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Cor-rispondenze

lunedì 16 aprile 2012

Condannati alla crescita



Caro professore,
Nei giorni che hanno preceduto e seguito il Natale, i telegiornali delle maggiori reti televisive nazionali hanno annunciato che quest’anno i consumi si sono ridotti del 18% rispetto all’anno scorso, il potere d’acquisto dei salari è calato del 1,8% circa e che con tutta probabilità questa tendenza negativa si accentuerà il prossimo anno poiché, come sappiamo, il Pil nazionale andrà in contro ad una recessione di 1,5/2 punti percentuali e tutto ciò peggiorerà sempre di più nel caso in cui non venissero varate delle serie misure per il bilancio e soprattutto per la crescita. L’Italia, almeno in questo caso, non è la sola, infatti,una situazione del tutto analoga la si può riscontrare nella maggior parte dei paesi dell’Ue nonché negli apparentemente inarrivabili Stati Uniti. In seguito alla dura manovra economica, approvata in via definitiva anche al Senato, da diversi giorni la parola che ricorre più frequentemente è la già citata “crescita”. Tutti ne parlano, dai tecnocrati ai politici di qualsiasi schieramento, dai giornali alle televisioni: la crescita, lo sviluppo economico, l’aumento della produttività sono le uniche vie per superare il periodo di austerità che inevitabilmente siamo costretti ad attraversare. Non c’e altra via d’uscita. È già stato tutto deciso. Dobbiamo farcela, dobbiamo crescere.….per forza! Ma se non fosse cosi?
Non mi ritengo certo un esperto ma credo sia inevitabile per tutti domandarsi dove ci condurrà questa crescita così lodata e perseguita fino alla paranoia. E se non servisse a nulla? Lei è convinto, come la maggioranza degli uomini, che siano sufficienti un più rigido controllo sul bilancio statale e qualche intervento per sostenere lo sviluppo per cambiare le sorti dei Paesi in difficoltà oppure comincia ad avere qualche perplessità sulle soluzioni che ci vengono proposte dai potenti della terra? Non le appare ridicolo e degradante che l’unico orizzonte che attende la mia e la sua generazione si fondi sul consumismo di massa, sul profitto per amore del profitto e sulla competizione ad oltranza di tutti contro tutti?

La condizione in cui vige il sistema di vita e il modello economico che tutti conosciamo, che indubbiamente ci hanno garantito per lunghi anni un elevato grado di benessere e stabilità, sono paragonabili ad un individuo che a causa delle eccessive dosi di eroina si trova ormai in fin di vita e per impedire che soffra gli vengono somministrate delle quantità di eroina sempre più potenti, ma come è facile immaginare tale individuo è condannato a desiderare dosi ogni volta più forti ed inevitabilmente prima o poi il suo organismo non reggerà più e morirà. È quello che, con le dovute diversità, potrebbe accadere al nostro modello di sviluppo nel caso in cui i cittadini e i leader dei paesi “più avanzati” non prendano rapidamente coscienza del fatto che il futuro dell’Occidente è davvero sulla lama di un coltello e per averlo un futuro dovrà rinunciare a quei “dogmi” che lo hanno contraddistinto nell’ultimo secolo. Almeno per gli ultimi 60/70 anni, infatti, abbiamo inseguito questo futuro con accelerazioni sempre più insostenibili che vanno dall’incremento dell’industrializzazione alla finanziarizzazione dell’economia, dal boom tecnologico all’odierna globalizzazione ed ora questo futuro è finalmente arrivato. E si presenta sotto forme spaventose. Un modello che ha puntato tutto sull’economico, rendendo marginali tutte le altre componenti dell’essere umano, provocando stress, angoscia, depressione, dipendenza da ogni sorta di droga per avere la forza di andare avanti, fallisce anche, e proprio, sull’economico. Le crisi si succedono alle crisi. Invece di rifletterci su, vengono tamponate al solito modo: immettendo nel sistema denaro inesistente. Ma un giorno, vicino, questo trucchetto non funzionerà più. La gente, sia pur confusamente, lo avverte: un modello basato sulle crescite infinite, che esistono solo in matematica, quando non potrà più espandersi imploderà su se stesso provocando una catastrofe planetaria.
Il fatto più inquietante è il senso di impotenza che scaturisce questo sistema. Nessuno, individuo o Stato, è più arbitro del proprio destino. Ognuno può aver lavorato una vita, con fatica e con onestà, e basta anche solo una piccola crepa all’interno del sistema per distruggere, d’un colpo, il proprio lavoro, la propria fatica, i propri risparmi. Il mondo occidentale (inteso in senso lato perché ormai quasi tutti i paesi sono coinvolti nel modello di sviluppo teorizzato per la prima volta da Adam Smith ed in seguito da Karl Marx) si rifiuta di capire perché considera irrinunciabili gli standard di benessere acquisiti. E allora si droga di denaro. Non comprende che se non pilota una decrescita graduale di questo benessere o quanto meno un investimento sulla risorse sostenibili nel futuro lo perderà tutto d’un colpo per quante manovre, restrizioni e sacrifici possa pretendere dalle popolazioni.
Secondo me, come avrà già potuto intuire da un’altra lettera che le avevo inviato qualche mese fa, la strada maestra da seguire, affinché gli uomini, i cittadini, la gente comune torni ad avere nelle proprie mani il destino del pianeta, è quella che l’autore del libro Indignatevi!, Stephane Hessel, indica nell’indignazione, nell’insurrezione pacifica, nel "terrorismo non-violento". E a suo parere cosa ci attende nei prossimi anni? Quale sarebbe per lei la via, anche dal punto di vista filosofico-morale più corretta ed efficace, per superare quegli ostacoli che impediscono ai Paesi di raggiungere condizioni di sviluppo accettabili e sostenibili? Dobbiamo aspettarci realmente un avvenire così cupo oppure superata questa crisi ritornerà tutto come prima? Quello che veramente ci sta a cuore è un segno positivo sul Pil annuale ed una busta paga un po’ più sostanziosa oppure una società profondamente rinnovata attraverso uno stile di vita meno frenetico e più rispettoso delle necessità degli uomini, una società equa dove tutti possono mettersi in gioco e partecipare attivamente alla Democrazia ed una società dove l’aumento del Pil significa miglioramento della qualità dell’ambiente, dell’istruzione, dei rapporti umani e della vita?


