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Cor-rispondenze

lunedì 16 giugno 2014

Letture estive

Invito tutti gli studenti del Liceo Artistico di Cuneo (classi 3A e 4A/D) a leggere la Storia della bellezza di Umberto Eco, Milano, Bompiani, 2010, ed. brossura, Euro 15,90.

Storia della Bellezza

lunedì 9 giugno 2014

Bestia o uomo?



Caro professore,
leggendo il libro "Presenza", scritto da padre Renato Chiera, sono venuta a conoscenza di una dura realtà che, ancora oggi, colpisce il Brasile. Ho sempre pensato che il Brasile fosse una terra magnifica, dove problemi così terribili, come la violenza domestica, lo sfruttamento del lavoro, l'abuso sessuale, la prostituzione infantile, il narcotraffico e moltissimi altri, fossero ormai un vano ricordo. Ma ho capito che la gravità di questi problemi persiste ancora oggi. Leggendo alcune testimonianze di bambini e di ragazzi, spesso tra i 5 e 15 anni e a volte anche più piccoli, che avevano subito così tanta violenza sia fisica che mentale, sono rimasta senza parole. Mi sono sembrate inverosimili come se fossero frutto solo di un orribile sogno, eppure tutti quei casi sono realmente accaduti e rabbrividisco solo al pensiero che là fuori ci siano altri casi molto simili, se non peggio, a questi. Mi chiedo come può una madre maltrattare i propri figli o un padre abusare di loro? A volte, immedesimandomi troppo nella loro situazione, mi sono lasciata trasportare dalle emozioni, provando, in alcuni momenti, rabbia e a volte anche odio per coloro che hanno cercato di fare loro del male. Andando avanti nella lettura mi ha commossa un particolare episodio, che don Renato ha intitolato "Sono un cane...". Parla di una bambina, Valeria, che allora aveva solo dodici anni (a sedici anni è stata uccisa con una spranga di metallo, lasciando due figli). Un giorno chiese a don Renato: "Mi lasci dormire là nell'angolo?". "Ma là dorme il cane!" rispose il don. Ma lei ribatté dicendo: "Ma io sono un cane, è quello è il mio posto". Di fronte a questa risposta sono nuovamente rimasta senza parole. Come può una bambina di soli otto anni sentirsi trattata come un cane, se non peggio? Come può la "giustizia", invece di aiutare i bambini e capire il motivo dei loro comportamenti, picchiarli, solo perché considerati delle "fecce" (capaci solo di rubare, drogarsi e prostituirsi) dal resto della comunità? Quei ragazzi avranno pur fatto delle scelte sbagliate, ma come possono seguire la strada giusta da seguire se né la famiglia né il resto della comunità che li circonda sono dei modelli da imitare? Giordano Bruno (1548-1600), frate domenicano di Napoli, diceva che gli uomini si distinguono dalle "bestie" perché dotati di "intelletto". Grazie ad esso l'uomo avrebbe potuto capire cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa è sbagliato. Ma di fronte a queste situazioni di "pianto e paura" dei bambini come possiamo ritenerci superiori agli animali?
Mary Jane, 4A/D

