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Cor-rispondenze

lunedì 19 settembre 2016

Il legame che mi manca





Caro Professore,
Nella vita di un uomo accade spesso di affezionarsi a “qualcosa”. Questo “qualcosa” può essere un oggetto, un animale o una persona. Ma la vera affezione, purtroppo, si riesce a comprendere solamente quando si perde quel “qualcosa”. Un esempio concreto vissuto sulla mia pelle è l’abbandono dei miei compagni e dei professori che quest’anno ho dovuto patire. Con loro ho vissuto una buona parte della mia vita degli ultimi cinque anni. Quel “qualcosa” per me erano loro, i miei compagni e miei professori, che ora purtroppo ho dovuto lasciare. Solo ora riesco a comprendere quanto sono stato fortunato e quanto mi ero legato a loro anche se molto spesso non l’ho dimostrato quando avrei dovuto (Magari passando un po’ più di tempo con i miei amici o studiando un po’ di più per i miei professori). La mancanza di quel “qualcosa” a cui ti sei affezionato ti porta a percepire un vuoto dentro di te che è molto difficile da ricolmare. Una sensazione di dolore ed insensatezza riempie immediatamente quel vuoto nell’animo umano. I ricordi possono essere una soluzione a questo dolore. Essi rimarranno nella mente degli individui per un certo periodo ma non saranno mai all’altezza dell’azione vissuta nell’istante. Inoltre i ricordi spesso portano l’amarezza per il tempo passato ed andando avanti con la vita essi verranno dimenticati e non potranno mai più essere recuperati. Ma il dolore che si crea nel caso della affezione tra persone è forse il più doloroso. Quando si crea una relazione forte di stima e di confidenza tra esseri umani si creano legami fantastici. Tali legami possono raggiungere un’armonia così formidabile che basta uno sguardo tra i due individui per comprendersi. Tuttavia essi sono facili da spezzarsi e quando questo accade sono molto dolorosi per gli uomini. Ma il dolore in questo caso ha un avversario tenace. Il rivale, nel caso in cui fosse parecchio presente nel cuore della persona, riduce notevolmente la sofferenza per l’assenza. Questa forza contraria al dolore è la speranza. La speranza di poter rincontrare un giorno i tuoi vecchi compagni con i quali hai vissuto un sacco di avventure o rincontrare i tuoi cari insegnanti che ti hanno permesso di crescere ed imparare a vivere. Questo dolore però aumenta notevolmente quando la perdita di quel “qualcosa” è totale. L’esempio più evidente è la morte. In questo caso lo squarcio tra l’individuo e quel “qualcosa” a cui ti sei affezionato è totale. In questo caso la speranza non può comparire ed il dolore schiaccia e opprime completamente l’individuo. Credo fortemente che la perdita della persona amata e stimata sia uno dei maggiori dolori che l’anima umana deve sopportare. L’impossibilità di parlare nuovamente con la persona defunta e i numerosi sensi di colpa che riempiono l’animo dell’individuo, magari per le occasioni mancate o per le cose non fatte, riportano alla mente le debolezze dell’uomo e la difficoltà della vita. Su quest’aspetto l’umanità non si è mai sviluppata. L’uomo nel corso del suo sviluppo ha sempre cercato di eliminare e cancellare tutto ciò che lo danneggiava fisicamente e mentalmente. Ma nel caso dell’affezione non è mai riuscito totalmente a distaccarsene. Due sono le possibili soluzioni al dolore che si crea. O vivere nella completa indifferenza. Nell’atteggiamento di distacco e di liberazione dalle passioni nei confronti del mondo, come sosteneva Montale nella poesia “Spesso il male di vivere ho incontrato”, e non provare alcun sentimento nei confronti di quel qualcosa che hai perso, non affezionandosi più a nulla; oppure continuare a vivere tenendosi dentro quel dolore. Quel dolore che ritorna ogni volta che il ricordo di quel qualcosa torna nella mente. Personalmente credo che entrambe le soluzioni abbiano dei difetti che portano nell’uomo sofferenza. Ma qual è la giusta via? Come si deve comportare l’uomo nei rapporti con gli altri individui, con gli altri esseri viventi (e non) a cui si affeziona? L’uomo deve distaccarsi dal mondo in cui vive e provare una completa indifferenza nei confronti delle relazioni o creare legami forti con gli elementi che lo circondano, con gli elementi del mondo nel periodo in cui è stato gettato, ma provando dolore ogni qual volta che un legame si spezza?   
Alessandro, ex 5A

