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Cor-rispondenze

lunedì 28 giugno 2021

Homo sum

 



 

 

«Homo sum, humani nihil a me alienum puto», «Sono uomo, niente di umano ritengo mi sia estraneo», è una citazione di Publio Terenzio Afro contenuta nella commedia “Heautontimoroumenos”, “Il punitore di se stesso” (163 a. C.). Terenzio è un commediografo romano, non è “propriamente” un filosofo, ma la sua sentenza ha un significato filosofico profondo: è stata interpretata molte volte nel corso della storia ed è stata assunta a simbolo di “umanità”. A cosa si riferisce? È contenuta nel primo atto della commedia ed è pronunciata dall’anziano Cremete in un dialogo con Menedemo. Anche Menedemo è anziano, ha sessant’anni o più, e ha comprato un podere accanto a quello di Cremete. È ricco, possiede schiavi in quantità, ma agisce in modo irrazionale: lavora dall’alba al tramonto in modo forsennato. Cremete lo vede ogni giorno nel campo «a scavare, ad arare, a trasportare». Questo comportamento, già inopportuno per l’età, è anomalo per un uomo di condizione agiata. Menedemo agisce così per punirsi: per aver impedito al proprio figlio Clinia di sposare Antifilia, la figlia di una povera donna di Corinto. Quando ha scoperto la loro relazione e si è reso conto che i due si comportavano come persone sposate, ha reagito in modo troppo severo: «alla maniera dei vecchi padri», scrive Terenzio. Ha detto al figlio che tale scelta era frutto del troppo far niente e che lui alla sua età non pensava all’amore ed era partito «sotto la spinta della miseria» per l’Asia a combattere, trovando poi in quella terra lontana denaro e gloria. Ha poi scoperto che il figlio, a forza di sentirsi ripetere tale vicenda – fidandosi del padre – è partito di nascosto per l’Asia al seguito dell’esercito del re. Ora è disperato e si punisce condannandosi a un durissimo lavoro. Non si concede un attimo di tregua e si tormenta per non essere stato un buon padre. Teme per la vita del figlio. Cremete, colpito dalla condotta atipica del vicino, gli chiede: «In nome degli dèi e degli uomini, che cosa vuoi ottenere?». Menedemo risponde: «O Cremete, i tuoi affari ti lasciano bel tempo, eh?, e così puoi impicciarti negli affari altrui e in ciò che non ti riguarda». Cremete replica: «Sono uomo, niente di umano ritengo mi sia estraneo». Il semplice fatto di avere poderi adiacenti impone a Cremete di interessarsi alla vita del prossimo e di prendersi cura di lui. Il filologo e antropologo Maurizio Bettini  ha dedicato un libro intero all’interpretazione di questa sentenza, “Homo sum” (Einaudi), per sollecitare le persone a sviluppare la loro umanità, “impicciandosi” di coloro che giungono come stranieri sulle coste italiane. Egli riferisce una bella storia accaduta qualche anno fa e narrata dalla giornalista Valentina Ruggiu sul quotidiano «la Repubblica». Alcune signore irpine tra i settantacinque e gli ottant’anni hanno incontrato sul pullman un ragazzo del Gambia di nome Omar. Dialogando con lui, hanno ricordato che anche i loro figli e mariti erano emigrati. Una signora gli ha detto: «Weee, quant si bell, io pure tengo a nepùteme ca sta in Inghilterra, pure da qua se scappa, ma sembra ca tutti se l'ann' scurdato sto fatto». Un’altra ha ricordato che il marito aveva lavorato per vent’anni in Germania, un’altra ancora che le persone del Sud si sono sempre spostate al Nord e che non è «un problema sta cosa di viaggià pè potè campà meglio...». Bettini prende spunto da questo episodio per fare un elogio di una particolare forma di “indiscrezione”. Non quella che esprime vana curiosità, mancanza di tatto o sfacciata invadenza nei rapporti interpersonali, ma quella che esprime interesse autentico e coinvolgimento. È una forma di “attenzione” che rivela una partecipazione al destino degli altri quando viene riconosciuto come un destino comune. Ha grande valore, è un modo positivo di essere un po’ impiccioni, perché rivela l’umanità dell’uomo. Allora il verso di Terenzio, scrive Bettini, «nasce dunque come invito non solo alla comunicazione fra gli uomini, ma piuttosto al suo eccesso, alla indiscrezione: al superamento delle barriere in nome della comune “umanità”». La sentenza di Cremete è stata ripresa e commentata anche da Cicerone, nel “De officiis”, “I doveri”, un libro scritto nel 44 a.C. e dedicato al figlio Marco che al tempo studiava filosofia ad Atene.  Scrive Cicerone: «poiché comprendiamo e sentiamo le fortune e le sventure che capitano a noi più di quelle che capitano agli altri, e consideriamo le cose altrui da una grande distanza, noi giudichiamo diversamente su noi e sugli altri». E poco prima aveva biasimato il comportamento di coloro che per proteggere il loro patrimonio familiare o per odio nei confronti degli altri uomini si occupano esclusivamente dei loro affari. Apparentemente essi danno l’impressione di non commettere atti di ingiustizia, invece, scrive il filosofo romano: «Costoro, anche se non commettono un tipo di ingiustizia, incorrono nell’altro: vengono meno infatti alla dimensione sociale della vita, poiché a essa non dedicano interesse alcuno, sforzo alcuno, investimento alcuno». Venir meno alla dimensione sociale della vita è un atto di ingiustizia che quelle donne non hanno commesso, perché prima di scendere si sono girate e hanno salutato il ragazzo così: «Wee, Omar, mantienete forte, non te preoccupà, nui te vulimm' bene». Come donne hanno intuito e mostrato che tutto ciò che riguarda gli altri riguarda anche noi.

