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Cor-rispondenze

giovedì 18 giugno 2009

La notte e i sogni


Caro professore,

Ho paura della notte: vivo di giorno e tremo nell’oscurità! Di notte, il nostro corpo non riesce a controllare i sogni, e ciò mi spaventa. Ormai le immagini riflesse dal mio essere mi incutono malinconia e quella malinconia mi assale durante tutta la giornata. Non mi sono mai sentita così persa ed impotente. Ho paura.
Laura

Cara Laura,
Quando andiamo a dormire ci avventuriamo in un mondo incerto che ci sorprende e talvolta ci inquieta se si presenta nella forma dell’incubo. A volte i sogni ci spaventano e, se hanno una fattura angosciosa, è inevitabile che tu ti senta “persa ed impotente”. Gli incubi creano ansia e turbamento anche durante la veglia. Il classicista e filologo Maurizio Bettini ricorda che, anticamente, l’incubo era inteso come una presenza reale e viva e non solo come un’immagine: “Per gli antichi però l'incubo non era solo un sintomo, una affezione; era anche un demone, un dio che ti saltava sul petto. Per questo si chiama incubo: in latino incubo, incubare, vuol dire, per l'appunto, 'mettersi a sedere sopra'. Quindi l'immagine è quella di una creatura che salta sul petto del dormiente e preme, procurandogli disagio e sofferenza”. [Maurizio Bettini, Alle porte dei sogni, Sellerio, 2009].
Quando riflettiamo sui sogni nascono in noi molte domande, ad es.: “Cosa si nasconde dietro le immagini che compaiono di notte? Che cosa suggeriscono i sogni e quali enigmi si nascondono nelle scene notturne? E perché i sogni lasciano in noi preoccupazioni che, come dici tu, si ripresentano durante la giornata fino a condizionare le nostre emozioni, e le percezioni avute nel sogno sembrano vere come quelle della veglia?"
Sono domande importanti che non hanno ottenuto finora una risposta univoca, ma molte interpretazioni.
La notte a volte fa paura perché ci rendiamo conto di non riuscire a controllare ciò che avviene in noi. Persino le parole che utilizziamo per descrivere ciò che avviene sono inadeguate: infatti diciamo “ho sognato” questo o quell’altro, come se fossimo noi a creare coscientemente il materiale dei sogni. In realtà (ed è questo che inquieta), noi non decidiamo proprio nulla: i protagonisti, la trama e l'esito del sogno non sono definiti da noi. L'espressione “io sogno”, dunque, è sbagliata: quando una persona va a dormire non è il suo io a sognare, ma avviene qualche cosa dentro la psiche, a insaputa del soggetto, che si manifesta nel palcoscenico buio della mente. L’io è sostanzialmente passivo, osserva e apprende, ma non decide nulla.
Nessuno sa dunque bene come nascano i suoi sogni. Andiamo a dormire chiedendoci: chissà che cosa ci attende questa notte, quali sogni si impadroniranno di noi. D'altra parte non è possibile decidere cosa sognare. La notte sfugge completamente al nostro controllo. È il suo aspetto originale e affascinante, perché ci presenta novità e sorprese; però è anche inquietante, perché sappiamo di non poter controllare ciò che si rappresenta nella scena onirica [ónar=sogno].
I popoli antichi avevano un vero e proprio culto per i sogni, alcuni popoli avevano degli interpreti che analizzavano i sogni dei re e dei personaggi illustri (in Mesopotamia c'erano gli oniromanti, una sorta di traduttori professionali dei sogni – cfr. Freud).
Per molti popoli i sogni comunicano messaggi importanti che devono essere interpretati, perché il loro significato non è immediato. Spesso si ritiene che i sogni mettano l'uomo in contatto con un'altra realtà: che portino notizie dal soprannaturale o dal mondo dei morti, oppure che rivelino qualcosa di importante per la vita. Secondo diverse culture i sogni veicolano messaggi che provengono dalla divinità e permettono dunque agli uomini di conoscere il destino individuale che li attende o quello collettivo di un certo popolo.
Per alcuni, dunque, i sogni contengono indicazioni per il futuro (il sogno di Giuseppe nella Bibbia – Giuseppe sogna sette vacche grasse a cui succedono sette vacche magre che divorano le prime: queste ultime rappresentano i sette anni carestia in Egitto che avrebbero divorato l'abbondanza accumulata negli anni precedenti); mentre altri (Freud) ritengono che rivelino qualcosa del nostro passato e dei nostri desideri; per altri ancora, i sogni non significano proprio nulla, sono forme che si creano nella psiche durante la notte, ma che non hanno significato.
Per Freud il sogno è la via principale per giungere all'inconscio ("L'interpretazione dei sogni è la via regia per la conoscenza dell'inconscio, il fondamento più sicuro della psicoanalisi e il campo in cui ogni praticante deve maturare il proprio convincimento e perseguire il proprio perfezionamento"). Pensa che anche lui stesso, da giovane, annotava i suoi sogni per poi interpretarli. Il suo libro “L’interpretazione dei sogni”, che è una analisi molto accurata delle associazioni che vengono fatte nei sogni, contiene molti sogni dell’autore. (Se leggi il primo capitolo troverai, tra l’altro, un’eccellente sintesi delle varie teorie del sogno - rivelazioni per il futuro, superstizioni, riferimenti al trascendente, materia di scarto dell'attività psichica normale). Freud è importante perché ha cercato di indagare quello che si annida dietro la coscienza, ha cercato di varcare lo sbarramento della coscienza per andare oltre; per lui i sogni non sono senza senso, ma hanno sempre un significato: sono l’appagamento di desideri che non possiamo appagare durante la veglia. Il sogno avrebbe un contenuto manifesto e un contenuto latente (cap. 4): quello manifesto è quello che ricordiamo, la scena che si rappresenta nella psiche, mentre il contenuto latente sono le associazioni di idee e di pensieri che vengono messi in gioco. Attraverso un paziente lavoro a ritroso, cercando i meccanismi di ideazione, gli stati affettivi, o i sintomi nevrotici, egli ha cercato di scoprire il linguaggio di questo nuovo mondo, che è il mondo dell'inconscio. Per Freud è un mondo molto importante perché è quello che influenza la nostra vita quotidiana. Il sogno ci abbandona quando siamo svegli, e solo un piccolo ricordo rimane al mattino e ciò che rimane sembra provenire quasi da un altro mondo. Egli pertanto ha cercato un filo che potesse collegare il sogno con le esperienze vissute, con le passioni e con i desideri delle persone.
Il linguaggio del sogno è diverso da quello della veglia. Nel sogno accadono cose particolari: ad esempio a volte nel sogno disponiamo di ricordi inaccessibili nello stato della veglia. Si parla infatti di “ipermnesia onirica”, ossia della capacità di ricordare cose che abbiamo sentito in maniera fuggevole (immagini di località, di persone lontane o di esperienze infantili). Sembra che nulla vada perduto nella psiche e che anche impressioni insignificanti lascino comunque una traccia che è capace di riapparire nel sogno. Se la caratteristica della vita vigile è quella di procedere per concetti, i sogni invece pensano per immagini (prevalentemente visive).
Nel sogno non viene applicata la legge di causalità: si parte infatti da un effetto per creare una causa (la caduta di una tapparella fa produrre l’immagine di un'esecuzione durante la rivoluzione francese); vengono a mancare il tempo lo spazio (le combinazioni tra le immagini o le sequenze sono fantastiche e si collegano con percezioni esterne); non vale il principio di non-contraddizione (nei sogni facciamo cose contraddittorie); il sogno è incoerente, perché riunisce varie contraddizioni e ammette cose impossibili (si mettono insieme persone e cose che non hanno il minimo rapporto tra di loro), ossia trascura ciò che sappiamo su determinate cose (“anarchia psichica”). Il sogno sconvolge ogni cosa come in un caleidoscopio. Valgono altre leggi di associazione, ma non quella di causa-effetto (ad es. assonanze tra parole e rappresentazioni)
Il sogno è l’appagamento di un desiderio (se una mangia acciughe, olive o altri cibi salati prima di andare dormire, la sete di cui soffre di notte lo sveglia, ma il risveglio è preceduto da un sogno di contenuto identico: di stare bevendo - Che cosa sogno un'oca? Il granoturco). Però a volte i sogni sono deformati, ossia richiedono un'interpretazione. Per Freud gli strati profondi della nostra psiche si manifestano nel sogno perché la coscienza non è così vigile e non sorveglia più rigorosamente quello che controllava durante il giorno e permette dunque che le verità rimosse possano raggiungere la superficie della coscienza (anche i sogni angosciosi rivelano appagamenti di desideri). Ma perché i sogni allora non manifestano apertamente il loro significato? Perché è necessaria un'interpretazione e il sogno non dice direttamente che cosa significa? Perché viene prodotta una deformazione, e chi la produce? Per Freud i sogni rappresentano desideri travestiti. Secondo l’autore ci sono due istanze psichiche (istanza = forza), ossia due forze: una plasma il desiderio del sogno e l'altra esercita una censura su questo desiderio, provocando una deformazione della sua espressione. Ciò che arriva alla coscienza è prodotto dalla prima forza, mentre la seconda lascia passare solo ciò che è gradito alla coscienza. I sogni penosi contengono qualcosa di spiacevole (per la seconda istanza), ma contemporaneamente soddisfano un desiderio (della prima). La prima forza produce il desiderio, mentre l'altra ha una funzione di difesa; perché a volte ci sono desideri che uno non vuole comunicare, ci sono desideri che uno non vuole confessare neppure a se stesso. Allora l'appagamento del desiderio è mascherato tanto da essere irriconoscibile, perché esiste una ripugnanza o un'intenzione di rimozione verso l'argomento del sogno o verso il desiderio che da esso deriva: quindi c'è un atto della censura. Per questo Freud dice che il sogno è “l'appagamento (mascherato) di un desiderio (represso, rimosso)”. Però se questa interpretazione non ti soddisfa puoi sempre pensare come il poeta Novalis, secondo cui: "Il sogno è una difesa contro la regolarità e la banalità della vita, una libera ricreazione della fantasia legata, in cui essa sovverte tutte le immagini del giorno e interrompe con un lieto giuoco infantile la costante serietà dell'uomo adulto; senza i sogni invecchieremmo precocemente, e così possiamo considerare il sogno, anche se non come una diretta concessione dall'alto, come un compito gradevole, come un amichevole compagno nel pellegrinaggio verso la tomba."