Caro Alessandro,
Se alla fine di quinta sentiamo la mancanza delle relazioni consolidate con compagni e insegnanti, significa che il processo di maturazione, che altro non è se non un processo di umanizzazione, si è avviato ed è enormemente progredito. Tuttavia, riconoscere che i legami cambiano non ci pone nell’aut-aut tra indifferenza e passione. Essere indifferenti significa anche non saper vedere le differenze. E le differenze qualitative nella vita ci sono. Anche se il dolore per la perdita di un legame può essere destrutturante, bisogna decidere se vivere come spettatori o partecipare al gioco. Vivere come spettatori ha i suoi indubbi vantaggi: non si soffre, perché non ci si appassiona seriamente a nulla. Partecipare al gioco significa accettare di modificare se stessi e la realtà, significa sapere che si sarà destabilizzati, ma che si avrà accesso ad una vita piena e vera. Io preferisco la lezione del Fedro di Platone: non una ragione priva di emozioni, ma una ragione guidata dalle passioni. È il cavallo bianco della passione buona che ci trascina, e poiché grazie alla sua forza (nonostante le resistenze e le sconfitte) traccia un percorso, consente alla ragione di illuminare più aspetti della realtà e di vedere più lontano. Passare dalle emozioni ai sentimenti è un grande traguardo. È la porta stretta che ci fa diventare uomini.
Un caro saluto e un caro augurio per i tuoi nuovi studi!
Alberto
 

lunedì 11 aprile 2016

Colmare l'abisso tra "me" e "lui"



Caro professore,
Stamattina, come ogni mattina d’altronde, lavandomi i denti mi guardavo allo specchio, ma quello che ho visto è stato come se non fosse il solito riflesso. Sono uscito dal bagno quasi turbato, o addirittura terrorizzato dalle domande a cui non sono in grado di rispondere e che le pongo in questa lettera. Mentre, appunto, mi fissavo, mi sono chiesto: «È quindi così che mi vede il mondo?». La risposta epifanica che mi sono dato è stata: «No, è così che il mondo vede lui», riferendomi al riflesso. Il mondo non ha mai visto me, anzi non ha mai visto nessuno, ma guarda meramente a noi come noi guardiamo il nostro riflesso. Ma allora, alla fine, la domanda che le pongo è: «Da che parte dello specchio ci troviamo? Come facciamo a capirlo?». Queste idee sono state indotte, credo, dalla lettura di “Uno, nessuno e centomila” che ho iniziato da poco a leggere e che, forse alla fine, risponderà a queste domande. Nell’attesa della fine del libro pongo a lei queste domande, e ne aggiungo delle altre. Siamo più di ciò che appariamo? La distanza tra noi e lo specchio può essere la deriva dell’uomo? È possibile colmare questo abisso tra me e lui?
Niccolò, IVB

Caro Niccolò,
Come vedi, la letteratura è benefica: aguzza l’ingegno e permette di sondare dimensioni inesplorate della vita. Pirandello ha questa grande capacità: attraverso le sue opere solleva dubbi che ci impongono di indagare a fondo il nostro rapporto con noi stessi e con gli altri. Allo specchio ti senti un estraneo. Parli di un “me” e di un “lui” riflesso, ma appena procederai nella lettura le tue considerazioni, liberate dall’abitudine, si perderanno in altri sentieri intricati, proprio come è avvenuto a Vitangelo Moscarda, il protagonista dell’opera che stai leggendo. Scrive infatti Pirandello: «Ripeto, credevo ancora che fosse uno solo questo estraneo: uno solo per tutti, come uno solo credevo d’esser io per me. Ma presto l’atroce mio dramma si complicò: con la scoperta dei centomila Moscarda ch’io ero non solo per gli altri ma anche per me, tutti con questo solo nome di Moscarda, brutto fino alla crudeltà, tutti dentro questo mio povero corpo ch’era uno anch’esso, uno e nessuno ahimè, se me lo mettevo davanti allo specchio e me lo guardavo fisso e immobile negli occhi, abolendo in esso ogni sentimento e ogni volontà». L’idea che il mondo veda solo quello che appare e non la tua vera natura suscita nel tuo animo «turbamento e terrore», sentimenti analoghi al «tormento» del Moscarda. Tuttavia, non dobbiamo considerare noi stessi come un oggetto che mostra agli altri solo la superficie e non l’essenza intima. Semplicemente perché non siamo oggetti e la nostra essenza (o interiorità) non è nascosta come la polpa sotto la buccia dell’arancia, né è definita una volta per tutte, ma si forma nel tempo e nell’esperienza. Sei sicuro di conoscerti “veramente”? La comprensione che ognuno ha di sé muta con l’età, la cultura, le letture, gli stati d’animo, le parole a disposizione, gli aspetti che si vogliono mettere in luce. «Caro mio, la verità è questa: che sono tutte fissazioni. Oggi vi fissate in un modo e domani in un altro», direbbe Pirandello. Se ci ancoriamo su alcuni particolari e poi mutiamo prospettiva, come possiamo pretendere che gli altri conoscano un presunto “vero me”? Non esistono lettori neutrali: ogni persona porta dentro di sé la propria personalità e la propria storia e pertanto considera l’altro a partire da una prospettiva. Come scrive Pirandello «per gli altri avevo tante sommarie determinazioni, ch’io non m’ero date né fatte e a cui non avevo mai badato». Per non parlare della difficoltà di comprendersi proprio attraverso le parole («Abbiamo usato, io e voi la stessa lingua, le stesse parole. Ma che colpa abbiamo, io e voi, se le parole, per sé, sono vuote? Vuote, caro mio. E voi le riempite del senso vostro, nel dirmele; e io nell’accoglierle, inevitabilmente, le riempio del senso mio. Abbiamo creduto d’intenderci, non ci siamo intesi affatto»). Viviamo allora dentro classificazioni (determinazioni) e interpretazioni, addirittura in un vero e proprio conflitto di interpretazioni? Direi proprio di sì, e come ci hanno suggerito gli Stoici non ci dovremmo preoccupare troppo dello sguardo altrui, perché sappiamo che se abbiamo potere sulle nostre scelte, sulle opinioni altrui non abbiamo invece alcun controllo. Non solo l’interiorità si forma e muta col tempo, ma gli uomini si ingannano perché spesso conoscono solo ciò che si vuole loro mostrare. Madeleine de Souvré de Sablé, scrittrice francese del XVII sec., nelle sue “Massime” scriveva che «Spesso abbiamo più voglia di apparire servizievoli che di compiere bene tali servizi, e spesso preferiamo poter dire agli amici d'aver fatto loro del bene che farlo davvero». E qualche anno più tardi La Rochefoucauld scriverà che «In tutte le condizioni, ciascuno simula un contegno per apparire come vuol che lo si creda. Sicché si può dire che l'umanità è composta soltanto da maschere». Preferisco sostituire la parola “maschera” con la parola “interpretazione”, perché la prima sottende l’idea che sotto di essa ci sia un “vero” e unico soggetto. L’abisso tra il presunto “me” (o i molteplici “me”) e “lui” (o i molteplici “lui”) non si può colmare, perché sono proteiformi i modi in cui un soggetto delinea se stesso o viene rappresentato dagli altri. Questa distanza, tuttavia, si può ridurre. Cercando la coerenza con la propria vita e le proprie scelte.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 7 marzo 2016