Con affetto,
Alberto Cappello IV




Caro Alberto,
Complimenti per la riflessione, impegnativa e responsabile. Individui una questione cruciale e sollevi giustamente il problema se vi sia davvero una corrispondenza necessaria tra Pil e qualità della vita. Credo che molte persone si siano chieste – dopo aver sentito da tutte le parti sottolineare l’ostentazione della crescita – se l’imperativo del progresso incessante e imprescindibile sia diventato più una condanna che un auspicio. La filosofa contemporanea Martha Nussbaum (insegna “Law and Ethics” all’Università di Chicago) ha intitolato il suo ultimo libro, Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil, (Il Mulino, 2012). Questo testo mi sembra che assecondi e sostenga le tue osservazioni. Nussbaum sostiene che, per liberarsi dalla “dittatura del Pil”, occorra creare capacità e non solo ricchezze. La semplice valutazione del Pil non rende infatti conto delle enormi disuguaglianze all’interno di uno Stato né del livello di vita degli abitanti. La tesi sostenuta dalla filosofa fa riferimento ad un nuovo modello noto come «approccio dello sviluppo umano» o come «approccio della capacità». In sostanza ci si chiede «cosa sono effettivamente in grado di essere e di fare le persone? Quali sono le reali opportunità a loro disposizione?». Scrive Nussbaum: «Questo nuovo paradigma ha avuto un impatto crescente presso le istituzioni internazionali che si occupano di welfare, dalla Banca mondiale allo United Nations Development Programma (Undp). Attraverso gli Human Development Reports, che dal 1990 vengono pubblicati tutti gli anni dallo United Nations Human Development Report Office, esso influenza i criteri di valutazione adottati dalla maggior parte delle nazioni contemporanee nella compilazione degli studi sul benessere dei differenti gruppi e regioni che compongono le loro società. Sono poche oggi le nazioni che non producono tali rapporti: anche gli Stati Uniti lo fanno, dal 2008». Infatti, da alcuni anni sono stati introdotti altri indicatori per la valutazione della crescita di un Paese. Uno di questi è l’ISU (l’indice di sviluppo umano). Puoi vedere la voce su wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Indice_di_sviluppo_umano) che contribuirà a chiarire questi concetti. L'Indice di sviluppo umano (HDI-Human Development Index) è un indicatore di sviluppo macroeconomico realizzato dall'economista pakistano Mahbub ul Haq nel 1990. Questo autore ha scritto che « La vera ricchezza di una nazione è il suo popolo. E l'obiettívo dello sviluppo è creare un ambiente che consenta alla gente di godere di una vita lunga, sana e creativa. Questa verità molto semplice, ma potente, viene spesso dimenticata nell'inseguimento della ricchezza materiale e finanziaria.» (cit. in Nussbaum, p. 11). È vero, l’aumento del Pil non aumenta automaticamente la qualità della vita, perché spesso i vantaggi della ricchezza non raggiungono le famiglie povere. La filosofa americana riporta il caso di una donna, Vasanti, di circa 30 anni che vive nello Stato del Guajarat nell’India nordoccidentale e mette in luce come in questo Stato, anche se sono cresciuti l’economia così come il Pil pro capite, poche persone riescono tuttavia ad accedere ai beni della nazione. Questa donna, moglie di un uomo alcolizzato e dedito al gioco che ha sperperato tutto il denaro della famiglia, si è sottoposta a vesectomia per ottenere un po’ di denaro che il governo offriva come incentivo alla sterilizzazione. Quando il marito è diventato violento, lei lo ha lasciato ed è tornata nella sua famiglia. Molte donne non vengono più accettate dalla famiglia e spesso finiscono sulla strada. In questo caso, una buona politica dello Stato potrebbe offrire: assistenza sanitaria, cure mediche, credito e istruzione. Davvero tutte le persone possono accedere ai beni di una nazione? Spesso, come mostra Nussbaum, le ricchezze finiscono nelle tasche di alcuni gruppi privilegiati. Quindi è vero quello che scrive l’autrice che «La crescita è buona se le politiche dei governi sono in grado di adottare azioni pubbliche in grado di incidere sulla vita dei cittadini». Il Pil infatti «guarda la media e trascura la distribuzione» e, come potrai vedere, ben dimostrato nel testo, la crescita economica non migliora automaticamente la qualità della vita in settori cruciali quali sanità, istruzione o libertà politica. Riporto due osservazioni chiarificatrici della filosofa: «L'India ha reso molto peggio della Cina in termini di aumento del Pil, eppure è una democrazia estremamente stabile, con libertà di base assolutamente garantite; la Cina no. Inoltre, i dati raccolti nei rapporti sullo sviluppo umano rivelano che la classifica nazionale basata sull'Indice dello sviluppo umano (Isu), calcolata su fattori come istruzione e longevità, non è la stessa di quella ottenuta sulla base esclusiva del Pil medio: gli Stati Uniti slittano dal primo posto come Pil al dodicesimo come Isu, ed è ancora peggio su altre specifiche capacità» (Nussbaum, p. 52). Quando si riferisce ad altre specifiche capacità, Nussbaum fa riferimento, ad esempio, all’ISG (indice di sviluppo di genere), ossia se anche le donne abbiano la stessa possibilità degli uomini di accedere all’istruzione, alla sanità e alla partecipazione politica. (Un altro grande studioso che sostiene queste idee è il premio nobel per l’economia Amartya Sen).

