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Cor-rispondenze

lunedì 28 dicembre 2009

Libertà assoluta?



Caro professore,
Esiste la libertà assoluta? E se non esiste, come si fa a parlare di libertà?
Simona

Cara Simona,
Una famosa frase di Kant (una colomba che vola e sbattendo le ali sente la resistenza dell’aria potrebbe pensare che nel vuoto volerebbe meglio - mentre tutti sanno che non volerebbe affatto) ci fa pensare che spesso noi intendiamo la libertà come libertà assoluta, illimitata, incondizionata. Pensiamo che se non esiste una libertà illimitata, allora non vi è vera libertà. Io sono convinto che la libertà sia sempre all’interno di un contesto e che ad ogni livello di sviluppo si aprano delle libertà, e che c’è una relazione stretta e di integrazione tra libertà e ostacoli. Come nell’esempio citato, è grazie all’ostacolo dell’aria che la colomba trova la propria libertà di volare; cioè, uscendo dalla metafora, è grazie al rapporto con un ostacolo che le persone possono trovare la loro libertà. Per una serie di ragioni: penso che la libertà derivi dall’attività e non dalla passività. Consideriamo il caso di un pianista. Dopo un paio di anni di studio del pianoforte una persona ha acquisito alcune conoscenze elementari e ha cominciato a costruire la propria tecnica. La sua libertà di ideare e di suonare è strettamente legata alle sue competenze. Dopo cinque o sei anni e migliaia di ore di studio, la sua capacità tecnica gli consente una maggiore libertà sulla tastiera. Dopo dieci anni, altre migliaia di ore a superare difficoltà molto elevate le sue capacità si sono affinate ancora e la sua libertà creativa è certamente maggiore. Così per una ballerina o per un artigiano. Il rapporto con l’ostacolo crea gradualmente nuove condizioni che consentono una maggiore libertà. Pensare che è più libero chi non affronta difficoltà e ostacoli è illusione. Ad ogni gradino raggiunto si aprono possibilità nuove e dunque nuovi spazi di libertà. Ma ad ogni grado di sviluppo ognuno mantiene una libertà di decisione che gli è propria: non la libertà di suonare qualunque cosa, ma la libertà di suonare o no, di premere o no alcuni tasti e altro. Se ci spostiamo in ambito morale, penso che ogni persona, indipendentemente dalle condizioni in cui si trova, di maggiore o minore capacità di influire sugli eventi, abbia comunque la possibilità di decidere se fare o non fare qualcosa.
Ora facciamo un salto nella storia. Rousseau riteneva che gli uomini nello stato di natura fossero liberi (stato di natura = condizione dell’uomo prima dalla nascita dello Stato e delle leggi). E che gli uomini poi, entrando nella società, perdessero la loro libertà. Al contrario alcuni utopisti scrivevano che gli uomini nascono in catene e che solo gradualmente riescono a liberarsi completamente. Forse è illusorio credere che l’uomo nello stato di natura sia completamente libero (se è maggiormente sottoposto all’istinto, allora non è affatto libero) ed è anche illusorio credere che prima o poi gli uomini possano raggiungere la libertà completa e massima. Ritengo invece importante la riflessione del filosofo del diritto (e senatore a vita) Norberto Bobbio (1909-1994) che in un libretto di 96 pp. dal titolo “Eguaglianza e Libertà” (Torino, Einaudi [1995], 2009) scrive: “Non c'è né una libertà perduta per sempre né una libertà per sempre conquistata: la storia è un intreccio drammatico di libertà e oppressione, di nuove libertà cui fanno riscontro nuove oppressioni, di vecchie oppressioni abbattute, di nuove libertà ritrovate, di nuove oppressioni imposte e di vecchie libertà perdute. Ogni epoca è contraddistinta dalle sue forme di oppressione e dalle sue lotte per la libertà.”
Nella società ogni tentativo di aumentare la libertà di un qualche gruppo consente un aumento della potenza di quel gruppo, ma se c’è un aumento della potenza nascono altre condizioni di ostacolo per la libertà di altri. La potenza implica la non libertà di altri: e allora la libertà si ottiene sempre in un rapporto con la nuova potenza che si è creata e che deve essere riconsiderata per consentire continuamente l’espansione di altre libertà. “La libertà di oggi - scrive Bobbio - è la potenza di domani. E la potenza di domani sarà una nuova fonte di illibertà per coloro che a questa potenza sono soggetti”. Per non essere legati ad una concezione metafisica della libertà, forse vale pena di considerare questa via: che considera libertà e illibertà in rapporto dialettico.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 21 dicembre 2009

Rapporti difficili


Da molto tempo ormai ho una domanda che mi tormenta e, anche se non so se voi potrete darmi una risposta, vorrei esporvela...la mia gioventù è stata caratterizzata da un pessimo rapporto con mia madre.
Credo che non ci sia stato un giorno in cui non abbiamo litigato e abbiamo avuto una discussione serena. Infatti, ogni giorno, quando lei tornava a casa stressata dal lavoro, ogni occasione era buona per attaccare briga e sfociare come al solito in una discussione in cui mi rinfacciava fatti di cui io non avevo colpa, e molte volte arrivavo anche a essere malmenato senza motivo. Molti sono stati anche gli episodi in cui mi sono trovato sbattuto fuori di casa e, essendo i miei genitori separati, andavo a passare del tempo insieme a mio padre fino a quando poi mia madre, scusandosi, mi chiedeva di tornare a casa. Io ho sopportato finché ho potuto con tutte le mie forze, ma non è servito a niente perché la situazione non è cambiata e alla fine poco più di un anno fa sono riuscito a trasferirmi a vivere con mio padre e la mia custodia è passata finalmente sotto la sua potestà. Dopo il trasferimento da mio padre io non ho più sentito mia madre per molto tempo fino a quando quasi un anno dopo si è rifatta viva e allora abbiamo provato a riallacciare i rapporti solo che io non riesco.
Infatti ogni volta che la vedo o che la sento al telefono non so il perché ma cambio: la mia voce diventa rabbiosa e inizio a sentirmi strano dentro, sento che c'è qualcosa che mi blocca dal riallacciare i rapporti con lei… La mia domanda è questa: "Cosa posso fare per evitare questo blocco? ho paura di avere talmente tanta rabbia repressa da non riuscire neanche più a ragionare a mente lucida e per questo vorrei una risposta da una persona estranea alla vicenda. Grazie.

