita individuale futura e anche di quella collettiva. Vi è un senso di instabilità, la difficoltà ad immaginare una vita accettabile, soddisfacente, gioiosa. L’impotenza, a volte, ci fa desiderare il futuro come “un vestito da indossare” diventa impazienza verso il futuro e paura del futuro. Eppure ognuno di noi sembra abbandonato a se stesso, sembra che cerchi delle scorciatoie per giungere rapidamente al futuro, per essere al sicuro. Sentiamo la nostra impreparazione e la nostra inadeguatezza, perché il futuro non ha più un riferimento. E allora diventiamo spesso indifferenti del presente, chiusi nelle nostre frustrazioni e nel nostro senso di impotenza. Il futuro incerto spalanca l’impotenza della nostra azione e della nostra previsione. La paura dice Bauman è il nome che diamo all’incertezza, perché sappiamo che non è in nostro potere affrontare questo futuro. Eppure la paura vi è sempre stata, se si pensa all’Europa medievale o del Cinquecento. La modernità sembrava aver fatto un passo avanti, il progresso era l’utopia per arginare la paura, ma la paura è ritornata. È pervasiva, penetra nei nostri pensieri, attraversa le nostre certezze, si incunea nei nostri progetti, li corrode. Non ci lascia sperare e ci tiene legati al presente, a consumare la vita nel presente.
Tutto è incerto, Fabiola. Nel suo linguaggio, Seneca dice di chiudere ogni giorno i conti con la vita. La brama del futuro ci logora l’animo, temiamo di “non essere all’altezza”, o di “deludere qualcuno”. Se siamo in balia del futuro il presente diventa vano, insignificante, nullo, da superare. Non consegniamo solo al futuro la rivelazione della nostra vita. Non guardiamoci nello specchio del futuro, pensando che solo il futuro rivelerà il significato dei nostri giorni, non facciamo naufragare la nostra ragione nei pensieri di un tempo lontano. Non possiamo prevedere il futuro, ma possiamo accettare che la vita si riveli attimo dopo attimo. Accettiamo dunque che una parte di nebbia avvolga il nostro futuro, guardando meglio i passi che quotidianamente compiamo. Siamo certamente gravidi di futuro, ma siamo come semi che col tempo germoglieranno. Una piantina che cresce non è bella solo quando è maestosa, ma è bella in ogni momento: quando è piantina e quando ha raggiunto un altro grado di sviluppo. Ad ogni fase è bella, e nello stesso tempo compiuta. Non consideriamo la nostra vita presente come un esilio, una lontananza dalla vita vera che avverrà in futuro, in attesa di una terra vera. Non siamo in esilio, stiamo già vivendo. Non possiamo dominare il futuro, possiamo attingere energia e gioia dalle varie sfaccettature del presente, per rendere sana la vita che si sviluppa in noi. Siamo proiettati nel futuro, ma dal futuro dobbiamo anche saperci liberare, per non diventare schiavi delle nostre immagini o delle immagini che qualcuno vuole disegnare per noi. Accogliamo la vita, giorno dopo giorno. La vita non trova compimento nel raggiungimento di una meta, non è una corsa, la vita trova il suo compimento soprattutto dallo sguardo sul paesaggio che accompagna il nostro movimento.
Un caro saluto,
Alberto

giovedì 12 giugno 2008

Il senso della nostra vita


Caro professore,
Un problema che mi attanaglia, a cui non riesco e presumo nessuno riesce e riuscirà a rispondere e mi colpisce a tal punto da doverlo riporre in uno dei cassetti più remoti della mia mente: sto parlando di quale potrebbe essere il senso della nostra vita, se c'è un progetto divino dietro essa, se siamo solo degli oggetti al comando di un essere superiore, oppure se siamo veramente solo un ammasso di atomi, se siamo qua perché il ciclo naturale delle cose vuole così. Legato a ciò è il problema della morte, con quale da un po' di tempo ho imparato a convivere, trattando l'argomento con indifferenza. Per finire le pongo un quesito: se io alla fine della mia vita posso ritenermi soddisfatto e posso dire di aver dato un senso la mia esistenza?
P.S. Quando sarò vecchio cambierò la mia posizione su questi dubbi? Carlo Giovanni.