Riporto le 10 capacità centrali che dovrebbero essere garantite a tutti i cittadini:
«1. Vita. Avere la possibilità di vivere fino alla fine una vita di normale durata; di non morire prematuramente, o prima che la propria vita sia limitata in modo tale da risultare indegna di essere vissuta.
2. Salute fisica. Poter godere di buona salute, compresa una sana riproduzione; poter essere adeguatamente nutriti e avere un'abitazione adeguata.
3. Integrità fisica. Essere in grado di muoversi liberamente da un luogo all'altro; di essere protetti contro aggressioni, comprese la violenza sessuale e la violenza domestica; di avere la possibilità di godere del piacere sessuale e di scelta in campo riproduttivo.
4. Sensi, immaginazione e pensiero. Poter usare i propri sensi, poter immaginare, pensare e ragionare, avendo la possibilità di farlo in modo «veramente umano», ossia in un modo informato e coltivato da un'istruzione adeguata, comprendente alfabetizzazione, matematica elementare e formazione scientifica, ma nient'affatto limitata a questo. Essere in grado di usare l'immaginazione e il pensiero in collegamento con l'esperienza e la produzione di opere autoespressive, di eventi, scelti autonomamente, di natura religiosa, letteraria, musicale, e così via. Poter usare la propria mente tutelati dalla garanzia di libertà di espressione rispetto sia al discorso politico che artistico, nonché della libertà di culto. Poter fare esperienze piacevoli ed evitare dolori inutili.
5. Sentimenti. Poter provare attaccamento per persone e cose oltre che per noi stessi; poter amare coloro che ci amano e che si curano di noi, poter soffrire per la loro assenza; in generale, amare, soffrire, provare desiderio, gratitudine e ira giustificata. Non vedere il proprio sviluppo emotivo distrutto da ansie e paure (sostenere questa capacità significa sostenere forme di associazione umana che si possono rivelare cruciali per lo sviluppo).
6. Ragion pratica. Essere in grado di formarsi una concezione di ciò che è bene e impegnarsi in una riflessione critica su come programmare la propria vita (ciò comporta la tutela della libertà di coscienza e di pratica religiosa).
7. Appartenenza. a) Poter vivere con gli altri e per gli altri, riconoscere e preoccuparsi per gli altri esseri umani; impegnarsi in varie forme di interazione sociale; essere in grado di immaginare la condizione altrui (proteggere questa capacità significa proteggere istituzioni che fondano e alimentano tali forme di appartenenza e anche tutelare la libertà di parola e di associazione politica). b) Disporre delle basi sociali per il rispetto di sé e per non essere umiliati; poter essere trattati come persone dignitose il cui valore eguaglia quello altrui. Questo implica tutela contro la discriminazione in base a razza, sesso, tendenza sessuale, religione, casta, etnia, origine nazionale.
8. Altre specie. Essere in grado di vivere in relazione con gli animali, le piante e con il mondo della natura, avendone cura.
9. Gioco. Poter ridere, giocare e godere di attività ricreative.
10. Controllo del proprio ambiente. a) Politico. Poter partecipare in modo efficace alle scelte politiche che governano la propria vita; godere del diritto di partecipazione politica, delle garanzie di libertà di parola e di associazione. b) Materiale. Essere in grado di avere proprietà (sia terra che beni mobili) e godere del diritto di proprietà in modo uguale agli altri; avere il diritto di cercare lavoro alla pari degli altri; essere garantiti da perquisizioni o arresti non autorizzati. Sul lavoro, essere in grado di lavorare in modo degno di. un essere umano, esercitando la ragion pratica e stabilendo un rapporto significativo di mutuo riconoscimento con gli altri lavoratori» (Nussbaum, pp. 39-40).

Un caro saluto,
alberto

domenica 1 aprile 2012

Dire le cose ai bambini


Caro professore,
Perché è così difficile? La domanda è nata dalla mia testa ieri. Stavo leggendo il libro di Gramellini “Fai bei sogni”, dove l’autore racconta la sua infanzia e di come ha vissuto la precoce scomparsa della madre. A lui per quarant’anni è stato tenuto nascosto il modo in cui la madre è morta, ma ancor peggio al momento della morte nessuno gli ha detto che lei era morta, ma hanno inventato scuse, perché? Ieri, incuriosita, ho chiesto a mia mamma, alla quale è successa la stessa cosa, e lei mi ha risposto che spesso è l’ignoranza a far sì che la gente non riesca a parlare ai bambini, ma secondo me c’è di più.
Chiara


Cara Chiara,
Spiegare alcune questioni ai bambini crea grandi difficoltà agli adulti. Perché i bambini chiedono ragioni e non sempre le ragioni degli adulti sono sensate. Ma come si fa a raccontare la disperazione di una mamma che si toglie la vita a un bambino? Ad un bambino si può raccontare il dolore, ma non la disperazione. Si può parlare del dolore, perché attraverso l’empatia egli si può rendere conto che anche le altre persone soffrono come lui, poiché il dolore dell’altro ha un’analogia con il proprio dolore. Il bambino può sentire che un uomo soffre, comprenderne la tristezza, perché ha sperimentato su di sé sofferenza e tristezza. Ma non può afferrare la disperazione, perché la disperazione non è assimilabile al suo sentire. È fuori misura e dunque egli non la può immaginare, afferrare, contenere. Può cogliere un dolore più o meno forte, ma non ciò che eccede quella natura: non ha termini emotivi di paragone, né riferimenti personali, né parole. Qualche giorno fa ho letto su «La Stampa» un articolo di Ferdinando Camon (1935) (puoi rileggerlo interamente sul suo sito: http://www.ferdinandocamon.it/articolo_2012_03_15_22BambiniMorti.htm) in cui il giornalista e scrittore padovano rifletteva sulla morte dei 22 bambini in pullman in Svizzera. Camon scriveva che «Non ci sono gradazioni alla disperazione, perché la disperazione è lo stadio estremo del dolore». ("La Stampa" 15 marzo 2012). Proprio così. Se ci può essere corrispondenza nel dolore tra un bambino e un adulto, non c’è nella disperazione, perché questa apre ad un altra dimensione della vita, alla sua irrazionalità e al naufragio di ogni senso. Se già da adulti è difficile vivere accettando il fatto che talvolta il senso della vita naufraga (quando si perdono persone care, quando si viene lasciati in una relazione, quando la vita dirotta improvvisamente i progetti per l’avvenire e impone con risolutezza percorsi obbligati detestabili), quando si è bambini è inaccettabile. L’adulto o accetta la tragicità della vita o trova un rimedio in qualche ideologia o in una visione onnicomprensiva di qualche religione, oppure può trasformare la consapevolezza ineluttabile dell’assenza di senso in “male di vivere”. Al bambino non è dato comprendere il tragico, perché il tragico ha che fare con la razionalità, con il pensiero dell’assenza di senso, mentre per il bambino le cose hanno sempre senso.
Allora, facendo riferimento a libro di Massimo Gramellini, Fai bei sogni (Milano, Longanesi, 2012) che tu hai appena letto, puoi vedere quante difese mette in atto chi è piccolo. Nega: «ero solo un bimbo istupidito dal dolore che continuava a negare la morte di sua madre» [...] «la morte per me non esisteva ancora»; fugge: «ombra ineluttabile di morte da cui ero scappato per tutta la vita»; sente l’ingiustizia come inammissibile: «Eppure la morte precoce di una madre rimane un’ingiustizia inconcepibile»; immagina l’egoismo di chi ha troncato prematuramente la relazione: «la mamma se n’era infischiata di me. Aveva pensato solo a se stessa», sente di non essere amato «Sveva amava un figlio più grande che aveva cresciuto dopo la morte del marito. Neanche per lei sarei mai stato il primo della lista»; sente che forse non è neppure più possibile sopravvivere a quell’abbandono: «la mia passione per le vite degli altri è sempre dipesa dal desiderio inconsapevole di scoprire come fossero riusciti a sopravvivere al primo impatto con il dolore».
Il bambino non può contenere l’angoscia, l’angoscia originata dalla disperazione che per il bambino si trasforma nell’angoscia estrema di non meritare l’amore e soprattutto l’amore della mamma. Percepisce un rifiuto di sé, il rifiuto della relazione, perché gli viene sottratto ciò che alimenta la sua vita. Forse un bambino può anche capire che un adulto non è più padrone di sé, ma solo se quell’adulto non è il suo punto di riferimento per tutto.
Certo, bisogna sempre trovare il modo per parlare con i bambini, ed è giusto cercare di contenere le loro angosce in quadri di senso comprensibili, ma forse ci sono cose che è bene non svelare, per il semplice fatto che non possono essere accettate emotivamente né comprese razionalmente. Perché quando il senso della vita di un adulto deflagra, nel corpo del bambino esplode la vita stessa che, grazie alla madre, cominciava ad acquisire un senso.
Un caro saluto,
alberto