Salve, vorrei chiedervi se poteste rispondere a questa mia domanda sul blog a due voci per 2 motivi;
1) perché io ogni giorno mi trovo ad essere criticato dalle persone che conosco per il comportamento che sto tenendo con mia madre, solo che non riesco proprio a ignorare questo mio blocco e quindi mi sento male;
2) perché se mai qualcuno si trovasse nella mia stessa situazione, almeno leggendo la risposta anche lui saprebbe come fare o almeno a capire perché gli capita;
Alessandro


Caro Alessandro,
Ti voglio raccontare una storia, così, per iniziare. È il punto di partenza di un bel racconto di Torey L. Hayden intitolato “La foresta dei girasoli”, appena pubblicato dall’editore Corbaccio (2009).
Lesley e Megan sono due sorelle. Una ha 17 anni, l’altra è più piccola. Un giorno mentre la mamma sta lavando i piatti, voltata verso il muro, le due sorelle hanno un banale litigio. Lesley si lamenta perché, mentre mangiano il pane integrale, la sorella più piccola fa le briciole sul tavolo e poi le tira su con la punta della lingua. Allora chiede l’intervento della madre. La madre si volta, e dice qualcosa. Le due bambine, poi, nel contendersi alcuni oggetti, fanno cadere rumorosamente una sedia a terra. La mamma, allora, sospende il suo lavoro e si volta. Entrambe rimangono in silenzio.
Ecco il breve dialogo:
“Stancamente, la mamma si passò una mano tra i capelli. « Che cosa avete, voi due? Siete sorelle. Perché litigate sempre? »
Non rispondemmo. Non c'era niente da rispondere.
«Io non vi capisco », continuò la mamma.
«Perché non siete contente? Fate una bella vita. O'Malley e io vi vogliamo bene. Non vi facciamo mancare niente. Eppure non siete contente. »
«Noi siamo contente », ribatté Megan.
«Era solo per ridere, mamma », aggiunsi io.
«Non volevamo litigare sul serio. Vero, Megs? Stavamo solo scherzando. »
«Io non vi capisco. »
«Noi siamo contente, mamma », ripeté Megan, e c'era una disperazione sottile nella sua voce. «Vedi? Vedi? Sto sorridendo. Sono contenta. Io e Lesley siamo contente, sul serio. Non piangere, d'accordo? »
Ma era troppo tardi. La mamma si prese il volto tra le mani.

Mio padre li chiamava “momenti”. Quei momenti della mamma.”


Questo, per dire che a volte non è facile capire le reazioni delle persone. Vorremmo che gli adulti fossero esemplari o almeno prevedibili, ma non sempre le cose accadono secondo le nostre aspettative. Così dobbiamo cominciare a pensare che dietro le figure dei genitori, anche dietro le parole talvolta idealizzate di mamma e papà ci sono delle persone e che, dietro alle persone, ci sono delle storie. Personali e talvolta misteriose. Ed è solo la storia della vita di ciascuno che può orientarci per tentare di comprendere alcune reazioni.
A tue spese, e molto presto, hai cominciato a conoscere che non ci sono solo le sofferenze del corpo, visibili ed esibite a tutti, come la frattura di un arto, ma anche altri patimenti: mali che nel corso del tempo sono stati definiti i mali dell’anima; spesso invisibili, ma profondi e reali, sono sofferenze che emergono in certi momenti, in certi gesti, in certe parole. Ferite talvolta immense e che nessuno conosce, abissi di sofferenza che non consentono all’umore di risalire alla superficie e che, come vortici di una corrente, trascinano pensieri, inclinazioni e comportamenti verso un fondo buio da cui a volte emergono gesti scomposti, comportamenti inadeguati, parole sconvenienti. E molto spesso violenti. Come la violenza che hai subito tu. Incomprensibile perché immotivata, indecifrabile perché spropositata, ingiusta perché sempre eccessiva e sbagliata. In ogni caso enigmatica perché proveniente proprio dalla mamma. Una violenza dunque che fa doppiamente male, proprio perché all’interno di una relazione necessaria. Per molto tempo questa sofferenza è stata per te talmente grande da essere subita e probabilmente difficile da tradurre in parole. Certamente hai sofferto e, da quello che scrivi, ancora oggi, sia pure in modo diverso, questa relazione difficile ti tormenta.
Però, caro Alessandro, dalla sofferenza bisogna uscire. Se sono stati feriti i tuoi pensieri e le tue emozioni, allora dovrai prenderti cura sia dei pensieri sia delle emozioni.
E per compiere questo passaggio abbiamo bisogno della ragione.
Vorrei allora dirti alcune cose sulle emozioni che provi e sul sentiero razionale da percorrere.
Innanzitutto: Non ti sentire in colpa. Se in questo momento non riesci ancora a stabilire una relazione accettabile, questo non dipende da una tua inadeguatezza. Meno che mai da una tua inadeguatezza morale. So che sei una persona buona e corretta nell’agire. Anche tu però hai bisogno di una difesa da ciò che potrebbe ancora farti male. Quando uno ha un livido da qualche parte, basta anche una leggera pressione di un dito a scatenare un forte dolore. Uno cerca di proteggere la parte dolente. A volte possono apparire misure eccessive, ma sapendo che il dolore è forte uno preferisce proteggersi. In questo momento ti stai semplicemente difendendo da quel dito che potrebbe farti più male. Gradualmente, il tempo e una valutazione della vicenda in grado di tener conto di altri particolari ti consentiranno di accogliere una nuova prospettiva meno dolorosa nella valutazione della tua vita. Come nella storia iniziale, i “momenti” che sembrano irrazionali e non avere spiegazione, con il tempo ti riveleranno un vissuto complesso e non sempre felice anche di tua madre. Pensa a ciò che ci accade quando andiamo al cinema. A volte vediamo certi personaggi che ad una prima sensazione sono antipatici, insopportabili o hanno modi indisponenti. Ma poi, accompagnati dal racconto, riusciamo poco per volta a comprendere quali sono i problemi o i vissuti che li attraversano. E sentiamo che il nostro giudizio fortemente negativo viene mitigato dalla conoscenza della loro storia. Una maggiore conoscenza anche dei vissuti di tua madre ti aiuterà a giudicarla meno negativamente.
Il Tempo: il tempo è prospettiva. Man mano passa il tempo è come se ci si sollevasse con lo sguardo da una eccessiva vicinanza che non permette di vedere ad una posizione che permette di cogliere forme e trame. Una prospettiva che tiene conto di più elementi consente una visione d’insieme più realistica. Forse il tempo riuscirà a farti considerare in modo diverso quello che oggi, per l’estrema vicinanza, è ancora troppo scomodo e doloroso da accettare. Quando insieme a una maggiore distanza temporale aumenterà la tua conoscenza di alcuni problemi, allora riuscirai a dipanare meglio quello che oggi è complicato e oscuro.
Gli amici: chi non è stato attraversato dalla violenza e da rapporti che hanno guastato la relazione, da legami infelici e strazianti, non può capire completamente quello che ti succede. Alle emozioni ferite bisogna dare occasioni per rimarginarsi, ai pensieri tormentati il tempo calmo della riflessione e della comprensione, perché il vissuto d’angoscia necessita di una lenta fase di decompressione. Come avviene ai sub che devono risalire: vorrebbero uscire rapidamente, ma perché l’uscita non comprometta la salute hanno bisogno di una lenta risalita e di un momento di sosta per permettere all’organismo di riadattarsi alla nuova condizione. Ma anche le parole dei tuoi amici sono importanti: ci ricordano che è essenziale essere positivi e che la comprensione è più potente della rabbia.
Tua madre. Non devi pensare che la sofferenza sia stata prodotta intenzionalmente, consapevolmente. Caro Alessandro, ci sono vite che si smarriscono, dispiaceri che abbattono oltre misura, affanni che logorano, pene intime che conducono in strade a senso unico. Tutte le sofferenze, però, chiedono comprensione. Purtroppo, anche nel mondo degli adulti ci si smarrisce e, a volte, da certi labirinti si fatica ad uscire.
Tu. Abbi fiducia in te stesso e nelle tue forze. Lo so che ci vuole una grandissima robustezza per reagire e può darsi che in questo momento a te venga richiesto troppo. Ma io mi rivolgo a te, non per dirti cosa fare adesso, ma perché tu dovrai lavorare su queste riflessioni e sulle tue emozioni. Punta sulla tua capacità di essere positivo e ti accorgerai che la capacità di comprendere è un’ energia potente e sviluppa una resistenza anche al dolore. Spesso è un medicamento efficace. Anche se non ora, ma quando ti sentirai, non chiudere la porta con chi soffre. La ragione ti aiuterà a capire che certe parole appartengono ad un linguaggio malato, che certe frasi abbozzate non definiscono te, ma sono espressioni di sofferenza e manifestazioni della pena di chi le pronuncia. Un po’ come è accaduto nella pittura. Per un certo tempo si è pensato che sulla tela fossero riprodotti semplicemente diversi oggetti, poi si è cominciato a pensare che, indipendentemente da tutto ciò che viene raffigurato, quello che vediamo sulla tela altro non è che il soggetto che si rivela. Quando riuscirai a creare una distanza tra le parole deformanti pronunciate da chi soffre e la tua persona a cui non si addicono, quando riuscirai ad accettare che certe frasi invece di essere etichette “vere” o descrittive siano invece i colori con cui si esprime il dolore, forse riuscirai ad accettare anche la sofferenza di tua madre e a sciogliere un po’ di quella rabbia giusta che porti ancora dentro. A una persona che ha una gamba rotta non chiediamo di correre, a chi è lacerato dentro non poniamo obiettivi troppo alti.
Un grandissimo augurio per una buona vita e un caro saluto,
Alberto

