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Cor-rispondenze

lunedì 16 ottobre 2017

Il linguaggio e il pensiero


Caro professore,
Non so bene perché, ma quando una persona conosce più di una lingua essa tende a reagire in modo differente alle situazioni a seconda della cultura o del linguaggio che parla. È possibile che il solo pensare in una data lingua condizioni il pensiero all’interno della cultura e della società ad essa collegate?  L’ipotesi Sapir-Whorf avalla questa teoria. Qual è la sua opinione al riguardo? In che misura e fino a che punto la lingua può influenzare le azioni e la personalità di un soggetto? La prego di farmi conoscere il suo punto di vista. Grazie.
Heidi, 18 anni


Cara Heidi,
Per far comprendere a tutti i lettori il motivo di una domanda così complessa, devo raccontare qualcosa di te. Poiché tuo papà è americano e tua mamma svedese, parli abitualmente sia l’inglese sia lo svedese, e – per qualche ragione che mi sfugge – forse per motivi di amicizia o per il puro piacere di conoscere, hai imparato come prima lingua straniera il giapponese, che ora parli perfettamente, tanto che “chatti” in giapponese con le tue amiche sparse per il mondo. Ora ti trovi in Italia per una nuova esperienza e al Liceo di Cuneo dovrai studiare l’italiano e il francese. La domanda che hai posto è dunque legata al tuo vissuto e alla tua versatilità linguistica che ti permettono di cogliere questi problemi. La domanda è davvero bella ed è vero che i due linguisti e antropologi americani Edward Sapir e Benjamin Whorf  hanno proposto nel secolo scorso una importante teoria a questo proposito. Torniamo alla domanda: usare una grammatica diversa, quindi una struttura diversa, per descrivere una certa situazione, modifica il modo di comprendere quella situazione? La lingua (struttura linguistica) ha la possibilità di influenzare la visione del mondo? Il flusso del pensiero che si incunea in una intelaiatura linguistica piuttosto che in un’altra influenzerà la personalità, le convinzioni e le azioni di una persona? Il linguaggio si limita a narrare il pensiero, a trasportarlo, o strutturandolo lo altera producendo nuovi e inaspettati sensi? Beniamin Lee Whorf, ha scritto: «Il sistema linguistico di sfondo (in altre parole la grammatica) di ciascuna lingua non è soltanto uno strumento di riproduzione per esprimere idee; ma esso stesso dà forma alle idee, è il programma e la guida all'attività mentale dell'individuo, dell'analisi delle sue impressioni, della sintesi degli oggetti mentali di cui si occupa. La formulazione delle idee non è un processo indipendente, strettamente razionale nel vecchio senso, ma fa parte di una grammatica particolare e differisce, in misura maggiore o minore, in differenti grammatiche» (“Linguaggio, pensiero e realtà”, Boringhieri, Torino).  C’è stato un momento in cui questa teoria è stata alla base del relativismo culturale, ossia dell’idea che a ogni latitudine strutture linguistiche diverse potessero modellare i  pensieri in modo così differente, da rendere intraducibili e inconfrontabili i valori di diverse culture. O, come ricorda il sociologo francese Raymond Boudon, poiché «il pensiero è talmente dipendente dalla lingua […] le comunità parlanti lingue diverse non possono affatto comunicare fra di loro» (“Il senso dei valori”, Il Mulino).  È ancora valida oggi questa teoria?  Le tesi di Sapir-Whorf sono confutate dal neuroscienziato cognitivo americano Steven Pinker (“L'istinto del linguaggio”, Mondadori). Egli ritiene che l’identificazione del pensiero con il linguaggio sia «un’assurdità convenzionale». Riferisce ad esempio che tutti abbiamo fatto esperienza di pronunciare o di scrivere una frase, per poi renderci conto che non esprimeva esattamente quello che volevamo dire. Scrive l’autore: «E se abbiamo quell'impressione, ci deve essere qualcosa “che intendevamo dire” che è diverso da quanto abbiamo detto». Sembra, dunque, che sia il pensiero a condizionare il linguaggio e non viceversa. Ma Pinker ricorda anche che quando ascoltiamo una conferenza o leggiamo un libro di solito ricordiamo il succo e non le parole esatte. Egli si chiede allora che cosa sia questo “succo” che ovviamente non è l’insieme dei vocaboli. Se poi i pensieri dipendessero dalle parole sarebbe impossibile creare parole nuove. Esistono poi forme di pensiero non verbale: ricorderai che molti scienziati sono arrivati alla soluzione dei loro problemi per mezzo di rappresentazioni visive: James Watson e Francis Crick scoprirono la doppia elica del DNA grazie alle immagini. Potremmo pensare alla musica: un pensiero che non scorre nel linguaggio verbale ma crea strutture in cui manifestarsi. Ma anche gli scrittori non si lasciano ingabbiare dalla tradizione e infrangono le strutture linguistiche per creare nuove possibilità di espressione. Non è il linguaggio a determinare i valori o i pensieri. Le parole possono essere ambigue, i pensieri che riconoscono le ambivalenze no. Paolo Legrenzi ne “La mente” (Il Mulino) scrive:  «L'idea di base era che i processi cognitivi fossero influenzati dal linguaggio e dal contesto sociale. Si pensava, ad esempio, che persino i lessici dei colori influenzassero la percezione dei colori stessi. Ricerche accurate hanno dimostrato che questa ipotesi è infondata. Linguaggio, percezione, memoria e pensiero condividono meccanismi universali. In sostanza, dal punto di vista del funzionamento di base della mente umana, tutti gli uomini sono molto simili».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 2 ottobre 2017