Un caro saluto,

Alberto


lunedì 14 giugno 2021

Vivi nascosto - láthe biósas




A leggerla così – seguendo un’interpretazione ossessivamente letterale – l’esortazione di Epicuro sembra essere stata accolta dai mafiosi e dai più grandi latitanti che sono effettivamente vissuti segregati nelle loro abitazioni blindate per sfuggire ai controlli delle forze dell’ordine e alla legge. Dai bunker di cemento armato alle improbabili stanze ricavate dietro le pareti domestiche, dalle botole collocate nei pavimenti e azionate da sofisticati sistemi di carrucole a quelle realizzate nelle celle frigorifere, i principali boss della malavita italiana pare abbiano – involontariamente – adottato il suggerimento del filosofo ateniese. Va detto che l’hanno recepito “a modo loro”, senza conoscere l’autore, la dottrina e neppure l’autentico significato del motto: «vivi nascosto - láthe biósas». Povero Epicuro, probabilmente non avrebbe mai immaginato quella che oggi siamo soliti chiamare l’«eterogenesi dei fini», ossia il fatto che vi siano «conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali». In fondo, chi sintetizza uno stile di vita non può certo prevedere le conseguenze nel tempo né chi lo adotterà né per quali scopi. Ma – a parte gli scherzi – che cosa intendeva realmente l’autore con questo invito? Non abbiamo forse detto che per i Greci la vita politica era il momento più importante dell’attività umana? Aristotele, infatti, aveva affermato sia che «l’uomo è per natura un animale politico», sia che «chi non è in grado di far parte di una comunità civile o non ha bisogno di nulla perché basta a se stesso, non è parte dello Stato; e quindi o è una bestia o un dio». Nulla di più chiaro: fuori dalla comunità politica un uomo non può stare. Perché allora questo drastico cambiamento? Perché il tempo di Epicuro non è più il tempo di Aristotele. Quando Aristotele muore, Epicuro ha solo 19 anni, l’età dei ragazzi che oggi si accingono a sostenere l’esame di Stato. Ma non è un problema solo di età. È cambiato un mondo. Non esistono né esisteranno più le “poleis”, le città-stato autonome e sovrane, perché incorporate dopo varie conquiste in unità politiche più vaste dette “regni”: prima il regno di Macedonia governato da un sovrano, poi l’Impero romano. Gli uomini perdono il loro status di cittadini e diventano sudditi. Non possono più partecipare a quella straordinaria esperienza di autogoverno inaugurata ad Atene né ricrearla. Non possono più ambire al bene comune attraverso la partecipazione pubblica, perché sono soggetti all’autorità di un sovrano che non li interpella. E allora invece di occuparsi di politica si occuperanno soprattutto di etica, ossia del modo migliore di condurre l’esistenza. Il consiglio di Epicuro è quello preferire l’amicizia alla politica, la vita con poche persone alla vita pubblica che espone a eccessivi e inutili turbamenti. La folla disorienta, confonde, scombussola la vita tranquilla tesa alla ricerca della felicità. L’uomo nel commercio con gli altri uomini si smarrisce, perde di vista i propri obiettivi e per compiacere gli altri ed ottenere i loro favori si ritrova a compiere esperienze che non gli appartengono. Secondo il filosofo, per essere felici è sufficiente condividere un certo stile di vita con alcuni conoscenti, senza dissipare le proprie energie alla ricerca di ricchezze, della fastosità del potere, dell’esibizione del lusso, di tutto ciò che è smodato. Egli suggerisce una vita sobria, lontana dall’illusoria felicità offerta dalla vita mondana. La politica è fonte di turbamento dell’animo, quindi contraria alle esigenze di una buona vita; così le dispute, l’ambizione, il carrierismo non giovano alla qualità della stessa. Per questo egli propone il motto: «vivi nascosto», la vita contemplativa rispetto a quella attiva. È curioso che su questo aspetto stoici ed epicurei avessero degli elementi in comune. È famosa la lettera sessantotto di Seneca, filosofo stoico del I sec. d.C., intitolata “La vita ritirata”. Egli sostiene la decisione dell’amico Lucilio di condurre una vita più appartata e scrive: «Certi animali, per non essere scoperti, confondono le loro tracce proprio attorno alla tana: tu devi fare lo stesso, altrimenti non mancheranno quelli che non ti lasceranno mai in pace. Molti trascurano ciò che è allo scoperto e vanno a frugare ciò che è chiuso e nascosto; ciò che è sigillato eccita il ladro […] Il volgo e tutte le persone ignoranti hanno queste abitudini: vogliono penetrare a forza nei luoghi più riposti. La cosa migliore, perciò, è non ostentare la propria vita ritirata». L’obiettivo è quello di dedicare più tempo a se stessi e alla conoscenza di sé: «Quando ti sarai ritirato, dovrai fare in modo non che gli uomini parlino di te, ma che tu parli con te stesso». Nell’opera dedicata alla vita solitaria, “L’ozio”, Seneca mostra l’importanza fondamentale della vita contemplativa. Egli dice che gli uomini lavorano per «la grande» o «la piccola repubblica» o per entrambe. Lavorare per la piccola repubblica significa impegnarsi nella politica della città; lavorare per quella grande significa pensare invece al mondo. Per servire l’umanità è dunque preferibile vivere una vita ritirata meditando su tematiche che possono essere d’aiuto a tutti gli uomini e non solo a una parte di essi. C’è un modo di vivere “nascosti” che non implica la fuga dalla vita, ma rappresenta un tentativo di preservarla da contaminazioni inutili e dannose. In questo modo l’uomo non solo migliora se stesso, ma si prende cura dell’umanità intera.