venerdì 10 febbraio 2012

Il fallimento della vita


Caro professore,
Mi capita spesso di dover rispondere alla domanda "Cosa pensi di fare dopo il Liceo?" e ogni volta mi sento in dovere di riflettere sul mio futuro e su ciò che sarò e farò fra circa 2 anni. Ammetto che la cosa mi spaventa alquanto e tuttora non ho ancora trovato la risposta alla domanda che a prima vista appare semplice. Le voci che si sentono alla radio o alla televisione, quelle scritte sui giornali e nelle riviste non mi rassicurano sul mio futuro e nemmeno sul futuro della nazione ma soprattutto trovo sempre più difficoltà nel trovare una giusta decisione da prendere. La paura di fallire o di non riuscire a soddisfare le mie aspettative e quelle dei miei cari forse è la prima cosa che mi blocca nelle scelte e credo che la prima cosa da fare prima ancora di trovare la risposta a quella domanda sarebbe proprio vanificare questo concetto di paura. Ma dopo tutto ciò che sento, leggo e ascolto, lo trovo sempre più difficile.
Nicole



Cara Nicole,
In televisione ho sentito da una psicologa questa espressione:
«Meglio un fallimento scolastico che fallire nella vita». «Fallire nella vita?» e che cosa vuol dire «Fallire nella vita»? Vuol forse dire che non siamo diventati manager?, che non abbiamo i quattro bicchieri nella guida dei vini come grandi produttori?, che non abbiamo sposato la ragazza più bella della classe? Ma un uomo che non riesce a trovare una persona con cui condividere la vita è un fallito? Se uno si separa, è un fallito? Se uno non ha figli, è un fallito? Se uno non appoggia un’ideologia o un credo di qualsiasi tipo, è un fallito? A volte le parole fanno più paura e danni del lenimento che possono procurare. L’espressione «fallire nella vita» è molto pericolosa, perché sottende l’idea che la vita sia come un compito da svolgere, piuttosto che un’avventura da inventare. Chi ragiona così ha semplicemente spostato il problema del fallimento scolastico su un altro piano, ma il modo di ragionare è analogo. Come se anche la vita fosse il compito da consegnare per ricevere un voto. La tua vita va bene, 6; la tua vita è fallita, voto 4. Tra i colleghi si narra di una insegnante di filosofia che, pur di ottenere quello che voleva nella sua misera vita, ha dichiarato il falso nell’anno di prova e in combutta con una dirigente amorale (ma anche il marito ha le sue qualità: ha infatti patteggiato una pena) si è scelta le classi che voleva. Questa persona crede di aver svolto tutti i compiti della vita: ha ottenuto quello che voleva nel lavoro, anche se con comportamenti scorretti (è amorale anche lei, quindi non sente l’imperativo kantiano, con buona pace di Kant), si è sposata, ha battezzato i figli (le persone amorali conciliano bene religione pubblica e inganno privato). Insomma, una truffaldina borghese di bassa lega come tante. E questa sarebbe una vita da imitare? Una vita che le altre persone dovrebbero prendere a modello? O forse non è una vita di una fallita, indifferente al prossimo, che crede di aver svolto bene i propri compiti borghesi in attesa del premio divino? Questa persona crede che la vita sia una corsa in cui è meglio buttare nel fosso il vicino per poter arrivare primi, per poter salire sul podio e per ritirare il premio divino. Quante sofferenze procurano al prossimo coloro che sono disposti a tutto pur di avere ciò che vogliono. Ma l’espressione «Fallire nella vita» non sottende forse che la strada da percorrere per tutti sia la stessa e che la vita sia come una raccolta punti, in cui vince (è realizzato) chi totalizza più punti? (casa-marito-in-carriera-figli-lavoro-chiesa). Per queste persone il prossimo è un accidente da ingannare per raggiungere la perfezione della Barbie. Per raccontare poi a tutti le Istruzioni-per-la-vita.
E tutte le persone per bene che pensano che la vita non sia una raccolta punti o non sono disposte a raccogliere i punti con qualsiasi mezzo, sono fallite? La vita è una strada già segnata, un compito in cui - come a scuola - si deve copiare per ottenere il voto più alto? O non è forse un’avventura da inventare e da condividere con gli altri?
In realtà, chi racconta la barzelletta del «Fallire nella vita», invece di liberare le persone dagli schemi di un’ideologia penalizzante, guarda la vita proprio con schemi pesanti e molto pericolosi. E alimenta l’idiozia di alcune persone (anche laureate in filosofia) che sostengono i dittatori e parlano di dialogo, che dichiarano il falso ma predicano l’osservanza delle leggi, che usano la religione per i loro comodi, ma l’unico amore a cui sono interessate è quello di se stesse moltiplicato all’infinito. Anche la psicologa si è sbagliata: dichiara di non voler fornire istruzioni giuste o sbagliate, ma anch’essa crede alle Istruzioni-per-l’uso-della-vita. Quante sofferenze vengono procurate dalle illusioni. Soprattutto da queste illusioni.
Allora voglio dirti che nella vita non fallisci: non stai svolgendo approssimativamente un compito che altri elaborano meglio di te. Ogni giorno ti devi inventare come relazionarti con il prossimo, e non devi smettere di cercare ragioni per dare senso al tuo agire. Cerca di essere una persona per bene, e non preoccuparti per il resto. Cerca di voler bene alle cose che farai e alle persone che incontrerai, vedrai che non sarai mai una fallita. Nessuna scelta scolastica dopo il Liceo conduce al fallimento; ti porta solo ad esplorare campi differenti della conoscenza. La vita offre tante possibilità. Talvolta siamo un po’ stanchi e assuefatti e non riusciamo a vederle tutte. Ma una vita buona non è mai fallita.
Un caro saluto,
alberto