Cara Mary Jane,
James Hillman ne “Il codice dell’anima” riferisce che il poeta inglese Robert Browning, mandato in un collegio a otto anni, si era depresso così tanto da individuare «"il luogo di sepoltura" in una cisterna della scuola, che aveva sul coperchio di piombo l'immagine in rilievo di una faccia. Si figurava che quella faccia fosse il suo epitaffio e, accarezzandola con la mano, recitava: “In memoria dell’infelice Browning"». Abbiamo imparato da Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) e da Friedrich Fröbel (1782-1852) una necessaria attenzione per l’infanzia e da Alice Miller (1923-2010) i danni profondi dell’oppressione infantile. «Rabbrividire» è il verbo giusto, perché quando si penetra nell’orrore si subisce una paralisi dell’intelletto e della capacità di sentire e di immaginare oltre una certa misura, perché tali facoltà sono anestetizzate da un graduale e penetrante gelo interiore. Basta dare un’occhiata ai dati dell’Unicef («i dati della vergogna») per rendersi conto dell’enormità delle sofferenze (in questi giorni i quotidiani descrivono la condizione dei bambini di frontiera sui “trenes de la Muerte” in Salvador, Honduras e Guatemala). Le violenze sui bambini rappresentano la forma più odiosa di violenza, perché i bambini non hanno mezzi per difendersi non solo dalla sopraffazione fisica, ma dalle descrizioni che vengono loro fatte dagli adulti, perché il loro vocabolario, la loro ideazione, i loro sentimenti crescono con quelli dei genitori e in un preciso ambiente. Chi è vissuto tra deprivazioni fisiche e nutrito di parole di esclusione e di violenza, costruisce spesso un’immagine estremamente negativa di sé; gli suonano dissonanti i sorrisi, perché assimila parole di rifiuto; crede di non aver valore, perché non si sente amato; perde progressivamente fiducia nella vita e teme persino il contatto fisico. Danilo Dolci scriveva che «un gatto che cresce abbrancando tra i rifiuti, anche se ha bisogno di tutto non ti salta in braccio, ma fugge via pauroso». Certo, l’uomo si distingue dagli animali perché ha un intelletto più sviluppato, ma per diventare uomo – cioè persona libera e dunque moralmente responsabile – non è sufficiente disporre di un’intelligenza potenziale, è necessario che l’intelligenza si affini nell’empatia, che l’essere umano “senta l’altro”, le sue emozioni, le sue preoccupazioni, il suo sguardo sul mondo. Non bastano le pur necessarie e bellissime dichiarazioni di intenti, come la “Dichiarazione dei diritti del fanciullo” (Ginevra, 1924), la “Dichiarazione sui Diritti del Bambino” (Onu, 1959) o la “Convenzione internazionale sui diritti dell'infanzia” (Onu, 1989), è necessario che più persone si sentano custodi della dignità reale di quelle vite. Serve l’aiuto degli Stati, ma sono indispensabili coloro che, come Renato Chiera, rendono visibile a tutti che l’Umanità (l’insieme degli uomini) ha assoluto bisogno di umanità (di relazioni di cura).
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 2 giugno 2014

E le lettere, che fine hanno fatto?




Caro professore,
Noi siamo la generazione cresciuta con il cellulare e il televisore, siamo la generazione della tecnologia. Siamo cresciuti sapendo che per sentire un amico basta alzare la cornetta. La distanza non è più realmente un fattore di chilometri. Ci si può addirittura vedere dall’altra parte del mondo, con una webcam. Sembra che la tecnologia abbia reso tutto più facile, che abbia aperto un mondo. E infatti con tutte queste scoperte la nostra vita è cambiata, anche se non ce ne accorgiamo. Abbiamo la vita semplice, veloce e a portata di mano. Ma questa tecnologia non è forse anche privazione? Le lettere che fine hanno fatto? Le raccolte di pagine e pagine scritte a mano e sporche d’inchiostro non ci mancheranno un giorno? Io spesso credo che i rapporti vengano rovinati dalla tecnologia, ci basta una chat per dire “ti amo”, quando una volta dovevi preparare per giorni il discorso da fare all’amata, e prendere coraggio, e dichiararti guardandola negli occhi. Ora, basta un messaggio, premere tasti e aspettare la risposta. Non diventeremo più superficiali per colpa di qualcosa che inevitabilmente ci coinvolge? Credo che il progresso a volte debba essere messo da parte, almeno per quanto riguarda il sentimento. Credo che dovremmo provare a non accontentarci, a superare lo schermo e imparare a relazionarci veramente con le persone. Siamo l’evoluzione, è vero, ma non per questo dobbiamo accontentarci della comodità di un messaggio.
Alessia, 4D