Il tumulto dei sentimenti, contrastanti e contraddittori, la molteplicità delle opinioni, la difficoltà di conciliare le varie convinzioni in una coerente visione del mondo, il mutamento improvviso delle certezze, aumentano il nostro senso di insicurezza esistenziale. Siamo condannati alla libertà, ma siamo sempre esposti al dubbio. Talvolta, quando siamo meno assorbiti dai rumori del mondo, ci chiediamo che senso abbia il nostro fare, che ne sarà di noi. Siamo solo un aggregato di atomi, come dicevano epicurei e stoici, o la nostra vita ha un senso che va oltre. Possiamo sapere se esiste un senso della vita esterno all’uomo o siamo condannati a muoverci nel mondo senza mai scoprire il motivo per cui siamo al mondo? “Ogni cosa ha la durata d'un giorno, sia chi ricorda, sia chi è ricordato”, scrive l’imperatore Marc’Aurelio nei suoi Ricordi. E poi aggiunge: “Infatti tutto dilegua e tosto diviene leggendario e presto sarà anche travolto totalmente dall'oblio. Io, naturalmente, alludo a quelli che, in certo qual modo, rifulsero per straordinario splendore; ché, riguardo agli altri, appena esalato l'ultimo respiro, son «dileguati, ignoti»”. E allora consiglia di accettare il destino, di accogliere con la ragione quanto non piace alla nostra sensibilità: “Non smettere di osservare come tutto abbia origine da una trasformazione, e abituati a comprendere che la natura non tende che a trasformare le cose esistenti, a crearne altre della medesima specie, perché ogni cosa è in certo qual modo il germe di quella che nascerà da essa”.
Ma ogni cosa è solo materia per generare nuove forme, gli atomi sono solo pezzi di un puzzle che si ricompongono in modi diversi a formare nuove sagome come in un semplice gioco combinatorio? La ragione può anche accettare la razionalità delle proposizioni degli stoici, ma la volontà dell’uomo e le emozioni spesso respingono o rigettano quelle conclusioni. L’emotività, gli affetti, ma anche il senso della giustizia impongono alla ragione di cercare nuove risposte, la sospingono ad indagare ancora e a non arrendersi. Il grande psichiatra viennese Victor Frankl, in Come ridare senso alla vita, 2007, racconta un episodio di quando era ragazzo: “Sono passati ormai cinquant'anni da quando il mio professore di storia naturale alle scuole medie, camminando su e giù per la classe, affermava: « La vita, in fin dei conti, non è altro che un processo di combustione, di ossidazione ». Al che io, senza chiedere la parola, balzai in piedi e con foga gli tirai secca questa domanda: «E va bene; ma allora che senso ha tutta la vita?»”. Sentiamo il vuoto esistenziale, qualcuno dice l’assurdità o la gratuità dell’esistenza, ma siamo come dei naufragi abbandonati nel mare della vita. Il senso di un oggetto va oltre i pezzi di cui è formato: anche se ho tutti i pezzi di un orologio, ingranaggi, rotelle e lancette, la loro somma non fa ancora un orologio. Questo vale anche per l’uomo. Non è nella somma delle sue componenti che si trova il senso della vita. Al di là dei significati religiosi che si possono attribuire a questa domanda e che, se vuoi, prenderemo in considerazione un’altra volta, per ora cerchiamo di rimanere nell’ambito del finito. Il senso dell’esistenza non può essere dato da un’altra persona. Oppure ci può essere suggerito, indicato, consigliato, per una ragione o per un’altra. Il senso della vita però deve essere trovato. Ognuno trova il suo. Diceva Nietzsche: « Chi ha un perché per vivere, sopporta qualsiasi come vivere». Vale a dire: chi riesce a dare un senso alla sua vita, è aiutato da questa consapevolezza a affrontare con successo la complessità delle situazioni in cui deve agire e anche i suoi smarrimenti interiori. Spesso dobbiamo solo essere incoraggiati a ricercare un significato per la vita, perché talvolta i significati che le abbiamo attribuito si logorano e non reggono la prova del tempo e delle esperienze. Io non credo che il senso della vita si comprenda alla fine, il senso della vita è ciò che guida la tua esistenza e ti permette di viverla pienamente. In questo modo, quando la nostra fiammella si spegnerà, sarai comunque certo di aver vissuto.
Un caro saluto,
Alberto