Un caro saluto,

Alberto

lunedì 7 giugno 2021

Un animale politico

 


Secondo Aristotele gli esseri umani si uniscono perché non sono in grado di vivere separati gli uni dagli altri. Così i maschi e le femmine, per la riproduzione; chi comanda e chi è comandato, per ricavare beneficio da un’attività. Il primo nucleo a formarsi è la famiglia, la più piccola comunità che si organizza per soddisfare i bisogni della vita quotidiana. Nel libro dedicato alla politica il filosofo ricorda che Caronda, uno dei più antichi legislatori della Sicilia, chiamava infatti i membri della famiglia: «compagni di tavola», mentre il cretese Epimenide li appellava «compagni di mensa». La prima comunità che si genera dall’unione di più famiglie, per sopperire invece a bisogni non immediati, è il villaggio. E la comunità che risulta dall’insieme di più villaggi è lo Stato. Questo rappresenta il punto più alto dell’unione delle persone. Rende possibile la vita, ma soprattutto rende realizzabile una vita felice. È un concetto che il filosofo ribadisce sia nell’ “Etica” sia nella “Politica”. Nel primo libro dell’ “Etica nicomachea”, parlando della felicità, egli afferma infatti che «è assurdo anche fare dell’uomo beato un individuo solitario, dato che nessuno sceglierebbe di avere tutti i beni possibili a questo prezzo: l’uomo è animale politico, e per natura tende a vivere in comune». Secondo Aristotele lo Stato esiste dunque “per natura”, e per natura esistono anche le prime comunità. Che cosa dobbiamo intendere con tale espressione? Aristotele dice che la “natura” «è quel che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo». Le varie cellule si differenziano nei vari organi del corpo e producono un cavallo o un uomo; le pietre e gli elementi di un’abitazione possono comporre una casa. Così lo Stato è considerato un prodotto spontaneo che deriva dall’associazione degli uomini, perché secondo il filosofo l’uomo è intrinsecamente un essere socievole, tanto che se qualcuno vivesse fuori dalla comunità dello Stato non per qualche fatalità della vita, ma per la propria inclinazione sarebbe considerato «un abietto o […] superiore all’uomo». Gli uomini non sono pertanto presenze isolate, simili a pedine utilizzate nel gioco dei dadi. Nella “Politica” Aristotele afferma ancora di più, quando sostiene che «è chiaro che l’uomo è animale politico, più delle api, e di qualsiasi altro animale che vive in branco». Perché più delle api e degli animali gregari? Perché se la natura orienta l’uomo alla vita associata, la razionalità che lo caratterizza gli consente non solo di ambire istintivamente a ciò che è utile, ma anche di distinguere concettualmente il bene dal male, ciò che giusto da ciò che è ingiusto, e sulla base delle valutazioni condivise – elevate a valori – organizzare la propria vita. In questo senso lo Stato precede gli individui, perché è grazie allo Stato che le persone possono educarsi, formarsi e ambire alla propria realizzazione. Lo Stato è ritenuto anteriore, perché un individuo separato dagli altri è nella condizione delle parti rispetto al tutto: come un organo isolato – una mano, un piede – che ha perso la sua funzione perché strappato alle relazioni col resto del corpo. Vi è dunque in tutti gli uomini questa spinta verso la comunità, tanto che Aristotele è ancora più esplicito ed efficace perché afferma che chi non è in grado di entrare in una comunità – o per la sua indipendenza non ne avverte l’esigenza – è «o bestia o dio». Scrive l’autore: «È evidente dunque e che lo stato esiste per natura e che è anteriore a ciascun individuo: difatti, se non è autosufficiente, ogni individuo separato sarà nella stessa condizione delle altre parti rispetto al tutto, e quindi chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte dello stato, e di conseguenza è o bestia o dio». L’uomo può realizzare se stesso solo nei legami con gli altri uomini. Ma l’uomo è un animale sociale o anche un animale socievole? Assodato che è un animale che per natura tende a vivere in società, ci possiamo chiedere se si unisca per la sua intrinseca benevolenza, perché è disponibile, amabile, cordiale, aperto, o perché quella condizione gli è maggiormente utile per sopravvivere. Gli studiosi De Luise e Farinetti sottolineano questo aspetto: «Che l’uomo non possa vivere fuori della società non è insomma una buona ragione per ritenerlo socievole». C’è infatti una tradizione, che va da Thomas Hobbes (“De cive”) a Bernard de Mandeville (“La favola delle api”), che non reputa l’uomo particolarmente socievole: considera infatti che gli uomini si uniscano per soddisfare meglio i propri interessi egoistici. La filosofa svizzera Jeanne Hersch, nella sua “Storia della filosofia come stupore”, spiega bene come dobbiamo intendere l’espressione «zòon politikòn», «animale politico», di Aristotele. Scrive la filosofa: «Ciò non significa che ogni uomo debba diventare un politico, ma vuol dire che l'essere umano è per sua essenza membro di una società organizzata, di una polis. La parola polis indica la "città-Stato". L'essere umano è non per accidente (in virtù di certe circostanze), ma per essenza (in virtù di ciò che è) un cittadino. I problemi dello Stato non sono quindi per l'uomo fortuiti o marginali, ma lo riguardano in modo essenziale, in quanto uomo». È all’interno dello Stato che gli uomini dovranno trovare la conciliazione tra tante urgenze diverse: un equilibrio che non si può raggiungere definitivamente una volta per tutte e che pertanto deve essere continuamente ricreato.   