È giusto essere tristi?

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Caro professore,
quando qualcuno mi chiede di parlare di me e di raccontare qualcosa che per me è importante non posso non parlare della mia infanzia e soprattutto del rapporto che ho sempre avuto con i miei compagni di classe. Dalle elementari fino alla fine delle medie mi sono sempre trovata male in classe. Non riuscivo ad ambientarmi e mi sentivo spesso “diversa”. Questo perché ero spesso lasciata da parte e criticata, insomma, come tanti altri ragazzi anch’io sono stata vittima di bullismo. Per questo non ho ricordi molto positivi dei miei primi anni di scuola, ma non è questo l'argomento di cui voglio parlare in questa lettera, anche perché ora ho trovato una classe fantastica e ho fatto molte amicizie. In questa lettera vorrei concentrarmi sull’argomento della tristezza. Avendo sofferto molto durante la mia infanzia, questo è un argomento che mi sta molto a cuore. Mi sono sempre chiesta: è giusto essere tristi? Mentre nel mondo ci sono milioni di persone che soffrono perché non hanno una casa, non hanno una famiglia o non hanno da mangiare, è giusto per una persona che invece è in salute con una famiglia e un tetto sulla testa essere triste? Abbiamo il diritto di sentirci demoralizzati quando c’è chi è in una situazione peggiore? C’è una tristezza più giusta di un’altra?
Giovanna, 16 anni