domenica 1 gennaio 2012

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lunedì 19 dicembre 2011

Anima e iPad



Caro professore,
Ho letto qualche giorno fa un articolo di giornale in cui un filosofo paragona l’anima all’Ipad. A me interessa molto la riflessione sull’anima, perché vorrei capire meglio quello che gli uomini pensano su questo tema e se è vero che questa “parte spirituale” di noi esiste ed è immortale. Cosa ne pensa lei... è possibile paragonare l’anima ad uno strumento tecnologico? L’anima o esiste o non esiste. Allora perché si cerca di utilizzare l’idea di anima che proviene dalla religione e interessa solo i credenti per paragonarla ad un iPad? A che scopo? Le dico che io, anche se appartengo ad una famiglia cattolica, faccio fatica a credere all’esistenza dell’anima. Credo infatti che l’anima sia solo un modo che gli uomini hanno utilizzato per indicare i pensieri più elevati della specie umana. Grazie.
Simone classe IV



Caro Simone,
Poco tempo fa è uscito in libreria un libro di Maurizio Ferraris, professore di Filosofia teoretica all’Università di Torino, che mette in relazione l’anima e l’iPad. Maurizio Ferraris è un importante filosofo italiano estremamente colto e geniale; ha scritto moltissime opere (vedi: http://it.wikipedia.org/wiki/Maurizio_Ferraris) e sa spiegare concetti difficili in modo comprensibile anche ai non addetti ai lavori (Bellissimo e utilissimo il suo lavoro su Kant, Goodbye Kant, Bompiani 2004). Scrive in modo chiaro e ironico e dai suoi lavori si impara sempre molto. (Ti consiglio di leggere alcuni suoi libri, sono davvero affascinanti). L’articolo che hai letto fa riferimento al suo nuovo libro Anima e iPad (Guanda 2011). Certo, l’avvicinamento dei due concetti può fare un certo effetto: il concetto di anima, pur con le sue varianti, è millenario; quello di iPad - una delle tecnologie più recenti - è contemporaneo e nuovissimo. Egli parte da una constatazione semplice e dice che «l'anima, la conoscono tutti, ma è controverso sapere che cosa sia, e persino se esista», mentre «l’iPad esiste». L’anima, infatti, è stata concepita in modo diverso nel corso dei secoli, talvolta «come uno spiritello, come un Homunculus che scalpita, soffia sulle lettere vivificandole e produce intenzionalità individuali e collettive». Una delle idee del libro di Ferraris è che nell’anima (come nell’iPad) si conservano dei dati e delle esperienze su cui si formano i pensieri dell’uomo, le sue intenzioni e la sua coscienza. L’anima (come l’iPad) è considerata come una sorta di supporto che rende successivamente possibile non solo la coscienza individuale, ma anche le strutture sociali che regolano l’agire collettivo. L’anima e l’iPad hanno pertanto in comune la scrittura. La prima analogia tra queste due entità è dunque con la memoria: entrambi sono considerati luoghi su cui si legge, si scrive e si archivia. Sull’iPad archiviamo tutte le nostre avventure, i materiali che ci permettono di accedere a molte esperienze del passato, e quindi - evitando la perdita di memoria – abbiamo accesso a quelle informazione e a quei dati che rendono possibile la nostra vita. D’altra parte, i ricordi si dissolvono e le esperienze svaniscono. Chi siamo se la memoria ci abbandona? Se dimentichiamo il nostro passato, le nostre relazioni e le nostre esperienze? In fondo nella nostra anima rimane sempre una traccia di noi, una scrittura. La scrittura rimane (scripta manent). Nell’anima (come nell’iPad) viene dunque lasciata «una traccia» del nostro vissuto, qualcosa viene registrato nel tempo. Facendo riferimento ad un dialogo tra Socrate e Protarco, in cui Socrate dice che talvolta la nostra anima assomiglia a un libro, Ferraris conclude che questo libro «in cui si accumulano iscrizioni, memorie, immagini» può essere paragonato ad un iPad. Per questo egli sostiene che anima e iPad «in qualche modo sono la stessa cosa». Ricorda un po’ quello che ha scritto il premio Nobel per la medicina Eric Kandel «Io sono quello che sono, perché mi ricordo di quello che sono stato» (Come funziona la memoria. Meccanismi molecolari e cognitivi, Zanichelli 2010). Senza memoria se ne va anche l’identità della persona e dunque la sua «anima».
Uno dei punti importanti del libro consiste nel sottolineare l’abolizione del dualismo cartesiano mente-corpo (res cogitans-res extensa, ma anche coscienza-corpo, vita-automa) intesi come due «cose» differenti. Occorre superare la divisione «spirito» da una parte e «materia» dall’altra come due elementi distinti. Ferraris ritiene che vi sia «Reciproca dipendenza: non si dà l’uno senza l’altro, ma nel passaggio dall’uno all’altro non c’è un salto ontologico (due cose completamente diverse), ma una differenza di grado». Questo significa che «la tabula» è la condizione del pensiero e che «la traccia» è modificazione della materia. (La mente – conscio e inconscio – sarebbe «una specie di tavoletta scrittoria, in cui le impressioni si iscrivono»). Ferraris è ben consapevole che archiviare dei dati non significa ancora pensare. Certo il pensiero non è solo memoria, dunque archiviazione passiva, ma anche «creatività, spontaneità, originarietà». Vero, ma queste caratteristiche sono possibili solo a partire da qualche scrittura interna (memoria). Questo per dire che il puro spirito non esiste: «Non un puro spirito, dunque, ma, semmai, un fantasma, una mummia, che non può fare a meno del silicio e dell'elettricità. Insomma, lo spirito ha mostrato di aver bisogno di un corpo, e soprattutto si è capito che il corpo non è solo un fardello inevitabile, una necessità dolorosa o quantomeno noiosa e inerte, ma è una risorsa, è il supporto tecnico di cui il web non può fare a meno, come sanno bene tutti quelli che hanno fatto la fila per comprarsi il nuovo modello di iPad. Ancora una volta la tecnica ha rivelato una cosa antichissima: perché ci sia uno spirito, è necessario un corpo, il puro spirito non esiste». [...] «Ancora una volta, non è vero che lo spirito vivifica e la lettera uccide: al contrario, la lettera diventa la condizione di possibilità dello spirito, ne garantisce la sopravvivenza».
Un altro punto che vale la pena riproporre consiste nel considerare l’iPad una «protesi dell’anima». Se ciò che è contenuto nella nostra anima è dato da una sorta di «scrittura interna», inaccessibile agli altri se non nella forma della riproduzione di documenti (libri, immagini, video), attraverso la tecnica gli uomini hanno la possibilità di integrare la memoria di sé (anima) attraverso una «scrittura esterna», non inespugnabile e incomprensibile, ma pubblica. Possono cioè rivelare la propria natura agli altri. Scrive l’autore «ciò che si oggettiva nelle protesi è la natura umana. [...]Qui la tecnica non è semplicemente un potenziamento della natura. È la manifestazione dell'essenza della cultura e della socialità, e persino di quella parte così cruciale della cultura che chiamiamo «coscienza». Forse è proprio grazie alla tecnica che l'uomo riuscirà a rivelare sempre di più la sua natura, la sua anima. E' grazie alla tecnologia se qualcosa di noi rimane. Anche se non proprio all'infinito.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 12 dicembre 2011