Un caro saluto,

Alberto

giovedì 4 giugno 2009

I gemelli


Caro professore,

Quello tra gemelli è un rapporto profondissimo, quasi indescrivibile. Con il tuo gemello instauri un rapporto ancora prima di nascere. Già nella pancia della mamma giochi, hai un contatto fisico con lui, condividi il cibo e, alla fine, quando è l'ora, insieme a lui vieni al mondo. Ma il rapporto rimane ancora stretto, con il tuo gemello fai i primi passi, con il tuo gemello parli (quando ancora nessuno ti capisce lui parla la tua stessa lingua), con il tuo gemello affronti il tuo primo giorno di asilo e poi di scuola. E poi, nell'adolescenza, almeno nella sua prima parte, lui è il tuo compagno più fedele, non esci mai da solo, hai sempre qualcuno accanto e il gemello rappresenta il tuo stesso pensiero, quando parli col tuo gemello rifletti ad alta voce con te stesso, quando abbracci il tuo gemello è come se abbracciassi te stesso; col gemello condividi il giorno del tuo compleanno, tutte le fasi della crescita, il gemello è un complice, un compagno di scherzi e di risate intrattenibili; il gemello è il tuo sostegno, il tuo cuscinetto nel mondo e allo stesso tempo anche tu lo sei per lui. La tua regola è: " toccami tutti, ma non il mio gemello ". Il gemello è quello per cui pensi: " senza di lui la mia vita non avrebbe senso, la mia esistenza non sarebbe lecita ". Poi arriva l'adolescenza, e la situazione cambia, basta un ragazzo e un rapporto nato prima della vita stessa si scioglie, o almeno si allenta. Com'è possibile che una persona esterna, che non può neppure immaginare un rapporto del genere, possa mettere in crisi o almeno allontanare due gemelli che hanno vissuto fino a quel momento dipendendo l'uno dall'altro?
Elisa

Cara Elisa,
i gemelli scoprono se stessi nello specchio dell'altra persona: d'altra parte sono uno stesso corpo a distanza. Ciò che agli altri è precluso, ossia la visione di sé nelle relazioni con il mondo, per voi è stato possibile. Vi siete immaginate l'una nell'altra, vi siete osservate e conosciute. La prima consapevolezza ad emergere è stata quella di avere un corpo comune, entrambe avete visto lo stesso corpo crescere parallelamente, mentre la soggettività per molto tempo vi è sembrata unica. Nessuna di voi può dire che cosa dell'altra abbia contribuito a costruire la propria identità, perché finora avete vissuto in simbiosi. Tutto è stato in riferimento all'altra persona: le abitudini, il carattere, le conoscenze, i punti di riferimento, l'appoggio psicologico. Mentre negli altri adolescenti l'identità deriva da un lungo processo di conferme, in voi l'identità è stata narrata nello specchio della gemella: la tua gemella ti ha consentito di osservare ciò che in te permaneva e ciò che mutava nel tempo. Fino ad ora avete avuto una soggettività comune: i confini di te stessa ti erano dati dall'altra persona e l'altra persona ti ha permesso di essere consapevole di te. Quando una della due ascoltava l'altra, ascoltava se stessa e la comprensione era quasi immediata. L'immagine dell'altra ti ha dato forza, la tua gemella è stata la tua mediazione verso il mondo, ciò che ti ha permesso di avvicinarti e di allontanarti dal prossimo, di interpretarlo. Penso che persino sentir la sua voce sia stato udire il prolungamento della tua, perché quando una della due taceva, il pensiero continuava nella voce dell'altra e il discorso, anche quando la parola era trattenuta nel silenzio, permaneva sullo stesso tono. Quando hai colto certi aspetti di tua sorella, in realtà hai scoperto aspetti di te; osservando lei hai compreso le tue caratteristiche. Nel suo volto e nel suo corpo hai sempre avuto a disposizione la tua oggettivazione. Tutto era significativo, perché raddoppiato e sottolineato dall'altra. Come una risata ha senso se è vissuta in due, se è con-divisa, così tutte le vostre esperienze sono state vissute con questa eco e dunque sono state amplificate, vissute con intensità e prolungate nel tempo. Il tempo era veramente durata: perché tutto si dilatava e si conservava a lungo nella memoria comune.
L'identità condivisa è dunque un legame fortissimo, indissolubile, però questa unità condivisa, che offre molti vantaggi (protezione verso il mondo, sostegno nei confronti delle avversità, condivisione dei momenti belli), a partire dall'adolescenza deve lasciare spazio al processo di individuazione. Il legame profondo rimane, ma bisogna andare verso la vita e ognuna di voi deve cercare la propria identità non nello specchio dell'altra, ma nelle relazioni con il mondo.
È certamente un cambiamento difficile, enorme.
L'altra, d'altra parte, è sempre stata presente; vivendo con lei non eri mai da sola, sia quando era presente sia quando era assente eri comunque certa di ritrovare dopo poco tempo la sua presenza per condividere emozioni e idee. Come dici tu, una gemella non è solo una presenza psicologica, ma è anche una presenza fisica che ti accompagna e ti sostiene: ti accompagna quando esci e pertanto ti protegge dalla solitudine.
Oltre l'unione tra due persone, però, deve emergere anche la specificità. Per lungo tempo la tua gemella è rimasta con-fusa con te. In realtà non è mai stata completamente altro da te. Ma il processo di individuazione è personale. La parola individuo ricorda proprio ciò che “non si può più dividere”, e per diventare individuo ognuno deve intraprendere la propria strada. Per quanto l'altro sia vicino, sia davanti a noi, sia sentito come unico, l'altro non sei tu, l'altro non può ostacolare il progetto della tua realizzazione che dipenderà dalla tua autodeterminazione. Ogni essere umano deve disegnare se stesso, la propria vita e può fare questo solo quando dalla relazione a due si intrecciano relazioni con altre persone. Per cui finisce l'identificazione completa con l'altra persona (un continuo te stesso), e si incontra veramente l'alterità negli altri. Gradualmente, ci si emancipa dalla fusione; gradualmente, si abbandona la protezione dell’altro (di questo soggetto allargato) e si va incontro alla vita vera. Nell’incontrare il mondo, ora che sei nell’adolescenza, l'altro ti può infondere fiducia, può sorreggere la tua fragilità, può farti sentire il suo sostegno in certi momenti, ma non può sostituirsi alle tue scelte e alla tua vita.
L’altro, come dici tu, è necessario, imprescindibile “senza di lui la mia vita non avrebbe senso, la mia esistenza non sarebbe lecita”, l’altro è infatti la nostra coscienza di esistere. Ma l’autosufficienza che hai provato nel rapporto con la tua gemella è illusoria: è ancora, come accade a Narciso, l’immagine riflessa di te stessa ad essere scambiata con l’altro. Nella tua gemella scorgi ancora il tuo riflesso.
Il legame cambia perché si trasforma, ossia assume una nuova forma. Lo specchio che rifletteva la tua immagine rischia ora di farti soffocare. Entrambe ora dovete fare la vostra vita e tracciare il vostro personale percorso. Per fare questo devi prendere, per certi aspetti, le distanze da tua sorella, per poter realizzare la tua vita, per evitare che l’eccessiva fusione con lei ti appiattisca su di lei. Occorre ora che ognuna di voi segua la propria indole e la propria volontà, perché senza differenziazione non c'è vita autentica. Se la tua gemella fino ad ora è stata il perimetro del tuo mondo, un privilegio che ti ha permesso di navigare nella sua identità come se fosse la tua, adesso entrambe dovete uscire da questo specchio, dalla proiezione di voi stesse nell'altra che vi ha aiutato a rafforzarvi. Per fare questo, il legame originale deve allentare la sua presa, perché là dove c'è un tutto non è possibile alcuna crescita. Allora è necessario che quel cordone ombelicale che vi tiene in vita prenda una nuova forma. I tempi della vita sono diversi: gli incontri importanti, gli affetti, gli obiettivi da raggiungere. Ovviamente, ognuna avrà i suoi tempi: non ci si fidanza contemporaneamente, non si incontrano nello stesso tempo persone significative. Ora ognuna di voi guarderà l’altra e imparerà anche ad attendere il proprio turno, il proprio momento. Il legame, dopo qualche periodo di incertezza, si farà ancora più profondo, perché dopo l’unità (passiva) della fusione originaria, conquisterete una nuova unità (attiva) nella diversità.