lunedì 14 dicembre 2009

Sono sensitiva?



Scrivendo di questa mia esperienza, potrei passare per "strana" o per "matta", però ho notato che è una cosa che mi caratterizza. Ogni tanto penso a qualcosa o a qualche persona, in un momento di silenzio, di tranquillità, e subito dopo o qualche giorno dopo, avviene o vedo quella cosa o quella persona che avevo pensato precedentemente. È una cosa strana che mi capita da diverso tempo, però cerco di dirlo a persone di cui mi fido, cioè a persone che mi credono e che non annuiscono solo per farmi contenta, mentre in realtà pensano che io sia una “pazza”.
Loredana


Cara Loredana,
La tua domanda richiama una questione antica che più recentemente è stata riformulata in questo modo: è possibile una corrispondenza reciproca tra stati interiori della mente ed eventi esteriori? Nel corso dell’esistenza, infatti, accadono eventi che sembrano non essere casuali. Coincidenze particolari che a volte lasciano interdetti. “Coincidenze significative”, potremmo dire. Infatti è proprio con questa locuzione “coincidenze significative” (ma guarda che coincidenza!, scherzo) che Carl Gustav Jung (1875 - 1961), il grande psichiatra e psicoanalista svizzero, denota tutta una serie di casi particolari. Jung considera con serietà la questione e per questo vi dedica ben due studi: La sincronicità (1951) e La sincronicità come principio di nessi acausali (1952). (Entrambi i saggi sono contenuti nell’ottavo volume delle opere di Jung, nell’edizione Bollati Boringhieri – il primo, più breve e più semplice, è nell’appendice del testo).
Tutto parte dall’analisi dell’applicazione del principio di causa nella spiegazione dei fenomeni. Il principio di causa, come sai, è un principio fondamentale, naturalmente, per la spiegazione scientifica. Jung, però, che aveva già studiato in precedenza il nesso di “causalità”, ha sollevato dubbi sull’applicazione senza riserve di tale principio in psicologia (ad es. nei sogni questo principio salta: da un effetto si genera immediatamente la causa e non viceversa, lo diceva già Freud). Egli pensa infatti che sia necessario dedicarsi allo studio di una serie di fenomeni che non sembrano interpretabili con le normali categorie di causa, spazio e tempo e che non sembrano essere riducibili alle categorie scientifiche classiche. Per affrontare la spiegazione di questi problemi, introduce il concetto di “coordinamento acausale”.
Così, nel 1951, Jung definisce come “fenomeni sincronistici” i fenomeni che coincidono con il contenuto psichico dell’osservatore e che accadono simultaneamente; oppure in uno spazio diverso o in un tempo diverso, un po’ come è accaduto a te. Scrive Jung questi tre casi: "1) la coincidenza di uno stato psichico dell'osservatore con un evento contemporaneo e obiettivo che corrisponde allo stato o al contenuto psichico (...) 2) la coincidenza di uno stato psichico con un evento esterno (più o meno contemporaneo) corrispondente, il quale però si svolge al di fuori della sfera di percezione dell'osservatore, e quindi distanziato nello spazio, e può essere verificato soltanto successivamente (...) 3) la coincidenza di uno stato psichico con un evento corrispondente, non ancora esistente, futuro, quindi distante nel tempo, il quale può essere verificato solo a posteriori" (1951, p. 545). Lo studioso Paolo Francesco Pieri nel Dizionario junghiano (Bollati Boringhieri, 1998) ricorda che queste diverse tipologie di eventi sarebbero “un aspetto particolare del cosiddetto ‘coordinamento acausale’ che sovrintenderebbe alla creatività, e cioè quegli ‘atti creativi’ che vengono a svolgersi attraverso le immagini, il pensiero e il linguaggio”.
Jung pensa dunque ad una corrispondenza precisa tra contenuto psichico e realtà: ovviamente l’evento esterno e quello interno devono avere lo stesso significato; e prima di poter interpretare tali fenomeni in base a nuove teorie, ovviamente si devono innanzitutto escludere sia possibili relazioni causali dirette tra gli episodi sia l’applicabilità di leggi statistiche nella loro spiegazione. Ma fatte salve queste condizioni, rimangono però da spiegare i fatti che, come disse Withehead sono spesso “irriducibili e ostinati”.
Come è possibile, infatti, che si manifesti qualcosa che così anticipatamente non può esserlo? La spiegazione di Jung è questa: esistono fenomeni che non hanno ancora ricevuto una spiegazione causale deterministica o statistica. Egli è consapevole però che la scienza non può spiegarli per due motivi di fondo.
Il primo è il fatto che la scienza utilizza come metodo di spiegazione il “principio di causa” e ciò che non manifesta una causa diretta riconoscibile non viene preso in considerazione; il secondo, è il fatto che la scienza esclude il fattore psichico nello studio della realtà. Per poter considerare i fenomeni che tu hai riportato, secondo Jung, la scienza dovrebbe “allargare” il proprio punto di osservazione e accogliere nel proprio metodo anche i due elementi sopra citati: ossia “il fattore acausale” e “il fattore psichico”.
Egli suggerisce pertanto di considerare tali fenomeni non tanto “irrazionali”, ma “extrarazionali”, ossia diversi dal paradigma della scienza condivisa.
Per spiegare questi fenomeni, egli fa riferimento al ruolo della “conoscenza inconscia”. Da una parte introduce il fattore affettività: sarebbero infatti particolari condizioni psichiche prodotte proprio attraverso l’affettività, in parte legata a qualche aspettativa, a consentire l’attivazione di queste forme di conoscenza. Ma soprattutto Jung fa riferimento all’attività di un particolare strato della psiche in cui percezioni, osservazioni e conoscenze inconsce pervengono poi alla coscienza. Ma questo era il pensiero dello psichiatra fino alla metà del secolo scorso. La ricerca scientifica contemporanea ha però fatto altri passi avanti. Se vuoi continuare i tuoi approfondimenti, pertanto ti invito a leggere le altre citazioni indicate da Alessandra nella lettera precedente.