Trascendere il proprio «io»



Caro professore,
Risalendo dagli albori della storia dell'uomo fino ad oggi si può notare nell'animale uomo una caratteristica che tende a distanziarlo in modo abissale dagli altri animali: la ricerca di esperienze che svicolino dalla normale percezione dei sensi, la volontà e il bisogno di trascendere dal proprio Io ed affacciarsi al mondo circostante con occhi diversi.
Le modalità con cui nel corso della storia si è potuto raggiungere questo obbiettivo sono molteplici e varie, a seconda delle epoche e dei costumi, si va dalla meditazione, alla preghiera, all'ascetismo, all'automutilazione... io vorrei soffermarmi invece sull'aspetto legato all'assunzione di sostanze stupefacenti e droghe.
Partendo degli sciamani, saggi nelle comunità tribali, tramite con la divinità per mezzo di visioni avute sotto l'effetto di allucinogeni, si arriva ai moderni tossicomani, categoria di persone propria di ogni civiltà moderna e di ogni classe sociale, in un rapporto che lega di più o di meno le varie civiltà umane all'assunzione di droghe.
Ma cosa è precisamente la droga? Una forma distorta di divertimento mancato? L'ultima speranza dei derelitti delle società umane? Qual è il rapporto filosofia-droga? E' giusta la condanna di tutte le droghe (ovviamente escludendo l'alcool, certamente più letale di alcune droghe, ma non per questo illegale), o non sarebbe meglio per la nostra società la legalizzazione dei cannabinoidi, riconosciute droghe leggere, meno letali dell'alcool, ma più denigrate dalla società a favore dei traffici illegali in mano a matrici mafiose? E' giusto che, dato che un utilizzo della cannabis è quello stupefacente, una pianta utilizzata dai contadini della stessa Italia sia bandita per una quantità di scopi innumerevoli?
Siscar IV A