Capacità e ruoli



Caro professore,
osservando la nostra società, nella quale ognuno tende a preoccuparsi solo della propria sopravvivenza e del proprio tornaconto, al punto di occupare anche ruoli di grande responsabilità senza averne le competenze, ho ripensato a ciò che sosteneva Platone nella “Repubblica”. Egli infatti, descriveva lo stato  ideale come un luogo in cui ognuno svolge un ruolo specifico, che gli viene assegnato in base alle proprie qualità e predisposizioni, ottimizzando quindi ogni singola mansione sociale. Per Platone dunque, lo stato è più importante dei desideri e delle ambizioni del singolo individuo ed è fondamentale evitare l’estrema povertà e l’estrema ricchezza. Mi sono allora chiesta: perché abbiamo smesso di preoccuparci del benessere della società, che in fondo risulta essere anche il nostro, per preoccuparci esclusivamente di quest’ultimo, dimenticando che, occupando ruoli per cui non abbiamo le competenze, rischiamo di danneggiare anche noi stessi, oltre che gli altri?
Deborah, VA
 
Cara Deborah,
Prima ancora di Platone è Pericle a sottolineare l’importanza delle «qualità e delle predisposizioni» di coloro che sono chiamati a governare, quando, nell’orazione che ci ha tramandato Tucidide, egli afferma che: «Le nostre leggi assicurano un’eguale giustizia a tutti […], ma noi non ignoriamo le istanze dell'eccellenza. Quando un cittadino si distingue, allora egli è preferito per il servizio pubblico, non come un fatto di privilegio, ma come ricompensa per il merito». E qualche anno dopo, anche Platone, preoccupato della giustizia, sostiene che al governo è preferibile che ci siano coloro che hanno sviluppato la saggezza e hanno fatto un lungo percorso di formazione per poter amministrare la città. L’idea di privilegiare il merito è stata una conquista. Occupare ruoli per i quali non si hanno competenze non è una degenerazione irritante ed esclusiva del nostro tempo. Nell’Europa del XVI sec. si era già venuta a creare una frattura tra potere e virtù. Secondo Peter Sloterdijk: «S’impose così un’aristocrazia sfruttatrice non meritocratica, la cui unica attività consisteva nel trasmettere in modo ripetitivo la sua tronfia autocoscienza ai discendenti, ugualmente inutili, e spesso per molti secoli». Il filosofo ricorda come l’aristocrazia si era trasformata in «una miscela di pigrizia, ignoranza e crudeltà […] (la corte di Versailles fu solamente l'apice in un arcipelago d'inanità nobiliare che ricopriva l'Europa intera)». Non solo in Francia, ma anche in Inghilterra. Lo storico Lawrence Stone (La crisi dell’aristocrazia, Einaudi 1972) riporta i versi del poeta inglese John Skelton (1460-1529) che connotano efficacemente il declino dei nobili: «gli uomini nati nobili / hanno in odio l’imparare / amano soltanto andare a caccia e suonare il corno / saltare a cavallo laghi e fossati / non occuparsi di politica» (p. 738). E con amarezza lo scrittore politico Thomas Starkey (1499-1538) affermava che «da noi i gentiluomini si studiano di più di allevare dei buoni cani che degli eredi intelligenti» (p. 739). In fondo, dice Stone, una delle funzioni del gentiluomo era quella di «vivere oziosamente con grazia ed eleganza». Ma l’ignoranza danneggiava l’amministrazione, il commercio e la vita comune. Infatti nell’esercito non saranno più ammessi rampolli ignoranti. Gli uomini si ribellarono a queste manifeste ingiustizie. L’ignoranza degli aristocratici permise pertanto l’ascesa di funzionari che provenivano dal basso e che si erano impegnati negli studi e conoscevano almeno una lingua straniera. Qualche anno dopo, il liberale francese Alexis de Tocqueville, dopo essere sbarcato  in America (1831), analizzò pregi e difetti della democrazia d’oltre oceano e pubblicò le sue riflessioni nel libro La democrazia in America (1835-1840). Anch’egli si lamentava del fatto che spesso non erano i migliori a governare: «Al mio arrivo negli Stati Uniti fui molto sorpreso scoprendo fino a qual punto il merito fosse comune tra i governati e come fosse scarso nei governanti. È un fatto costante che oggi, negli Stati Uniti, gli uomini più notevoli sono raramente chiamati alle pubbliche funzioni e questo fenomeno si è accentuato via via che la democrazia ha oltrepassato i vecchi limiti. È evidente che la razza dei grandi uomini di stato americani è singolarmente degenerata in questo ultimo mezzo secolo». Ma più avanti, quando passerà a descrivere