Un caro saluto,
alberto

lunedì 7 dicembre 2009

Universi paralleli



Anni fa mi è capitato tra le mani un libro, un vecchio Urania, che mi ha regalato un appassionato di fantascienza. Si intitolava “Assurdo Universo”. Non mi sono mai piaciuti molto i racconti di fantascienza, però ho trovato in questo una visione della realtà molto particolare: la teoria degli infiniti universi. Praticamente, secondo questa teoria, la realtà non è composta da un solo universo, il nostro, ma da infiniti universi paralleli. Esiste, ad esempio, un universo totalmente identico a questo, ma nel quale io ho i capelli biondi anziché castani, oppure gli occhi azzurri o verdi. Alcuni universi sono simili al nostro, altri sono talmente diversi che l'intelletto umano non li può comprendere. Questa teoria, per quanto mi sia sembrata assolutamente assurda, mi ha dato molto su cui riflettere. Ammettendo che questa teoria sia vera, tutto ciò che in questo universo non esiste, può esistere in un altro universo; e tutto ciò che in questo universo è falso in un altro può essere vero. In pratica “tutto è possibile se si considerano tutti gli universi”. Ogni volta che ci penso mi vengono le vertigini. Se così fosse, allora tutte le nostre domande esistenziali potrebbero tradursi nelle domande: in quale universo siamo? Siamo in un universo in cui esiste un ente supremo che controlla le nostre vite oppure no? Siamo in un universo in cui l'anima è immortale oppure no? Ma, soprattutto, se tutti gli universi esistono realmente, i concetti di vero o falso valgono ancora? Qualsiasi cosa io dica, per quanto assurda, può essere vera in un altro universo. E tutti i personaggi inventati nei libri, tutte le storie inventate, diventano reali al pari di noi. Una volta sono arrivata ad un'altra conclusione. Se esistono infiniti universi, forse il compito della nostra anima non è altro che uno sperimentare vite diverse in realtà diverse, alla ricerca della perfezione. La mia vita potrebbe quindi essere un esperimento, un tentativo. La mia anima forse comincerà una nuova vita dopo la mia morte, magari in un universo totalmente diverso da questo. Non so se ciò sia vero, ma la prospettiva mi piace.
Giulia



Cara Giulia,
Possiamo incominciare con una storiella divertente. Giovanni di Salisbury (XII sec.) nel Policraticus, racconta che Alessandro Magno era talmente avido di gloria che, quando il suo compagno Anassarco gli riferì che il suo maestro Democrito parlava di un numero infinito dei mondi, abbia esclamato: “Ahimé!, me sventurato, dato che non sono ancora riuscito a impadronirmi di neanche uno di questi mondi!”. Pensa che, secondo altri ancora, si sarebbe persino messo a piangere. Ma, ovviamente, non ci fermiamo qui e cerchiamo di percorrere un sentiero tra le opere dei filosofi. Soprattutto dei filosofi antichi, perché già in Grecia alcuni autori ebbero l’idea di una pluralità di mondi. In uno dei frammenti ordinati da Diels-Kranz si legge: “Anassimandro, Anassimene, Archelao, Senofane, Diogene, Leucippo, Democrito ed Epicuro (ammettono) mondi innumerevoli, (dispersi) in varie direzioni dell’infinito”. (Cfr. Democrito. Raccolta dei frammenti, Milano, Bompiani, 2007).
Ippolito di Roma (III sec. d.C.) ad es. fa riferimento proprio al grande filosofo atomista Democrito (IV sec. a.C.) e scrive che Democrito (come Leucippo) “sosteneva […] che i mondi sono infiniti di numero e differenti per grandezza, per cui in alcuni non esistono né Sole né Luna, in altri ve ne sono di più grandi che nel nostro cosmo, e in altri ancora di più. Gli intervalli tra i mondi sono diseguali, e così da un parte vi sono più mondi e da un’altra meno, e taluni si accrescono, mentre altri sono al culmine dell’accrescimento; altri, poi, si assottigliano, cosicché da una parte nascono nuovi mondi e dall’altra spariscono. I mondi si corrompono collassando uno con l’altro. Alcuni mondi sono privi di animali, di piante e persino di umidità.”(Ippolito, Refutatio omnium haeresium, 1986).
Ma è Lucrezio (I sec. a. C.) che nel De rerum natura ci fornisce bellissime immagini dell’infinità dei mondi e parla di un nuovo volto della natura che si deve rendere pubblico (v. il secondo libro de La natura delle cose, Mondadori, 1992, pp. 155 e sgg.). “Certo, una cosa di assoluta novità si appresta a giungere alle tue orecchie, un nuovo volto della natura a manifestarsi. Ma nessuna cosa esiste tanto facile, che all’inizio risulti difficile a credersi, e ugualmente nulla esiste di così grande né di così stupefacente che, poco per volta, non smettano tutti di guardarlo ammirati”.
D’altra parte nessun uomo può credere che: “mentre in ogni direzione s’estende, sconfinato, lo spazio […] solo qui la terra e il cielo siano stati creati”. Per Lucrezio i mondi si formano per aggregazione casuale di atomi, dunque senza uno scopo, senza intenzionalità alcuna; però per lui è “necessario [ammettere] che esistono altrove tali aggregati della materia quale è questo, che l’etere racchiude in avido abbraccio”. C’è talmente tanta materia nell’universo e “di atomi la quantità è così grande, quanta non potrebbe contarla tutta una vita di un essere vivo” che è necessario ammettere che “esistono altri mondi in altre parti dello spazio, e diverse razze di uomini e stirpi di animali”.
Tra i vari esempi, Lucrezio è convinto che nell’universo nessuna cosa sia unica “che nasca isolata e sola s’accresca”, e così bisogna anche concepire l’universo stesso: “Pertanto il cielo, in simile modo, occorre ammettere – e la terra e sole luna mare, le altre cose che esistono – che non sono isolati, ma in numero, invece, che non puoi contare”.
Si esce dunque già con questi autori dal sistema aristotelico-tolemaico, anche se la cosmologia che è prevalsa dalla Grecia classica al Medioevo ha concepito l’universo come unico, chiuso e finito. In passato si pensava prevalentemente ad un solo universo esistente, limitato dal cielo delle stelle fisse a cui vennero poi aggiunti il nono cielo e il primo mobile. Fuori da questo non c’era nulla, neppure il vuoto, perché tutti gli oggetti sono nell’universo mentre l’universo non è in nessun luogo, avrebbe detto Aristotele. In qualche modo, diverso e separato dall’universo, vi era solo Dio per i cristiani. Il mondo era concepito dunque anche come finito, perché Aristotele ammetteva l’infinito solo come idea e non come realtà concreta. Era dunque un universo composto di sfere concentriche, non intese in modo ideale, ma come qualcosa di solido su cui erano fissati stelle e pianeti. Oltre alla sfera delle stelle fisse vi erano i diversi cieli: di Saturno, Giove, Marte, Mercurio, Venere, Sole e Luna. Sotto la Luna vi era la zona con i quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco) e la Terra immobile al centro di tutto. Il mondo degli antichi era inoltre qualitativamente differenziato in due zone. Così racconta il filosofo Giovanni Fornero: “una perfetta e l’altra imperfetta. La prima era quella dei cieli o del cosiddetto “mondo sopralunare”, formato di un elemento divino, “l’etere, incorruttibile e perenne, il cui unico movimento era di tipo circolare e uniforme, senza principio e senza fine, eternamente ritornate su se stesso. La seconda zona era quella del cosiddetto “mondo sublunare”, formato dai quattro elementi (terra, acqua, aria, fuoco), aventi ognuno un suo “luogo naturale” e dotati di moto rettilineo (dal basso verso l’alto o viceversa), che avendo un inizio e una fine dava origine ai processi di generazione e corruzione” (Cfr. Itinerari di Filosofia v. II, 2003). E più avanti scrive: “Questa visione astronomica appariva conforme non solo al senso comune, e alla sua quotidiana constatazione dell’immobilità della Terra e del moto dei cieli, ma anche alla mentalità “metafisica” prevalente, portata a concepire il mondo come un organismo gerarchico e finalisticamente ordinato e disposto”.
Lo sconvolgimento di questo modo di pensare avvenne prima con la pubblicazione dell’astronomo polacco Niccolò Copernico, De revolutionibus orbium coelestium (La rivoluzione dei corpi celesti) nel 1543 (anno in cui poi morì). Copernico riteneva la dottrina tolemaica “antieconomica”, ed errata anche perché troppo complicata e macchinosa. Pensa che si narra che Alfonso X di Castiglia (XIII sec.) abbia affermato che lui al posto di Dio avrebbe fatto girare i pianeti in modo più semplice. Per dire. Ma un altro grande autore che ha dato un enorme impulso al superamento della visione degli antichi è, nel Rinascimento, Giordano Bruno (1548-1600). Con il suo entusiasmo e il suo coraggio intellettuale ha superato anche l’idea dell’universo centrato sul sistema solare, per riproporre con determinazione l’idea della pluralità dei mondi dell’infinità dell’universo. Nell’opera De l’infinito, universo e mondi, fornisce un’importante speculazione sull’infinità dei mondi (porgo la mia contemplazione circa l’infinito universo e mondi innumerabili). Egli pensa ad una pluralità di sistemi solari con altri abitanti e pianeti come il nostro: “sono terre infinite, son soli infiniti, è etere infinito”. E quando Burchio chiede a Fracastorio se gli altri mondi sono abitati come questo, Fracastorio risponde: “Se non cossì e se non migliori, niente meno e niente peggio: perché è impossibile ch’un razionale e alquanto svegliato ingegno possa immaginarsi che sieno privi di simili e migliori abitanti”. (De l’infinito, universo e mondi, Utet, 2002, dialogo III, p. 111).
Dopo le ulteriori scoperte della scienza contemporanea e pensando a queste tematiche mi viene da ripetere quello che scrisse Pascal: « Le silence éternel de ces espaces infinis m'effraie » (il silenzio eterno di questi spazi infiniti mi spaventa), ma anche da dire, con Kant, che il cielo stellato sopra di me continua a riempire il mio animo di meraviglia.