Un caro saluto,

Alberto

domenica 31 maggio 2009

L'angoscia della scelta


Caro professore,


Kierkegaard parla della sensazione paralizzante delle possibilità umane... tutto è determinato dalle nostre scelte, e proprio ora ci ritroviamo davanti alla più paralizzante di tutte le decisioni: che fare della nostra vita? Qual è la scelta giusta? Fare l'università che davvero mi interessa correndo il rischio di non trovare lavoro o scegliere il nostro futuro in vista dei posti lavorativi disponibili?
Vale a dire, una scelta basata sulla passione o sulla sicurezza?
Tenendo conto che spesso ci si ritiene senza interessi, non si riesce a capire cosa davvero ci appassioni, cosa potrebbe appassionarci per tutta la vita. Inoltre Nietzsche ci sprona a fare della nostra vita ciò che realmente vogliamo, ma io trovo troppo difficile deludere le aspettative che la famiglia e la società hanno su di noi, e sicuramente questa scelta richiede smisurato coraggio. Una persona nasce, va all'asilo, alle elementari, alle medie, alle superiori, all'università, trova lavoro, mette su famiglia, e muore. E’ paralizzante pensare di poter uscire dei binari, dove si può trovare la forza? Lo so, sono tante domande, ma può rispondere a quella che più le interessa.