Un caro saluto,

Alberto

lunedì 24 maggio 2021

Diventa ciò che sei 2/2



«Diventa ciò che sei» è una saggia prescrizione, ma ad una prima lettura suona un po’ sibillina: come si fa a diventare ciò che si è già? Se si sollecita qualcuno a diventare “qualcosa” o “qualcuno” – professionalmente o umanamente parlando – significa che tale persona deve fare un percorso e pertanto deve cambiare; se si sottolinea che un uomo ha già una propria natura specifica, allora non dovrebbe mutare, ma rimanere pertanto ciò che è. Il motto pare dunque contenere una misteriosa prescrizione. L’imperativo «diventa» è infatti legato al «progetto». Progettare, in fondo, vuol dire “gettare avanti” (“pro”: avanti; “jacere”: gettare), quando si ha l’idea di fare qualcosa, di formarsi o di realizzare un proposito, si pianifica, si programma, si inventa e ci si predispone a realizzare ciò che si è immaginato. «Ciò che sei» è legato invece al «destino» e segnala un nucleo originario ineludibile che non deve essere snaturato. La parola «destino», dal greco “ìstemi” “sto”, indica lo stare fermo, fisso. Troviamo la stessa radice anche nella parola “ostinazione”. L’uomo ostinato è infatti colui che rimane ancorato alle proprie posizioni; e ancora nelle parole “statico” e “stabile”. Statico è ciò che è immobile o comunque in equilibrio, e stabile è ciò che è saldo. La parola “destino” indica pertanto la fissità. Possiamo anche utilizzare altri concetti, come “fato” o “necessità”, per esprimere ciò che non muta. Ma là dove esistono il “fato” e la “necessità” allora la libertà è impossibile e viene negata. Vengono dunque respinti sia il movimento sia la trasformazione. Allora come può essere inteso il motto? Credo che possiamo interpretarlo in questo modo: «Diventa», indica sì un movimento, ma «ciò che sei» segnala che le variazioni e il viaggio debbono essere realizzati dentro una precisa configurazione («ciò che si è»). La libertà consiste allora nell’assecondare la propria natura: oggi si tende a dire il proprio “desiderio”, il nucleo fondamentale che caratterizza in modo esclusivo ciò che siamo, la nostra personale predisposizione, la soggettiva sensibilità. L’uomo deve quindi portare alla luce la propria personalissima natura, deve farla emergere e prendersene cura. Tra le più belle interpretazioni di questo invito arcaico vi è quella di Mario Trevi, uno dei più autorevoli psicoanalisti junghiani della seconda metà del secolo scorso. Secondo Trevi il suggerimento di Pindaro e di Nietzsche deve essere sviluppato da un punto di vista logico. Nella logica, quando si hanno due alternative le possibilità che si aprono sono quattro. Se consideriamo i due verbi: «diventare» ed «essere», allora possiamo riformulare la riflessione in questo modo: «Diventa ciò che sei», «Diventa ciò che non sei», «Non diventare ciò che sei», «Non diventare ciò che non sei». Se non vi è ancora venuto il mal di testa, vi assicuro che vale la pena pazientare per seguire questo curioso e insolito sentiero. «Diventa ciò che sei» deve essere considerato un percorso in più stadi. Colui che vuole realizzare veramente la propria natura ascolta pian piano ciò che si agita nel proprio mondo sotterraneo, nella propria intimità; cerca di comprendere ciò che spesso agli altri è inaccessibile, cerca di riconoscere la propria specificità. Dà ascolto alla propria voce interiore e ai propri bisogni. È come se lasciasse parlare il “dèmone socratico” che cerca di affiorare in ogni uomo: l’attitudine, la passione, la predisposizione, la vocazione. Per comprendere autenticamente la nostra inclinazione, dobbiamo tuttavia aprirci alla cultura. Diventando altro da ciò che siamo comprendiamo meglio i nostri bisogni. Ecco qui la ragione del secondo momento: «Diventa ciò che non sei»: nessuno deve fermarsi ad uno stadio infantile, né rimanere quello di oggi, ma deve aprirsi alle novità e alla conoscenza per non essere costretto a vivere completamente determinato dalla biologia, dalla cultura e dalla tradizione. Il passaggio successivo consiste invece nel «Non diventare ciò che sei»: perché se la trasformazione ci conduce nello stesso punto in cui ci troviamo ora, allora non si danno né evoluzione né crescita autentica. L’ultimo ammonimento può essere compendiato nella sentenza: «Non diventare ciò che non sei». Nel cambiamento non bisogna smarrire la propria vera indole, assecondando le aspettative degli altri o le suggestioni momentanee. Il percorso per diventare ciò che si è può essere considerato un percorso a spirale e altro non è che il processo di “individuazione” di cui ha parlato a lungo Carl Gustav Jung nella sua opera. Possiamo tradurlo con le parole di un altro grande studioso junghiano, Aldo Carotenuto (“La chiamata del daimon”): «Individuarsi vuol dire cominciare a guardare il mondo in modo nuovo. Quando abbiamo la sensazione che tutti i problemi, per quanto gravi e difficili, siano nostri problemi, quando non desistiamo dall'affrontarli e non ci scoraggiamo perché sentiamo che quello è il nostro terreno, il nostro campo d'azione, questo è il segno che si è colto il filo di Arianna». È un invito per tutti voi ragazzi che in questo momento state meditando sulle scelte scolastiche o di lavoro. Cercate di cogliere il vostro filo di Arianna per attraversare la vita con più energia, sapendo che ognuno di voi è unico, e unica è la vostra capacità di sentire, di progettare, di agire, di relazionarvi. Di vivere e di narrare la vostra avventura.