Un caro saluto,
Alberto


Cfr. anche: Alex Vilenkin, Un solo mondo o infiniti? Alla ricerca di altri universi, Cortina Raffaello, 2007.

lunedì 30 novembre 2009

La meccanica quantistica: la più grande rivoluzione di tutti i tempi


"Chi non è attraversato da un senso di vertigine, non può dire di aver capito appieno la meccanica quantistica" (Seth Lloyd "Il programma dell'universo"). E' questo il nome della teoria su cui si fonda la fisica moderna. L'esigenza di tale teoria si è fatta strada nel momento in cui la comunità scientifica, dopo essere ormai pervenuta ai tre consolidati sistemi di leggi ( leggi del moto, leggi dell'elettromagnetismo, leggi della gravità), cercò di spiegare la costituzione microscopica della materia. La teoria dell' elettrone sviluppò l'ipotesi che l'atomo si costituisse di un nucleo pesante, attorno al quale ruotassero vorticosamente gli elettroni.
Quando, tuttavia, si cercò di spiegare il moto degli elettroni attraverso le leggi della meccanica classica teorizzata da Newton, il tentativo si rivelò un netto fallimento: i fenomeni atomici, sottraendosi alle leggi classiche del moto, risultano particolarmente strani. Dunque il senso di vertigine della quantizzazione deriva dal fatto che si tratta di una teoria che va contro le concezioni del senso comune, che sconvolge le più naturali aspettative: in una parola, una teoria "ASSURDA".
Ciononostante, per quanto assurda possa risultare anche alle menti più salde, la meccanica quantistica ben si appresta a spiegare fenomeni quali l'interazioni fra gli atomi (tant'è che per questo elemento è possibile considerare la chimica un aspetto della fisica), l'interazione della luce con la materia ( elettrodinamica quantistica o QED), e tanti altri. Inoltre, la meccanica quantistica è la teoria più precisa conosciuta dall'uomo, in quanto non presenta alcuna significativa discrepanza tra la teoria e gli esperimenti.
Altro aspetto particolare della teoria che segna una vera e propria rottura con la concezione classica è il seguente: se per la fisica classica il suono e la luce hanno comportamneto ondulatorio, per la fisica quantistica essi sono descritti in termini di particelle: ecco che il suono è un insieme di "fononi", la luce un fascio di "fotoni". Tuttavia, se , ad esempio, un fascio di fotoni (ma la stessa cosa vale per un fascio di elettroni, per esempio) viene convogliato verso una lastra a doppia fenditura ( esperimento di Young) continua a mostrare una figura di interferenza, in virtù della natura onda-corpuscolare della luce.
Ma la cosa più sorprendente è che tale dualità (onda-corpuscolo) si applica a tutti i corpi: a qualunque oggetto è associabile un comprtamento ondulatorio. A tal riguardo, l'aspetto che mi sconvolge profondamentesta nel fatto di come l'esperimento della doppia fenditura mostri, in realtà, come una particella non deve necessariemente trovarsi "qui" o "lì" ( nonchè scegliere per quale fenditura passare): grazie alla sua natura ondulatoria, la particella può stare "qui o lì" contemporaneamente (ossia passa contemporaneamente per entrambe le fenditure). "L'ubiquità" della materia è una proprietà ampiamente sfruttata nella computazione quantistica.
Infine, in un altro esperimento, quello della riflessione parziale della luce, su un fascio di 100 fotoni convogliato su una superficie di vetro, solo il 4% di essi viene riflesso: risulta evidente che, in un contesto del genere, la fisica si limita a calcolare la probabilità di un certo evento, in quanto è impossibile, in questo caso specifico, prevedere che cosa faccia il singolo fotone ( cioè se viene riflesso o rifratto).
A questo punto, come è possibile che la fisica, scienza da sempre ritenuta esatta nelle sue previsioni, passi da una concezione deterministica ad una concezione indeterministica, nella quale ogni forma di certezza è soppiantata da realtà probabilistiche?
E per quale motivo, invece, l'ubiquità della materia si manifesta a livello microscopico e non a quello macroscopico?
Paolo


“Quindi la situazione di fronte alla quale ci troviamo è la seguente: un elettrone che attraversa questo apparato, fin dove riusciamo a sondare il problema, non segue il percorso d, non segue il percorso t, non segue entrambi i percorsi e non è vero che non ne segue nessuno dei due. Il guaio è che queste quattro alternative esauriscono tutte le possibilità logiche che riusciamo sia pur vagamente a concepire!”
David Z. Albert, Meccanica quantistica e senso comune [1992], Milano, Adelphi 2002.

