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Cor-rispondenze

sabato 31 maggio 2014

Cherasco storia 2014

 
Premio Cherasco storia 2014

 
Gli studenti del Liceo Scientifico di Cuneo, del Liceo Classico di Alba e del Liceo Classico di Bra 



 
 Il prof. William V. Harris, autore del libro Due son le porte dei sogni, Laterza 2013.

 
 


 
 
 

lunedì 5 maggio 2014

Studiare in spiaggia




Caro professore,
pochi giorni fa mi trovavo al mare e dati i miei non brillanti voti in alcune materie di studio ho deciso di portare sulla spiaggia con me i libri. In un momento di pausa durante le letture, mi sono incantato a guardare una famigliola poco distante da dove mi trovavo. La mia mente viaggiava e per un attimo, riabbassando lo sguardo sui libri, mi sono posto alcune domande: gli sforzi che facciamo nello studio, anche se talvolta piccoli, in realtà servono realmente a qualcosa? A quanto percepisco, tutto sembra un continuo rincorrersi di fatiche, dobbiamo studiare per prendere un titolo di studio, che ci permetta un giorno di avere un lavoro dignitoso, che possa darci soldi per mantenere uno stile di vita medio alto e una serenità che ci viene "consigliata" da un modello di vita da seguire, che fin da piccoli vediamo in giro o alla TV. La vita mi sembra una continua ruota che gira, dove la gente dentro deve correre e saltare gli ostacoli, perché se ipoteticamente uno inciampasse, tutti avrebbero pregiudizi sul perché sia caduto. Voglio dire, dove sta scritto quello che realmente dobbiamo fare? A cosa serve costruirci un futuro? Cosa vuol dire costruirci un futuro? Poco più in là da dove me ne stavo seduto sulla spiaggia c'era un adulto con moglie e bambino vicini, aveva parcheggiato accanto a noi la sua Audi nuova di pacco, tutta bella lucida, sorrideva prendendo il sole con i suoi Ray Ban probabilmente nuovi di pacco, e stava leggendo il giornale. L’uomo aveva un aspetto poco curato, barba incolta e pochi capelli, la moglie sembrava una modella, entrambi davano poche considerazioni al bimbo, che se ne stava a giocare con la sabbia. Io ero in spiaggia con la mia fidanzata, la guardavo mentre prendeva il sole ed era bellissima, io però non potevo stare accanto a lei perché dovevo studiare, e per cosa dovevo studiare? Per un giorno essere come quell'uomo che magari aveva pure le corna da sua moglie mentre pensava a come portare a casa più denaro? A cosa servono realmente tutti i nostri sforzi? Perché vivere di doveri imposti dalla società quando non possiamo godere della felicità che ogni giorno ci viene data gratuitamente? Mi scuso per le troppe domande e il mio lessico un po’ semplice e confuso, non so se capirà bene cosa intendo realmente chiederle...    
Saluti, Andrea (IVD)