i meriti della repubblica americana, affermerà che «La poco numerosa assemblea, che si incaricò di redigere la seconda costituzione, comprendeva i migliori spiriti e i più nobili caratteri che fossero mai apparsi nel nuovo mondo. George Washington la presiedeva». Per creare qualcosa di grande c’erano dunque i migliori. I migliori occupavano il posto giusto. E in Italia? Forse anche qui, spesso, il merito è presente più tra i governati che tra i governanti. Il nostro tempo, però, non sembra più tollerare le persone «sfruttatrici non meritocratiche». Come nel passato, coloro che danneggiano a lungo andare sono i veri danneggiati e coloro che meritano pian piano si impongono. Purtroppo con eccessiva fatica e con tempi biblici, ma la società non si può più permettere fannulloni e incapaci, perché per risolvere questioni complesse in ogni settore servono persone preparate e competenti.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 29 febbraio 2016

Sofferenza e crescita

Crescere come scrittori

Caro professore,
Nel corso dell’anno scolastico la sensazione che l’uomo per crescere debba necessariamente soffrire si è sempre più affermata. Sembra che solo soffrendo l’uomo possa comprendere la sua vera natura e la profondità e l’irrazionalità del mondo in cui vive. Oltre a giganti della letteratura, come Pascoli, Pirandello o Leopardi, ho studiato alcuni filosofi che hanno sofferto nella vita ed hanno scavato nelle profondità dell’esistenza umana per scoprirne le verità e comprenderla pienamente. Il primo è stato Arthur Schopenhauer, il quale ha dedotto che il mondo per l’uomo non è nient’altro che volontà e rappresentazione. Purtroppo ha dovuto patire la perdita del padre morto suicida quando egli era ancora adolescente. Il secondo è stato Søren Kierkegaard. Il filosofo danese ha posto al centro della sua filosofia il singolo, l’individuo umano e l’importanza delle scelte che determinano l’esistenza. Egli ha avuto un terribile rapporto con il padre (a causa del secondo matrimonio) e ha sofferto la morte di cinque suoi fratelli. Ed infine Nietzsche, il quale traendo spunto dalla cultura greca dei presocratici ha dimostrato l’impossibilità di dominare la vita con la ragione, sostenendo così l’irrazionalità dell’esistenza di ogni uomo. Ha sofferto per buona parte della sua vita di una malattia celebrale che negli ultimi anni lo ha portato alla pazzia. Questi tre grandi filosofi sono tre esempi che dimostrano l’impossibilità dell’uomo di crescere se trascorre una vita nella completa felicità e nella perfezione. Lo stesso Nietzsche ha affermato: “Le specie non crescono nella perfezione: i deboli tornano sempre di nuovo a soverchiare i forti […] i deboli hanno più spirito”. Sembra che una vita felice sia una vita vissuta nella superficialità senza una percezione della vera profondità della vita. Ma perché è così? Perché l’unico modo per l’uomo di conoscere sé stesso, e l’importanza della propria esistenza, avviene nella sofferenza? L’uomo nella sofferenza evolve, muta, cambia la sua concezione del mondo scoprendo com’è la realtà vera e propria. Un esempio più vicino a noi è l’esperienza del “treno della memoria” fatta da Daniela e Alberto (due miei compagni di classe). Il “treno della memoria” consiste in viaggio nei luoghi simbolo dell’Olocausto per ricordare e non dimenticare mai questo terribile e inumano avvenimento. Questa esperienza naturalmente li ha cambiati. Ora hanno un’altra visione del mondo, a parer mio totalmente migliore rispetto a prima, molto più profonda. Alberto è rimasto scioccato e ha tuttora ha bisogno di tempo per riprendersi. Daniela invece ha detto che ora comprende l’importanza della vita di ogni singolo individuo. Ella inoltre ha affermato che ha una maggiore cognizione che di fronte a sé ha degli uomini con le stesse aspirazioni, che possiedono desideri e con gli stessi sentimenti ed emozioni che ha lei stessa. Ma la mia domanda, che ho già citato in precedenza, ritorna. Ma perché l’uomo deve necessariamente soffrire e vedere le atrocità, le bruttezze, le insensatezze di questo folle mondo per comprendere che la vita è importante, che la nostra esistenza è importante, che tutto è irrazionale e che siamo solamente delle nullità in confronto alla grandezza del tutto e nessun individuo umano è al centro del tutto? Perché bisogna scavare negli oscuri e atroci abissi della vita per comprenderla del tutto?
Alessandro, VA
 