Cara Giovanna,
La tristezza è un’emozione di base. Sia che ci affidiamo al film Inside-out con i suoi cinque simpatici protagonisti (gioia, tristezza, paura, rabbia e disgusto) sia agli studiosi Paul Ekman  o Robert Plutchik. Le neuroscienze ci dicono che le emozioni attivano aree diverse del cervello e che ogni emozione ha uno schema caratteristico. Antonio Damasio, in modo più specifico, scrive che «la tristezza attiva costantemente la corteccia prefrontale ventromediale, l'ipotalamo e il tronco encefalico» (“Emozione e coscienza”). Da questo punto di vista non ha senso chiedersi se sia giusto essere tristi, perché la tristezza è una modalità fondamentale con cui il corpo risponde all’ambiente. Seneca aveva perfettamente compreso che «la natura umana non consente che l'animo di qualcuno sia immune dalla tristezza» (“Lettere a Lucilio”). E riteneva importante non cedere frequentemente o in modo eccessivo ad essa. Il filosofo affermava che tutti gli uomini sono toccati dalla tristezza, anche i saggi; ma la differenza tra i saggi e gli uomini comuni consiste nel fatto che i primi non si lasciano abbattere. Perché? Perché «non eliminano le passioni, ma le moderano», scrive il filosofo. E qui è il senso della tua domanda, che è più profonda. Tutti sappiamo che di fronte ad un evento più grave le piccole preoccupazioni spariscono. Per mitigare le passioni è necessario l’intervento della ragione. La ragione, per arginare l’eccesso, introduce la misura. La misura è data da un rapporto: il confronto con le sventure dell’altro dà proporzione alla nostra tristezza e circoscrive il nostro dolore. E ciò che sta dentro un limite può essere contenuto e non ha più la forza di eccedere e di esasperarci. Così la passione triste diventa consapevole e può essere attenuata. Ci sono diverse gradazioni di tristezza: quella che svanisce alla prima battuta simpatica, di fronte allo spirito allegro di un amico. Quella dissolta immediatamente dall’ascolto della musica, dall’attività sportiva, da quella artistica o da un incontro. Ma ci sono tristezze più grandi: di chi ha perso la casa o un famigliare, di chi è ammalato, di chi ha subito un inganno o una malvagità. E c’è una tristezza che si insinua come afflizione permanente e sopprime le altre emozioni indagata da medici, psicologi o psicoterapeuti. Una sorta di umore nero duraturo. La conoscevano bene gli antichi quando usavano i colori per distinguere le malattie e chiamavano “melanocroi” [di colore nero] quelli che avevano “umore nero”. Lo psichiatra Eugenio Borgna ne “Le parole che ci salvano”(Einaudi) riporta una riflessione del teologo Romano Guardini che ci permette tuttavia di cogliere un’altra dimensione della tristezza: «La tristezza è qualcosa di così doloroso, e ci sospinge così profondamente nelle radici della nostra umana esistenza, che non la si può lasciare in balìa degli psichiatri. Se noi discutiamo qui del suo senso, è perché essa non ha a che fare con una questione psicologica, o psicopatologica, ma con una questione spirituale. Noi pensiamo che si abbia a che fare con qualcosa che ci confronta con la profondità della nostra umanità». La tristezza è considerata una tonalità emotiva che rivela all’uomo la propria natura. Permettimi una battuta: come la seppia con il suo “umore nero” riesce a salvarsi e a sfuggire al predatore, così possiamo pensare che la nostra tristezza sia un modo con cui ci difendiamo dall’invasione del mondo, dal tentativo di essere oggetti per gli altri. Possiamo considerarla una forma di sottrazione dal caos della vita, dal tentativo di essere sempre immersi nel suo flusso, connessi agli altri e dipendenti dalle loro aspettative. La separazione non necessariamente è negativa. Aiuta a formare la propria autonomia, a comprendere ciò che vogliamo essere e cosa siamo disposti a sacrificare per questo. Allora sì, c’è una tristezza “giusta”: è quella che ci permette di vagare nei confini smisurati dell’anima dell’uomo e ci consente di salvaguardare il rapporto con la nostra vera natura.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 25 settembre 2017

Il nero per il bianco

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Caro professore,
La mia vita è sempre stata un po’ burrascosa, i miei genitori sono separati da quando sono nata e la mia infanzia l’ho passata tra litigi, questioni famigliari e anche tante delusioni da parte di persone dalle quali di solito non se ne aspettano. I genitori e la famiglia sono una parte fondamentale della vita, sono coloro che ci insegnano il bene e il male, l’amore e l’odio, ci insegnano a vivere, ma se una di queste figure manca, perché deceduta oppure perché si comporta come se non avesse figli, cosa può fare il figlio di questi per continuare a vivere nonostante la vita l’abbia ferito? Se ci si pensa con attenzione tutti noi abbiamo sofferto o stiamo soffrendo, perché la vita è anche questo; dolore, ma anche cose belle. Ecco, se una persona è stanca di aspettare “La quiete dopo la tempesta” perché la quiete non arriva, cosa si può fare da amica/o per aiutarla a sorridere, per dimostrarle che il sole torna sempre anche se non sembra. Io personalmente ho fiducia nella vita e nelle persone, anche se tendo ad auto proteggermi mostrandomi a poco a poco alle persone. Come si può far capire ad un’altra persona che la sua vita, per quanto nera possa sembrarle, in realtà rispetto a quella di altri è bianca, ovvero quasi perfetta? È questo un buon motivo per nascondere il proprio dolore perché sappiamo che c’è di peggio?
Emilia, 16 anni