Caro Andrea,
Leggendo la tua lettera ho pensato ad una malattia dell’anima che si chiama accidia ben descritta dalla seguente frase dello scrittore britannico Jerome K. Jerome: «Il lavoro mi piace, mi affascina. Potrei starmene seduto per ore a guardarlo». Ma ho provato anche una doppia fitta al cuore. Per la tua fidanzata e per i tuoi vicini. Povera fidanzata. Andare un giorno al mare con un ragazzo che fa i compiti in spiaggia. A meno che tu non la voglia scaricare, non farlo più, perché, se è sana, ti lascerà lei. Ho provato anche una certa compassione per la sventura del tuo vicino. Aveva la macchina nuova, gli occhiali nuovi, la moglie modella, ma forse era cornuto, perché pensava a come portare a casa «di più». E se fosse stata lei ad essere cornuta e lui si fosse infilato gli occhiali per non vedere la sua metamorfosi? E se fossero spuntate ad entrambi le appendici ossee, tacitamente ignari o spudoratamente consapevoli l’uno dell’altra, e il bambino divertito e all'oscuro di tutto avesse scavato delle buche nella sabbia con corna trafugate? E se nessuno della famiglia fosse cornuto? Non ti sembra un’immaginazione un po’ banale? Anche questa senza sforzo? Già, caro Andrea, anche per immaginare ci vuole un lievissimo dispendio di energia, altrimenti si dicono solo banalità per perditempo. Poiché hai avuto modo di contemplare il mondo del tuo vicino e il fascino della tua fidanzata, probabilmente quello che tu chiami “sforzo” per lo studio anche questa volta non è stato un “affaticamento” produttivo. Il problema, purtroppo, non è della società. È tuo. La società non ti obbliga a nulla. Usi le parole «sforzo» e «costruzione», ma ne ignori il significato. Che sforzo hai fatto al mare e cosa hai costruito? Se vuoi crescere, devi capire cosa leggi, se vuoi una relazione, ti devi dedicare, se vuoi fantasticare sui vicini, devi ideare. Se credi erroneamente che la felicità non passi attraverso quei vocaboli, devi invece sapere che è molto più grande e duratura la felicità che discende dalla costruzione di sé di quella che accade “gratuitamente”. Un pianista suona tante ore, ma è libero di inventare e di interpretare, così una ballerina di tango è in grado di disegnare geometrie impensabili per uno che incespica ogni due passi. Fino a quando non stabilisci delle regole, disciplini il tuo tempo e comprendi che i momenti che investi servono per dare forza a te stesso non riuscirai ad essere felice. Dare forma alla propria vita non significa edificare qualcosa che verrà rapidamente annientato da un’onda che si distende sulla sabbia, ma comporre il proprio sguardo sul mondo, il proprio pensiero, e magari anche la tua fidanzata ti troverà più interessante, perché di solito le ragazze non si perdono nel luccichio degli occhiali, ma puntano dritto negli occhi. E se gli occhi sono insignificanti, fissano lo sguardo altrove. Coraggio, Andrea, non ingigantire la sventura, ma organizza bene il tuo tempo.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 21 aprile 2014

Perché siamo qua?




Caro professore,
Una domanda che vorrei porgerle riguarda l’esistenza dell’uomo. Tutti gli uomini durante la propria vita si pongono la domanda: «chi siamo?», oppure «qual è lo scopo della mia vita?». Io mi chiedo: come può pensare l’uomo di prendere decisioni per la propria vita, cosa fare, se non sa neanche la motivazione della propria esistenza?
Jessica, 4D