Caro Alessandro,
Maturità psicologica e maturità esistenziale sono legate ed entrambe attraversano la sofferenza. Per diventare grandi si deve soffrire, perché ogni piccolo processo di crescita implica la trasformazione e dunque l’abbandono di una condizione armonica acquisita nel tempo: gli eventi della vita e la loro interpretazione dissolvono le certezze e fanno impallidire le più ostinate persuasioni e ogni persona deve superare ostacoli e pensieri contrastanti per conseguire una nuova forma di equilibrio. Ma poi c’è una maturità esistenziale. Che ci sia un rapporto tra conoscenza e dolore era cosa ben nota agli antichi. Il filosofo Umberto Curi scrive pagine bellissime su questo rapporto, ricordandoci «che la “sofferenza” (páthos) possa produrre “conoscenza” (máthos) è convinzione che affiora ripetutamente in numerosi testi del mondo greco arcaico e classico». Nella tragedia Agamennone di Eschilo, infatti, nella preghiera a Zeus il Coro attribuisce alla divinità il merito di aver condotto l’uomo a essere saggio: «Zeus a saggezza avvia i mortali, / valida legge avendo fissato: / conoscenza attraverso dolore (Eschilo, Agamennone, v. 176 e ss)». La frase del Coro non si riferisce alla fatica di acquisire nuove nozioni, afferma piuttosto che il dolore fornisce all’uomo un nuovo sapere di sé. Qual è la peculiarità della conoscenza, allora? Conoscere non si riduce ad un generico apprendere un’arte o una disciplina. Consiste soprattutto nell’afferrare la propria natura: attraverso il dolore l’uomo scopre l’essenza intrinsecamente effimera della vita, per questo conoscere se stessi è anche un “ri-conoscersi”: nel disvelare la propria natura gli uomini comprendono il proprio destino. Non sono disposti ad ingannarsi, a perdere tempo. Il dolore non lascia spazio a illusioni. Ci ricorda che siamo mortali. Allora scaviamo «negli oscuri e atroci abissi della vita» fino a quando non facciamo esperienza della nostra finitezza. E quando giungiamo a questa dimestichezza con la vita, spesso ci si responsabilizziamo e, come i tuoi compagni, immersi nel dolore collettivo di un popolo, ci chiediamo come continuare a vivere.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 8 febbraio 2016

Ricerca del meglio

riciclo-creativo-t-shirt
 
Caro professore,
è forse banale come io abbia ricevuto la mia «scossa», quell’impulso che mi ha portata a pormi domande. Credo che sia abbastanza comune comprare una cosa, come per esempio un maglietta, metterla per un certo periodo e poi un mese dopo ignorarla totalmente quasi fosse la cosa più brutta mai comprata. Generalizzando, da una questione abbastanza stupida, come può essere quella dell’abbigliamento, mi è venuto da pensare come una cosa o una persona o una situazione che in un momento ci sembra la migliore in assoluto possa poi essere totalmente rivalutata. Un giorno esci con un ragazzo che ti sembra perfetto e poco dopo pensi: «ma cosa mi è girato?». Se ripercorro brevemente la mia vita e penso a quante amicizie io abbia cambiato non ne tengo un conto. Se si presuppone che si lasci una cosa per un’altra migliore vuol forse dire che la mia prima amica sia la peggiore e l’ultima la migliore? Non credo proprio. Allora la mia domanda è: cos’è che porta l’uomo ad essere sempre e costantemente attratto da ciò che è nuovo e a guardare con sufficienza al vecchio?
Ilaria, 3F
 