Cara Emilia,
C’è un capitolo del libro “I sommersi e i salvati” di Primo Levi che si intitola “La vergogna”. Mi viene in mente perché Levi riflette su uno stereotipo che si ripete nelle aspettative e nell’immaginario delle persone dalla letteratura fino al cinema. Lo stereotipo consiste nel ritenere che dopo la tempesta giunga sempre la quiete. È in fondo la struttura con cui sono scritti i copioni dei film più diffusi. La trama racconta le traversie di un protagonista, ma alla fine tutto si risolve in positivo. Per dirla con Elie Wiesel, il finale diventa una “happy-end hollywoodiana” (“Giobbe o Dio nella tempesta”). Levi ricorda che, purtroppo, non sempre calma e serenità seguono la sciagura. Molte persone, dopo l’esperienza dei campi di sterminio e nonostante la liberazione dal tormento, non hanno più raggiunto la quiete. Il dolore fisico e quello morale si sono trasformati in vergogna per essersi salvati. Il dolore, come un fiume che non riesce a riversarsi nel mare, ha continuato a scavare nell'interiorità e la mancanza di uno sbocco ha generato altro male. Schopenhauer scriveva che se è vero che dopo una catena di momenti felici prima o poi arriva la sofferenza non è detto che dopo molto dolore giunga la gioia, perché il dolore può peggiorare e acutizzarsi. Per aiutare una persona a concentrarsi sugli aspetti positivi della propria esistenza ed essere soddisfatta, partirei da una storia. Quella di Nelson Mandela (1918-2013), premio Nobel per la pace e presidente del Sudafrica. Nel libro “Lungo cammino verso la libertà” egli rivela vari momenti della sua intensa attività politica. Devi sapere che è stato in carcere per 27 anni. Tale permanenza, che ha qualcosa di disumano, gli ha sottratto una parte consistente della vita. All’inizio della sua detenzione nell’isola di Robben Island, nel Sudafrica, Mandela chiese alla direzione del carcere di poter coltivare un orto. Per molti anni la richiesta gli venne rifiutata senza alcuna spiegazione, ma poi gli diedero un pezzo di terra vicino alla recinzione. Scrive Mandela: «Piantare un seme, vederlo crescere e raccoglierne i frutti era una cosa che dava una soddisfazione semplice ma durevole. La sensazione di essere il custode di quel piccolo pezzo di terra mi dava un lieve sentore di libertà». Considerando quell’attività una metafora della vita, egli ritiene che ognuno debba «curare il suo orto, piantare semi, coltivarli e raccoglierne i frutti, e come un contadino deve avere la responsabilità di ciò che coltiva». Io direi alla tua amica: immagina che la vita sia un orto che ti è stato affidato: dividilo in parti e in ogni piccola area semina qualcosa. Coltiva i sentimenti che ti rendono umana, segui una passione, alimenta i tuoi interessi, collabora con i compagni e coinvolgili nelle tue esperienze, lasciati affascinare dalla natura e dalle persone, commuoviti per il bello, partecipa alla creazione di qualche progetto, applicati nel tuo studio. Prenditi cura ogni giorno del tuo terreno e non scoraggiarti per la fatica. Passeranno i mesi e gli anni e anche tu raccoglierai i frutti nei vari settori a cui ti sei dedicata e altri risultati giungeranno in modo spontaneo e abbondante. Mandela insegna che bisogna lavorare per ottenere «una soddisfazione semplice ma durevole» e che occorre sentirsi «custodi» di ciò che ci è affidato. C’è una felicità che deriva dalla dedizione al proprio lavoro e alla tutela della sua lenta crescita. Sentirsi custodi significa prendersi cura della propria vita e di una parte di quel grande orto che è il mondo. Attraverso la perseveranza ci si emancipa da un passato scomodo e si sperimenta la libertà. Le azioni acquistano un senso, e quando la vita progredisce si è felici. Non nella forma dell’eccitazione momentanea, ma in quella, più stabile, della gioia per aver contribuito alla crescita di sé, anche quando si pensa – a torto o a ragione – di essere stati confinati in qualche piccola cella del mondo.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 18 settembre 2017

La saggezza

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Caro professore,
A che età si diventa saggi?
Federico Tommaso, 3H