Caro Paolo,
Abbiamo intitolato questo post: “la meccanica quantistica, la più grande rivoluzione di tutti i tempi”. Il momento della scoperta scientifica, ma soprattutto della sua divulgazione, d’altra parte, è sempre stato un evento straordinario, sensazionale, accompagnato da meraviglia e stupore. Qualche esempio: il 13 marzo 1610 Galileo pubblicò il Sidereus nuncius con una “tiratura” di 550 copie. In meno di una settimana il libro fu introvabile. L’ambasciatore inglese a Venezia, Sir Henry Wotton, il giorno stesso, ne mandò una copia al re Giacomo I e la accompagnò con una lettera in cui scrisse: “la notizia più strana mai ricevuta da nessuna parte della Terra”. Si racconta che Keplero “arrossì per lo stupore e, incapace di trattenere la sua gioia, cominciò a ridere senza ascoltare fino in fondo l’amico che già sulla strada lo informava delle incredibili novità astronomiche”. (Introduzione di Andrea Battistini al Sidereus nuncius, Marsilio, 1993). La fama di Galileo si diffuse rapidamente. Infatti, due anni dopo, l’annuncio delle scoperte celesti arrivò a Mosca e in India e nel 1613 ne venne fatta una sintesi in cinese (Galileo=Chia-Li-Lueh); nel 1631 il cannocchiale venne segnalato in Corea, nel 1638 in Giappone. Mi piace ricordare che Benedetto Castelli, uno degli interlocutori di Galileo nelle lettere copernicane, quando ormai il suo maestro era ormai quasi cieco, utilizzò delle bellissime parole per descrivere gli “occhi” dell’uomo (Galileo) che avevano visto ciò che nessuno prima di lui era riuscito a scorgere. Egli scrisse che l’occhio del suo maestro fu: “occhio tanto privilegiato, e di tanto alte prerogative dotato, che si può dire, e con verità, ch’egli abbia visto più egli solo che tutti gli occhi insieme degli uomini passati, ed abbia aperti quelli de’ futuri, essendo toccato in gran parte a lui solo fare tutti gli scoprimenti celesti ammirandi a’ secoli futuri” (cit. dall’introduzione).
Nel 1686 Newton presentò i suoi Principia alla Royal Society di Londra. Il grande scienziato Ilya Prigogine (Mosca 1917), premio Nobel per la chimica nel 1977, insieme a Isabelle Stengers, nel libro La nuova alleanza. Metamorfosi della scienza (Einaudi [1981] 1999) scrive che: “Si esagera appena nel dire che il 28 aprile 1686 fu una delle piú grandi date nella storia dell'umanità”. Fu infatti il momento in cui vennero presentate le leggi fondamentali del moto e vennero spiegati concetti che usiamo ancora noi oggi, la massa, l’accelerazione, l’inerzia. Il terzo libro dei Principia di Newton parlava della gravitazione universale. Ilya Progogine dice che “I contemporanei di Newton afferrarono immediatamente l'eminente importanza di questo lavoro. La gravitazione divenne un argomento di conversazione a Londra e a Parigi.”
Per non parlare dello sconcerto che provocò nel secolo scorso al grande pubblico (e delle “perplessità” di alcuni suoi colleghi) la teoria della relatività di Einstein. Ma lo stupore non finisce qui. Altre “notizie più strane mai ricevute da nessuna parte della Terra”, si susseguirono rapidamente. La scienza, che si è sviluppata enormemente e in maniera molto inaspettata negli ultimi secoli, ci ha abituati a rivelazioni straordinarie che superano costantemente la fantasia, e continua quotidianamente a disorientarci nel mostrare la complessità dell’universo e ad aumentare la nostra meraviglia sia per il cosmo sia per la ricerca dell’uomo che sembra inesauribile. Prigogine, d’altra parte, ci ricorda che: “Il nostro orizzonte scientifico si è allargato fino a dimensioni veramente fantastiche. Su scala microscopica la fisica delle particelle elementari studia processi in cui sono in gioco dimensioni fisiche dell'ordine di 10ˉ15 cm e tempi dell'ordine di 10ˉ22 secondi. All'altro estremo, la cosmologia ci mette di fronte a tempi dell'ordine di 10 elevato a 10 anni, la cosiddetta «età dell'Universo». La scienza e la tecnologia sono piú vicine che mai. Le nuove biotecnologie, i progressi nella tecnica dell'informazione, promettono un cambiamento radicale nella vita delle nostre società.”
Sappiamo oggi ad es. che nel campo dell’infinitamente piccolo le leggi della meccanica quantistica hanno preso il posto di quelle della meccanica classica, mentre su scala dell'Universo, la fisica relativista ha sostituito la fisica newtoniana, anche se la fisica di Newton rimane il punto di riferimento per eccellenza, ed è sempre valida sulla nostra scala.
La natura non finisce dunque di stupirci e la scienza è “l’esaltante avventura” che ci permette di avvicinarci alla comprensione di questo mondo e di penetrarne i suoi “segreti”.

un caro saluto,
alberto

lunedì 23 novembre 2009

Identità e cambiamento



Caro professore,

L'altro giorno stavo osservando delle foto di famiglia di cui non ero mai stato a conoscenza; alcune di esse erano molto vecchie, e tra queste ho trovato una foto di mia nonna; però una non subito ho capito chi fosse... solo analizzando i tratti somatici e la sua espressione ho successivamente capito che era lei, anche se tuttavia mi sembrava di non conoscere la persona ritratta in quella foto... Subito in me è spuntata una domanda che più volte mi sono posto: è possibile che una persona cambi radicalmente o è valido il proverbio: "il lupo perde il pelo, ma non il vizio"? Sinceramente non ho ancora trovato una risposta a questo quesito, perché proprio nel momento in cui penso che il mio giudizio sia orientato verso uno dei due poli, accade qualcosa che mi riporta a quel bivio mentale e i miei dubbi ricominciano ad imperversare nella mia testa...
Mattia