Cara Jessica,
Nessuno sa quale sia la motivazione della propria esistenza; neppure i genitori scelgono i loro figli specifici, anche se li hanno attesi, pensati e anticipati nell’immaginazione. Siamo nel mondo senza sapere perché. Scriveva Lucrezio che la natura getta il bambino dal ventre della madre sulla riva della luce («in luminis oras») come il naufrago viene scaraventato sulla terra dai flutti del mare agitato. «E il bambino, come un naufrago buttato a riva dalle onde infuriate, giace nudo in terra privo di parola, bisognoso d’ogni aiuto vitale, non appena sulle spiagge della luce con dolorosi sforzi natura l’ha gettato fuor dal ventre della madre». Siamo dunque «nudi a terra» e «privi di parola», scaraventati nella vita. Certo, le religioni ci dicono che per quanto la vita sia per noi incomprensibile non è frutto del caso, ma ogni interpretazione non toglie il peso dello smarrimento e non sottrae l’uomo dal turbamento profondo. Sono molti i filosofi che hanno reso bene l’idea di assenza di giustificazione dell’esistenza con specifiche locuzioni: «essere imbarcati» (Pascal), «essere-gettati» Heidegger, «caduta nel tempo» (Cioran). Anche Goethe (lettera a Lavater del 6 marzo 1776) utilizzava la metafora del mare per parlare della condizione umana: «Sono ora imbarcato sull'onda del mondo, assolutamente deciso: a scoprire, vincere, lottare, naufragare, o saltare in aria con tutto il carico». Gli uomini sono nel mondo senza istruzioni, né formazione né preparazione. In questo senso sentono l’angoscia, un sentimento molto più potente della paura, perché se la paura è determinata da un oggetto, quindi rimosso l’oggetto essa scompare, l’angoscia è una condizione esistenziale che non ha a che fare con nulla di preciso, ma con la semplice consapevolezza della sospensione dell’uomo nel tempo, tra molteplici possibilità. È una condizione così intima e genera un tormento così pervasivo che neppure l’apparato tecnico a cui gli uomini si rivolgono per cercare ogni risposta riesce a rimuovere. L’ingresso nel mondo produce dunque smarrimento, non tanto perché ci troviamo in un labirinto di cui non conosciamo gli estremi, ma perché abbiamo bisogno del labirinto della vita per stabilire chi siamo, perché senza l’intrico del mondo siamo solo organismo, forma indistinta che non può né orientarsi né porsi domande. Siamo nella vita e coinvolti nella storia in un preciso contesto e in un luogo determinato, e a partire da queste condizioni creiamo progressivamente un’idea di noi stessi e della realtà con cui da sempre ci relazioniamo. Perché, come direbbe Heidegger, non siamo nel mondo al modo dell’acqua che è contenuta in un bicchiere. Non c’è un io che si preserva inalterato dentro una scatola nera, come un marinaio su una barca, ma siamo forma che si determina nelle relazioni a partire da precise condizioni. Poiché la nostra essenza (ciò che siamo) è determinata dall’esistenza (dalle scelte che compiamo), siamo da sempre relazione con il mondo dentro un perimetro storico, un’apertura oltre la quale non ci è concesso andare. Siamo gettati, nel nostro caso in un mondo pieno di benessere, di informazioni e opportunità. Un mondo stimolante che oggi come non mai permette di accedere a conoscenze formidabili; in cui, tuttavia, con l’aumentare vertiginoso delle possibilità, sentiamo fortemente il peso della libertà. Dobbiamo prendere decisioni sulla nostra vita, indipendentemente dalle sue ragioni, perché senza scelte – ossia decisioni che eliminano le ambivalenze –, non saremmo altro che un aggregato di molecole che non possono balzare fuori da quello che lo psicoanalista Aldo Carotenuto (1933-2005) definiva il «grande grembo dell’indifferenziazione». Dobbiamo dunque assumerci delle responsabilità. Anche se la vita fosse caso, dobbiamo trasformarla in destino, ossia dobbiamo assumere il passato e le opportunità per dare forma e direzione al nostro cammino. Assumere il proprio destino non significa rassegnarsi all’inevitabile o subire ciò che è fatale, ma stabilire ciò a cui «destinare» la vita attraverso la propria volontà; è dunque il cammino a cui ogni uomo si indirizza per vivere in modo autentico. Sia che la vita abbia uno scopo sia che sia assenza di scopo, l’uomo dà forma al proprio percorso. E una vita buona è una vita autentica. Aldo Carotenuto scriveva che «La nostra vita è autentica non quando sembra scorrere come un placido fiume, non quando appare scevra di difficoltà e impedimenti, ma quando, confrontandoci con essa, sentiamo che ci appartiene, che esprime e descrive ciò che noi siamo, che rappresenta il risultato delle nostre libere scelte».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 14 aprile 2014

L'amicizia cambiata


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Caro professore,
oggi volevo parlarle del rapporto di amicizia tra me e la mia migliore amica. Ci conosciamo da quando avevamo tre anni, ci siamo incontrate all’asilo. Siamo subito diventate due amiche inseparabili, tant’è vero che abbiamo fatto tutte le scuole insieme fino alla terza media, quando abbiamo scelto due scuole superiori diverse. Negli ultimi due anni non ci siamo viste molto, nonostante abitiamo vicine. Abbiamo incominciato a incontrarci e a passare di nuovo del tempo insieme la scorsa estate, ma lei non è più com’era una volta. Mi racconta sempre tutto quello che fa o succede a scuola, alle feste o nella sua famiglia e io, ogni volta che parla, penso che sia cambiata radicalmente, perché ha fatto delle scelte che mai mi sarei aspettata, soprattutto da lei. Continuiamo a vederci e ogni volta mi chiedo che cosa sia successo in due anni per farla cambiare così, o anche cosa sia successo a me. Certe volte cerco di spiegarle come la vedo io, cercando di non ferirla, ma lei sostiene che non è così: dice che non è cambiata lei, ma che sono cambiata io. Questa sua ipotesi mi fa pensare, ma non toglie il fatto che non siamo più legate come prima.
Cecilia, II B