Caro Federico Tommaso,
Sono contento che tu ambisca alla saggezza e non solo a incrementare le tue competenze ora che hai iniziato un nuovo anno scolastico. È un’aspirazione alta. Significa che riconosci che la saggezza vale più delle abilità conseguite in uno specifico settore lavorativo. Il saggio, direbbero gli antichi, è colui che ha senno: che giudica con oculatezza dopo aver ponderato bene una causa, che ascolta con attenzione senza trascurare i particolari, che valuta con prudenza calcolando le conseguenze delle proprie azioni, che rispetta l’altro e sa discernere in una matassa intricata la soluzione più ragionevole. Non giudica quindi in modo viscerale, ma presta ascolto alla complessità della vita. Poiché il saggio si sa muovere a suo agio nelle difficoltà e non si lascia sopraffare dagli eventi, sa essere felice. Gli uomini aspirano dunque alla saggezza perché sanno che da essa discende una vita buona. C’è un’età per diventare saggi? Un tempo il saggio era considerato l’anziano, perché attraverso l’esperienza aveva affinato la capacità di discernere. Ma la saggezza non appartiene necessariamente ad una età precisa. Ascoltando le parole essenziali dei bambini, riconosciamo la verità del loro discorso; dialogando con i ragazzi scopriamo che spesso hanno paradigmi interpretativi e emotivi meno rigidi di quelli degli adulti. William Shakespeare nella tragedia “Timone di Atene” mette in bocca ad un soldato questa descrizione del suo generale: «Giovane d'anni, ma vecchio di senno». Capacità di discernimento e ragionevolezza devono necessariamente appartenere ad un giovane chiamato a guidare altri giovani in battaglia. Non di rado incontriamo persone «giovani d’anni» che definiamo mature o viceversa adulti dissennati e farneticanti. Spesso, tuttavia, sono gli adulti o gli anziani ad essere saggi, perché solo chi conosce le contraddizioni e le ambivalenze che abitano in ogni uomo può dare giusto peso ai vari problemi. La nostra tradizione occidentale, che è formata dalla cultura greca e da quella cristiana, ci ha fornito due idee di saggezza. La tradizione greca ha affidato la ricerca della saggezza alla filosofia. Epicuro (IV sec. a. C.) diceva che nessuno è troppo giovane o troppo vecchio per chiedere di diventare saggio e riferisce che l’anziano, possedendo i beni in modo saldo nella sua memoria, ha un vantaggio sul giovane: è più felice. Scrive Epicuro: «Non il giovane è felice, ma il vecchio che ha vissuto bene; il giovane infatti, nel fiore dell'età, è spesso, per la sua mutevolezza di opinioni, facile bersaglio della sorte, mentre il vecchio è approdato alla sua vecchiaia come ad un porto, e quei beni che prima aveva sperato dubbiosamente li possiede ora racchiusi nella sicura gioia del ricordo» (“Sentenze vaticane”, 17). La tradizione cristiana offre una nuova idea di saggezza, che non si fonda solo sull’autonomia della ragione, ma ha bisogno del divino. Negli Opuscoli teologico-spirituali Tommaso d’Aquino (XIII sec.) ricorda che uno dei doni dello Spirito Santo è “la scienza”. Quest’ultima deve essere intesa come la sapienza che insegna a vivere bene. L’azione dello Spirito Santo, spiega Tommaso, non solo «rende l'uomo riverente e affezionato nei confronti di Dio, ma lo fa diventare saggio». È la saggezza che il re Davide ha chiesto a Dio. È la saggezza del re Salomone. Per il Cristianesimo saggio è dunque l’uomo che non si considera autosufficiente e che non si affida esclusivamente alla propria ragione ma rimane aperto alla voce di Dio. Bene: ma come si riconosce la saggezza? Nel 1859 il filosofo inglese John Stuart Mill nel Saggio sulla libertà, ha proposto questa soluzione: «Consideriamo una persona il cui giudizio sia veramente degno di fiducia: come lo è diventato? Perché si è mantenuto aperto alle critiche riguardanti le sue opinioni e  la sua condotta. Perché si è imposto come prassi costante di ascoltare tutto ciò che potesse venire detto contro di lui; di metterne a profitto quanto fosse giusto, e di chiarire, a se stesso  e se necessario ad altri, l'erroneità di quanto fosse erroneo. Perché ha intuito che il solo  modo in cui un uomo può in una certa misura avvicinarsi alla conoscenza complessiva di un argomento è ascoltando ciò che ne dicono persone di ogni opinione, e studiando tutte le  modalità secondo cui può essere considerato da ogni punto di vista». Per diventare saggi bisogna «imporsi come prassi costante» l’ascolto dell’altro. Senza comprendere le ragioni degli altri, senza entrare in empatia con i nostri simili, si corre il rischio di diventare sostenitori faziosi di un’idea o di un’altra. L’equilibrio non si raggiunge una volta per sempre; va cercato anche quando si è sottoposti a forze contrastanti e implica pertanto un continuo assestamento della propria interpretazione e del proprio giudizio. Diventare saggi, allora, non è un traguardo a cui si perviene in un anno stabilito. È il compito di una vita intera.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 24 luglio 2017

