Ho letto in questi giorni Federico il Grande di Alessandro Barbero. Lo aggiungo ai libri consigliati: racconta la storia di Federico II di Prussia, il suo rapporto con il padre, la sua educazione. Spiega cos'era la Prussia nel Settecento, i rapporti tra la Prussia (protestante) e la Germania (cattolica) dominata invece dagli Asburgo. Narra la volontà di Federico II di allargare il proprio regno e di difenderne i territori: dalla conquista della Slesia (provincia dell'Impero), agli interventi nella guerra di successione austriaca (cap. 9), alle battaglie della guerra dei Sette Anni (cap. 14). Barbero è chiaro su tutto: è un libro bellissimo, scritto in modo magistrale.
lunedì 24 luglio 2017
lunedì 19 giugno 2017
Letture estive
Classi terze (3G e 3I)

Classi quarte (4G e 4H)


Friedrich Nietzsche, Schopenhauer
come educatore, Milano, Bur, 2004.
Keith Lowe, Il continente selvaggio. L'Europa alla fine della seconda guerra
mondiale, Roma-Bari, GLF Editori Laterza, 2015. (le parti in inglese e
l’audio sono disponibili sul sito della scuola).
lunedì 5 giugno 2017
E tu, per chi cammini?
Caro Professore,
Si avvicina l’estate, la fine della scuola. Io volevo raccontarle che
l’estate scorsa ho partecipato alla GMG in Polonia e quest’esperienza devo dire
mi ha davvero segnata… Non vorrei parlare della fede o della religione, ma mi
piacerebbe solo porre anche a lei una delle tante domande che è nata dentro di
me dopo questa avventura. Un mattina viaggiando in treno per arrivare a
Cracovia stavo scrivendo sul mio diario di bordo e ad un certo punto mi è
venuto tra le mani un foglietto volante con questo racconto: Una storia ebraica
narra di un rabbino saggio e timorato di Dio che, una sera, dopo una giornata
passata a consultare i libri delle antiche profezie, decise di uscire per la
strada a fare una passeggiata distensiva. Mentre camminava lentamente per una
strada isolata, incontrò un guardiano che camminava avanti e indietro, con
passi lunghi e decisi, davanti alla cancellata di un ricco podere. "Per
chi cammini, tu?", chiese il rabbino, incuriosito. Il guardiano disse il
nome del suo padrone. Poi, subito dopo, chiese al rabbino: "E tu, per chi
cammini?". Questa domanda, conclude la storia, si conficcò nel cuore del
rabbino. Quel giorno ho cercato di pensare ad altro per non affrontare me
stessa, però tornata a casa qualche mese dopo ho avuto bisogno di trovare una
risposta, ma la domanda è sempre lì che mi tormenta…“E tu, per chi cammini? Per
chi e cosa ti alzi ogni mattina”?
Sara, 4H
Cara Sara,
Quando le domande si riferiscono
al senso che diamo alla nostra vita, guardo alle persone che hanno vissuto
esperienze estreme, al confine tra la vita e la morte e ascolto le motivazioni del
loro percorso. Considero queste situazioni, perché quando la vita si
affievolisce e sarebbe persino più semplice accettare la sorte e arrendersi
alla disfatta gli uomini esplicitano le ragioni che li sorreggono. Allora, in
senso letterale, penso alle lunghe marce indotte nei periodi di guerra, perché
in quell’incedere forzato emerge il senso per cui si cammina. Penso alla
ritirata di Russia, raccontata da Nuto Revelli ne “La guerra dei poveri”; al motivo della partenza e alla volontà del
ritorno. E penso che se si è obbligati a partire perché il cammino è stato
deciso da un’autorità a cui si deve obbedire, la volontà del ritorno è una
volontà del cuore. Se prima si procede al nome di un “padrone”, poi si marcia
per ciò che si ritiene imprescindibile: una persona, un ideale, per i figli. “Per chi cammini” suona un po’ come la
domanda che Corrado, protagonista del romanzo di Cesare Pavese “La casa in collina”, rivolge alla
compagna riferendosi al figlio Dino: «Se
ti chiede per chi vivi tu, […] cosa
rispondi?». E Caterina risponde a
Corrado raccontando la propria gravosa esistenza: «Ho sempre faticato e battuto la testa. I primi tempi è stato brutto. Ma
avevo Dino, non potevo pensare a sciocchezze. Mi ricordavo di quello che mi hai
detto una volta, che la vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per
qualcuno». Che si viva per un ideale o una persona è confermato dai reduci di
guerra e dai sopravvissuti ai campi di sterminio. Questa, infatti, è anche la
riflessione dello scrittore ebreo Elie Wiesel, quando nell’opera “Parole di straniero” descrive le
direttive dei tedeschi e le reazioni dei prigionieri: «Ciascuno per sé, ci dicevano.