Cara Cecilia,
Cicerone diceva che «L'amicizia non è altro che un’intesa sul divino e sull’umano congiunta a un profondo affetto». Trovo che sia una sintesi efficace, perché insieme all’attaccamento sottolinea un’alleanza sulle dimensioni fondamentali dell’esistenza. Per questo il filosofo riteneva che, «eccetto la saggezza», l’amicizia fosse il dono più grande concesso dagli dei agli uomini. Capita che alcune persone con cui ci relazioniamo in tenera età ci accompagnino per tutta la vita. In questo caso gli amici potrebbero essere rappresentati come due navi che scivolano nel mare, a volte calmo a volte burrascoso dell’esistenza, più vicine o più lontane senza una precisa intenzionalità. Incontrare un amico d’infanzia e riconoscere dai suoi occhi che sono sufficienti pochi minuti per ristabilire l’affiatamento di un tempo, è come riconoscere la stessa nave dopo anni di navigazione. Tuttavia, spesso si avverte che nella traversata la distanza ha provocato uno scostamento di direzione dovuto ad una metamorfosi interiore. Così si scopre che l’allontanamento ha generato divergenze che non si possono colmare neanche ritoccando l’angolo di rotta. Non è solo la lontananza fisica a far affievolire sentimenti e affinità, è piuttosto la metamorfosi interiore, che ogni uomo fatica a riconoscere su di sé, ad essere così vistosa da rendere irriconoscibili anche le migliori amiche di un tempo. Entrambe infatti pensate: «lei non è più com’era una volta». Come su una barca i marinai non si accorgono del movimento perpetuo della corrente e percepiscono incautamente la propria immobilità, così anche le persone cambiano senza avvertire la novità del loro sguardo sul mondo. Solo gli oggetti sono come erano un tempo, gli uomini si trasformano, perché questa è la loro essenza. Ci sono mutamenti in cui si riconoscono, perché intravedono un percorso comune e ci sono evoluzioni che disapprovano in quanto si allontanano da un’immagine precostituita. Così ci si rende conto che la vita non scorre più su una scia parallela o che il rapporto non funziona più, ma occorre considerare che la crescita di ognuno avviene in tempi diversi: c’è chi si attarda a fare scelte per noi importanti e chi sceglie altri itinerari. Alcuni cambiamenti sono irreversibili e l’esteriorità è solo il pallido riflesso di una modificazione che ha una motrice invisibile. Capita così di non riconoscersi o di non approvare l’altro, soprattutto perché non si avverte il proprio inesorabile rinnovamento. Aristotele, che ha scritto pagine bellissime sull’amicizia non solo nell’opera più nota, l’“Etica Nicomachea”, ma anche nella “Grande etica”, affermava che per avvertire anche il nostro cambiamento abbiamo bisogno degli altri: «Poiché dunque il conoscere se stessi è tanto la cosa più difficile, [...] noi non siamo capaci di vedere da noi stessi come siamo noi stessi». Per questo spesso colpevolizziamo gli amici o deprechiamo le loro scelte senza renderci conto del nostro impercettibile, ma inesorabile, mutamento. Aristotele spiega bene questa circostanza e scrive: «e che noi non possiamo conoscere noi stessi risulta evidente da come rimproveriamo gli altri senza accorgerci che anche noi facciamo le stesse cose; e questo avviene per benevolenza o per passione; e molti di noi sono accecati da queste cose, sì da non giudicare rettamente». Solo l’altro rende visibile ciò che è accaduto di ciò che eravamo. In fondo cambiamo persino gusti alimentari, quasi senza avvertirne il motivo: un tempo non amavamo un cibo e in un tempo successivo questo diventa indispensabile. Così registriamo diversamente i fatti, associamo parole e idee in modo inconsueto, perché le esperienze mutano i colori della nostra identità. Allo stesso modo ci sono scelte che allentano fino a sciogliere relazioni che sembravano stabili e immortali. Ma non dobbiamo dimenticare che non contempliamo gli amici dalla terraferma, come quando assistiamo alla proiezione di un film, perché siamo tutti coinvolti dal medesimo movimento, implacabile, del mare sottostante.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 31 marzo 2014