Caro Siscar,
Non sono un conoscitore delle differenze tra le droghe, e ti dico la verità, niente è più lontano da me dell’idea di stordirmi con delle sostanze. Qualunque tipo di sostanza. Non ho mai fumato una sigaretta, meno che mai uno spinello. La mia vita è andata in un’altra direzione. Ho trovato altre forme di “stordimento”. Ho avuto delle grandi passioni e ho dedicato la mia vita alle relazioni con gli amici, con i cugini, alla musica, alla lettura, alla filosofia, al volontariato, al teatro, al calcetto. E ho maturato una grande passione negli ultimi anni anche per la scrittura. In tutte queste cose trovo il modo di “perdermi” e di ritrovarmi. Domenica scorsa ho letto su «La Stampa» (4/11/20011) un’intervista realizzata da Alain Elkann a Elie Wiesel (lo scrittore rumeno sopravvissuto all’Olocausto) appena operato al cuore (l’editore Flammarion ha appena pubblicato il suo ultimo libro «Coeur ouvert» in cui Wiesel parla della sua operazione e fa un bilancio della sua vita), e ho ripensato alla tua domanda. Alain Elkann chiede all’autore: «Ha capito molte cose invecchiando?» Elie Wiesel risponde: «Non sapevo di essere così fragile, e poi mi sono reso conto che un’iniezione o una pillola in certi momenti ha più forza del pensiero più profondo, dell’opera filosofica, della musica e anche dei sentimenti amorosi. E quindi protesto moltissimo perché non voglio dipendere da una pillola».
Nella riflessione di Elie Wiesel c’è la consapevolezza che un malato ha bisogno di un’iniezione o di una pillola per riprendersi (talvolta la lettura di Pascal o di Kant può non essere sufficiente:-), ma c’è anche la coscienza che dopo il superamento della debolezza del corpo, la vera forza di un uomo è altrove: nel «pensiero più profondo», in «un’opera filosofica», «nella musica» e «nei sentimenti amorosi». Anch’io, come Wiesel, «protesto» e «non voglio dipendere da una pillola». Ma non voglio perdere la possibilità di «trascendere il mio io», e allora ti spiego come.
Musica
Imparare a suonare uno strumento dà una soddisfazione immensa. A qualunque livello. Già quasi dopo pochi tentativi il suono ti fa sentire appagato. Più conosci la musica, più apri i tuoi orizzonti su un universo straordinario. Io ho iniziato quando ero molto piccolo a pigiare i tasti di un piccolo pianoforte Bontempi arancione (quello della foto). Mi divertivo allora a suonare le canzoncine con le note colorate, e provo una gioia incredibile oggi a suonare autori eccezionali. Più suono Bach (ad es. il «Clavicembalo ben temperato») più sono grato ai miei genitori di avermi permesso di continuare a studiare musica, e più mi rendo conto della complessità e della bellezza di quella musica. Io suono tutti i giorni da tanti anni e ogni giorno mi perdo nell’ammirazione dei grandi autori. Puoi suonare migliaia di volte uno stesso brano e continuerà a stupirti giorno dopo giorno. Se scopri quanta bellezza c’è nell’arte (non solo nella musica), perdi veramente la testa.
Lettura
La lettura è un altro potente farmaco che uso per tutti i miei malanni possibili. È la mia terapia quotidiana, e non c’è pena che non trovi qualche lenimento nella lettura e non c’è gioia che non venga amplificata da essa. Le letture dei filosofi, poi, per me sono come olio su un ingranaggio che tende ad arrugginire: un continuo assestamento delle interpretazioni e un ampliamento delle riflessioni. Quando sono un po’ contratto e il pensiero fatica a fluire, mi immergo in qualche lettura e, seguendo il ritmo del racconto o dell’argomentazione, ogni rigidità svanisce, le preoccupazioni vengono mitigate da altri pensieri. Grazie ai pensieri degli altri e alle loro visioni, si trascende se stessi con grande facilità. (Ti consiglio la lettura di un piccolo libretto (80 pp.) di Miro Silvera, Libroterapia. Un viaggio nel mondo infinito dei libri, perché i libri curano l'anima (Salani 2007) e di un libro che aggiunge altre riflessioni importanti sulla lettura: Manuela Racci, Iniziazione alla libroterapia (Edizioni Mediterranee, 2010)
Passeggiate
Camminare, da soli o con amici, magari in un bosco (la mia passeggiata preferita) è un’attività formidabile per «affacciarsi al mondo circostante con occhi diversi». Cammina senza fretta, osservando con attenzione la natura. Scrive Adriano Labbucci, nel libro Camminare, una rivoluzione, (Donzelli 2011), «Non c'è nulla di più sovversivo, di più alternativo al modo di pensare oggi dominante. Camminare è una modalità del pensiero. È un pensiero pratico. È un triplo movimento: non farci mettere fretta; accogliere il mondo; non dimenticarci di noi, strada facendo». E il filosofo danese Soeren Kierkegaard scriveva: «Soprattutto non perdere la voglia di camminare: io, camminando ogni giorno, raggiungo uno stato di benessere e mi lascio alle spalle ogni malanno; i pensieri migliori li ho avuti mentre camminavo, e non conosco pensiero così gravoso da non poter essere lasciato alle spalle con una camminata».
Volontariato
Dalla pro-loco alla Croce rossa. Il volontariato è una dimensione straordinaria per relazionarci con il prossimo. Nel fare qualcosa per gli altri facciamo qualcosa per noi stessi. Nel tempo dedicato agli altri ritroviamo la giusta misura nel rapporto con le cose e con il prossimo. Nell’ultimo mese di vita, mia mamma è stata in un centro di lungo-degenza a Canale d’Alba. Ogni sabato pomeriggio si presentavano ragazzi e adulti vestiti da clown e offrivano ai pazienti dei fiori fatti con i palloncini. Credo che la condivisione di quei momenti non abbia fatto bene solo ai pazienti, ma ai clown stessi. Lo stesso pomeriggio nel salone dell’ospedale venivano due o tre persone a suonare: due chitarre e un mandolino. Suonavano canzoni famose ed eseguivano bene i loro brani. La maggior parte dei pazienti non poteva uscire dalla stanza per vederli, ma ascoltava un po’ di musica. Alla tua età ti puoi prendere cura anche dei più piccoli: è un’attività che responsabilizza molto ed è divertente. Ci si sente più grandi e si condividono bei momenti in relazione. Soprattutto si comprende che prendersi cura di qualcuno è una delle forme più alte di relazione, perché aiuta ad uscire dall’egoismo e ad entrare in empatia con gli altri.
Sport
L’attività fisica è un modo straordinario per stare bene insieme. Io ho iniziato a giocare a calcetto con un gruppo di amici più o meno quando avevo la tua età e solo da poco ho sospeso questa attività. Lo sport, attraverso il divertimento, aumenta la capacità di condividere un progetto e consente di provar piacere anche solo quando si contribuisce a realizzare un buon lavoro.
Lingue
Impara le lingue. Stupisciti della meraviglia delle persone che vivono lontano da te utilizzando altre parole. Impara la lingua per comunicare con più persone; la conoscenza di altre culture e la capacità di dialogare con ragazzi molto distanti da te ti permetteranno di perdere la testa e di essere più a tuo agio nel mondo. Sentirai che il mondo è certamente molto grande, ma che le persone possono essere vicine e possono cooperare per risolvere problemi comuni.
Giornali
La lettura di qualche giornale ha un effetto benefico e eccitante. I quotidiani: puoi diventare competente di qualche nuovo Paese, allargando la tua dimensione del “mondo”; ma puoi appassionarti a qualche tematica specifica. É la complessità che ci fa uscire di senno: compra Focus, leggi Tuttoscienze, compra qualche rivista specialistica e appassionati ad un argomento. Bisogna voler bene a qualcosa per essere ripagati dalla conoscenza. La ricchezza della vita e della ricerca sono nella complessità che la vita porta con sé e che le varie discipline cercano di indagare.
Anziani
Incontra gli anziani e parla con loro. Cerca di scoprire il mondo in cui sono vissuti. La relazione con le persone e con il passato è una grande forma di trascendenza e di dislocazione del proprio «io». Aiuta a conoscere altri vissuti, altri tempi, altre logiche, altri modi di condividere la vita.
Potremmo ovviamente continuare per molto, o approfondire quello che abbiamo accennato. Non ho competenze specifiche sulle droghe, ma so che l’uomo è tale se è in relazione agli altri; i filosofi direbbero che l’uomo per natura è trascendenza, perché è portato a costruire relazioni per costruire se stesso. Quindi, come vedi, non occorre andare molto lontano: nelle varie forme di relazione perdi veramente la testa, ma la conservi per il giorno dopo.
Un caro saluto,
alberto

