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Cor-rispondenze

lunedì 11 ottobre 2021

Microcosmo



Il giornalista e divulgatore scientifico Piero Bianucci, in “Vedere, guardare. Dal microscopio alle stelle, viaggio attraverso la luce”, ricorda che «Con la luce del Sole e una lente rudimentale l’olandese Antoni van Leeuwenhoek (1632-1723) scoprì un microcosmo: il pungiglione dell’ape, le zampe pelose dei pidocchi, l’occhio composto degli insetti, gli “animaletti” che chiamiamo protozoi e batteri. Con un lume a olio e un paio di lenti Robert Hooke (1635-1703) intuì che siamo fatti di cellule. Prima di loro, nel 1609, Galileo Galilei aveva costruito un cannocchiale e l’aveva usato per sondare il cielo: vide montagne e crateri sulla Luna, quattro satelliti intorno a Giove, macchie sul Sole, Venere in forma di falce, Saturno in forma di oliva, migliaia di stelle nella Via Lattea, una nebulosa nella costellazione di Orione». Le generazioni più recenti sono fortunate perché hanno potuto apprezzare sia le trasmissioni di Quark e i programmi sulla natura che mostrano la vita degli animali, degli insetti, delle piante e dei microrganismi che popolano la Terra sia le riprese delle galassie realizzate con il telescopio spaziale Hubble. Microcosmo e macrocosmo. Con il passare del tempo, il primo è diventato ancora più piccolo, il secondo più grande. Microscopi elettronici e telescopi mostrano la coesistenza di mondi infinitamente piccoli e infinitamente grandi. Che cos’è un microcosmo? Un universo piccolo piccolo, un minuscolo mondo incluso dentro un mondo più grande. Cosmo nel cosmo, ordine nell’ordine. La parola “kòsmos”, in greco” significa non solo ordine, ma anche bellezza. “Kòsmos” e “kòsmesis” (da cui “cosmetico”), hanno la stessa origine. Il cosmo allora non è solo ordine che si contrappone al “caos”, ma è anche bellezza. Perché c’è una bellezza che deriva dall’ordine. Prendiamo ad esempio due sveglie identiche: quelle meccaniche che usavano i nonni. Proviamo a smontare tutti i pezzi della prima e a separarli uno ad uno. Alla fine raccogliamo tutte le parti in un sacchetto. Se confrontiamo ora le due “sveglie”, da un lato avremo una somma di oggetti meccanici che ha lo stesso peso e lo stesso numero di componenti della sveglia ancora funzionante. Tuttavia, l’insieme integrato degli elementi produce il movimento continuo e preciso delle lancette. Gli stessi ingredienti così ben disposti generano dunque qualcosa in più: la meraviglia del movimento. Ecco perché il cosmo è ordine, armonia e insieme bellezza. Perché c’è una bellezza che scaturisce dall’ordine: il cosmo non è una semplice somma di parti. Gli antichi lo sapevano bene: ammiravano il cielo e le sue regolarità. Contemplavano il macrocosmo e ne studiavano i movimenti, Talete prevedeva le eclissi, Ecfanto di Siracusa sapeva che la Terra ruotava attorno al proprio asse e Aristarco di Samo sapeva, circa 1800 anni prima di Copernico, che il Sole era al centro del cosmo al tempo conosciuto. Dall’amore per quel grande cosmo, gli uomini spostarono l’attenzione alla complessità dell’uomo. Pare che il primo ad aver introdotto il termine “microcosmo” sia stato Democrito, il quale ha scritto che «l’uomo è un piccolo mondo (mikròs kósmos)». Lo studioso Giovanni Reale ha sostenuto che la più bella definizione dell’uomo come microcosmo è stata fornita dall’anonimo Pitagorico di Fozio, il quale ha affermato: «Si dice che l’uomo è un mondo in piccolo (mikròs kósmos), non perché è composto dei quattro elementi (perché questo vale anche degli esseri viventi più semplici), ma perché possiede tutte le potenze del cosmo». L’uomo è dotato infatti di tutti gli elementi del mondo vegetale e animale, ma possiede anche la ragione che gli permette di cogliere la logica del cosmo e di pensare a Dio. L’uomo ha tutte le «potenze del cosmo», pur essendo assai piccolo in rapporto alla natura non solo riesce a cogliere l’infinito con la ragione, ma pare avere l’energia e la potenza della natura stessa. Lo studioso Paul Tillich spiega questo concetto con una bella metafora: «Nel simbolismo dell’arte rinascimentale il fato viene talvolta rappresentato come il vento che soffia sulle vele di un vascello, mentre l’uomo sta alla ruota del timone e determina la rotta che può essere determinata in quelle condizioni. L’uomo tenta di realizzare tutte le sue potenzialità; e le sue potenzialità sono inesauribili». La relazione tra microcosmo (l’uomo) e macrocosmo (l’universo) viene esaminata meticolosamente tra Umanesimo e Rinascimento. L’idea principale è che si tratta di due strutture che si riflettono l’una nell’altra: l’uomo è in grado di riprodurre la complessità dell’universo in cui è inserito. Nel cielo si muovono in modo preciso i corpi celesti: c’è un tempo esatto in cui il Sole ritorna e le stagioni si alternano. Anche l’uomo è composto di vari elementi: il suo corpo è lo specchio della complessità del mondo, le sue parti sono armonicamente disposte in un tutto unitario e completo. Come la ragione cosmica dà ordine ai vari frammenti dell’universo così la ragione dell’uomo può dare equilibrio e coerenza all’esistenza individuale e a quella collettiva. Nel Rinascimento la riflessione diventa ancora più interessante perché si sofferma sull’aspetto politico. Grazie alla capacità di imitare la razionalità della natura, che sapientemente regge l’ordine totale, anche l’uomo può  creare delle leggi della città che consentano agli uomini di vivere felici. Più le leggi prodotte sono razionali, come quelle che regolano l’universo, più gli uomini vivono in pace e in armonia. Ne segue che la vita nella società sarà “bella” solo in quanto ben organizzata. 