Cara Ilaria,
Nella tua lettera ci sono due modalità di «guardare con sufficienza al vecchio»: una si esprime nella relazione con le persone e l’altra con gli oggetti. Se consideriamo i rapporti interpersonali, guardiamo con sufficienza al vecchio quando, come avrebbe detto Kant, non consideriamo più l’altra persona un fine in sé, ma semplicemente un mezzo per soddisfare i nostri bisogni. E se riduciamo l’altro a un mezzo (come la maglietta da cambiare), o rispettiamo l’amico solo in quanto si adegua alle nostre idee o alle nostre esigenze, allora soffochiamo la relazione. Quando c’è ripetizione senza novità, senza investimento affettivo, i legami non creano connessioni, ma nodi, grovigli, complicazioni. Qualche tempo dopo Kant, il filosofo danese Soeren Kierkegaard ci ha aiutato a comprendere meglio il meccanismo della ripetizione nella vita. C’è una ripetizione sempre identica, come il movimento di una ruota di una bicicletta, dove ogni rotazione è indistinguibile da quella precedente. Se mettiamo un segno su un punto della ruota o coloriamo un raggio, assistiamo al ripresentarsi identico del tratto colorato ad ogni giro. Un movimento senza novità, un andamento senza vita. Semplice fluttuazione. Ma c’è anche una ripetizione feconda, quella generata dalla freschezza dell’incontro con la stessa persona nel corso del tempo, che non si lascia esaurire dal meccanismo. La vita di una coppia, quella di un’amicizia, contengono elementi ripetitivi. Secondo l’autore, chi decide di confermare la stessa persona ogni giorno, scopre nella relazione una ricchezza che non si può intuire dall’esterno. Tra il saluto del primo giorno di scuola ai tuoi compagni e il saluto dell’ultimo giorno dopo cinque anni trascorsi insieme si saranno moltiplicati gesti rituali, distratti e ripetitivi. Ma alla semplice curiosità dell’inizio si sostituiranno le lacrime del periodo conclusivo, per un mondo relazionale che è cresciuto nel tempo e che dovrà cambiare, perché in quella ripetizione giornaliera e forzata di campanelli, insegnanti e compagni sono nate trame relazionali e culturali impensabili. Spesso le vere amiche non sono le ultime persone conosciute. Forse guardiamo con sufficienza un amico solo quando non vogliamo più investire curiosità e affetto con lui. È certamente legittimo e normale: tuttavia non avviene per caso, ma per scelta. Il secondo aspetto riguarda il rapporto con gli oggetti. C’è un momento in cui magliette, vestiti e anche canzoni rappresentano una forma di trasgressione verso le abitudini del proprio luogo e sono il modo in cui ognuno tenta di immettere novità dentro una routine, afferma la propria novità in un gruppo e l’esigenza di introdurre nuova vita. È un modo per esprimere un punto di vista originale o prendere posizione politica e culturale trasgressivo e talvolta ribelle. E c’è un momento in cui le magliette e gli oggetti servono per identificarsi in un gruppo, conformarsi alle abitudini. Avvertiamo però intimamente una spinta al rinnovamento, perché la variazione è rinascita, che ci permette di liberarci da sopravvalutazioni e cristallizzazioni che immobilizzano l'esistenza. In fondo, la trasformazione ha a che fare con il flusso della vita, con il passaggio; anche con la considerazione che nulla è definitivo e nessun oggetto indispensabile, neppure la maglietta tanto cercata e amata. Tuttavia, occorre pensare che il cambiamento non nasce solo da un’esigenza intima di rinnovamento, ma ci viene imposto dalla velocità del nostro tempo. Il sociologo Zygmunt Bauman  scrive che è piuttosto un «dovere camuffato da privilegio» (Consumo, dunque sono, 2008), e che il nostro tempo impone una continua anticipazione del futuro per affrancarsi rapidamente del passato. Non si lascia un’amica per un’altra migliore come in una selezione darwiniana. Guardiamo con sufficienza ciò che è vecchio solo se non riusciamo a guardarlo con uno sguardo nuovo. Non sarà che la stessa spinta a consumare le cose orienta anche le relazioni con le persone? La rivalutazione è indispensabile e può servirci a capire che i rapporti si possono recuperare.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 1 febbraio 2016

Come ci perdoneremo?



 File:Majdanek hek.jpg

Caro professore,
Mi porto nel cuore una domanda che da molto tempo non trova risposta, nascosta dal timore di non essere compreso. Sono giunto a credere di essere colpevole del peggiore dei crimini, quello di essere uomo, quello di essere vivo. Guardando con i miei occhi l’apice della malvagità umana, dopo aver visitato il campo di concentramento di Dachau e pensando a ciò che è avvenuto lì e soprattutto nelle pianure polacche, così silenziose, abbandonate dal tempo, mi sono trovato inghiottito non dalla pena, non dal rancore, ma dall’odio. Un odio che si è scagliato, contro i carnefici, certamente, ma anche contro me stesso. Una sensazione che mai avevo provato in anni di letture sulla Shoah. Per il semplice fatto di essere testimone di tanta atrocità, di essere vivo al cospetto delle “fabbriche di morte”,  mi sono sentito investito dei crimini della razza ariana, perché in fondo che diritto ho io di essere spettatore, senza merito, e non vittima? Il vero problema dei campi di sterminio consta nel fatto che ciò che avvenuto è un crimine di uomini, non di demoni, contro l’umanità, e in quanto uomo mi sento coinvolto, contro la mia volontà e contro ogni tentativo di razionalizzare la cosa, dalla malvagità di questa specie. E di fronte alla follia di questo “migliore dei mondi possibili” non riesco a perdonarmi. Dunque le chiedo: come ci perdoneremo?
Filippo, VB