Un caro saluto,
Alberto

lunedì 17 maggio 2021

Diventa ciò che sei 1/2

 


Ho recentemente riletto questa frase in un libro di Fréderic Lenoir, “L’anima del mondo”, in cui l’autore immagina che, presagendo la fine del mondo, sette saggi partano da varie aree del pianeta per radunarsi a Tulanka, un remoto monastero tra le montagne tibetane, con il proposito di trasmettere a due giovani adolescenti, Tenzin e Natina, alcune idee essenziali sulla saggezza. Una di queste è proprio: «Diventa ciò che sei. Fai ciò che solo tu puoi fare. Segui la voce del tuo cuore». Così, l’esortazione a «diventare ciò che si è» può essere considerata una massima imprescindibile della sapienza universale. Arriva da lontano. Per noi occidentali, dal mondo greco: ed è un invito che da Pindaro a Nietzsche viene regolarmente rivolto a tutti gli uomini. Non si limita a suggerire un orientamento conoscitivo o etico, ma prescrive un modo preciso di condurre l’esistenza. Probabilmente, quello migliore o l’unico autentico. Sembra una risposta categorica e un po’ sibillina ad una domanda che attraversa spesso i nostri pensieri e che in un’espressione rudimentale e certamente incompleta può essere formulata in questo modo: “cosa farò da grande?”, ma in termini più complessi rappresenta la questione cruciale dell’esistenza: “chi sono io?”, “che cosa dovrò diventare?”, “che cosa farò della mia vita?”. Sono riflessioni irrinunciabili, perché interpellano l’individuo sulle sue scelte fondamentali. “Che cosa farò della mia vita” è una questione che prima o poi tutti gli adolescenti si pongono indipendentemente dal loro grado di alfabetizzazione. Il biografo di Cartesio, Adrien Baillet, riferisce che il filosofo aveva fatto tre sogni che considerava importanti per comprendere lo sviluppo della propria ricerca. Nel terzo di questi egli immaginava di aprire una raccolta di poesie e il suo occhio cadeva su un verso del poeta Ausonio: «Quod vitae sectabor iter?», «Quale cammino prenderò nella vita?». Concentrarsi su tale interrogativo ha aperto al filosofo una nuova direttiva di studio: gli ha consentito di operare una svolta nella propria vita e nella propria filosofia. La stessa domanda gravita nei pensieri dei ragazzi che cercano di capire chi sono e immaginano chi vorranno diventare, ma di riflesso è anche il tema che disorienta i genitori – quando pensano al futuro dei figli – perché scardina i loro schemi e le loro aspettative. Secondo l’insegnamento di Pindaro e Nietzsche gli adulti dovrebbero agevolare la vocazione dei giovani, incoraggiare il loro talento e sostenere i loro desideri più profondi. Va da sé che c’è un forte legame tra due importanti massime del mondo antico: «conosci te stesso» e «diventa chi sei». Conoscere se stessi è la premessa per poter realizzare la propria natura. Come facciamo a