Francesca



Kierkegaard quando descrive la vita non descrive un’esistenza astratta, ma descrive le difficoltà e le perplessità ricorrenti della propria: “Io mi trovo qui esitante come Ercole; non si tratta di un semplice bivio, ma di un incrocio di vie che s'irradiano in tutti i sensi. Ecco perché è tanto difficile imbroccare la giusta. E’, forse appunto la disgrazia della mia esistenza, l'interessarmi a troppe cose, senza arrivare mai a nessuna decisione: nessuno dei miei interessi [spirituali], nessuno è subordinato all'altro, ma tutti si tengono per mano” [Diario].
Capita così anche a noi: teniamo “per mano” tanti interessi, perché non sappiamo esattamente – come tu affermi - “cosa potrebbe appassionarci per tutta la vita”.
Ognuno ha le proprie ragioni: la famiglia le sue preoccupazioni e noi le nostre aspirazioni. In qualche modo tutti abbiamo ragione. Però le nostre opinioni fanno riferimento al nostro modo di sentire. A un certo punto il conflitto della scelta che prima era vissuto solo interiormente, come indecisione tra ciò che ci piaceva e ciò che ci piaceva di più, adesso allarga i propri contorni. I nostri interessi non coincidono sempre con quelli dei genitori. Il punto di vista è diverso. Ci sono buone ragioni da ogni parte, ma le ragioni non si equivalgono; e si aprono allora nuovi spazi per la riflessione: il conflitto da intrapsichico diventa interpersonale. Attraverso una contrapposizione reale (spesso conflittuale) e argomentata delle nostre motivazioni però impariamo ad esplicitare i vantaggi e gli svantaggi delle diverse prospettive e, grazie a questo chiarimento, potremo fare delle scelte consone ai nostri bisogni. Qual è la posta in gioco? La nostra vita futura. Allora dobbiamo ascoltare prudentemente le ragioni dei genitori, perché ci presentano soluzioni che, a volte, o per impulsività o per mancanza di conoscenza non avevamo considerato. Dopo aver pensato molto, però, dobbiamo abbandonare le giustificazioni degli altri e valutare quelle che realmente ci appartengono: dobbiamo discernere attentamente tra ciò che è semplice curiosità momentanea e i nostri interessi autentici. Dopo aver ascoltato varie opinioni dobbiamo canalizzare le nostre energie per collocarci nella dimensione della realizzazione della nostra vita, seguendo il nostro demone: abbiamo il compito di garantire a noi stessi l'onestà verso ciò che ci appassiona. Non dobbiamo soffocare le nostre passioni, altrimenti devitalizziamo la nostra vita. Rimuovere aspirazioni e bisogni produce frustrazione. Non esistono decisioni giuste o puramente razionali. Dobbiamo tenere conto della nostra natura che ovviamente è complessa e spesso ci presenta tendenze ambivalenti. Lo psicanalista statunitense James Hilmann scrive che: “Il carattere è caratteri; la nostra natura è una complessità pluralistica, una trama multifasica e polisemica, un fascio, un groviglio, una cartelletta piena di fogli. […]. Mi piace immaginare la nostra psiche come una pensione piena di ospiti. Ci sono quelli che si presentano puntuali e seguono le regole della casa, e altri, anch'essi ospiti fissi, che se ne stanno chiusi in camera o si fanno vedere solo di notte; e può darsi che questi e quelli non si siano mai incrociati” [La forza del carattere, 2001]. Dobbiamo saper ascoltare tutti gli ospiti che abitano la pensione della nostra mente, prima di decidere.
L’esistenza è costituita dalla dimensione del progetto per il nostro avvenire. Quando le alternative sono molteplici sentiamo la difficoltà di incanalare la nostra vita. In questo periodo senti maggiormente la responsabilità della scelta, ma come hai detto tu, citando il filosofo danese, la scelta non è un evento raro nella vita. È invece la dimensione costitutiva del soggetto umano; ogni scelta separa, esclude, prospetta alternative e apre nuovi scenari.
Vorrei dirti che prima di decidere è importante decifrare.
Decifrare i propri bisogni, che cosa dà serenità e senso alla vita. È importante comprendere i processi dinamici che si muovono dentro la psiche e che attivano la motivazione. Dobbiamo liberarci dall’idea che dal conflitto occorra affrancarsi rapidamente. Se, come dici tu, la vita è una continua scelta, il conflitto è permanente e saremo chiamati comunque a decidere continuamente. È vero che la scelta della scuola sembra condizionare maggiormente la nostra vita, perché esclude molte possibilità che non potremo più realizzare, ma credo che tale scelta debba andare nella direzione della responsabilità. Siamo noi responsabili del nostro futuro e saremo noi a rispondere delle nostre scelte. Non dobbiamo consegnare la nostra vita ad una valutazione esterna, a significati estranei alla nostra natura. Potremmo dire - con un paradosso - che ciò che ci porta a decidere è qualcosa di decisivo, che prima o poi emergerà nella nostra mente; e che ogni scelta decisiva deve avvenire dopo una lunga fase di decifrazione.
Dobbiamo lasciare un maggiore spazio alla nostra voce interiore, lasciare che tutte le parole che abbiamo ascoltato, dopo aver risuonato a lungo dentro di noi, gradualmente, scompaiano per consentirci di avere la giusta visione della nostra natura. Non siamo nel mondo solo per raggiungere obiettivi, ma per vivere una vita buona, perché – come dicono gli antichi – da una vita buona discende una vita felice. Il futuro porta in sé l'imprevisto e quindi ogni decisione che riguarda il futuro ha la forma della scommessa, forse dell'azzardo. Prendendo una decisione diamo una regola al nostro percorso, diamo una forma alla nostra vita. Chi sarà responsabile dei nostri fallimenti o dei nostri successi? Non possiamo poi attribuire agli altri l'esito del fallimento o dell’infelicità. Viviamo in questo conflitto profondo che non riusciamo ad eliminare: sentiamo contemporaneamente la nostra fragilità e la nostra debolezza. A volte non siamo così sicuri che le nostre convinzioni possano condurci alla felicità. Non dobbiamo dare una risposta agli altri, dobbiamo lavorare per comprendere qual è la nostra strada, qual è l'ampiezza delle possibilità che scaturiranno dalla nostra scelta e quali prospettive verranno aperte. Seneca scriveva che “Tra le cause dei nostri mali c'è il fatto che viviamo imitando gli altri e non ci regoliamo secondo la ragione, ma ci lasciamo trascinar via dalla consuetudine. Quello che non vorremmo fare se lo facessero in pochi, quando molti hanno iniziato a farlo, lo approviamo, come se una cosa diventasse migliore perché viene fatta più spesso; e l'errore, quando è diventato generale, occupa per noi il posto del vero” [Lettere a Lucilio].
Il lavoro non è che una parte della vita, però è una parte importante. Sarebbe bello essere soddisfatti della propria scelta, perché passiamo molte ore al lavoro. Tu dici che occorre decidere tra conformismo e passione; ma tutto questo è anche il risultato di un processo iniziato tanto tempo fa e che si è articolato, in parte, anche nella scuola, e ha lasciato in te una traccia, un gusto, un'idea da seguire. Il tuo demone – direbbe Socrate - non ti inganna. Le cose che ti fanno stare bene a livello fisico e psichico devono essere ricercate, ripetute. Dobbiamo immaginare la nostra vita a distanza di tempo, nel lavoro, nell'amore, in una nuova famiglia, con dei bambini, perché pensare al modello di vita che desideriamo, è un modo per chiarire che cosa vogliamo da noi. Poiché il futuro esercita una grande forza su di noi, come una potente calamita ci attrae e ci spinge in avanti, allora ascoltiamo pure tutti i suggerimenti, ma lottiamo per abitare il futuro che abbiamo immaginato.
Dopo aver osservato bene le caratteristiche della nostra vita dobbiamo decidere dell’importanza che essa deve avere nell’insieme; per fortuna “l’essere costretti – diceva Kierkegaard - “è l’unico aiuto della finitezza”. Il nostro animo che ha sete di infinito se non fosse costretto sarebbe sempre perso da qualche parte e incerto su tutto. Dobbiamo pensare se un certo tipo di studio o di lavoro contribuisce a realizzare meglio la nostra vita. I filosofi esistenzialisti ci ricordano che decidere è un decider-si, un determinare ciò che diventeremo nel tempo. Allora dobbiamo prenderci cura di noi stessi nell’orizzonte di ciò che per noi ha più valore e rende la vita degna di essere vissuta.


Un caro saluto,

Aberto

lunedì 25 maggio 2009

Amore e odio

Caro professore,

Come mai l'amore e l'odio sono due sentimenti opposti, ma allo stesso tempo così vicini? Per esempio un ragazzo si innamora e si fidanza con una bellissima ragazza. Dopo sei mesi lei lo tradisce, e il ragazzo si trova in un momento in cui, amore odio viaggiano insieme; perché? Il ragazzo, ancora innamorato di lei, allo stesso tempo la odia per il suo mancato amore. Dunque mi chiedo, come fanno due sentimenti così opposti a vivere in alcuni momenti insieme?
Stefano