Cara Alessia,
Non pensavo che una ragazza così giovane potesse provare nostalgia per le lettere, un oggetto certamente molto comune, ma d’altri tempi. Chissà se ne hai già scritte o ricevute. Un tempo si poteva capire molto dal testo scritto: la grafia, ondeggiante o incerta, qualche parola cancellata con un tratto di penna o qualche esitazione rivelavano la personalità dell’amante. Alcuni, per non esibire troppe incertezze, componevano le idee da qualche parte e poi le ricopiavano “in bella”, per non rivelare tentennamenti dell’anima. Forse la tua non è una vera nostalgia per le lettere, ma per una dimensione non sfuggente della relazione affettiva, perché ritieni che in uno scritto che richiede preparazione, piuttosto che in un messaggio sul cellulare, le persone siano maggiormente vincolate alla verità. Nella filosofia io ho amato molto le lettere di Abelardo ad Eloisa, ma anche quelle di Napoleone a Giuseppina (Lettres d'amour à Joséphine), perché adoro scrutare come si muovono gli uomini importanti nelle relazioni affettive, quando non insegnano dalla cattedra o dirigono gli eserciti, ma si espongono alla relazione senza particolari difese. E allora è bello andare a frugare nelle dichiarazioni private o pubbliche del passato: le lettere greche di Alcifrone, di Filostrato di Lemno e di Aristeneto, quelle di Enrico VIII a Anna Bolena, quelle di Cyrano de Bergerac o quelle di Ugo Foscolo. Quelle di Flaubert per Louise Colet, di Friedrich Nietzsche, o di Gabriele D’Annunzio a Barbara Leoni; quelle di Pirandello all’attrice Marta Abba o quelle di Einstein per Mileva Maric. Oppure quelle di Fernando Pessoa per Ofelia Queiroz, di Salvatore Quasimodo per Sibilla Aleramo, quelle di Neruda ad Albertina Rosa. Ma anche quelle che Maria Callas ha scritto al marito Meneghini, prima di andarsene con l’armatore greco Onassis o quelle che il giornalista Enzo Biagi ha scritto alla moglie scomparsa. Capisco la possibile nostalgia per ciò che è scritto sul foglio ed ha richiesto al mittente uno sforzo maggiore di un precipitoso sms. Ricevere una lettera, infatti, ci fa sentire degni di un’attenzione particolare, unica. Tuttavia, ti ricordo che con le parole uomini e donne sono abituati anche a mentire, soprattutto quando le parole sono scritte a distanza e non fanno i conti con la realtà. Il premio nobel per la letteratura Gabriel García Márquez ha inventato storie sublimi. Ne “L’amore ai tempi del colera” racconta il dramma di Florentino Ariza che non smetteva di pensare a Fermina Daza. Per un certo periodo egli lavora come calligrafo per la Compagnia Fluviale del Caribe. Scrive Márquez «Poi, quando lo passarono ad altri incarichi, gli avanzava tanto amore dentro che non sapeva che farne, e lo regalava agli innamorati implumi scrivendo per loro lettere d'amore gratuite al Portal de los Escribanos. Ci andava dopo il lavoro. Si toglieva la finanziera con i suoi gesti parsimoniosi e l'attaccava allo schienale della sedia, si metteva le mezze maniche per non sporcare quelle della camicia, si sbottonava il gilè per pensare meglio, e a volte fino a molto tardi di notte rianimava i derelitti con delle lettere da matto». Scriveva lettere per gli altri, pensando alla sua amata. Il filosofo Umberto Galimberti in “Le cose dell’amore” ci ricorda pertanto che: «se una lettera produce un effetto maggiore della presenza reale, qualcosa non procede per il verso giusto e le prospettive sono infauste. Il mittente, inoltre, deve sapere che, nelle lettere d'amore, la passione arde senza dubbio, ma è tesa più al piacere della rappresentazione che al destinatario della missiva». Chiedi se c’è progresso nel sentimento. No, c’è solo autenticità o menzogna. Allora non importa il mezzo con cui arriva una rivelazione d’amore: ogni dichiarazione solitaria è difficile da verificare, quindi da un innamorato continua ad esigere che ti guardi negli occhi: una dichiarazione “impacciata” è probabilmente vera quando ha bisogno di essere sostenuta dal tuo sguardo.
Un caro saluto,
Alberto

sabato 31 maggio 2014

Cherasco storia 2014

 
Premio Cherasco storia 2014

 
Gli studenti del Liceo Scientifico di Cuneo, del Liceo Classico di Alba e del Liceo Classico di Bra 



 
 Il prof. William V. Harris, autore del libro Due son le porte dei sogni, Laterza 2013.