Caro Mattia,
C’è qualcosa che sopravvive al cambiamento, alle più profonde trasformazioni che avvengono dentro di noi nel corso dell’esistenza? Che cosa conserviamo del bambino che eravamo o che cosa conserveremo dell’adolescente che ora siamo nell’età più adulta? E, al termine della vita, dove saranno tutte le varie identità che siamo stati o che abbiamo attraversato? Un importante psicoanalista americano contemporaneo, James Hillman (1926), nel libro La forza del carattere (Adelphi, 2000), ritiene che con il passare dell’età e dopo tutte le irreversibili modifiche a cui va incontro il nostro corpo, in realtà, si riveli sempre più il nostro “carattere”. Più o meno la stessa storia della nave di Teseo è raccontata anche dall’autore con un esempio (un po’ meno elevato di quello mitologico, ma sempre efficace): quello di un paio di calzini. Scrive Hillman: “Prendiamo, per esempio, il nostro paio di calzini di lana preferito. Si fa un buco in un tallone, e noi lo rammendiamo. Poi si fa un buco al posto dell'alluce, e rammendiamo anche quello. Rammenda oggi, rammenda domani, alla fine sono più i rammendi della lana originale e il nostro amato calzino è fatto di una lana completamente diversa. Eppure è sempre lo stesso calzino. In relazione all'aspetto e in relazione al suo compagno infilato nell'altro piede, è sempre lo stesso calzino. I due calzini vanno a spasso insieme, stanno ripiegati insieme nel cassetto; anzi, anche in relazione a se stesso, riguardo alla propria identità, si tratta sempre dello stesso calzino, benché sia diverso.” È cambiata tutta la lana, ma è rimasta la “forma” del calzino. Così avviene anche per il corpo. Dice l’autore: “Il corpo umano è simile al nostro calzino: si scrolla via le sue cellule, ricambia i fluidi, fa fermentare nuove colture di batteri per sostituire quelli morti. Con il passare del tempo, la materia di cui il nostro corpo è fatto diventa tutt'altra, ma noi siamo sempre noi, gli stessi. Non ho un centimetro quadrato di pelle visibile che sia uguale a prima, non un grammo di materia ossea uguale, eppure io non sono qualcun altro”.
Se la differenza tra noi e gli altri fosse definita dalla fisica (Due corpi non possono mai occupare lo stesso spazio nello stesso tempo), dalla logica (A=A, ogni cosa è uguale a se stessa) o dal diritto (tutti gli uomini sono uguali davanti alla legge: ossia ogni individuo ha gli stessi diritti), allora saremmo facilmente interscambiabili. In queste formule è salvaguardata la forma generale, ma non compare ancora l’unicità delle persone. C’è l’individualità, ma mancano le peculiarità specifiche della persona. L’individualità possiamo dire che è la “forma” dell’uguaglianza: ogni individuo è uguale ad un altro dal punto di vista del diritto. Ma l’unicità della persona dipende invece dalle differenze qualitative che formano ciascuno di noi; differenze che si affinano con il tempo. Certamente l’unicità della persona si deve realizzare nel corso di tutta la vita: è come dire che non solo A=A, secondo un principio di identità astratto, ma anche che A =A≠A (Hegel) ossia che A, proprio nella trasformazione, rimane fedele a se stesso. L’identità pertanto non è qualcosa di astratto, ma è legata alla specificità di ognuno di noi; è dunque segnata dai nostri tratti caratteristici e da ciò che ci distingue e ci rende esclusivi.
C’è qualcosa di coerente che si mantiene nel tempo e caratterizza la nostra identità? Pensiamo oggi ai trapianti di organi, agli innesti di vario tipo che già si fanno e che saranno all’ordine del giorno nei decenni futuri. Materiali estranei che entrano a far parte del nostro corpo e che vengono percepiti come qualcosa di noi stessi. Anche se non sempre accade così: il Corriere della Sera, qualche anno fa, riportò un caso famoso di un cinquantenne neozelandese Clint Hallam, operato nel 1998 a Lione da un’équipe di medici internazionali per un trapianto di mano, che poco tempo dopo l’intervento chirurgico rifiutò la nuova mano («Troppo larga per il mio braccio, aveva un colore diverso») e venne pertanto rioperato a Londra nel 2001 (Corriere della sera, 4 febbraio 2001).
Quindi a volte percepiamo ciò che è estraneo come qualcosa che, ormai integrato nel nostro corpo, fa parte di noi stessi, altre volte no. Ciò che viene introdotto nel nostro corpo o nel nostro sistema immunitario può diventare “la mia anca”, “la mia cornea o “il mio cuore” oppure no.
E qui non parliamo ancora della molteplicità di sfumature che viene percepita dagli altri (un po’ come in Uno, nessuno e centomila di Pirandello), ma di quell’identità che percepiamo di noi stessi con il variare del tempo; un’identità data attraverso cambiamenti e trasformazioni. Secondo Hillman, dunque, nel corso del tempo si rivelerebbe sempre più il nostro carattere, una sorta di disposizione, di modo di fare, di inclinazione che modellerebbe anche il nostro volto; come se nella vecchiaia faccia e carattere si amalgamassero maggiormente.
Le diverse psicologie fanno oggi riferimento a diversi concetti per parlare del carattere, ad es. «personalità», «Io», «Sé », «identità», «temperamento», ma secondo Hillman nessuno di questi (un po’ troppo astratti) rende “un insieme di tratti e di qualità, di abitudini e di motivi ricorrenti” della persona. Egli fa dunque riferimento al termine “carattere” (non inteso da un punto di vista religioso o scientifico), cioè alle caratteristiche individuali, all’istinto o all’intelligenza immaginativa di ognuno che rappresentano la tonalità tipica con cui ogni persona si rapporta alle cose e alle persone: “Perché il carattere agisce alla stregua di un istinto sottostante, che sottolinea incisivamente i gesti che facciamo, le parole che diciamo, segnalandone lo stile particolare. È una forza immaginante per cogliere le tracce della quale occorre intelligenza immaginativa. Esiste un sentimento intuitivo che ci impedisce di deviare troppo dalla nostra strada e di oltrepassare troppo i nostri confini coinvolgendoci in mondi estranei alla nostra natura autentica”. Allora, probabilmente, la nonna non ha “perso il pelo”, ma ha semplicemente tracciato la peculiarità della sua unicità, guidata dalla forza del suo carattere. Con questo non voglio che si pensi al carattere in modo deterministico: il vissuto, l’ambiente, la cultura, gli incontri modificano interessi, pensieri e valori. Preferisco pertanto intendere il carattere come quel tratto caratteristico con cui ognuno di noi rende unico quello che fa, la modalità con cui ognuno lascia il proprio tratto personale negli ambiti in cui è impegnato; un tratto che si modifica e si affina in base alle infinite relazioni con il mondo e con gli altri, grazie alle occasioni che via via vengono valutate, scelte o scartate nel corso della vita.

Un caro saluto,
alberto

lunedì 16 novembre 2009

Una vita felice


Caro professore,
C'è un interrogativo che mi è nato ultimamente e riguarda il futuro. Sin da più piccola ho sempre pensato di voler studiare, andare all'università e poi trovare un buon lavoro, e una parte di me lo vuole ancora. Crescendo poi, però, mi sono posta un interrogativo e cioè se sia più soddisfacente dedicare una buona vita allo studio e al lavoro, o se invece è più saggio pensare al proprio futuro in un senso più rivolto alla famiglia. Ora come ora la mia soluzione è quella di intraprendere gli studi universitari e poi se possibile trovare un lavoro che mi permetta di conciliare lavoro e famiglia al meglio. La domanda quindi è: “non rischiamo di vivere infelici pensando troppo ai nostri singoli obiettivi, rischiando di perdere le cose belle della vita?”. “Vive più felicemente colui che dedica la propria vita allo studio e al lavoro o chi la dedica alla famiglia?".