Caro Stefano,
Nel libro “Anatomia della distruttività umana”[1973] 1975, il grande psicanalista e sociologo tedesco Erich Fromm (1900-1980) diceva che è un “luogo comune” che l’amore si possa trasformare in odio. Sarebbe più esatto dire - secondo Fromm - che “non è l'amore a subire questa trasformazione, ma il narcisismo ferito della persona che ama, e cioè che è il non-amore a causare l'odio”.
Però è vero, a volte, è difficile ammettere che amiamo e, sotto certi aspetti, odiamo una persona; la amiamo, perché più in generale vorremmo unirci a lei, e nello stesso tempo detestiamo alcuni suoi aspetti o biasimiamo il fatto che si distacchi da noi e sia insensibile nei nostri confronti.
Difficilmente si odia qualcosa per cui non si prova un particolare sentimento. Se si guarda da lontano è difficile odiare: quindi odiamo perché siamo affascinati e sedotti dall’altra persona e la nostra interiorità è fortemente attivata e coinvolta; ma odiamo perché è stata tradita la nostra fiducia e perché intuiamo che i suoi sentimenti non sono analoghi ai nostri. Prendere coscienza della differenza e del distacco genera sofferenza e scatena in noi una sorta di rabbia, mentre in fondo in fondo non si è ancora spento il desiderio dell’altra persona e siamo certi che la amiamo ancora.
Questo complesso meccanismo di amore-odio evidenzia il momento in cui fatichiamo a giungere alla comprensione di ciò che sta accadendo dentro di noi e alla valutazione di ciò che accade nella realtà. Siamo consapevoli che l’altro si è allontanato, ma la nostra insicurezza e il nostro amor proprio vorrebbero che fosse ancora accanto a noi. Fino a quando non abbiamo razionalizzato tutto quanto, non riusciamo a superare questa situazione.
Non odiamo tanto la persona per l'atto compiuto, ma detestiamo il fatto che si sia allontanata da noi, che provi gioia ed entusiasmo indipendentemente da noi. Poiché vorremmo ancora condividere con lei interessi, tempo e passioni soffriamo e ci esauriamo nel tentativo di comprendere quanto è accaduto.
L’ambivalenza amore-odio rivela aspetti inconsci della mente umana: odiamo per il tradimento, ma nello stesso tempo, in qualche modo, cerchiamo di reprimere la consapevolezza del tradimento. Sentiamo la contraddizione, ma non siamo consapevoli dei processi inconsci che si muovono dentro di noi, a nostra insaputa. Ogni tanto affiorano alcuni sentimenti, ogni tanto affiorano i sentimenti di segno opposto. A volte, come dici tu, ci inquieta scoprire che siamo in grado di amare e di odiare più o meno nello stesso tempo. Vorremmo nascondere l'odio sotto l'amore, ma a volte l'odio emerge nei confronti di chi ci ha tradito, mentre altre volte riaffiora l'amore. Spesso non riusciamo neanche ad accettare di poter odiare una persona che abbiamo amato, e quindi i sentimenti inaccettabili vengono subito cancellati, cacciati nell'inconscio per lasciar spazio all'amore. Un po' perché speriamo narcisisticamente che la persona possa recedere dalle sue decisioni, e scoprire in noi dei tratti piacevoli; ci attendiamo che si ricreda delle proprie scelte e che ritorni verso di noi. A volte è una speranza legittima, a volte è un gioco illusorio. Quando siamo attraversati dai pensieri che le cose potrebbero essere diverse siamo nuovamente colti da questa illusione e scopriamo di essere ancora ben disposti verso l'altro, in grado di perdonare pur di ottenere amore.
Amore e odio rappresentano anche la modalità con cui diventiamo consapevoli di noi stessi: dentro di noi nasce una sorta di conflitto esistenziale che ci chiede di prendere atto della nostra incapacità o della nostra impotenza nei confronti della realtà esterna, dei desideri e degli obiettivi indipendenti dell'altra persona.
Ci rendiamo anche conto che l'odio, che poteva anche avere ragione di essere, nel momento in cui s'impadronisce di noi, si dilata in cerchi concentrici e deforma l'immagine che avevamo della persona. Spesso la deformazione messa in atto ci spaventa. Avevamo un'immagine estremamente positiva e idealizzata della persona amata e ora la nostra valutazione è cambiata, si è spalancata una nuova strada verso criteri di giudizio diversi.
Siamo lenti ad odiare perché facciamo fatica a distruggere l'immagine che avevamo creato, e che nel passato aveva avuto delle conferme; per questo talvolta dubitiamo della legittimità di odiare.
Nella vita impariamo a conoscere le nostre passioni, ma amore e odio non sono due oggetti fisici da descrivere, ma sono due modalità di rapportarsi al mondo e con le quali ci formiamo un'idea del mondo. L’odio è una condizione che ci permette di prendere congedo gradualmente da eccessive identificazioni con l'altra persona e da una eccessiva idealizzazione. Ci ricorda il fallimento della nostra relazione, mentre l'amore lascia filtrare la speranza di poter nuovamente conquistare la persona amata. L'amore ci ricorda la dolcezza che provavamo in compagnia di quella persona, l’odio ci ammonisce che è intollerabile sopportare il tradimento. La distruzione del rapporto di coppia fa nascere l'odio, la speranza del cambiamento richiama di nuovo l'amore; l'amarezza del tradimento richiama l'odio, la speranza di una felicità rinnovata rievoca l'amore. Il tradimento ha generato umiliazione, ha ferito la nostra fiducia, ma anche il nostro narcisismo; e quando prevalgono certi pensieri si rinnova l'odio per le parole e per i gesti che ci hanno fatto soffrire.
Secondo gli Stoici antichi sono i pensieri e generare le emozioni; se i nostri pensieri si concentrano su certi aspetti fanno vibrare le corde dalle quali scaturiscono i colori delle emozioni positive, se fanno vibrare altre corde, nascono sentimenti opposti. Non sappiamo a quali di questi sentimenti dobbiamo obbedire. Gradualmente, sarà il prevalere di uno o dell'altro a farci capire che possiamo perdonare e continuare ad amare anche chi si è allontanato da noi. E attraverso questa consapevolezza riusciamo a prendere distacco anche da quelle emozioni più forti che ci sembravano pesantissime da sopportare. Insomma, i pensieri fanno da detonatore per le emozioni; e, viceversa, le emozioni di rabbia fanno detonare pensieri di odio, mentre quelle positive suscitano fiducia nei confronti del mondo.
L’ambivalenza dei sentimenti di cui parli non indebolisce solo la fiducia verso gli altri, ma abbatte anche la fiducia che nutriamo verso noi stessi e può generare anche rifiuto di sé. Per sviluppare l’amore verso noi stessi abbiamo bisogno di sentirci riconosciuti dagli altri e di sapere che siamo degni di essere amati. Trovo molto belle le parole di Zygmunt Bauman, un grande sociologo contemporaneo: “ciò che amiamo nel nostro amore di sé è un proprio io degno di essere amato. Ciò che amiamo è lo stato, o la speranza, di essere amati. Di essere oggetti degni di essere amati, di essere riconosciuti come tali, e di ricevere adeguata prova di tale riconoscimento. In breve: per essere dotati di amore di sé, ci occorre essere amati. Il rifiuto dell'amore – il diniego dello status di oggetto degno di essere amato – genera odio di sé. L'amore di sé si costruisce con i mattoni dell'amore offertoci da altri” [Amore liquido, 2004]. L’amore degli altri ci rassicura sul fatto che siamo degni di essere amati, che siamo meritevoli di amore. Questa consapevolezza ci conforta nelle relazioni, ci incoraggia ad andare verso nuove relazioni, acquieta la nostra paura di essere rifiutati o non sufficientemente adatti per meritare l’amore degli altri.
Nell’ambivalenza di amore e odio sentiamo che è stata messa in discussione la nostra dignità e, dice Bauman: “Il valore primo, il più prezioso dei valori umani, la conditio sine qua non dell'umanità, è una vita fatta di dignità, non la sopravvivenza a tutti i costi".


Un caro saluto,

Alberto

sabato 23 maggio 2009

L'amore è cambiato?


Caro professore,

L'amore, che è il sentimento che pare abbia caratterizzato tutta l'esistenza dell'uomo, è cambiato e muta durante i secoli? Penso ai miei nonni, che ora si prendono cura uno dell'altro con devozione; ma mio nonno afferma di aver sposato sua moglie perché ormai doveva sposarsi e lei era in età da marito. Quando per molti secoli regnava l'assoluto maschilismo certamente anche l'amore era diverso. Altro importante caso sono i matrimoni combinati. Possiamo dire che l'amore sia cambiato e che oggi amiamo con più sincerità? Conoscendo anche meglio l'altra metà della mela?
Francesca