 
 


 
 
 

lunedì 5 maggio 2014

Studiare in spiaggia




Caro professore,
pochi giorni fa mi trovavo al mare e dati i miei non brillanti voti in alcune materie di studio ho deciso di portare sulla spiaggia con me i libri. In un momento di pausa durante le letture, mi sono incantato a guardare una famigliola poco distante da dove mi trovavo. La mia mente viaggiava e per un attimo, riabbassando lo sguardo sui libri, mi sono posto alcune domande: gli sforzi che facciamo nello studio, anche se talvolta piccoli, in realtà servono realmente a qualcosa? A quanto percepisco, tutto sembra un continuo rincorrersi di fatiche, dobbiamo studiare per prendere un titolo di studio, che ci permetta un giorno di avere un lavoro dignitoso, che possa darci soldi per mantenere uno stile di vita medio alto e una serenità che ci viene "consigliata" da un modello di vita da seguire, che fin da piccoli vediamo in giro o alla TV. La vita mi sembra una continua ruota che gira, dove la gente dentro deve correre e saltare gli ostacoli, perché se ipoteticamente uno inciampasse, tutti avrebbero pregiudizi sul perché sia caduto. Voglio dire, dove sta scritto quello che realmente dobbiamo fare? A cosa serve costruirci un futuro? Cosa vuol dire costruirci un futuro? Poco più in là da dove me ne stavo seduto sulla spiaggia c'era un adulto con moglie e bambino vicini, aveva parcheggiato accanto a noi la sua Audi nuova di pacco, tutta bella lucida, sorrideva prendendo il sole con i suoi Ray Ban probabilmente nuovi di pacco, e stava leggendo il giornale. L’uomo aveva un aspetto poco curato, barba incolta e pochi capelli, la moglie sembrava una modella, entrambi davano poche considerazioni al bimbo, che se ne stava a giocare con la sabbia. Io ero in spiaggia con la mia fidanzata, la guardavo mentre prendeva il sole ed era bellissima, io però non potevo stare accanto a lei perché dovevo studiare, e per cosa dovevo studiare? Per un giorno essere come quell'uomo che magari aveva pure le corna da sua moglie mentre pensava a come portare a casa più denaro? A cosa servono realmente tutti i nostri sforzi? Perché vivere di doveri imposti dalla società quando non possiamo godere della felicità che ogni giorno ci viene data gratuitamente? Mi scuso per le troppe domande e il mio lessico un po’ semplice e confuso, non so se capirà bene cosa intendo realmente chiederle...    
Saluti, Andrea (IVD)