Sarah


“La vita umana non sarà mai capita, se non

si terrà conto delle sue aspirazioni più alte”.

Cara Sarah,
Verso la metà del secolo scorso lo psicologo statunitense Abraham Maslow ha cercato di studiare la personalità umana e le condizioni della felicità e della realizzazione dell’uomo. Ha così pubblicato un bel libro dal titolo Motivazione e personalità ([1954, 1970], Armando Editore, 2000) in cui propone anche una importante gerarchia di bisogni che le persone devono appagare nella loro esistenza per poter condurre una buona vita. Alla base della piramide, che oggi prende il suo nome (piramide di Maslow), ci sono i bisogni più urgenti, i bisogni fisiologici: (fame, sete, sonno, potersi coprire e ripararsi dal freddo), ossia i bisogni fondamentali, legati alla sopravvivenza. Maslow scrive che “sono i più prepotenti di tutti i bisogni”: Se non vengono appagati questi, tutti gli altri passano in secondo piano. Chi è da un po’ che non mangia, ovviamente, desidera solo il cibo, ecc. Gratificati i bisogni essenziali, si presentano però altri bisogni: i bisogni di sicurezza. Di fronte al mondo e ai pericoli che la vita ci prospetta, le persone hanno bisogno di protezione e tranquillità. Maslow elenca questi bisogni: “sicurezza, stabilità, dipendenza, protezione, libertà dalla paura, dall'ansia, dal caos; bisogno di struttura, di ordine, di legge, di limiti, di un forte protettore”. Ad un gradino più alto troviamo i bisogni di affetto, di amore e di appartenenza: le persone desiderano relazioni d’affetto, sentono il dispiacere per la mancanza di amici e di persone care, avvertono la necessità di sentirsi parte di un gruppo, di appartenere a qualcuno, di essere amati e di amare e di cooperare con altri. Dopo i bisogni di appartenenza vi è il bisogno di stima; anzi, di una doppia stima: quella di una valutazione positiva di se stessi (autostima) e quella di una valutazione positiva da parte degli altri: ogni persona sente infatti il bisogno di avere successo, padronanza, competenze, ma riconosce anche il valore della stima sociale, e dunque sente l’esigenza di essere rispettato, apprezzato, approvato e non solo di sentirsi competente. Però, per quanto tutte queste esigenze siano importanti, le persone hanno un’urgenza più importante: quella di realizzare la propria vita. Pertanto in cima alla scala dei bisogni Maslow pone il bisogno di autorealizzazione. Questo bisogno è l'esigenza di realizzare la propria identità e di portare a compimento le proprie aspettative. Maslow scrive: “attualizzare ciò che è potenziale”, o “diventare tutto ciò che si è capaci di diventare”. Ogni uomo sente dunque l’esigenza di attuare le proprie migliori potenzialità, culturali, affettive e relazionali. I bisogni, però, sono diversi da persona a persona. Maslow scrive: “in un individuo possono assumere la forma del desiderio di essere una madre ideale, in un altro possono esprimersi atleticamente, in un altro esprimersi nel fare quadri o invenzioni”. Abbiamo il desiderio di conoscere e capire, abbiamo bisogni estetici, ma non tutte le persone hanno le stesse priorità. In alcune persone ad esempio l’autostima è più importante dell’amore; altre persone particolarmente creative sentono invece l’impulso alla creatività più importante di altri, e riescono a realizzarsi anche se ad esempio manca loro il soddisfacimento di bisogni che da altri sono ritenuti fondamentali. Allora ciò che diventa importante è conoscere i nostri bisogni in un determinato momento e saper distinguere tra le cose a cui attribuiamo più valore e quelle meno indispensabili. Ad esempio sappiamo che alcuni bisogni sono inconsci altri consci e anche che la motivazione cosciente può essere diversa da persona a persona e da cultura a cultura. Talvolta, però, i nostri bisogni sono esigenze che altri si aspettano da noi. Non ogni nostro bisogno è veramente tale; molti desideri che sembrano consentirci di ottenere la felicità sono aspirazioni talvolta della maggioranza delle persone che vivono accanto a noi, del gruppo di appartenenza o di riferimento e che, per abitudine, per desiderio di compiacere, o semplicemente per timore di essere rifiutati, assecondiamo. Ma ci accorgiamo presto che alcuni bisogni importanti non conducono alla nostra felicità e non producono gli effetti sperati. Una persona sana, secondo l’autore, è quella che “è motivata primariamente dal suo bisogno di sviluppare e di attualizzare tutte le sue potenzialità e capacità”. Allora molto dipende dai significati che, di volta in volta, attribuiamo alle cose. Se per noi è indispensabile avere una famiglia, siamo disposti a qualche rinuncia, perché sappiamo che la nostra realizzazione passa attraverso la realizzazione di una vita di coppia con la finalità di abbozzare una nuova famiglia. Se per noi è importante ottenere un riconoscimento attraverso lo studio o il lavoro ad esempio, siamo disposti a sacrificare molto tempo per ottenere quel risultato. Ma l’urgenza nel soddisfacimento dei bisogni, col tempo, cambia. Ci sono bisogni che un tempo ci sembravano imprescindibili, come imperativi irrinunciabili, di cui gradualmente abbiamo ridimensionato l’importanza; oppure vi sono bisogni che compaiono in tempi più recenti e che in passato avevamo escluso di poter avere. Dico questo perché una persona sana è una persona complessa, che cerca di gestire molti aspetti della sua vita prendendosi cura dei vari aspetti di sé. È vero che spesso le scelte conducono a drastiche alternative, a decisioni risolutive e inconciliabili, ma è anche vero che gli obiettivi non sempre, o non necessariamente, si escludono a vicenda. Una vita sana è una vita di una persona che si prende cura dei vari aspetti di sé, in un lavoro parallelo. Forse è importante mentre si vive prendere in considerazione molti aspetti della vita e non concentrarsi in modo univoco su una cosa. Ossia ci si può dedicare allo studio, coltivando una buona vita di relazione, ampliando i propri interessi e le proprie conoscenze. Ognuno di noi non vive isolato, ma in una serie di rapporti: la scuola, il lavoro, gli amici, gli affetti cari, la famiglia, gli hobbies. La vita ci chiede di fare delle scelte: ci saranno momenti in cui dovremo sacrificare un po’ un aspetto della nostra vita, altre volte un altro. Nel tuo caso, credo che le alternative che presenti (università, famiglia) siano diverse, ma non contraddittorie. Ossia scegliendo la prima (che ti auguro), non annulli la seconda, ; decidi solo provvisoriamente di rinviarla. Nel frattempo vivi intensamente le relazioni interpersonali, offri la tua vitalità e le tue energie alle persone che incontri; la forza della relazione ti aiuterà anche a reggere l’impegno dei tuoi studi. È possibile che tra le amicizie con i tuoi compagni attuali o futuri e con altre persone che via via conoscerai, maturerai una legame bello e profondo a cui potrai dedicare anche più tempo. “L'auto-realizzazione, diceva Maslow, è priva di significato se non ci si riferisce ad un futuro attivo in ogni momento” (Verso una psicologia dell'essere, Ubaldini 1971).



Un caro saluto,

Alberto