Cara Francesca,
Chissà se l'amore è cambiato durante i secoli? Le forme d'amore sono talmente varie che è difficile dire. Uno studioso della vita di coppia riferisce che in passato due persone si separavano perché si detestavano, mentre oggi è molto probabile che si separino perché non si amano abbastanza. Certo, è vero, molte volte uomini e donne sono stati insieme per esigenze economiche, per bisogno di protezione o di sicurezza, per motivi sociali legati al ceto di appartenenza o per altri motivi. Oggi, forse, le persone sono meno disposte ad accettare giustificazioni all'unione che non siano il motivo stesso dell’amore. Si sta insieme per amore e l'amore rimane il momento più alto della felicità. Il filosofo Umberto Galimberti scrive a questo proposito: “Oggi l'unione di due persone non è più condizionata dalla lotta quotidiana per la sopravvivenza, o dal mantenimento e dall'ampliamento della propria condizione di privilegio sociale e di prestigio, ma è il frutto di una scelta individuale che avviene in nome dell'amore, sulla quale le condizioni economiche, le condizioni di classe o di ceto, la famiglia, lo Stato, il diritto, la Chiesa non hanno più influenza e non esercitano più alcun potere, sia in ordine al matrimonio dove due persone in completa autonomia si scelgono, sia in ordine alla separazione e al divorzio dove, in altrettanta autonomia, i due si congedano” [Le cose dell’amore].
Come dici tu in passato esistevano anche i matrimoni combinati, e questo fatto suscita oggi tristezza o pensieri di compassione. Possiamo anche accettare di fare un lavoro non eccessivamente stimolante, ma non siamo disposti a rinunciare alla magia dell'innamoramento e dell'amore. Non sempre i lavori gratificano, ma almeno nell'intimo vogliamo che il nostro cuore acceleri i suoi battiti, vogliamo avere la sensazione di sentirci unici e di provare un sentimento speciale per una persona e di essere ricambiati. Parliamo sempre dell'amore; buona parte dei romanzi e dei film parla d'amore. Tutte le canzoni parlano d'amore. Ci appassioniamo alle storie d'amore sui giornali, guardando la televisione, a scuola (anche sul giornalino scolastico c'è una pagina dedicata agli amori che sbocciano tra gli studenti, agli innamoramenti venuti alla luce e alle storie di qualche mese o di circa un anno che vengono definite “storie consolidate”). Fatichiamo però a trovare una definizione univoca di amore. Ci sono tante forme di amore: amore romantico, passionale, impegnato, poetico, malinconico, sentimentale…, ma tutti gli aggettivi sembrano complicare e non semplificare la questione per giungere ad una maggiore comprensione. Però l’amore non nasce sempre secondo le modalità in cui immaginiamo debba nascere. Oggi, ad esempio, sappiamo che il matrimonio è il consolidamento di un percorso d’amore già avviato, ma dobbiamo constatare che in passato, quando erano scarsi il tempo e le occasioni per conoscere persone nuove, caratteri diversi, modalità relazionali inattese ed emozionanti, non c’era talvolta la possibilità di avere un tempo lungo per l’innamoramento. Ciò non toglie che molte coppie, nate nelle forme più variegate, abbiano cominciato ad amarsi e ad innamorarsi stando insieme nel matrimonio. Può sembrare curioso, ma è perché non hanno avuto un tempo prima. Oggi abbiamo molto tempo libero; molti amori nascono a scuola, nel gruppo di amici, proprio perché le persone hanno tempo per le relazioni, per conoscersi e per stare insieme. Un tempo, quando le relazioni erano più difficili e si creavano meno situazioni per stare insieme, molte avventure d’amore sono cominciate proprio a partire dal matrimonio. Molte coppie hanno faticato, certamente; ma sono nati anche dei grandi amori. Le persone hanno imparato a conoscersi (anche a sopportarsi), ma soprattutto, giorno dopo giorno, hanno imparato ad amarsi proprio a partire dalla condivisione dei vari momenti della vita. (Mi vengono in mente alcune storie che Nuto Revelli ha raccontato nel libro L’anello forte). Queste persone si sono sacrificate l’una per l’altra: avevano poche risorse a disposizione e le hanno condivise; nelle difficoltà hanno sperimentato sia l’amore sia la felicità.

Ma, ora, voglio dirti quattro cose:
1. Dici che tuo nonno “afferma di aver sposato sua moglie perché ormai doveva sposarsi e lei era in età da marito”. Questo fatto sembra richiamare un elemento di calcolo o di freddezza nella poesia dell’amore; diventa difficile da accettare, perché spesso riteniamo che il progetto sia un elemento estraneo che rompe l’incanto dell’innamoramento. Vogliamo che non si introducano elementi di interesse in ciò che, se non accade spontaneamente, sembra essere snaturato. Per la cultura greca, però, nessun progetto umano riesce ad infrangere la dura necessità della natura e il suo ciclo inesorabile. Ma nel tempo ciclico dato dalle leggi immutabili della natura si inserisce il tempo progettuale dell’uomo. Se le leggi della natura e l’ordine del mondo non possono essere infranti dall’uomo, l’uomo può realizzare la sua vita nel tempo che gli è concesso. Ma il progetto non è un sogno o un semplice desiderio, e si può realizzare quando si presentano concretamente le occasioni. Come per fare qualcosa occorrono gli strumenti e non solo il desiderio (o la fantasia). E per strumenti, in questo caso, intendo anche i tempi giusti per disegnare un destino comune. Senza concretezza non c’è nessun progetto; e la consapevolezza del limite temporale della vita aumenta il valore che si dà al tempo per poter realizzare percorsi di vita insieme.

Hai scelto una bella espressione per indicare l’amore dei tuoi nonni: “si prendono cura uno dell’altro”; e una bella parola per connotare il modo in cui si prendono cura: “con devozione”.
2. Prendersi cura dell'altro credo sia la qualità essenziale dell'amore. Nel prenderci cura dell'altro mostriamo impegno nei suoi confronti, interesse rinnovato, premura verso i suoi bisogni e dedizione verso la sua vita che lentamente si trasforma. Lo diciamo anche in certe espressioni: una persona tras-curata, infatti, è abbandonata a sé, è ignorata; e se uno è abbandonato presto si tras-cura, ossia si disinteressa a sé, si lascia andare, diventa debole e cede al peso degli anni e della vita. Cura è una parola che richiama anche la terapia, ossia quella modalità di intervento che permette di ristabilire la salute di una persona. Sì, perché l'interesse verso la persona è terapeutico, le permette di sentirsi viva e di sentirsi amata. E chi sa di essere amato è più forte, più resistente, perché l’attenzione è un potente medicamento dell’anima.
3. E’ significativa anche la modalità con cui indichi la loro relazione: con dedizione. La parola dedizione sta a metà strada tra il rispetto e il culto. La dedizione è fatta di rispetto (respicere), ossia della capacità di saper guardare l’altro per quello che è e per la dignità umana che è in lui; perché ognuno dei due è l’unico che conosce le esperienze dell’altro, il suo vissuto, la sua storia. Solo tuo nonno, oggi, porta dentro di sé la storia della nonna e i suoi vissuti. I tuoi genitori sono venuti dopo, e tu dopo ancora. Lui vede nella nonna quello che altri non vedono più, il tempo della sua giovinezza e tanti altri tempi vissuti insieme, le sue fantasie, i suoi sogni e il suo passato. E nella dedizione c’è anche un richiamo al sacro, che ci ricorda il legame con il divino. Nell’amore, infatti, sperimentiamo la forma più importante del legame tra le persone, ed essendo la forma più alta del legame umano è bello dire che è un legame divino. Il devoto infatti ritorna con i propri pensieri a ciò che ama; anche fisicamente vuole stare vicino a ciò che ama. C’è una forma di obbedienza nell’amore: le persone obbediscono alle richieste esplicite e a quelle implicite o silenziose dell’altro perché lo conoscono e lo amano.
4. “Amiamo con più sincerità perché conosciamo meglio l’altra metà della mela?” La conoscenza della persona può aumentare l’amore, ma non basta. Quando si ama qualcuno lo si comprende meglio: a due innamorati basta uno sguardo per capire se c’è qualcosa che non va. È a partire dall’amore, dunque, che aumenta la conoscenza. Il filosofo Umberto Galimberti, nell’ultimo libro L’ospite inquietante, cita una frase di Paolo di Tarso: "Non si entra nella verità senza l'amore (Non intratur in veritate nisi per charitatem)". La comprensione, come vedi, passa attraverso l’amore. Infatti, è proprio grazie all’amore che anche tu riesci a afferrare le sfumature dell’affetto dei tuoi nonni.
Siccome gli adolescenti sono molto svegli e sanno distinguere nelle relazioni ciò che è autentico da ciò che è artefatto, credo che i tuoi nonni siano fortunati perché hanno una nipote molto attenta che sa leggere le tonalità delle emozioni; ma penso che anche tu sia fortunata, perché hai fatto esperienza dell'amore nella forma più alta, che è quella della testimonianza e non della chiacchiera: la testimonianza di una vita vissuta con l’energia dell’amore che contagia e si irradia alle persone intorno.