Caro Andrea,
Leggendo la tua lettera ho pensato ad una malattia dell’anima che si chiama accidia ben descritta dalla seguente frase dello scrittore britannico Jerome K. Jerome: «Il lavoro mi piace, mi affascina. Potrei starmene seduto per ore a guardarlo». Ma ho provato anche una doppia fitta al cuore. Per la tua fidanzata e per i tuoi vicini. Povera fidanzata. Andare un giorno al mare con un ragazzo che fa i compiti in spiaggia. A meno che tu non la voglia scaricare, non farlo più, perché, se è sana, ti lascerà lei. Ho provato anche una certa compassione per la sventura del tuo vicino. Aveva la macchina nuova, gli occhiali nuovi, la moglie modella, ma forse era cornuto, perché pensava a come portare a casa «di più». E se fosse stata lei ad essere cornuta e lui si fosse infilato gli occhiali per non vedere la sua metamorfosi? E se fossero spuntate ad entrambi le appendici ossee, tacitamente ignari o spudoratamente consapevoli l’uno dell’altra, e il bambino divertito e all'oscuro di tutto avesse scavato delle buche nella sabbia con corna trafugate? E se nessuno della famiglia fosse cornuto? Non ti sembra un’immaginazione un po’ banale? Anche questa senza sforzo? Già, caro Andrea, anche per immaginare ci vuole un lievissimo dispendio di energia, altrimenti si dicono solo banalità per perditempo. Poiché hai avuto modo di contemplare il mondo del tuo vicino e il fascino della tua fidanzata, probabilmente quello che tu chiami “sforzo” per lo studio anche questa volta non è stato un “affaticamento” produttivo. Il problema, purtroppo, non è della società. È tuo. La società non ti obbliga a nulla. Usi le parole «sforzo» e «costruzione», ma ne ignori il significato. Che sforzo hai fatto al mare e cosa hai costruito? Se vuoi crescere, devi capire cosa leggi, se vuoi una relazione, ti devi dedicare, se vuoi fantasticare sui vicini, devi ideare. Se credi erroneamente che la felicità non passi attraverso quei vocaboli, devi invece sapere che è molto più grande e duratura la felicità che discende dalla costruzione di sé di quella che accade “gratuitamente”. Un pianista suona tante ore, ma è libero di inventare e di interpretare, così una ballerina di tango è in grado di disegnare geometrie impensabili per uno che incespica ogni due passi. Fino a quando non stabilisci delle regole, disciplini il tuo tempo e comprendi che i momenti che investi servono per dare forza a te stesso non riuscirai ad essere felice. Dare forma alla propria vita non significa edificare qualcosa che verrà rapidamente annientato da un’onda che si distende sulla sabbia, ma comporre il proprio sguardo sul mondo, il proprio pensiero, e magari anche la tua fidanzata ti troverà più interessante, perché di solito le ragazze non si perdono nel luccichio degli occhiali, ma puntano dritto negli occhi. E se gli occhi sono insignificanti, fissano lo sguardo altrove. Coraggio, Andrea, non ingigantire la sventura, ma organizza bene il tuo tempo.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 21 aprile 2014

Perché siamo qua?




Caro professore,
Una domanda che vorrei porgerle riguarda l’esistenza dell’uomo. Tutti gli uomini durante la propria vita si pongono la domanda: «chi siamo?», oppure «qual è lo scopo della mia vita?». Io mi chiedo: come può pensare l’uomo di prendere decisioni per la propria vita, cosa fare, se non sa neanche la motivazione della propria esistenza?
Jessica, 4D