Perseverare nei sogni



Caro professore,
Tutti quanti nasciamo con l’idea di voler vivere una vita che non sia mai monotona, di poter fare per sempre ciò che realmente ci appassiona. Nasciamo col desiderio di poter cambiare le cose, cambiarle in meglio. Fin da piccoli ci abituiamo a coltivare un sogno che spesso sembra poco probabile o molto difficile da realizzare. Crescendo ci lasciamo trasportare da infinite variabili esterne che ci fanno perdere la voglia di crederci fino in fondo. «Tanto ci riesce una persona su un milione», «figurati se fila tutto liscio»; la nostra testa si riempie di dubbi, basta poi qualcuno che aggiunga ulteriore diffidenza ed ecco che tutto rischia di crollare. Se davvero dobbiamo raggiungere un obiettivo non dovremmo mai ascoltare queste voci. Ho visto tanti sognatori restare tali senza capire che sognare non basta più. A me sognare non potrà mai più bastare. Quello che voglio fare è realizzare. Si sa, se si vogliono raggiungere cose che agli occhi di tutti sono difficili, bisogna essere disposti a dare tutto senza fermarsi, e crederci sempre. Noi giovani spesso cominciamo qualcosa e dopo poco tempo lasciamo perdere. Tutto questo perché non sempre siamo in grado di motivarci, non sempre capiamo che è necessario fare dei sacrifici e fare cose che gli altri non sarebbero disposti a fare. Perché non si è più disposti ad inseguire un obiettivo, un sogno, fino alla fine? Insomma, essere disposti a pagare il prezzo che ogni desiderio possiede?
Chiara, 3F
 


Cara Chiara,
La tua lettera è piena di forza e di concretezza: «Sognare non basta più», «A me sognare non potrà mai più bastare». Dici bene: lo sguardo fluttuante, la discontinuità della direzione, gli inevitabili dubbi, il sospetto – anche in buona fede – che proviene dalle persone care, la casualità degli eventi rendono incerti i progetti più arditi o più personali. Confidare nelle proprie idee è pertanto indispensabile, ma per realizzare i propositi è essenziale una forza che gli antichi chiamavano perseveranza. Per dar vita ad un sogno non è sufficiente richiamare l’attenzione su di sé o su un ipotetico progetto incantatore. Seneca, ad esempio, avvertiva Lucilio di stare attento e di evitare coloro «desiderano non progredire, ma farsi notare». Alcune persone sono incapaci di gestire la propria rotta e sono piuttosto trascinate inavvertitamente dalla corrente. Scrive il filosofo: «Pochi sono quelli che regolano se stessi e le proprie azioni secondo un progetto: gli altri, come le cose che galleggiano sui fiumi, non avanzano, ma vengono trasportati; fra questi, alcuni sono trattenuti da un’onda più leggera e spo­stati con più dolcezza, altri sono trascinati da una più violenta, altri sono deposti vicino alla riva da una corrente che si illanguidisce, altri sono gettati in mare dall’impeto delle acque. Perciò, dobbiamo determinare che cosa vogliamo, e per­severare in tale proposito» (Lettera 23, 8). «Determinare cosa vogliamo» e «perseverare» significa che è necessario non solo chiarire a se stessi un obiettivo, ma confermarlo nel tempo; rimanere fedeli a un proposito che si è originato da una passione o da una motivazione intima, senza eccessivi indugi, coscienti che la dedizione implica necessarie rinunce. Seneca sosteneva che la differenza tra il proprio lavoro e quello di altri uomini non consisteva nelle sue presunte maggiori abilità, ma nella disponibilità a lavorare con continuità alla propria opera; considerava dunque la regolarità nell’attività ordinaria come il proprio vantaggio. Quando, considerando la propria vita, valuta se, nonostante tutte le difficoltà, la strada della perseveranza abbia dato i suoi frutti, egli afferma che, se potesse ricominciare una nuova infanzia, impiegherebbe probabilmente soluzioni analoghe a quelle adottate nella realtà. Per questo egli invita spesso Lucilio ad essere forte. In questa instancabile esortazione leggiamo dunque l’invito a non capitolare facilmente al primo refolo di vento contrario: in fondo il perseverante è colui che è in grado di sopportare, ossia di portare su di sé, la fatica. Tommaso d’Aquino, nella “Summa Theologica”, insegna che chi persevera nei propri obiettivi, ha raggiunto un buon equilibrio nel dominare le proprie azioni e afferma che i vizi che si oppongono alla perseveranza sono la «mollitia» e la «pertinacia». Come un materiale molle cede facilmente al tatto, l’uomo molle è colui che non riesce a resistere a nulla: una leggera pressione o una minima difficoltà sconvolgono i suoi propositi. Poiché Tommaso è lungimirante (anticipa il nostro tempo), ricorda che la «mollezza» deriva anche dall’abitudine al piacere facile; egli scrive infatti che «quando uno è abituato ai piaceri, difficilmente sa sopportarne la privazione». Al contrario, l’uomo pertinace è colui che si ostina irragionevolmente a perseverare in un’attività anche se i risultati gli sconsiglierebbero di farlo. Quando uno agisce contro le evidenze contrarie, può sviluppare un attaccamento eccessivo che gli può cagionare sofferenze inutili. Quindi, a patto di non compromettere la propria salute, credo che «bisogna essere disposti a pagare il prezzo che ogni desiderio possiede». Anche Seneca ti avrebbe dato ragione e ti avrebbe sostenuta; egli era convinto – come te – che «gran parte del progres­so consiste nel voler progredire» (Lettera 71, 36).
Un caro saluto,
Alberto