Dimenticate i genitori, i fratelli, il passato, ci ripetevano giorno e notte,
altrimenti perirete. Avvenne il contrario. Quelli che vivevano soltanto per sé,
per nutrirsi, finivano per cedere alle leggi della morte, mentre gli altri,
quelli che sapevano per chi vivere — un genitore, un fratello, un amico —
riuscivano a obbedire alle leggi della vita». Anche molti altri hanno riferito che senza motivazioni forti non si
sopravvive: così Primo Levi (“Se questo è
un uomo, La tregua”), Vasilij
Grossman (“Vita e destino”), Viktor
E. Frankl (“Uno psicologo nei lager”),
Pavel A. Florenskij (“Non dimenticatemi.
Le lettere dal gulag”). Se dovessi
dirti per chi cammino, ti direi che fino a quando era viva mia madre, vivevo
per me ma con un occhio a lei e quando è mancata anch’io mi sono chiesto perché
e per chi camminavo. Ora ho un figlio: allora so che vivo ancora un po’ per me,
ma so che guardo a lui e al suo percorso. Credo che il motivo per cui si
cammina sia sempre per qualcuno o per qualcosa. Quando si è figli si cammina
anche per l’approvazione dei genitori, quando si è genitori forse anche
per meritare la fiducia dei figli. Quando si perde qualcuno si perde il
testimone della propria vita, qualcuno che ha dato o ha raccolto il senso
dell’esistenza affinché non cadesse nell’insignificanza. Per fortuna non
camminiamo per un padrone, ma per realizzare quello che siamo, per portare a
compimento la voce che sentiamo dentro di noi. Gli autori citati hanno messo in
luce come gli affetti diano senso alla vita anche al di là degli interessi
egoistici. Il padre del liberalismo classico John Stuart Mill nell’opera “L’utilitarismo” (1861) ha sottolineato
la necessità di coltivare sia sentimenti personali sia interessi collettivi.
Scrive Mill: «coloro che dietro di sé
hanno una scia di affetti personali, e soprattutto coloro che hanno coltivato
anche sentimenti di partecipazione agli interessi collettivi dell'umanità,
conservano il loro interesse alla vita: un interesse altrettanto vivo alla
vigilia della morte, quanto lo era nel vigore della giovinezza e della salute».
Sono dunque molte le ragioni per cui ci si può alzare stimolati ogni mattina,
sapendo per chi o cosa si cammina.
Un caro saluto,
Albertolunedì 1 maggio 2017
Confidenze e pregiudizi

Caro Professore,
durante queste vacanze sono stata in Croazia per una settimana per
svolgere alcuni incontri con altri ragazzi all'incirca della mia età
provenienti prevalentemente dall'Italia, ma anche da molti Paesi dell'Est
Europa. Con essi, anche se non ci eravamo mai visti prima, si è subito creato
un clima accogliente che mi ha permesso di sentirmi totalmente accettata,
libera di essere me stessa al 100% e libera di trattare nella più completa
tranquillità e assenza di imbarazzo argomenti molto profondi e a volte anche
strettamente personali; questo ha fatto sì che si creassero legami d'amicizia
molto stretti in pochi giorni. Al ritorno da questa meravigliosa esperienza,
che avevo già vissuto negli anni passati, ma mai così forte, ho iniziato a
riflettere notando che questo clima così sereno e accogliente trovato in
Croazia tra persone sconosciute, non riesco a trovarlo qui, nella mia città,
tra i miei compagni di classe e amici di una vita. Eppure a rigor di logica
dovrebbe essere il contrario. Come è possibile ciò? Inoltre mi sono domandata:
chi dovrei considerare davvero miei Amici con la "a" maiuscola?
Quelli con i quali mi sono sentita subito accolta e con i quali mi sono aperta
condividendo molte esperienze, ma che probabilmente non vedrò mai più, oppure
quelli che vedo tutti i giorni, condividendo la mia quotidianità, ma con i
quali sento ancora l'ombra dei pregiudizi?