Cara Jessica,
Nessuno sa quale sia la motivazione della propria esistenza; neppure i genitori scelgono i loro figli specifici, anche se li hanno attesi, pensati e anticipati nell’immaginazione. Siamo nel mondo senza sapere perché. Scriveva Lucrezio che la natura getta il bambino dal ventre della madre sulla riva della luce («in luminis oras») come il naufrago viene scaraventato sulla terra dai flutti del mare agitato. «E il bambino, come un naufrago buttato a riva dalle onde infuriate, giace nudo in terra privo di parola, bisognoso d’ogni aiuto vitale, non appena sulle spiagge della luce con dolorosi sforzi natura l’ha gettato fuor dal ventre della madre». Siamo dunque «nudi a terra» e «privi di parola», scaraventati nella vita. Certo, le religioni ci dicono che per quanto la vita sia per noi incomprensibile non è frutto del caso, ma ogni interpretazione non toglie il peso dello smarrimento e non sottrae l’uomo dal turbamento profondo. Sono molti i filosofi che hanno reso bene l’idea di assenza di giustificazione dell’esistenza con specifiche locuzioni: «essere imbarcati» (Pascal), «essere-gettati» Heidegger, «caduta nel tempo» (Cioran). Anche Goethe (lettera a Lavater del 6 marzo 1776) utilizzava la metafora del mare per parlare della condizione umana: «Sono ora imbarcato sull'onda del mondo, assolutamente deciso: a scoprire, vincere, lottare, naufragare, o saltare in aria con tutto il carico». Gli uomini sono nel mondo senza istruzioni, né formazione né preparazione. In questo senso sentono l’angoscia, un sentimento molto più potente della paura, perché se la paura è determinata da un oggetto, quindi rimosso l’oggetto essa scompare, l’angoscia è una condizione esistenziale che non ha a che fare con nulla di preciso, ma con la semplice consapevolezza della sospensione dell’uomo nel tempo, tra molteplici possibilità. È una condizione così intima e genera un tormento così pervasivo che neppure l’apparato tecnico a cui gli uomini si rivolgono per cercare ogni risposta riesce a rimuovere. L’ingresso nel mondo produce dunque smarrimento, non tanto perché ci troviamo in un labirinto di cui non conosciamo gli estremi, ma perché abbiamo bisogno del labirinto della vita per stabilire chi siamo, perché senza l’intrico del mondo siamo solo organismo, forma indistinta che non può né orientarsi né porsi domande. Siamo nella vita e coinvolti nella storia in un preciso contesto e in un luogo determinato, e a partire da queste condizioni creiamo progressivamente un’idea di noi stessi e della realtà con cui da sempre ci relazioniamo. Perché, come direbbe Heidegger, non siamo nel mondo al modo dell’acqua che è contenuta in un bicchiere. Non c’è un io che si preserva inalterato dentro una scatola nera, come un marinaio su una barca, ma siamo forma che si determina nelle relazioni a partire da precise condizioni. Poiché la nostra essenza (ciò che siamo) è determinata dall’esistenza (dalle scelte che compiamo), siamo da sempre relazione con il mondo dentro un perimetro storico, un’apertura oltre la quale non ci è concesso andare. Siamo gettati, nel nostro caso in un mondo pieno di benessere, di informazioni e opportunità. Un mondo stimolante che oggi come non mai permette di accedere a conoscenze formidabili; in cui, tuttavia, con l’aumentare vertiginoso delle possibilità, sentiamo fortemente il peso della libertà. Dobbiamo prendere decisioni sulla nostra vita, indipendentemente dalle sue ragioni, perché senza scelte – ossia decisioni che eliminano le ambivalenze –, non saremmo altro che un aggregato di molecole che non possono balzare fuori da quello che lo psicoanalista Aldo Carotenuto (1933-2005) definiva il «grande grembo dell’indifferenziazione». Dobbiamo dunque assumerci delle responsabilità. Anche se la vita fosse caso, dobbiamo trasformarla in destino, ossia dobbiamo assumere il passato e le opportunità per dare forma e direzione al nostro cammino. Assumere il proprio destino non significa rassegnarsi all’inevitabile o subire ciò che è fatale, ma stabilire ciò a cui «destinare» la vita attraverso la propria volontà; è dunque il cammino a cui ogni uomo si indirizza per vivere in modo autentico. Sia che la vita abbia uno scopo sia che sia assenza di scopo, l’uomo dà forma al proprio percorso. E una vita buona è una vita autentica. Aldo Carotenuto scriveva che «La nostra vita è autentica non quando sembra scorrere come un placido fiume, non quando appare scevra di difficoltà e impedimenti, ma quando, confrontandoci con essa, sentiamo che ci appartiene, che esprime e descrive ciò che noi siamo, che rappresenta il risultato delle nostre libere scelte».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 14 aprile 2014

L'amicizia cambiata


amiche.jpg


Caro professore,
oggi volevo parlarle del rapporto di amicizia tra me e la mia migliore amica. Ci conosciamo da quando avevamo tre anni, ci siamo incontrate all’asilo. Siamo subito diventate due amiche inseparabili, tant’è vero che abbiamo fatto tutte le scuole insieme fino alla terza media, quando abbiamo scelto due scuole superiori diverse. Negli ultimi due anni non ci siamo viste molto, nonostante abitiamo vicine. Abbiamo incominciato a incontrarci e a passare di nuovo del tempo insieme la scorsa estate, ma lei non è più com’era una volta. Mi racconta sempre tutto quello che fa o succede a scuola, alle feste o nella sua famiglia e io, ogni volta che parla, penso che sia cambiata radicalmente, perché ha fatto delle scelte che mai mi sarei aspettata, soprattutto da lei. Continuiamo a vederci e ogni volta mi chiedo che cosa sia successo in due anni per farla cambiare così, o anche cosa sia successo a me. Certe volte cerco di spiegarle come la vedo io, cercando di non ferirla, ma lei sostiene che non è così: dice che non è cambiata lei, ma che sono cambiata io. Questa sua ipotesi mi fa pensare, ma non toglie il fatto che non siamo più legate come prima.
Cecilia, II B