P.S. Cerca la complessità, perché perdersi nella complessità è la grande avventura della nostra vita. Evita quello che ti riduce, non perché sia un male in sé, ma perché ti priva della possibilità di accedere alle meraviglie della vita, della storia, degli uomini. La gioia e l'ubriacatura che provengono dall'accesso alla comprensione non hanno eguali, sono ripetibili e durature.

lunedì 5 dicembre 2011

Kant, il filosofo che non s'innamorò




La Stampa, 29/10/2011, p. 52.
Autore: Giorgio dell’Arti, Un libro in 800 parole.
Il filosofo che non s’innamorò


Anagrafe: Immanuel Kant, nato a Königsberg il 22 aprile 1724. Padre: Johann-Georg, sellaio. Madre: Anna Regina Reuter. Otto fratelli, di cui quattro morti bambini. Abitante a Königsberg, in via Prinzessinen. Professione: prima domestico, poi professore di filosofia. Altezza: un metro e cinquanta. Segni particolari: un petto alto e stretto, che lo predispone alla malinconia. Una vocetta flebile e a mala pena udibile. Spalla sinistra un po' troppo bassa. Ha approvato la Rivoluzione francese (1789). S'intende di qualsiasi cosa ed è interpellato su tutto. Nel 1774, dovendosi montare un parafulmine in cima alla chiesa, vennero a chiedergli istruzioni.
Cattedra: No alle offerte di una cattedra a Halle, Jena, Erlangen, Mittau. Sua ossessione: vivere il più a lungo possibile. Tra le numerose pratiche da mettere in atto a questo scopo: non viaggiare. Non andò infatti mai oltre Pillau, a 40 chilometri di distanza e campò in effetti ottant'anni.
Sveglia: Alle 4 e 55 del mattino il valletto Lampe, un ex militare che ha combattuto la Guerra dei Sette anni (1756-1763), entra nella sua stanza e lo sveglia gridando con un bel vocione: «È l'ora!».
Lampe: Non ammettendo donne al suo servizio, Kant congeda Lampe quando questi si sposa.
Donne: Kant «non si innamorò mai, restò scapolo tutta la vita, non ebbe né amanti né mogli». Impassibile davanti a un corpo di donna, come Newton e Robespierre.
Domanda: Jachmann, suo biografo autorizzato, gli mandò un questionario in cui era compresa la domanda: «Ci fu mai una cameriera che godette dei favori del filosofo?». Kant non rispose.
Matrimonio: Secondo Kant (Critica del giudizio) «sarebbe arduo dimostrare che le persone che hanno raggiunto un'età avanzata sono rimaste a lungo sposate».
Colazione: Ore cinque. Kant è già al tavolo della colazione. Due o tre tazze di tè, qualche tiro di pipa. Cinque soli minuti per passare dal letto alla tavola? Si, perché «il ritorno alla dimensione umana può essere una trappola. [...] Occorre sradicare il risveglio come un'erbaccia».
Dopo colazione: «La mattina evacuo così a stento e così poco che le feci trattenute, accumulandosi, sono la causa, a mio avviso, dell'annebbiamento che si impossessa della mia mente» (lettera al dottor Marcus Herz).
Mattinata: Di mattina Kant insegna. Vive di un piccolo stipendio che gli versa il re per la sua attività di vicebibliotecario. Poi, di quello che gli danno gli studenti. Tiene lezione nell'auditorium di casa, che può anche essere affittato.
Materie d'insegnamento: geografia, poesia, artiglieria, astronomia. La filosofia come passatempo.
Vino: A mezzogiorno e tre quarti beve un bicchiere di vino d'Ungheria.
Passeggiata: Pranzo all'una, senza parlare di filosofia. «Sonnolenza post prandiale e sonno profondo sono nemici del filosofo. Bisogna difendersi. Per combattere contro il torpore pomeridiano l'unico rimedio è la passeggiata». La famosa passeggiata. Sempre lo stesso percorso, da casa alla fortezza di Friedrichsburg, sempre alla medesima ora, tanto che vedendolo passare gli abitanti di Kónigsberg regolano gli orologi. Kant cammina lento, attento a non sudare, perché il sudore fa parte di quegli umori del corpo che è necessario risparmiare. Waslawski: «Se in una notte molto calda notava la minima traccia di sudore sul suo corpo ne parlava come di un incidente increscioso».
Saliva: Altro umore da trattenere: la saliva. «Sputare è un vero spreco». Respirare possibilmente a labbra chiuse per risparmiare saliva. La saliva inghiottita è purgativa. Per guarire dalla tosse non inspirare e non espirare dalla bocca, accumulare saliva, inghiottirla (Il conflitto delle facoltà, Brescia 1994).
Sperma: Idem per lo sperma. «La masturbazione è una pratica quasi suicida». «Il cervello è solo midollo. Cos'è il midollo se non una riserva di sperma? [ ... ] Saliva, sudore, sperma: non si butta via niente. Conservare lo sperma fa bene alle corde vocali».
Notte: Sono le 22. Kant si corica. Borowski: «Innanzi tutto si sedeva sul letto e vi scivolava dentro, poi tirava un lembo della coperta al di sopra della spalla, dietro la schiena, fino all'altra spalla, sotto di lui e fino alla pancia. Così, avvolto come in un baccello, attendeva il sonno». Nel buio, una corda gli fa da guida tra letto e bagno. Per addormentarsi ripete come un mantra il nome di Cicerone.
Sogni: Kant non parla mai dei suoi sogni. Il sonno corrisponde a un enorme vuoto di pensieri. Le finestre della stanza in cui dorme non vengono mai aperte.
[Notizie tratte da: Jean-Baptiste Botul, «La vita sessuale di Kant», Il Melangolo, euro 8,00]