Domiziana, 4H
Cara Domiziana,
Nel luogo di lavoro, di studio
siamo sempre immersi in un preciso contesto. Si tratta di un ambiente sociale
definito da coloro con i quali maggiormente entriamo in relazione: amici
occasionali che spesso abitano anche nello stesso paese e nella stessa città. A
volte l’apertura del nostro cuore a chi già frequentiamo può non essere così facile
né conveniente. Non facile, perché parte delle nostre scelte sono condizionate
dalla conoscenza dell’altro e dal legame
con lui. Cerchiamo di non turbare un amico con eccessive preoccupazioni per
evitare che ci giudichi male o ci allontani. Poiché in ogni contesto abbiamo costruito
a fatica e nel tempo delle relazioni, sappiamo che per non urtare l’altro non
possiamo sempre essere liberi al 100%. Temiamo di essere fraintesi e che cambi
la relazione, che muti l’opinione che gli altri hanno di noi e il ruolo che
avevamo in passato. Ma l’apertura può anche non essere conveniente, perché nei
rapporti di routine si è stabilita una gerarchia relazionale. Più passa il
tempo e i legami diventano stabili, meno gli altri sono disposti ad accettare
ciò che non si accorda con la loro rappresentazione di noi. Talvolta intuiamo preventivamente
persino come essi interpreteranno le nostre rivelazioni e le soluzioni che
proporranno, e talvolta temiamo persino che qualcuno possa fare un uso distorto
delle confidenze. Non ci preoccupiamo particolarmente del giudizio di chi non
ci conosce, perché l’altro non ci ha ancora classificato e non si muove ancora nel
nostro contesto relazionale. Il sociologo americano Mark Granovetter ha
introdotto il concetto di «forza dei
legami deboli», una nozione ripresa sia da Zygmunt Bauman in “Modernità liquida” sia da Richard
Sennett ne “L’uomo flessibile”.
Quest’ultimo l’ha tradotta così: «per la
gente i rapporti occasionali di associazione sono più utili dei vincoli a lungo
termine». A volte non sono le persone più vicine che riescono a fornirci le
migliori indicazioni: ad esempio, non è detto che i consigli per il lavoro
siano più efficaci se forniti dai parenti stretti. Forse una persona che non
frequentiamo assiduamente può offrire suggerimenti più utili, perché ha
maggiore dimestichezza con un preciso settore lavorativo. C’è anche un altro
aspetto da considerare: molto spesso non cerchiamo dagli altri esattamente “una risposta”, ma
semplicemente la possibilità di esprimere liberamente i pensieri ricorrenti per
poterli valutare senza censure. L’altro ci consente di prendere visione della
nostra ideazione e di approfondirne le conseguenze. Poiché accetta e non
giudica, ascolta e rimane distante, alla fine della chiacchierata non dobbiamo
riconsiderare il rapporto con lui. L’amico vede le nostre contraddizioni,
l’estraneo le accoglie come complessità, l’amico vorrebbe che non cambiassimo molto, l’estraneo accoglie la novità. L’amico può entrare in
competizione con noi, l’estraneo non ancora. Chi ci conosce si aspetta una
coerenza con il passato e fatica ad accettare il nostro cambiamento, l’estraneo
non conosce la nostra storia e non ha particolari aspettative. È il vantaggio
della novità. Le persone con cui ti sei incontrata, tuttavia, condividevano le
tue idee e le tue passioni ed è per questo che ti sei avvicinata a loro. Si
sono creati un tempo e un luogo per realizzare delle esperienze. Con le
persone che conosciamo non sempre siamo in grado di predisporre uno spazio per
incontrarci. Se la novità rappresenta sempre un’apertura totale e un’assenza di
“pregiudizio”, quando le nuove relazioni diventeranno più stabili non si creeranno
ancora i problemi che notavamo con i vecchi amici? In ogni relazione nascono
difficoltà e conflitti. Eraclito diceva che “polemos” è indispensabile e
fruttuoso («padre e re di tutte le cose»),
però è anche vero che, a volte, dove c’è più leggerezza c’è più libertà.