Cara Cecilia,
Cicerone diceva che «L'amicizia non è altro che un’intesa sul divino e sull’umano congiunta a un profondo affetto». Trovo che sia una sintesi efficace, perché insieme all’attaccamento sottolinea un’alleanza sulle dimensioni fondamentali dell’esistenza. Per questo il filosofo riteneva che, «eccetto la saggezza», l’amicizia fosse il dono più grande concesso dagli dei agli uomini. Capita che alcune persone con cui ci relazioniamo in tenera età ci accompagnino per tutta la vita. In questo caso gli amici potrebbero essere rappresentati come due navi che scivolano nel mare, a volte calmo a volte burrascoso dell’esistenza, più vicine o più lontane senza una precisa intenzionalità. Incontrare un amico d’infanzia e riconoscere dai suoi occhi che sono sufficienti pochi minuti per ristabilire l’affiatamento di un tempo, è come riconoscere la stessa nave dopo anni di navigazione. Tuttavia, spesso si avverte che nella traversata la distanza ha provocato uno scostamento di direzione dovuto ad una metamorfosi interiore. Così si scopre che l’allontanamento ha generato divergenze che non si possono colmare neanche ritoccando l’angolo di rotta. Non è solo la lontananza fisica a far affievolire sentimenti e affinità, è piuttosto la metamorfosi interiore, che ogni uomo fatica a riconoscere su di sé, ad essere così vistosa da rendere irriconoscibili anche le migliori amiche di un tempo. Entrambe infatti pensate: «lei non è più com’era una volta». Come su una barca i marinai non si accorgono del movimento perpetuo della corrente e percepiscono incautamente la propria immobilità, così anche le persone cambiano senza avvertire la novità del loro sguardo sul mondo. Solo gli oggetti sono come erano un tempo, gli uomini si trasformano, perché questa è la loro essenza. Ci sono mutamenti in cui si riconoscono, perché intravedono un percorso comune e ci sono evoluzioni che disapprovano in quanto si allontanano da un’immagine precostituita. Così ci si rende conto che la vita non scorre più su una scia parallela o che il rapporto non funziona più, ma occorre considerare che la crescita di ognuno avviene in tempi diversi: c’è chi si attarda a fare scelte per noi importanti e chi sceglie altri itinerari. Alcuni cambiamenti sono irreversibili e l’esteriorità è solo il pallido riflesso di una modificazione che ha una motrice invisibile. Capita così di non riconoscersi o di non approvare l’altro, soprattutto perché non si avverte il proprio inesorabile rinnovamento. Aristotele, che ha scritto pagine bellissime sull’amicizia non solo nell’opera più nota, l’“Etica Nicomachea”, ma anche nella “Grande etica”, affermava che per avvertire anche il nostro cambiamento abbiamo bisogno degli altri: «Poiché dunque il conoscere se stessi è tanto la cosa più difficile, [...] noi non siamo capaci di vedere da noi stessi come siamo noi stessi». Per questo spesso colpevolizziamo gli amici o deprechiamo le loro scelte senza renderci conto del nostro impercettibile, ma inesorabile, mutamento. Aristotele spiega bene questa circostanza e scrive: «e che noi non possiamo conoscere noi stessi risulta evidente da come rimproveriamo gli altri senza accorgerci che anche noi facciamo le stesse cose; e questo avviene per benevolenza o per passione; e molti di noi sono accecati da queste cose, sì da non giudicare rettamente». Solo l’altro rende visibile ciò che è accaduto di ciò che eravamo. In fondo cambiamo persino gusti alimentari, quasi senza avvertirne il motivo: un tempo non amavamo un cibo e in un tempo successivo questo diventa indispensabile. Così registriamo diversamente i fatti, associamo parole e idee in modo inconsueto, perché le esperienze mutano i colori della nostra identità. Allo stesso modo ci sono scelte che allentano fino a sciogliere relazioni che sembravano stabili e immortali. Ma non dobbiamo dimenticare che non contempliamo gli amici dalla terraferma, come quando assistiamo alla proiezione di un film, perché siamo tutti coinvolti dal medesimo movimento, implacabile, del mare sottostante.
Un caro saluto,
Alberto