Caro Filippo,
La visita diretta ai campi di concentramento o di sterminio rende ancora più insopportabile ciò che già si conosce sulla Shoah. Pervasi da un senso di orrore e di impotenza, di rabbia e di disgusto e identificandoci con il dolore delle vittime, sviluppiamo empaticamente sensi di colpa e di vergogna. Avvertiamo che è accaduto qualcosa di terribile e di imperdonabile che non avrà espiazione e comprendiamo di essere «spettatori senza merito». Da dove nascono questi sentimenti per ciò che è successo? Hai provato vergogna perché l’empatia che hai maturato ha potenziato in te la capacità di riconoscere l’oscenità per l’abisso in cui l’uomo è precipitato. E Primo Levi ne “La Tregua” scriveva: «la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri». Anche Marco Belpoliti, in un meraviglioso libro su Primo Levi (“Primo Levi di fronte e di profilo, Guanda 2015), ricorda che «chi prova la vergogna è il giusto, e non l'ingiusto; chi assiste impotente al male, e non chi lo commette. La volontà buona è totalmente impotente». Di solito si prova vergogna per essere stati scoperti a compiere qualcosa di socialmente riprovevole, mentre qui il malessere profondo che avverti in te nasce per aver scoperto di far parte dell’unica specie che può eccellere nel male. Così nessuno può sentirsi estraneo, anche se non è stato direttamente coinvolto in azioni nefande, né ignorare una sorta di corresponsabilità che bussa alla coscienza come senso di colpa. Essa ha a che fare con il non aver potuto evitare il male. Quando il filosofo tedesco Karl Jaspers tornò in Germania dopo la guerra riprese nel 1946 le sue lezioni all’Università, tenendo dei corsi che avevano come tema "la questione della colpa". Egli parlava di quattro tipi di colpa: una colpa giuridica (la trasgressione delle leggi di cui si occupa il tribunale), una colpa politica (il modo con cui uno stato governa e che i cittadini condividono), una colpa morale (le azioni individuali che procurano sofferenza) e una colpa metafisica: quella di essere ancora vivi. Scrive infatti Jaspers: «Il fat­to che uno è ancora in vita, quando sono accadute delle cose di tal genere, costituisce per lui una colpa incancellabile». Quest’ultima, provata dai sopravvissuti, ma che ogni uomo avverte di fronte a ciò che è accaduto, è stata definita da Zygmunt Bauman una «colpa senza responsabilità». Egli in “Una nuova condizione umana” [Vita e Pensiero, 2003] afferma che essa «non dipende da un rapporto di causa-effetto tra le mie azioni (o il mio essere passivo) e la sofferenza dell'altro: sono semplicemente colpevole del fatto che un altro essere umano soffra». (O abbia sofferto). In questo senso intuiamo la nostra responsabilità, di essere profondamente implicati con la storia dell’uomo e che dovremo sempre rispondere di fronte al male. La questione del perdono è anch’essa complessa: se non siamo direttamente colpevoli, ma solo indirettamente e come specie, della sofferenza di qualcuno, come ci possiamo perdonare? Il perdono può essere esterno o interno. Ci sono criminali che non sono stati perdonati per i propri misfatti e che nella loro coscienza invece si autoassolvono con leggerezza, negando persino di avere recato delle offese; così come ci sono persone che, pur perdonate dalla persona ferita o senza aver commesso realmente del male, non riescono interiormente a perdonarsi. Non abbiamo bisogno di un perdono esterno, perché non siamo direttamente responsabili di fatti riprovevoli, ma proviamo vergogna – di fronte all’orrore, anche se compiuto da altri – e colpa – per un male che sappiamo inemendabile –, pertanto non ci possiamo né colpevolizzare né assolvere del tutto. Per questo il ricordo diventa un dovere morale, nel senso letterale di recordare, ossia reimmettere nel cuore, perché, come riportava il titolo di un libro pubblicato nel 1954 dall'ANED,  l’associazione degli ex deportati, potremmo dire che solo «L’oblio è colpa».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 25 gennaio 2016

La fine del male



Caro professore,
Vorrei raccontarle un dubbio che è nato dalla mia inconsapevolezza. Fin da piccola sono sempre stata molto tranquilla e pensavo che non esistesse il male: il dolore, la guerra, la povertà. Tutto è nato quando un giorno mentre guardavo la televisione, e c’era un documentario sulla seconda guerra mondiale, mi sono sorti un sacco di interrogativi. Poi, non sapendo nulla di tutto quello che era accaduto ho iniziato a fare delle domande a mia mamma, a mio papà, a tutti. Mi hanno risposto e lì per lì non ho pensato alle risposte che mi sono state date, ma a distanza di giorni, mesi, anni, tutto mi è più chiaro. Perciò la mia domanda è: ci sarà mai una fine a tutto il male?
Elena, ID
 