conoscerci? Attraverso il dialogo interno, l’auto-osservazione, le relazioni e la sperimentazione continua ricaviamo costantemente informazioni sulle nostre qualità. Poi occorrono tanti sforzi, ripetuti atti di coraggio e di creatività per avverare ciò che abbiamo intuito. Forse è per questo che nella seconda “Pitica” Pindaro dice: «diventa chi sei imparando (chi sei)», perché in fondo nessuno sa chi è senza mettersi alla prova. E Nietzsche, in “Così parlo Zarathustra”, confessa il grande lavoro da “maestri severi” che occorre fare su se stessi: «Tale, infatti, son io dal mio profondo e fui da principio, tirando, traendo a me, portando in alto, facendo crescere: uno che tira su, un allevatore, un maestro severo, che non invano disse una volta a se stesso:Diventa chi sei!”». Si prova angoscia per la scelta di ciò che si vuole diventare, perché una volta individuata una rotta occorre investire energie e studio in una direzione piuttosto che in un’altra. Dalla risposta sulla visione del futuro, occorre poi predisporre il tempo e organizzare la fatica. Sappiamo che le decisioni più importanti vengono prese da giovani: a cinquant’anni è possibile iniziare lo studio del pianoforte, ma al massimo si potrà diventare dei buoni dilettanti e non certo aspirare ad eccellere in quella professione. Ci sono poi alcuni rischi che possono minare l’autorealizzazione: alcuni provengono dalle aspettative spesso esplicite della famiglia, altri da quelle tacite, ma altrettanto consistenti, della società. Fréderic Lenoir, riflettendo sulla propria esperienza e sulle difficoltà incontrate per poter esprimere la propria natura, scrive: «Diamo un’immagine di noi che corrisponde a ciò che gli altri si aspettano da noi. O a ciò che immaginiamo si aspettino da noi, per piacere loro, per essere socialmente accettabili. […] La mia esperienza è stata così. Per anni ho avuto bisogno di piacere agli altri, sacrificando me stesso. Pensavo di poter essere amato solo a questa condizione. Dicevo sì quando invece volevo dire no. Accettavo cose che mi costavano fatica e sofferenza». E il filosofo Umberto Galimberti avverte: «realizzo chi sono o ciò che vuole l’apparato?», e ancora: «Siamo certi che la vita che viviamo sia la nostra?». Perché dall’autorealizzazione dipende la nostra felicità. Per questo, ammonisce il filosofo: «Distratti da noi, fino a diventare perfetti sconosciuti, ci arrampichiamo ogni giorno su pareti lisce per raggiungere modelli di felicità che abbiamo assunto dall'esterno […], naufragando ogni giorno, perché quei modelli probabilmente sono quanto di più incompatibile possa esserci con la nostra personalità». Il pericolo di soddisfare i desideri degli altri è davvero grande. Ma come si fa a diventare ciò che si è?

Un caro saluto,

Alberto

lunedì 10 maggio 2021

Ama e fa' quel che vuoi

 