Libri per l'estate


Libri (a scelta) consigliati per l'estate
Classe IIA Liceo Classico Bra
Filosofia

1. AA.VV., Della bella morte. Tra eroismo, onore, dignità: la libertà di morire nel mondo antico, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2008, € 5,00;

2. Abelardo Pietro, Storia delle mie disgrazie. Lettere d'amore di Abelardo e Eloisa, Garzanti Libri, 2007, € 12,00;

3. Agostino (sant'), Le confessioni, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2007, € 12,00;

4. Agostino (sant') (è un cd da ascoltare), Nutre la mente solo ciò che rallegra. Le «Confessioni» di Sant'Agostino. Con CD Audio, Vita e Pensiero 2007, € 20,00;

5. Galilei Galileo, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2008, € 15,00;

6. Galilei Galileo, Sidereus nuncius. Testo originale a fronte, Marsilio, 2001, € 14,00;

7. Hume David, Storia naturale della religione, Laterza, 2007, € 7,00;

8. La Rochefoucauld François de, Massime, Newton Compton, 2005, € 4,00;

Lucrezio Caro Tito, Vivere laico, Mondadori, 2007, € 7,00;

Montaigne Michel de, Il benessere fisico e spirituale, Mondadori, 2006, € 7,00;

Montaigne Michel de, Della saggezza, Rubbettino, 2006, € 10,00;

Natoli Salvatore, Guida alla formazione del carattere, Morcelliana, 2006, € 10,50;

Natoli Salvatore, Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli, 2005, € 7,00 ;

Nietzsche Friedrich, Lettere da Torino, Adelphi, 2008, € 15,00;

Pascal Blaise, Pensieri, Garzanti Libri, 2007, € 12,50;

Scola Angelo, Flores D'Arcais Paolo, Dio? Ateismo della ragione e ragioni della fede, Marislio, 2008, € 9,00;

Storia

Anders Günther, Discesa all'Ade. Auschwitz e Breslavia, 1966, Bollati Boringhieri, 2008, € 16,00;

Anders Günther, Noi figli di Eichmann, La Giuntina, 1995, € 10,00;

Arendt Hannah, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 2003, € 9,50;

Deaglio Enrico, La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Feltrinelli, 2003, € 5,68;

Hachiya Michihiko, Diario di Hiroshima, SE, 2005, € 19,00;

Levi Primo, I sommersi e i salvati, Einaudi, 2007, € 9,00;

Revelli Nuto, L'anello forte, Einaudi, 2005, € 14,00;

Revelli Nuto, La guerra dei poveri, Einaudi, 2005, € 12,50;

Revelli Nuto, Il mondo dei vinti, Einaudi, 2005, € 12,80;

Rigoni Stern Mario, Il sergente nella neve, Einaudi, 2008, € 8,50;

Schneider Helga, Il rogo di Berlino, Adelphi, 1998, € 9,00;

Sereny Gitta, In quelle tenebre, Adelphi, 1994, € 13,00;

Vonnegut Kurt, Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini, Feltrinelli, 2005, € 7,00;