Un caro saluto,
Alberto
lunedì 17 aprile 2017
Senza amici

Caro professore,
passando gran parte del mio tempo con persone che dico essere “miei
amici”, mi son chiesto più volte come si possa definire un’amicizia. Si può
considerare amico una qualunque persona che non sia un tuo nemico oppure ci
deve essere qualcosa di più? Per diventare amico di una persona bisogna averci
passato dei momenti felici assieme o esiste un altro modo per instaurare un
rapporto di amicizia? E infine si può vivere senza amici?
Giacomo 4H
Caro Giacomo,
Se è vero quello che ha scritto
Vasilij Grosmann in “Vita e destino”,
ossia che «L'amicizia è uno specchio in
cui l'uomo vede se stesso», pensare che si possa considerare amico chi non
è dichiaratamente un nemico mi sembra una valutazione inadeguata. Certo, là
dove non c’è inimicizia si apre uno spazio per la relazione, ma si tratta di semplice
potenzialità. E la disponibilità all’incontro segnala un terreno da esplorare,
non una forma di amicizia. Per vedere se stessi occorrono alcuni elementi. Ne
scelgo tre: affinità, relazione e condivisione. Anche se è vero che l’amicizia può
nascere tra persone molto diverse, è più facile che il simile cerchi il
simile, per una sorta di facilità relazionale. Forse siamo pigri anche in
questo, ma riusciamo ad accettare le differenze se scopriamo che da qualche
parte ci sono delle affinità; la pura differenza ci può entusiasmare, ma dietro
la diversità aspiriamo ad un terreno comune per la condivisione. Anche se molti
studiosi ci ricordano che il desiderio di amicizia è insito nella natura umana,
Aristotele ci ha insegnato in alcune pagine bellissime dell’ “Etica nicomachea” che «il desiderio di amicizia sorge rapidamente,
ma l'amicizia no». Il desiderio di avere nuovi amici è immediato, ma l’amicizia
richiede tempo. Non tutti coloro per i quali proviamo simpatia diventeranno
amici, così come non tutti quelli con cui ti relazioni oggi a scuola o nei
gruppi che frequenti si confermeranno tuoi amici. E anche se un tempo si diceva
che «l'abbondanza di amici sembra essere
una delle cose decorose», forse perché segnalava il buon carattere della
persona e la capacità di creare rapporti positivi con il prossimo, la
sovrabbondanza di amici esibita oggi sui social
si può trasformare in una semplice ostentazione di potenza. E la forza non ha
nulla a che fare con l’amicizia che si basa sulla qualità e non sul numero. L’amicizia
richiede inoltre un elemento imprescindibile: la condivisione di esperienze. Nella
nuova raccolta di articoli intitolata “Il
nuovo barnum” (Feltrinelli 2016), lo
scrittore Alessandro Baricco ha raccontato “L’amicizia
prima di Facebook”. Poiché appartengo più o meno anch’io alla sua
generazione, che è poi quella dei tuoi genitori, ritengo che ci sia molta
verità nelle sue parole. Lo scrittore è chiaro: «Essere amici significava fare delle cose. Non parlarne, o raccontarle:
farle». E ricorda che un tempo le telefonate “interminabili” erano
riservate solo alle ragazze. Il legame era dato dall’attività che si svolgeva
con qualcuno: giocare a pallone, andare a pescare, trascorrere le domeniche in
piazza ad inventarsi qualcosa da fare, camminare per scoprire una porzione più
ampia del mondo in cui si era nati. La profondità di un’amicizia era legata
all’intensità dell’attività svolta con gli altri. Nessuna parola scambiata sui
computer, poche al telefono, ma tantissimo tempo insieme a condividere delle
esperienze. Nella sua riflessione ho ritrovato parte del mio vissuto, ma anche
nuovamente le parole di Vasilij Grossman quando scrive che «Forse la forma suprema di amicizia abbraccia
l’amicizia operativa, l’amicizia nel lavoro e nella lotta e l’amicizia di chi
dialoga e si confronta». Grossman mostra il prolungamento di quel “fare
insieme” che poi si manifesta nel mondo adulto nuovamente come condivisione di
esperienze, di ideali, di visioni del mondo. Il fatto che l’autore sottolinei “l’operatività”
segnala che il “fare insieme” genera un legame esclusivo, e che la condivisione
aumenta la qualità della relazione. Chiedi se si possa vivere senza amici. Non
mi sento di escluderlo, perché in condizioni estreme gli uomini si sono
abituati un po’ a tutto. Però, nonostante vi possano essere difficoltà nelle
relazioni e oggi sia aumentata la tendenza a sottolineare i difetti dell’amicizia,
trovo sempre vera l’idea di Aristotele secondo cui «senza amici nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti
gli altri beni. (Etica Nicomachea
1155 a). Ho recentemente scoperto una riflessione analoga anche nel libro “Tutti i fiumi vanno al mare” (Bompiani
1996) di Elie Wiesel. Scrive l’autore: «La
maledizione peggiore? Per un padre, la mancanza di figli. Per un bambino, la
mancanza di un focolare. Per un credente, la mancanza di giustizia. Per un
ricercatore, la mancanza di verità. Per un prigioniero, la mancanza di
speranza. Per ogni essere umano, la mancanza di amici. Senza amici, la libertà
non ha senso né valore. Chi non ha amici è solo un prigioniero fuori dalla
prigione». La mancanza di amicizia è presentata come una disgrazia o una dannazione.