lunedì 24 marzo 2014

Quando la memoria viene a mancare

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Caro professore,
sono fidanzata con un ragazzo da alcuni anni, e ho sempre avuto a che fare con la sua famiglia. Un anno fa suo padre si è ammalato di Alzheimer. Ha soltanto 52 anni e già deve combattere contro questa malattia che inevitabilmente lo divora dentro. In un solo anno è peggiorato moltissimo. A volte entro in casa loro e lui mi sorride, e mi porge la mano per stringere la mia e salutarmi. Io lo guardo, e vedo uno sguardo diverso, commosso, e triste nel profondo. Gli occhi sono cambiati, il fisico è cambiato. E la sua memoria? Svanisce, un po’ alla volta; ogni gesto abitudinario diventa un ostacolo. In quella casa ogni problema è legato alla memoria: i parenti stanno male perché ricordano com’era, e lui sta male perché non riesce a ricordare. Io in tutto questo tempo mi sono fatta tante domande, ma quella a cui non ho mai trovato risposta è: che cosa succede nella sua testa? I medici danno tante spiegazioni, ma parlano di memoria come se fosse un termine medico. Dunque i medici ne parlano e “sanno” cosa sia, i filosofi ne hanno parlato, i cantanti ne parlano continuamente e i poeti con loro. Ma io no, io ne parlo ma non so cos’è la memoria. E vedendo suo padre mi accorgo di dover capire. Quindi mi rivolgo a lei, professore: che cos’è la memoria, in fondo? Io credo che sia come un magazzino in cui risiedono i ricordi; ma quando questo magazzino viene a mancare? Può un uomo vivere senza memoria?
Laura, 4A