È una massima piuttosto nota e davvero molto bella. È una sorta di suprema riduzione effettuata da S. Agostino delle prescrizioni del mondo ebraico e cristiano. Secondo la “Bibbia” Dio ha dato a Mosè i dieci comandamenti sul monte Sinai. E Gesù ha riassunto il decalogo in quello che è conosciuto come il duplice comandamento dell’amore: “Ama il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la tua mente. Questo è il più grande e il primo dei comandamenti. E il secondo è simile al primo: Ama il prossimo tuo come te stesso”. È possibile un’ulteriore riduzione di questo binomio in un’unica norma ancora più sintetica? Aurelio Agostino compendia tutte le regole in un’espressione apparentemente elementare: «Dilige et quod vis fac», ossia «Ama e fa’ quello che vuoi». Questa direttiva è composta da due parti, ossia due imperativi: il primo è: «ama», e il secondo è: «fa’ ciò che vuoi». Dei due, il secondo è immediatamente comprensibile: «fa’ ciò che vuoi» ha un carattere intuitivo, eppure richiede qualche riflessione. Comanda infatti di realizzare quello che la volontà suggerisce, ma solo dopo aver rispettato l’imperativo di amare. Non si tratta quindi di un generico e ghiotto invito ad agire in modo indiscriminato, compiendo semplicemente ciò che si ritiene giusto ed opportuno, né tantomeno si tratta di una sollecitazione ad assecondare prontamente l’istinto. Fai ciò che vuoi – ma solo se sei in grado di amare – da questo momento verrà considerato il fondamento dell’etica cristiana. Insomma, chi è in grado di amare non deve preoccuparsi eccessivamente della rettitudine delle proprie azioni, perché se la radice da cui esse scaturiscono è l’amore, da esse seguirà necessariamente il bene. Questo perché, secondo Agostino, a partire dall’amore la volontà è indirizzata umanamente e cristianamente. Così, l’uomo che si sottomette a tale legge non può produrre errori che conducano ad esiti moralmente riprovevoli. Egli chiarisce bene questo concetto nel “Commento alla Prima Lettera di Giovanni” quando scrive: «sia in te la radice dell’amore, poiché da questa radice non può procedere se non il bene». Ecco allora i suoi consigli: «sia che tu taccia, taci per amore; sia che tu parli, parla per amore; sia che tu corregga, correggi per amore; sia che perdoni, perdona per amore». La parte più problematica della prescrizione agostiniana – che sentiamo ora ripetere con una certa ridondanza – è certamente la prima e consiste nella corretta comprensione dell’imperativo «ama». Pur essendo un verbo assai familiare e apparentemente chiarissimo, è proprio sul significato dell’amore che si creano le maggiori ambiguità. L’amore non è da intendersi come legame sentimentale tra persone e neppure come attrazione fisica. La traduzione che verosimilmente si avvicina di più all’intenzione di Gesù, secondo il teologo svizzero contemporaneo Hans Küng recentemente scomparso, potrebbe essere espressa in questo modo: «un’esistenza-per-gli-altri piena di disponibilità e di aiuto», seguendo l’esempio di Cristo. Se questa è la radice dell’amore, da essa deriva certamente un’etica nuova e rivoluzionaria. Nell’opera Cristianesimo. Essenza e storia, Hans Küng suggerisce di declinare il “volere” a partire dall’amore, facendo riferimento a queste riflessioni di un autore a lui ignoto: «Il dovere senza amore rende uggiosi; il dovere compiuto nell’amore rende equilibrati. La responsabilità senza amore rende spietati; la responsabilità esercitata nell’amore rende premurosi. La giustizia senza amore rende duri; la giustizia praticata nell’amore rende coscienziosi. L’educazione senza amore rende contraddittori; l’educazione praticata nell’amore rende pazienti. La saggezza senza amore rende scaltri; la saggezza esercitata nell’amore rende comprensivi. La gentilezza senza amore rende ipocriti; la gentilezza esercitata nell’amore rende buoni. L’ordine senza amore rende meschini; l’ordine esercitato nell’amore rende magnanimi. La competenza senza amore rende prepotenti; la competenza esercitata nell’amore rende degni di fiducia. Il potere senza amore rende violenti; il potere esercitato nell’amore rende disponibili all’aiuto. L’onore senza amore rende superbi; l’onore praticato nell’amore rende moderati. Il possesso senza amore rende avari; il possesso praticato nell’amore rende liberali. La fede senza amore rende fanatici; la fede praticata nell’amore rende tolleranti». Si può ottenere un analogo risultato di elevazione morale utilizzando altri verbi? Proviamo con “vivere” e “lavorare”: «Vivi e fa’ quel che vuoi», oppure «lavora e fa’ quel che vuoi». In entrambi i casi avvertiamo immediatamente che in queste ulteriori raccomandazioni sembra mancare qualcosa. L’attenzione alla persona e il rispetto dell’altro non sono affatto impliciti nell’ordine. Non è detto, infatti, che vivere e fare ciò che si vuole sia un buon modo di relazionarsi con il prossimo; e neppure il nesso tra lavorare e agire sembra nobilitare l’azione dell’uomo a dignità morale. In entrambe le sentenze si riconosce che l’altro non è tutelato o è posto in secondo piano: non è garantita la sua sopravvivenza e non è assicurato il suo benessere. Se nelle ultime due massime le prescrizioni all’imperativo non modificano l’agire dell’uomo, l’invito di Agostino mostra la potenza eccezionale dell’amore nel determinare la metamorfosi dei comportamenti umani: assistiamo al passaggio dall’invito a un semplice operare nel mondo all’agire etico.    