Abbiamo bisogno di condividere la vita, magari anche con poche persone. Ma
abbiamo bisogno di vedere noi stessi attraverso l’altro e grazie all’altro.
Un caro saluto,
Alberto
lunedì 27 marzo 2017
Autenticità: ma a che prezzo?
Caro professore,
la ricerca dell’autenticità è
un pensiero che mi assale costantemente. Questa vita scorre incessante e noi
non ci poniamo molte domande: ma in tutto questo cosa siamo? Mi pongo questo
interrogativo dinanzi a una vita monotona, inserita in una società superficiale
e materialista, in cui pare che l’unico scopo sia di farmi segnare dal tempo.
So che per vivere bene bisogna ottenere la pace con il proprio animo, data da
rapporti con persone autentiche, senza finalità o interessi, una felicità
condivisa con qualcuno di vero, ammirare a farsi incantare dalle bellezze reali
della vita e della natura che lentamente stiamo dimenticando. Ecco, mi aspetto
questo dalla mia esistenza: autenticità. Ma come?
Leonardo, 3I
Caro
Leonardo,
Hugo
Ball, uno dei fondatori del dadaismo a Zurigo, nell’opera “Flametti ovvero del dandismo dei poveri” (1918) scrive che la vita
dei saltimbanchi e dei circensi è più autentica di quella dei borghesi. Coloro
che vivono ai margini della società, scarsamente inseriti nel sistema sono
forse meno disposti a compromessi e a dissimulare, perché «chi cammina sulla fune non può, nemmeno per un istante, fare "come se"». Non c’è possibilità di
fingere, di ostentare o di occultare la propria vera natura. La vita autentica
non è diversa da quella mostrata, perché non si può far apparire ciò che non si
è su un cavo sospeso a mezz’aria. L’autenticità può essere concepita in molti
modi: parliamo di un quadro autentico se compatibile con l’autore che l’ha
creato e di un documento autentico se è originale. Così intendiamo l’autenticità
spesso in riferimento ad un modello primordiale che differisce dalla sua copia,
ad un autografo e non alla sua riproduzione. L’autenticità della vita a cui fai
riferimento è tuttavia di altro tipo: non si tratta di ripulire un’anfora
ricoperta da incrostazioni e conchiglie – che tu individui nella «monotonia, nella superficialità e nel
materialismo» – per riscoprire l’oggetto autentico che sta sotto, perché
l’esistenza di ciascuno non è un manufatto che rimane inalterato negli anni,
lievemente velato o guastato dalla patina del tempo. Perché la vita non solo si
modifica nel tempo, ma in esso si genera gradualmente. Cosa significa allora
essere autentici se non c’è un originale granitico da preservare? Filosofie e
religioni hanno sempre sollecitato il passaggio dall’inautenticità
all’autenticità dell’uomo. Secondo Socrate, per essere autentici e non
replicare ciò che recitano i più, è importante conoscere se stessi, per Gesù è
fondamentale aprirsi ad una dimensione di amore con il divino e con l’umano.