Cara Laura,
L’idea che la memoria sia una sorta di “magazzino” in cui ogni uomo preserva i propri ricordi giunge da lontano. S. Agostino, nel decimo capitolo delle “Confessioni”, connota la memoria come una «reggia immensa», una «riserva di immagini e di cose». Scrive Agostino: «Quando io mi trovo là, a mia richiesta si presenta tutto ciò che voglio; certe cose vengono subito, certe altre si fanno cercare più a lungo e tirar fuori come da ripostigli segreti». La memoria tuttavia non deve essere considerata un saldo archivio di documenti o di immagini inalterabili. Non dobbiamo pensare il passato confinato in un abisso ricoperto da una nebbia che di tanto in tanto si assottiglia. Il passato, direbbe Henri Bergson, «ci segue, tutto intero, in ogni istante», è la stoffa della vita, interagisce con il presente e permette ad ogni uomo, che riconosce la propria storia, di comprendere chi è. Non è un caso che il premio Nobel per la medicina Eric Kandel – noto per i suoi studi sulle sinapsi della lumaca marina Aplysia – abbia detto che «io sono quello che sono, perché mi ricordo di quello che sono stato». Là dove, a causa della malattia, la memoria lentamente si dissolve, viene meno anche l’identità, perché l’identità è relazione con il passato e con il futuro. Le persone, normalmente, riprendono dal proprio passato scelte e idee, per confermarle o per metterle in discussione e individuano un percorso nel quale approssimativamente si riconoscono, mentre la vita del malato, non alimentata dal passato e non pungolata dal futuro, perde il proprio sostegno. L’uomo assiste così ad una graduale sparizione di sé. Mi viene in mente il pittore William Utermohlen, colpito dall’Alzheimer. Quando ha scoperto la propria malattia ha iniziato a dipingere degli autoritratti, cercando di segnalare il venir meno della propria identità. Sulle sue tele compaiono figure sempre più essenziali che poco per volta si dissolvono, svaporando nell’indistinto. Questo è stato il suo modo di esprimere ciò che provava e sentiva di sé. La moglie, Patricia Utermohlen, ha detto che «Verso la fine non riusciva nemmeno a riconoscere i propri dipinti ... la cosa più triste». Murata nell’attimo, senza memoria e senza rotta, la vita accoglie ciò che si presenta senza poter dare un senso alle cose. Poiché ogni nostro gesto si nutre di significati che prendiamo dal passato e acquista un senso grazie allo sguardo sul futuro che indica la direzione, vivere un eterno presente è doloroso; infatti, non riconoscendo le relazioni tra le cose si perde il loro senso. Ogni oggetto ordinario diventa nuovo e non si lascia assimilare. Il mondo produce così solo un flusso continuo di immagini dove un’istantanea dilegua sotto la spinta di un’altra, senza durata. E noi sappiamo che nella conservazione e nella continuità di quel «tempo della vita», che come una valanga « ci segue, tutto intero», ogni uomo trova l’orientamento di sé e la bussola per l’esistenza. È terribile vivere senza memoria, per questo il poeta e scrittore portoghese Fernando Pessoa, ne “Il libro dell’inquietudine”, fa pronunciare a Bernardo Soares queste parole: «Sì, quello che sono sarebbe insopportabile se non potessi ricordare quello che sono stato». Poiché nel malato scorre la vita ed è inaccessibile il suo senso, egli, spesso si sente esiliato e piange «come un mendicante il silenzio chiuso di tutte le porte» che la sua coscienza cerca – senza successo – di varcare.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 17 marzo 2014

Donare la stima



Caro professore,
le scrivo perché ho urgente bisogno di aiuto per cercare di far luce su una questione che è maturata in me durante l’estate. Da qualche tempo mi ero resa conto che tra le mie amiche ce n’era in particolare una alla quale tenevo, e tengo tuttora, in modo particolare. Sentivo che questa vicinanza non era dovuta solamente ad un’istintuale simpatia e andando più in profondità ho compreso che ciò che la distingueva dalle altre persone che mi trovavo accanto è che per lei provavo e provo una totale e sincera stima. Allargando lo sguardo mi sono accorta che tra i miei amici un numero molto ristretto gode di questa stima e anche al di fuori della cerchia sono pochissime le persone che stimo profondamente, oltre i miei genitori. Oltretutto alcune di queste persone che avevo preso come punto di riferimento, e quindi di cui avevo molta stima, l’hanno con il tempo persa. Questo lato di me mi fa soffrire perché, proprio nelle persone che mi sono più vicine e che mi potrebbero essere di sostegno nei momenti difficili della mia vita, io non riesco a riporre la mia stima e, di conseguenza, la mia completa fiducia. Allora io mi chiedo: secondo lei, è possibile scegliere di donare a qualcuno la propria stima? E in questo modo, la stima donata può continuare a essere autentica?
La ringrazio per la sua disponibilità,
Letizia, 5B