Un caro saluto,

Alberto

lunedì 3 maggio 2021

La trama nascosta 2/2




L’idea che la trama della realtà sia accessibile alla mente dell’uomo è stata condivisa dagli alchimisti di ogni tempo: con le loro bizzarre e sofisticate pratiche quotidiane essi hanno infatti pensato di cogliere la rete invisibile che unisce i fenomeni. Hanno considerato tuttavia che solo alcune persone particolarmente istruite nelle discipline più disparate potessero avere accesso a tale dimensione profonda e “occulta”. La scienza occidentale è nata invece rifiutando il rapporto privato e personale tra alcuni iniziati e la natura. Essa ritiene che l’universo e le sue leggi si offrano in modo invariante a tutti coloro che ne conoscono il linguaggio. Il suo obiettivo è pertanto quello di individuare i codici oggettivi in cui la natura si esprime. Nel periodo in cui è nata la scienza moderna, lo sforzo di unire fisica e metafisica – nel tentativo di spiegare proprio tutto – è stato davvero notevole. Alcuni filosofi hanno sentito la necessità non solo di dare conto dei fenomeni naturali, ma di esplicitare la trama sotterranea che annoda ogni singolo aspetto: pensiero, natura e Dio. Baruch Spinoza ha tentato di mostrare una sorta di codice unitario, scrivendo un libro meraviglioso intitolato “Etica” (1677) in cui ha provato a tenere insieme l’intreccio tra Dio e il mondo attraverso un modello geometrico, dove il disegno razionale della realtà, che funge da ordito, gradualmente si manifesta e si lascia comprendere. Grazie a questa gigantesca impresa geometrizzante egli ha affermato pertanto che «l’ordine e la connessione delle idee è lo stesso che l’ordine e la connessione delle cose» («ordo et connexio idearum idem est ac ordo et connexio rerum»). C’è un ordine perenne di ciò che esiste e i legami tra i vari elementi sono necessari. La parola “necessario”, in logica, non significa qualcosa di cui si ha bisogno, qualcosa di fondamentale o indispensabile; significa semplicemente un elemento inevitabile, ossia conseguente da un punto di vista razionale. Qualche secolo dopo anche il filosofo tedesco Friedrich Hegel nei «Lineamenti di filosofia del diritto» (1820) ha un’idea pressoché analoga a quella di Spinoza quando afferma che «Ciò che è razionale è reale; e ciò che è reale è razionale». Dal suo punto di vista l’infinito si concretizza nella realtà e nella coscienza. L’infinito diventa finito e diventa consapevole di sé nell'uomo, manifestando la logica del cosmo. Oltre ad una realtà che si può rispecchiare nel pensiero o ad un pensiero che è trama della realtà, nel corso del tempo sono emerse altre trame. C’è una struttura chimica della materia, compendiata nella tavola di Mendeleev, secondo cui dalla combinazione di un certo numero di elementi si possono pertanto generare tutti gli oggetti esistenti. E c’è la trama del genoma degli esseri viventi e dell’uomo stesso. Dall’esterno ammiriamo corpi di diversa fattezza, ma sappiamo che ogni elemento è retto da una logica sottostante, quella del Dna, che gli fa da supporto. Ci sono poi le strutture della psiche individuale e collettiva esplorate dalla psicologia e dalla psicoanalisi che si sforzano di portare alla luce la dimensione “profonda” dell’attività mentale. Ma le trame impercettibili si moltiplicano: quelle nascoste in una classe, in un gruppo di amici, in una famiglia, sul luogo di lavoro, in una relazione d’amore. Siamo costantemente sorretti da trame che non vediamo. Nasciamo in un preciso contesto storico, con consuetudini etiche che respiriamo dalla nascita in famiglia e nella comunità di appartenenza e che ci consentono di orientarci e di relazionarci con il prossimo. Ma nasciamo anche in uno Stato che concede diritti e garantisce libertà a partire da una costituzione. Senza saperlo ci muoviamo in un intreccio di diritti predisposto attentamente da coloro che ci hanno preceduto: la famiglia, la comunità, lo Stato. Prendiamo atto di quell’articolato ordito di norme e convenzioni solo in un secondo tempo, quando siamo in grado di accostare e comparare sistemi di riferimento normativi ed etici differenti. Il filosofo italiano Salvatore Natoli ne “Il rischio di fidarsi” ricorda che anche la fiducia primaria nel mondo e negli uomini nasce in un contesto di trame che anticipano la nostra nascita. Scrive Natoli: «da dove viene la fiducia? Perché ci consegniamo in mani d'altri? Perché qualcuno – chiunque egli fosse – al nostro entrare nel mondo ci ha preso per mano, avviandoci in esso. Ci ha originariamente rassicurato, ci ha preso in custodia – senza contraccambio – e da lui abbiamo appreso che ci si può fidare. […] Vi è stato «un» qualcuno che ha avuto cura di noi senza che lo chiedessimo […]. Nei fatti, qualcuno è da assumere in senso lato: sono i legami parentali, le regole comportamentali, le tradizioni familiari, il senso di appartenenza, i sistemi di credenza. Tutto ciò ci dà «certezza del mondo» e insieme la certezza che in esso si può sempre trovare qualcosa o qualcuno su cui fare assegnamento». Anche la nostra fiducia scaturisce dal radicamento in una certezza originaria che ci consente di entrare nel mondo e di aprirci ad esso. Tanti fili sottili ma consistenti, dunque, rendono possibile la vita del cosmo, della natura e delle varie dimensioni dell’attività umana. Ci muoviamo su di essi come pattinatori che tracciano il loro percorso sorretti da una pista di ghiaccio. Il ghiaccio è l’arcano “Logos” di Eraclito, l’origine delle trame.

Un caro saluto,

Alberto