Per Kant è autentico chi sa obbedire alla legge morale dentro di sé, per Marx
chi sa smascherare le sovrastrutture e cogliere le cause dell’alienazione
umana; per Nietzsche chi sospetta delle verità della tradizione e ascolta il
dionisiaco dentro di sé, per Freud chi ascolta il proprio inconscio, per
Heidegger chi sa uscire dall’esistenza anonima del “si” impersonale. Ogni uomo
ha trovato la propria via per l’autenticità: alcuni sono usciti da un gruppo
sociale, si sono trasferiti in altre città, in campagna o in luoghi sperduti,
altri hanno cambiato lavoro o hanno modificato il proprio stile di vita
decidendo di prendersi cura di sé, degli altri o della cultura. Oggi riteniamo
autentico chi sa ascoltare la propria voce interiore e non accetta di muoversi
in uno spazio già orientato da altri nel lavoro o nella visione politica,
culturale o religiosa. L’esistenzialismo, una corrente filosofica del Novecento
che si è sviluppata a partire dalla prima guerra mondiale, ha dato molta
importanza a questo tema. L’esistenza autentica non è solo quella che prende
consapevolezza dei condizionamenti, ma è quella che guarda l’esistenza a
partire dalla morte, dalla finitezza della vita. È propria dell’uomo che
considera la vita a partire dalla sua fragilità naturale e assume questa
condizione per orientare le proprie scelte. Anche lo
psichiatra Aldo Carotenuto, nel libro L’eclissi
dello sguardo ritiene che la categoria dell'autenticità sia fondamentale in
quanto: «di fronte alla morte, così come
nei momenti più cruciali dell'esistenza, [l'uomo] è costretto innanzitutto a chiedersi chi sia, e può accettare limiti ed
errori soltanto se consapevole di aver dato voce alla propria dimensione
interiore». In fondo, misuriamo la verità del nostro vissuto con questa
cartina di tornasole. Chiedi a quale prezzo si possa essere autentici. Il
prezzo è elevato perché – come per ciò che è pregiato – il suo valore è alto.
Ma il compenso che se ne ricava è dato dalla qualità della vita. Diventare
autentici include infatti la capacità di allontanarsi da ciò che non si
condivide più per ascoltare la propria voce interiore, e implica anche la
capacità di sostenere la sofferenza dovuta all’esperienza della perdita di ciò
che credevamo sorreggesse la vita. Il teologo Vito Mancuso in “Io e Dio. Una guida dei perplessi”
(Garzanti, 2011) ha proposto questa bella riflessione: «l'autenticità della vita si misura sulla base del suo rapporto con la
verità, nel senso che l'autenticità aumenta quanto più si è disposti ad amare
la verità anche al di sopra di sé e delle proprie convinzioni, se occorre
lasciandosi confutare, mentre diminuisce quanto più alla verità dell'esperienza
si preferiscono le proprie convinzioni e le proprie convenienze».
Un
caro saluto,
Alberto
lunedì 20 marzo 2017
L'amore dei nonni
Caro professore,
L'amore, che è il sentimento che pare abbia caratterizzato tutta l'esistenza dell'uomo, è cambiato e muta durante i secoli? Penso ai miei nonni, che ora si prendono cura uno dell'altro con devozione; ma mio nonno afferma di aver sposato sua moglie perché ormai doveva sposarsi e lei era in età da marito. Quando per molti secoli regnava l'assoluto maschilismo certamente anche l'amore era diverso. Altro importante caso sono i matrimoni combinati. Possiamo dire che l'amore sia cambiato e che oggi amiamo con più sincerità? Conoscendo anche meglio l'altra metà della mela?
Francesca, IIIA
L'amore, che è il sentimento che pare abbia caratterizzato tutta l'esistenza dell'uomo, è cambiato e muta durante i secoli? Penso ai miei nonni, che ora si prendono cura uno dell'altro con devozione; ma mio nonno afferma di aver sposato sua moglie perché ormai doveva sposarsi e lei era in età da marito. Quando per molti secoli regnava l'assoluto maschilismo certamente anche l'amore era diverso. Altro importante caso sono i matrimoni combinati. Possiamo dire che l'amore sia cambiato e che oggi amiamo con più sincerità? Conoscendo anche meglio l'altra metà della mela?
Francesca, IIIA
Cara Francesca,
Studiosi della vita di coppia riferiscono che in passato due
persone si separavano perché si detestavano, mentre oggi è molto probabile che
si separino perché non si amano abbastanza. Certo, è vero, molte volte uomini e
donne sono stati insieme per esigenze economiche, per bisogno di protezione, di
sicurezza, per motivi sociali legati al ceto di appartenenza o per altri ragioni.