Cara Letizia,
Il filosofo olandese Baruch Spinoza nell’ “Etica” (1677) scriveva che «la stima è sentire di una persona più del giu­sto, per amore». Forse è anche per questo che «fuori della cerchia» dei famigliari non sono così numerose le persone che godono della nostra stima. Sappiamo che la “stima” nasce come misura, come attribuzione di un valore ad un bene materiale; quando mettiamo in atto questa rilevazione, forniamo una valutazione approssimativa che permette di confrontare un oggetto con un altro. In ogni caso, la stima è un giudizio. Poiché proviene da una decisione, non è mai neutrale, perché rimanda a criteri di valutazione che talvolta avvengono senza neppure precisa consapevolezza, in modo automatico. Possiamo giudicare favorevolmente molte persone, però, in realtà, quelle a cui riconosciamo una certa autorevolezza per la nostra vita sono poche. Alcune amiche, come hai notato, «perdono la [nostra] stima», perché con il tempo manifestano comportamenti e abitudini che si allontanano dai valori che consideriamo irrinunciabili e, in qualche caso, di altre diciamo che non «meritano più la nostra stima». In questo senso, stima e fiducia sono differenti. Mentre siamo disposti a concedere la fiducia anche all’inizio di una relazione affettiva o a persone appena conosciute, la stima necessita di un tempo supplementare e – come dice la parola – di una vera e propria «valutazione». Se la fiducia può pertanto anche essere «incondizionata» o se ci può essere un «credito di fiducia» verso qualcuno, nella stima invece consideriamo il «merito», ossia tributiamo un riconoscimento solo a chi reputiamo degno, per coerenza nei comportamenti, per corrispondenza tra ideali e azioni, per costanza nelle scelte di vita anche nei momenti difficili o per fedeltà alla parola data. In questo senso la stima è qualcosa in più della fiducia, è piuttosto il suo compimento, il suo esito positivo, perché è un dono concesso a seguito di osservazioni e perizie. Tra fiducia e stima avviene qualcosa di analogo al processo di decantazione del vino. Per separarlo da eventuali sedimenti, il vino viene versato in una caraffa e poi si attende che alcuni residui si depositino e il vino si schiarisca. Forse è così anche per la vita: persone investite della nostra speranza vengono osservate nuovamente dopo il filtro del tempo. Il tempo “chiarifica” il vino e filtra le ambivalenze degli uomini. Se la fiducia – come scrive bene la filosofa italiana Michela Marzano (“Avere fiducia”, 2012) – implica «l’assunzione di un rischio», perché siamo disposti a fidarci di qualcuno anche senza inoppugnabili garanzie che quella fiducia sia meritata, la stima non è preventiva, ma deriva dall’idea che il rischio era ben posto, che «l’apertura di credito» si è rivelata una promessa mantenuta. Per questo molti autori dedicano un libro anche ad un maestro o ad un amico. Sentono il bisogno di ringraziare chi ha indicato loro una via, ha permesso loro di vivere una relazione significativa, li ha arricchiti interiormente o li ha resi autonomi e liberi. Non so se si possa «donare la stima», credo che possiamo sempre offrire la nostra fiducia, ma che solo qualche volta tale affidamento si trasformi in stima. Spesso, alcune persone ritenute significative non offrono invece solidi ancoraggi, perché avvertiamo che manca in esse congruenza tra parola e vita, ossia quella corrispondenza che candida ogni persona ad essere considerata un «punto di riferimento». E se accettiamo, con Spinoza, che la stima sia il «sentire di una persona più del giu­sto, per amore», talvolta dobbiamo correggere le nostre aspettative e con molta onestà dobbiamo chiederci se la riduzione della stima nei confronti di alcuni compagni avvenga per «insufficienza di amore» o per necessità di ritornare «nel giusto».
Un caro saluto,
Alberto