Cara Elena,
Il grande Leibniz, nei “Saggi di teodicea” (parte I, par. 21), ricorda che il male può essere inteso in senso metafisico, fisico e morale. Scrive Leibniz: «Il male metafisico consiste nella semplice imperfezione, il male fisico nella sofferenza, il male morale nel peccato». Tutto ciò che è finito è lontano dalla perfezione e la natura corruttibile della materia contiene già in sé l’origine della propria decadenza. La natura è imperfetta e il gioco delle sue forze è indifferente all’uomo: essa non soffre per gli uomini né per gli animali né per i vegetali. Allora, se rispondessimo come Arthur Schopenhauer, potremmo dire che «La morte è la fine del male e del dolore». Così ripeteva anche l’importante critico letterario Francesco De Sanctis nell’articolo su Schopenhauer e Leopardi pubblicato su «Rivista Contemporanea» nel 1858. Anche per il mondo greco, che nelle grandi opere tragiche  aveva messo in luce l’indifferenza della natura per l’uomo, il male fa parte dell’esistenza ed è inemendabile: con il male si convive, talvolta si subisce la sua furia e ad esso si soccombe, talvolta si lotta contro di esso per affermare la vita, ma solo provvisoriamente si ha la meglio. Questo tipo di male non è legato all’intenzionalità dell’uomo, ma ai mutamenti della natura e al suo incessante fluire. Anche il dolore fisico, che deriva dalla malattia o da una menomazione, è in fondo legato alla natura caduca dell’uomo. C’è il dolore subìto, ma c’è anche il dolore provocato intenzionalmente dall’uomo, dalla guerra, dalla violenza e dallo sfruttamento. Se da una parte c’è il corpo che soffre per il proprio decadimento dall’altra vi sono corpi devastati dall’odio e dalla brutalità degli uomini stessi in ogni epoca storica e ad ogni latitudine. Ma poi c’è il male morale che Leibniz indentifica con il peccato, ossia con l’incapacità della volontà di fare il bene o di riconoscere il bene, ma che oggi potremmo intendere anche in senso lato come le varie forme di crudeltà, disonestà o indifferenza nei confronti del prossimo e dell’ambiente. Nelle “Istorie fiorentine” Niccolò Machiavelli racconta nelle lotte tra guelfi e ghibellini di un certo messer Giorgio Scali che, prima di essere decapitato a seguito di false accuse, intravede tra le persone armate il vecchio conoscente Benedetto Alberti, e a lui si rivolge così: «E tu, messer Benedetto, consenti che a me sia fatta quella ingiuria che, se io fussi costì non permetterei mai che la fusse fatta a te? Ma io ti annunzio che questo dì è fine del male mio e principio del tuo». Anche Benedetto avrà poi la propria sventura, sarà infatti anch’egli cacciato dalla città con la famiglia. La fine di un male è l’origine di un altro non meno grave. Allora dove possiamo agire? Sulle forze della natura probabilmente no. Possiamo però conoscerle meglio e quindi avvertire i vantaggi e i pericoli e pertanto ridurre sofferenze inutili. Oggi siamo anche in grado di agire sul dolore fisico: la medicina si occupa infatti della riduzione del dolore: dall’anestesia agli antidolorifici, fino alla terapia contro i mali più gravi. Sicuramente nel tempo, almeno in certe società, il dolore fisico è calato rispetto al passato. Forse non si eliminerà mai del tutto, ma la riduzione del dolore è evidente ed è un obiettivo della ricerca medica. Possiamo agire anche sul male morale? Scrive Schopenhauer: «In genere esistono soltanto tre impulsi fondamentali delle azioni umane; e solo sollecitando questi impulsi si ha l'influsso di tutti gli altri motivi possibili. Essi sono a) l'egoismo che vuole il bene proprio (ed è sconfinato); b) la cattiveria che vuole il male altrui (e arriva fino all'estrema crudeltà); c) la compassione che vuole il bene altrui (e arriva fino alla nobiltà d'animo e alla magnanimità)». Possiamo evitare di far soffrire gli altri controllando il nostro linguaggio e le nostre azioni. Si tratta di un’assunzione di responsabilità. Evitando di commettere torti, prevaricazioni, comportamenti spregiudicati e varie forme di illegalità possiamo contenere la sofferenza. Schopenhauer ritiene che con la crescita della nostra capacità di provare compassione migliori anche la giustizia. Scrive l’autore: «La sconfinata pietà per tutti gli esseri viventi è la più salda garanzia del buon comportamento morale e non ha bisogno di alcuna casistica. Chi ne è compreso non offenderà certo nessuno, non danneggerà nessuno, non farà del male a nessuno, avrà invece indulgenza con tutti, perdonerà, aiuterà, fin dove può, e tutte le sue azioni recheranno l'impronta della giustizia e della filantropia». Non ci sarà mai fine al male, ma ci sono dei mali di cui siamo responsabili. Senza bisogno di pubblici elogi, basta seguire una propria deontologia personale: nel lavoro come nella vita privata e in quella pubblica. Aiuta a limitare afflizioni e dispiaceri.
Un caro saluto,
Alberto