Letture estive 2

Ho letto in questi giorni Federico il Grande di Alessandro Barbero. Lo aggiungo ai libri consigliati: racconta la storia di Federico II di Prussia, il suo rapporto con il padre, la sua educazione. Spiega cos'era la Prussia nel Settecento, i rapporti tra la Prussia (protestante) e la Germania (cattolica) dominata invece dagli Asburgo. Narra la volontà di Federico II di allargare il proprio regno e di difenderne i territori: dalla conquista della Slesia (provincia dell'Impero), agli interventi nella guerra di successione austriaca (cap. 9), alle battaglie della guerra dei Sette Anni (cap. 14). Barbero è chiaro su tutto: è un libro bellissimo, scritto in modo magistrale.
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lunedì 19 giugno 2017

Letture estive

Classi terze (3G e 3I)
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Alessandro BarberoLe parole del papa. Da Gregorio VII a Francesco, Roma-Bari, GLF Editori Laterza, 2016.
Elie WieselLa notte, Firenze, Giuntina, 2007.
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Salvatore NatoliDizionario dei vizi e delle virtù, Milano, Feltrinelli, 2017


Classi quarte (4G e 4H)
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Nuto RevelliLa guerra dei poveri, Torino, Einaudi, 2014
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Salvatore Natoli, Il rischio di fidarsi, Bologna, Il Mulino, 2016.

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Friedrich Nietzsche, Schopenhauer come educatore, Milano, Bur, 2004.
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Keith LoweIl continente selvaggio. L'Europa alla fine della seconda guerra mondiale, Roma-Bari, GLF Editori Laterza, 2015. (le parti in inglese e l’audio sono disponibili sul sito della scuola).

lunedì 5 giugno 2017

E tu, per chi cammini?

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Caro Professore,
Si avvicina l’estate, la fine della scuola. Io volevo raccontarle che l’estate scorsa ho partecipato alla GMG in Polonia e quest’esperienza devo dire mi ha davvero segnata… Non vorrei parlare della fede o della religione, ma mi piacerebbe solo porre anche a lei una delle tante domande che è nata dentro di me dopo questa avventura. Un mattina viaggiando in treno per arrivare a Cracovia stavo scrivendo sul mio diario di bordo e ad un certo punto mi è venuto tra le mani un foglietto volante con questo racconto: Una storia ebraica narra di un rabbino saggio e timorato di Dio che, una sera, dopo una giornata passata a consultare i libri delle antiche profezie, decise di uscire per la strada a fare una passeggiata distensiva. Mentre camminava lentamente per una strada isolata, incontrò un guardiano che camminava avanti e indietro, con passi lunghi e decisi, davanti alla cancellata di un ricco podere. "Per chi cammini, tu?", chiese il rabbino, incuriosito. Il guardiano disse il nome del suo padrone. Poi, subito dopo, chiese al rabbino: "E tu, per chi cammini?". Questa domanda, conclude la storia, si conficcò nel cuore del rabbino. Quel giorno ho cercato di pensare ad altro per non affrontare me stessa, però tornata a casa qualche mese dopo ho avuto bisogno di trovare una risposta, ma la domanda è sempre lì che mi tormenta…“E tu, per chi cammini? Per chi e cosa ti alzi ogni mattina”?
Sara, 4H