Un caro saluto,
Alberto

mercoledì 6 maggio 2009

La felicità

Caro professore,

Il nostro passaggio sulla terra è fugace e veloce proprio come un battito di ciglia sul nostro volto, e quando ce ne andiamo, non solo non faremo più ritorno, ma di quello che siamo stati il mondo avrà più alcuna traccia. A cosa serve dunque la nostra fulminea e insignificante apparizione sulla terra, se inoltre vi aggiungiamo il fatto che gli attimi di felicità saranno sfuggenti e brevi, e con un numero di cui potremo con facilità tener conto sulle dita, mentre in tutti gli altri istanti sospireremo tesi per ciò che non abbiamo, che desideriamo... che molto probabilmente non avremo mai?
Francesca

Cara Fancesca,
Fazi editore ha appena tradotto un libro del filosofo tedesco Wilhelm Schmid (1953) dal titolo Felicità [Glück]. Wilhelm Schmid insegna filosofia all’Università di Erfurt in Germania ed è uno studioso piuttosto famoso oltre che per le sue pubblicazioni anche per la sua attività di conferenziere e di “consulente filosofico”. Il libretto è agile (68 pp.) e ricco di riflessioni importanti: può essere uno stimolo per una meditazione oppure una semplice introduzione alla questione della felicità.
Abbiamo bisogno di felicità, cerchiamo la felicità, talvolta siamo ossessionati dalla felicità; temiamo di non essere abbastanza felici e, spesso, temiamo che gli altri siano più felici di noi. Tutti vogliamo essere felici in questo mondo, ma non tutti intendiamo la felicità allo stesso modo. Schmid distingue tre modalità di concepire la felicità: come fortuna, come benessere e come completezza.
1. Felicità come fortuna.
È la felicità che ci arriva per caso, quando qualcosa di inaspettato produce una piacevole sorpresa. Qui la parola tedesca felicità – Glück – è intesa in senso letterale (Glück, infatti significa sia felicità sia fortuna). Si dice “ho avuto fortuna” quando qualcosa è andato bene, e si dice: “ho avuto fortuna” anche quando, in circostanze negative, le cose sarebbero potute andare peggio. In tutti questi casi la fortuna arriva dall'esterno (per caso), e dipende solo in minima parte da noi. Siamo usciti di casa e abbiamo avuto “fortuna” ad incontrare un nostro vecchio amico. Siamo dunque felici. Abbiamo partecipato ad un concorso e abbiamo avuto fortuna “ad essere stati scelti”; e anche questo ci colma di felicità. Abbiamo compilato con alcuni amici una schedina e “per fortuna” abbiamo realizzato una vincita. Siamo felici. (Il professore “per fortuna” oggi non ha interrogato di filosofia: siamo molto felici). Insomma, tutto ciò che è insperato e ci sorprende piacevolmente genera in noi felicità. In questi casi, tuttavia, non abbiamo dovuto fare un grosso sforzo per essere felici, se non quello di rimanere aperti alle possibilità della vita (Uscire di casa, iscriverci al concorso, comprare la schedina, aspettare).
2. Felicità come benessere
Di solito riteniamo anche che essere felici significhi stare bene, essere in buona salute, fare delle esperienze, delle conoscenze e avere successo. Oggi pensiamo che una vita felice consista nel vivere molte esperienze, fare viaggi, essere liberi da troppi condizionamenti e dal dolore. Se il primo tipo di felicità scaturiva dalla sorpresa e non richiedeva il nostro intervento, per ottenere il nostro benessere, invece, possiamo fare molto. Possiamo scoprire nei vari contesti di studio o di lavoro quali sono i momenti che ci fanno star bene e cercare di riprodurli. (Uno studente in questi giorni mi ha detto che è felice quando vede entrare una sua compagna di classe). Incontrare gli amici, trascorrere una serata in pizzeria, fare una chiacchierata, giocare una partita di pallavolo o semplicemente prendere un caffè sono tutti comportamenti che generano felicità. Quindi possiamo conoscere quali momenti della giornata possono provocare il nostro benessere e ripeterli. In questo senso possiamo diventare competenti in materia di felicità, ossia possiamo diventare abili a scoprire come raggiungere la felicità e come procurarci delle soddisfazioni. Questa felicità, però, è fatta di attimi, di momenti più o meno lunghi, ma non può durare. Una partita non può continuare all'infinito, un cibo buono non può essere mangiato ininterrottamente, anche una bella chiacchierata con gli amici non può trascinarsi in eterno. Ma dopo i momenti di gioia e di euforia, sembra che siamo meno preparati ad affrontare le ore di calma. Per questo sentiamo spesso dire che la quotidianità è pesante e ci sembra che la felicità sia ancora da un'altra parte: lontana o irraggiungibile.
3. Felicità come completezza.
C’è però un terzo genere di felicità di cui parlano soprattutto i filosofi antichi, da Socrate a Seneca. La felicità è intesa da questi autori come eudaimonia. Il filosofo Umberto Galimberti traduce in questo modo il concetto di eudaimonia: “Seguendo il proprio demone si raggiunge l'eudaimonía, ossia la felicità, che dunque non risiede nel raggiungimento degli oggetti del desiderio, ma nella realizzazione di sé. Tutto ciò che io sono mi è dato, e la vita non è altro che l'espressione, la fioritura di ciò che in fondo sono. Di qui l'importanza di riconoscere l'ambito della mia possibile estrinsecazione, il progetto di vita per cui sono venuto al mondo, il compito a cui sono stato assegnato e in cui si rivela chi sono. Non sono disponibile per qualsiasi vita, ma per quell'unica vita in cui trova espressione ciò che sono. "Conoscere se stessi" significa allora conoscere i propri limiti, perché, solo nell'esperienza del limite, la vita acquista forma, come l'acquista il fiume che, senza argini, perderebbe la potenza della sua corrente” [La casa di Psiche, Feltrinelli]. In questa modalità si esperisce la felicità come durata. Dunque: c'è una felicità che dipende da ciò che accade e un’altra che dipende dal benessere; ma c’è una forma di felicità più grande che abbraccia tutto, anche la componente e spiacevole e dolorosa dell'esistenza. È una forma di felicità che dipende dalla disposizione d'animo nei confronti della vita, è un modo di stare al mondo che si conquista con l'esperienza e dunque con il tempo, gradualmente. La felicità come completezza significa questo: considerare la vita nella sua ambivalenza, e accettarla nella sua interezza, con le sue sfaccettature, con i momenti belli e con quelli meno belli, cercando di realizzare la propria natura e i propri progetti. È una felicità che si conquista nell'equilibrio tra aspetti diversi della vita. È propria di chi accetta la vita nel suo complesso, sapendo che essa è fatta di momenti positivi e di fallimenti, di successi e di insuccessi, di piaceri e di dolori, di soddisfazioni e di insoddisfazioni. Le forme precedenti di felicità riguardano esperienze isolate: la fortuna momentanea, il benessere occasionale. Quest'ultima felicità fa sì che l'uomo non si disperi dei momenti difficili dell'esistenza, e non si spaventi troppo se la felicità per qualche tempo non raggiunge il grado massimo. Questa felicità va dunque oltre il singolo momento. Nel corso della vita ogni uomo dà una forma a se stesso e alla propria esistenza. In questa forma trova la felicità. Nella realizzazione di sé si soppesa la vita secondo un arco temporale oppure secondo l’intero suo corso. Allora la felicità non deriva da un momento di sorpresa, da qualche oggetto o da qualche cambiamento, né da qualcosa di spettacolare. Consiste nel considerare la propria vita come una buona vita e dunque felice. Il momento del ricordo diventa un momento importante, perché è nella visione del legame che collega i vari aspetti della vita che si è consapevoli della felicità di questa. L’uomo felice ha accettato la propria vita con le luci e le ombre che l’hanno costituita.
Sembra un paradosso: ma la felicità come completezza è tale perché non si esclude dalla propria vita l'infelicità. Non si escludono il dolore, la malinconia e la tristezza. La felicità dell'uomo sarà perfetta "se avrà la durata dell'intera vita (máos bíou téleion)", diceva Aristotele. (Eth. Nic., 1177b, 25).