Oggi, forse, le persone sono meno disposte ad accettare giustificazioni
all'unione che non siano il motivo stesso dell’amore. Si sta insieme per amore
e questo rimane il momento più alto della felicità. Mi soffermo su quattro
aspetti della tua bella lettera: 1. Dici che tuo nonno “afferma di aver
sposato sua moglie perché ormai doveva sposarsi e lei era in età da marito”.
Questo fatto sembra richiamare un elemento di calcolo o di freddezza nella
poesia dell’amore; diventa difficile da accettare, perché spesso riteniamo che
il progetto sia un elemento estraneo che rompe
l’incanto dell’innamoramento. Vogliamo che non si introducano elementi di pianificazione in ciò che, se non accade
spontaneamente, sembra essere snaturato. Tuttavia, come per intraprendere un’attività
occorrono gli strumenti e non sono sufficienti il semplice desiderio e la
fantasia, così senza concretezza non si dà attuazione al proprio disegno, e la
consapevolezza del limite temporale della vita aumenta il valore che si dà al
tempo per poter realizzare anche un percorso di vita insieme. Hai scelto una
bella espressione per indicare l’amore dei tuoi nonni: “si prendono cura
uno dell’altro”. 2. Prendersi
cura dell'altro credo sia la
qualità essenziale dell'amore. Nel prenderci cura dell'altro mostriamo
interesse rinnovato nei suoi confronti, premura verso i suoi bisogni e
dedizione verso la vita che lentamente si trasforma. Lo diciamo anche in certe
espressioni: una persona tras-curata,
infatti, è abbandonata a sé, è ignorata; e se uno è abbandonato presto si tras-cura, ossia si
disinteressa a sé, si lascia andare, diventa debole e cede al peso degli anni e
della vita. Cura è una parola che richiama anche la
terapia, ossia quella modalità di intervento che permette di ristabilire la
salute di una persona. Sì, perché l'interesse verso la persona è terapeutico,
le permette di sentirsi viva e di sentirsi amata. E chi sa di essere amato è
più forte, perché l’attenzione è un potente medicamento dell’anima. 3. E’
significativa anche la modalità con cui indichi la loro relazione: con dedizione. La parola dedizione sta a metà strada tra il rispetto e il culto.
La dedizione è fatta di rispetto (respicere), ossia della capacità di saper guardare l’altro per quello che è e per la
dignità umana che è in lui; perché ognuno dei due è l’unico che conosce le
esperienze dell’altro, il suo vissuto, la sua storia. Solo tuo nonno, oggi,
porta dentro di sé la storia della nonna e i suoi vissuti. I tuoi genitori sono
venuti dopo, e tu dopo ancora. Lui vede nella nonna quello che altri non vedono
più, il tempo della sua giovinezza e tanti altri istanti vissuti insieme, le
sue fantasie, i suoi sogni e il suo passato. E nella dedizione c’è anche un
richiamo al sacro, che ci ricorda il legame con il divino. Nell’amore, infatti,
sperimentiamo la forma più importante del legame tra le persone, ed essendo la
forma più alta del legame umano è bello dire che è un legame divino. Come il devoto ritorna infatti con i propri pensieri
a ciò che ama, così l’amante vuole stare vicino all’oggetto del suo amore. 4. “Amiamo con più sincerità perché conosciamo meglio
l’altra metà della mela?” La
conoscenza della persona può aumentare l’amore, ma non basta. Quando si ama
qualcuno lo si comprende meglio: a due innamorati basta uno sguardo per capire
se c’è qualcosa che non va. È a partire dall’amore, dunque, che aumenta la
conoscenza. Il filosofo Umberto Galimberti, nel libro L’ospite inquietante, cita
una frase di Paolo di Tarso: "Non si entra nella verità senza l'amore (Non intratur in veritate nisi per
caritatem)". La comprensione, come vedi, passa attraverso l’amore.
Infatti, è proprio grazie all’amore che anche tu riesci ad afferrare le
sfumature dell’affetto dei tuoi nonni. Poiché gli adolescenti sono molto svegli
e sanno distinguere nelle relazioni ciò che è autentico da ciò che è artefatto,
credo che i tuoi nonni siano fortunati, perché hanno una nipote molto attenta
che sa leggere le tonalità emotive; ma penso che anche tu sia più ricca, perché
hai fatto esperienza dell'amore nella forma più alta, che è quella della
testimonianza e non dell’idealizzazione. La vita vissuta emana un’energia in
grado di persuadere le persone che anche la qualità dell’amore è possibile.
Un caro saluto,
Alberto
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