Cara Sara,
Quando le domande si riferiscono al senso che diamo alla nostra vita, guardo alle persone che hanno vissuto esperienze estreme, al confine tra la vita e la morte e ascolto le motivazioni del loro percorso. Considero queste situazioni, perché quando la vita si affievolisce e sarebbe persino più semplice accettare la sorte e arrendersi alla disfatta gli uomini esplicitano le ragioni che li sorreggono. Allora, in senso letterale, penso alle lunghe marce indotte nei periodi di guerra, perché in quell’incedere forzato emerge il senso per cui si cammina. Penso alla ritirata di Russia, raccontata da Nuto Revelli ne “La guerra dei poveri”; al motivo della partenza e alla volontà del ritorno. E penso che se si è obbligati a partire perché il cammino è stato deciso da un’autorità a cui si deve obbedire, la volontà del ritorno è una volontà del cuore. Se prima si procede al nome di un “padrone”, poi si marcia per ciò che si ritiene imprescindibile: una persona, un ideale, per i figli. “Per chi cammini” suona un po’ come la domanda che Corrado, protagonista del romanzo di Cesare Pavese “La casa in collina”, rivolge alla compagna riferendosi al figlio Dino: «Se ti chiede per chi vivi tu, […] cosa rispondi?». E Caterina risponde a Corrado raccontando la propria gravosa esistenza: «Ho sempre faticato e battuto la testa. I primi tempi è stato brutto. Ma avevo Dino, non potevo pensare a sciocchezze. Mi ricordavo di quello che mi hai detto una volta, che la vita ha valore solamente se si vive per qualcosa o per qualcuno». Che si viva per un ideale o una persona è confermato dai reduci di guerra e dai sopravvissuti ai campi di sterminio. Questa, infatti, è anche la riflessione dello scrittore ebreo Elie Wiesel, quando nell’opera “Parole di straniero” descrive le direttive dei tedeschi e le reazioni dei prigionieri: «Ciascuno per sé, ci dicevano. Dimenticate i genitori, i fratelli, il passato, ci ripetevano giorno e notte, altrimenti perirete. Avvenne il contrario. Quelli che vivevano soltanto per sé, per nutrirsi, finivano per cedere alle leggi della morte, mentre gli altri, quelli che sapevano per chi vivere — un genitore, un fratello, un amico — riuscivano a obbedire alle leggi della vita». Anche molti altri hanno riferito che senza motivazioni forti non si sopravvive: così Primo Levi (“Se questo è un uomo, La tregua”), Vasilij Grossman (“Vita e destino”), Viktor E. Frankl (“Uno psicologo nei lager”), Pavel A. Florenskij (“Non dimenticatemi. Le lettere dal gulag”). Se dovessi dirti per chi cammino, ti direi che fino a quando era viva mia madre, vivevo per me ma con un occhio a lei e quando è mancata anch’io mi sono chiesto perché e per chi camminavo. Ora ho un figlio: allora so che vivo ancora un po’ per me, ma so che guardo a lui e al suo percorso. Credo che il motivo per cui si cammina sia sempre per qualcuno o per qualcosa. Quando si è figli si cammina anche per l’approvazione dei genitori, quando si è genitori forse anche per meritare la fiducia dei figli. Quando si perde qualcuno si perde il testimone della propria vita, qualcuno che ha dato o ha raccolto il senso dell’esistenza affinché non cadesse nell’insignificanza. Per fortuna non camminiamo per un padrone, ma per realizzare quello che siamo, per portare a compimento la voce che sentiamo dentro di noi. Gli autori citati hanno messo in luce come gli affetti diano senso alla vita anche al di là degli interessi egoistici. Il padre del liberalismo classico John Stuart Mill nell’opera “L’utilitarismo” (1861) ha sottolineato la necessità di coltivare sia sentimenti personali sia interessi collettivi. Scrive Mill: «coloro che dietro di sé hanno una scia di affetti personali, e soprattutto coloro che hanno coltivato anche sentimenti di partecipazione agli interessi collettivi dell'umanità, conservano il loro interesse alla vita: un interesse altrettanto vivo alla vigilia della morte, quanto lo era nel vigore della giovinezza e della salute». Sono dunque molte le ragioni per cui ci si può alzare stimolati ogni mattina, sapendo per chi o cosa si cammina.
Un caro saluto,
Alberto