Un caro saluto,
Alberto

lunedì 27 aprile 2009

La bellezza

Caro professore,

Bellezza, questa parola significa tutto e niente. Essere belle oggi significa essere delle modelle scheletriche con la fobia di ingerire qualunque tipo di cibo, che a malapena entrano in una taglia 42; significa avere i vestiti alla moda e il taglio di capelli giusto; qualche secolo fa essere belle significava avere delle forme. Ora ci troviamo di fronte ad un mondo patinato e superficiale, dove le bellezza conta più di ogni altra cosa, dove non si è giudicati per quello che si è ma solo per la bellezza esteriore e basta. Allora che cos'è la bellezza? e perché il mondo le dà così peso?

Federica

Cara Federica,
La bellezza è una componente molto importante della vita. Se noti, usiamo l’aggettivo bello in contesti molto diversi: un paesaggio di montagna è un “bel paesaggio”, una giornata di sole è una “bella giornata”, un gesto di amore è un “bel gesto”, le persone buone sono “belle persone”, una vita realizzata è una “bella vita”, e un vecchio che muore nel proprio letto, circondato dai suoi cari, fa una “bella morte”. Ma ancora: quando incontriamo un amico d’infanzia o una persona cara esclamiamo: “è bello rivederti”, o “è bello stare con te”. Il bello pervade la vita e condiziona anche le espressioni del linguaggio. Non solo l’armonia della natura suscita in noi il sentimento del bello, ma consideriamo bello tutto ciò che ci fa star bene. Il bello è dunque legato sia alla proporzione o all’equilibrio sia al bene. Ma perché la bellezza che rallegra tutti i momenti dell’esistenza è percepita come bene? Credo perché la bellezza è l’ingrediente che ci permette di esistere e di espanderci. Nel bene e nella fiducia riusciamo a maturare, per questo sentiamo ciò che favorisce il nostro sviluppo e il nostro accrescimento come bello. Cerchiamo dunque il bello per star bene, perché stare bene ci consente di crescere. Quando stiamo bene siamo felici perché possiamo espanderci e andare verso il mondo. Le persone infatti crescono se sono accettate. Anche nella scuola accade così: gli insegnanti che sanno accettare lo studente e i suoi limiti, gli consentono di correggersi e di trovare dentro di sé la forza per migliorarsi; lo stimolo per conoscere, appassionarsi e per dedicarsi alla cura di sé attraverso le materie di studio. Chi sottolinea troppo le inadeguatezze e i difetti scoraggia i ragazzi e non consente la formazione delle passioni. Se uno sente di essere accettato, gradualmente riesce a cambiare. Se l’ambiente emotivo è sereno facilita l’evoluzione.
Poiché abbiamo bisogno del bello per esistere, la pubblicità usa il bello per vendere. E proprio perché necessitiamo della bellezza ci lasciamo ingannare. Hai ragione: la magrezza oggi viene imposta (riviste, film, pubblicità, tv) e noi non riusciamo a scorgere le trappole delle pubblicità che insidiano le nostre menti (che cosa ci vogliono vendere?). Poiché la stima di noi stessi dipende dall’accettazione degli altri, questa accettazione oggi passa attraverso le immagini proposte, le forme esibite, i sorrisi ostentati, e pertanto ci convinciamo che la nostra esistenza ha valore se si adegua ai modelli dominanti. Dobbiamo essere vincenti, competere con gli altri o essere come loro. Questa continua sfida ci porta però ad ammalarci. È giusto trarre piacere dal proprio corpo, prendersi cura di esso, ma non è normale temere eccessivamente piccoli cambiamenti. Tremare, avere paura di mostrarsi agli altri, non uscire di casa o nascondere il corpo perché rivela la nostra inadeguatezza è segno che qualche cosa non va. Ma la perfezione è illusoria e tossica: è un veleno che talvolta può essere letale. La pubblicità gioca proprio sulla nostra insoddisfazione e sul nostro bisogno di essere accettati. L’insoddisfazione però è parte di noi stessi, talvolta è il motore dei nostri cambiamenti, dei nostri obiettivi. Purtroppo, però, sentiamo fortemente la pressione delle immagini. Il nostro corpo non è sempre perfetto, ma se ci confrontiamo continuamente con modelli sociali perfetti diventiamo insoddisfatti perché non ci sentiamo all’altezza degli standard proposti. Non dobbiamo però avere standard troppo alti: non tutti possono giocare a calcio come Del Piero, nuotare come Federica Pellegrini, correre come il giamaicano Usain Bolt. Le persone più fragili subiscono la violenza delle immagini proposte. Pensa che le anoressiche si considerano grasse e i culturisti non sufficientemente muscolosi. La pubblicità mente: chi ti suggerisce di mangiare è molto magro. Occorre vendere cibo e nello stesso tempo mascherare gli effetti dell’eccessiva assunzione. Un ossimoro: una persona magrissima ti invita a mangiare di più. Allora dobbiamo sapere che la pubblicità solletica il nostro ego per vendere i suoi prodotti, e nello stesso tempo dobbiamo imparare a leggere i suoi trucchi e i nostri punti deboli (Molte persone sono belle, ma per il loro mestiere, perché la loro vita consiste nel prendersi cura del proprio corpo. Oppure: le foto sono sottoposte a molti ritocchi e l’illusione di naturalezza che danno è falsa). Sotto la pressione incalzante dei media che esaltano la magrezza si innesta una tematica molto più importante: se abbiamo bisogno di essere accettati dagli altri e di accettare noi stessi con le piccole imperfezioni, l’eccessiva magrezza è una “malattia dell’amore” e non dell’appetito. L’anoressica è prigioniera della sua immagine. Narciso perde la vita per raggiungere l’immagine nell’acqua, l’anoressica perde la vita per raggiungere un’immagine sbagliata, si perde in un inganno. Qualcuno definisce questa ossessiva attenzione al corpo una nuova “religione” (la “religione del corpo”), perché il corpo è diventato un oggetto da idolatrare, e le ragazze compiono enormi sacrifici personali non più per Dio, come facevano le sante anoressiche, ma per il proprio io.
È giusto pensare che anche il proprio corpo possa migliorare: per motivi di salute o per una maggiore qualità della vita. Ma abbiamo bisogno di sentirci accettati altrimenti il nostro desiderio ci consuma fino alla rovina. Ognuno di noi sta al mondo nella dimensione del progetto. Siamo al mondo aperti al futuro e alle possibilità. Abbiamo bisogno di armonia, ma l’armonia è da conquistare nella relazione con il mondo e con le persone. Per questo credo che siano importanti alcune cose. 1. Circondati di persone che ti accettano e ti accolgono per quello che sei e scarta quelle che ti tollerano facendoti sentire inadeguata. 2. Quando ti senti inadeguata chiediti perché: chi è che ti fa sentire inadeguata e per quale scopo lo fa. 3. Pensa che le persone che si propongono come modelle forse non hanno una qualità della vita migliore della tua. Anzi, forse il fatto di dover mantenere sempre standard così alti impedisce loro di avere una vita normale. 4. Se pensi che qualche parte del tuo corpo possa essere migliorata, attivati nello sport. Essere un po’ più tonici aiuta anche l’umore. Ma ricordati che la simpatia si “pesa” con l’energia e con l’altruismo e non sul piatto della bilancia.

Un caro saluto,
Alberto