lunedì 27 settembre 2021

Copula mundi


Oggi conosciamo tutte le opere di Platone (più di trenta), ma per tutto il Trecento quelle disponibili in latino si contano sulle dita di una mano: il “Timeo”, che parla dell’origine e della struttura del cosmo, in cui viene introdotta la figura del Demiurgo, una sorta di dio che non crea il mondo dal nulla, ma plasma una materia preesistente, dando forma al caos; il “Fedone”, in cui sono contenute tre prove dell’immortalità dell’anima e la narrazione degli ultimi istanti della vita di Socrate; e il “Menone”, che presenta la celebre teoria dell’ “anamnesi”, ossia della conoscenza come ricordo. In tutte queste opere vi sono riferimenti precisi ad una realtà eterna, sottratta al fluire del tempo, a cui è dato il nome di “psyché”, “anima”. Il mondo greco intende con tale parola la parte razionale dell’uomo in grado di giungere a conoscere alcuni elementi senza tempo, come ad esempio gli oggetti della matematica, e proprio per la somiglianza con tali entità considera che sia un’unità immortale inserita in un corpo caduco. Molti anni dopo, sia nel mondo greco – con il genio di Plotino nel III sec. d.C. – sia in quello cristiano, quella componente immateriale è considerata una realtà intermedia tra tutto ciò che esiste. Si pensa che se si potesse fare una sorta di radiografia di tutta la realtà – che i filosofi chiamano “essere”,  l’insieme di ciò che è materiale e di ciò che non lo è  –, si potrebbero individuare entità differenti. Dio, al grado più alto e origine di ogni cosa, poi gli angeli, sostanze immateriali; poi l’anima, anch’essa sostanza immateriale, ma capace di relazione con le sostanze materiali, poi le qualità (come il bianco o il rettangolo), infine, nel rango inferiore, i corpi. In questa scala gerarchica l’anima occupa pertanto una posizione mediana, ed è ritenuta il «vincolo del mondo», in grado di unire tutti gli aspetti di ciò che esiste: è definita «copula mundi», un «legame» che permette di pensare l’eterno e la materia. Una sorta di Giano bifronte in grado di relazionarsi con il mondo sensibile e di animarlo, e nello stesso tempo di sollevarsi a contemplare gli elementi perfetti e più stabili di quello intelligibile. Per estensione, poi, l’idea di «copula mundi», è applicata all’uomo stesso, via di mezzo tra l’animale bruto e l’angelo, come scrive Pico della Mirandola nel “Discorso sulla dignità dell'uomo” del 1496, l’opera in cui il filosofo ricorda quanto ogni uomo sia responsabile del proprio destino. Sullo sfondo di questa concezione vi è una grande analogia religiosa con Cristo, che unisce Dio e l’uomo, l’eterno e l’effimero, l’infinito e il finito. L’idea che l’uomo sia davvero una creatura prodigiosa per questa sua posizione intermedia nell’ordine del creato è centrale nell’Umanesimo, periodo in cui si avverte la necessità di avere nuove versioni delle opere di Platone e di altri autori che trattano argomenti affini. Questo è reso possibile grazie ad una ripresa dello studio del greco che si verifica quando molti intellettuali bizantini si trasferiscono in Italia a seguito del concilio di Firenze del 1438, convocato per riunificare la chiesa latina e quella greca, o come conseguenza della caduta di Costantinopoli in mano ai Turchi nel 1453. I dotti che diffondono in Italia la conoscenza della lingua greca sono molto noti: il bizantino Manuele Crisolora, chiamato da Coluccio Salutati a Firenze, e il suo allievo Leonardo Bruni di Arezzo; e poi un altro bizantino, il Trapezunzio, che traduce altre opere di Platone su invito del cardinale Nicola Cusano. Firenze è così il centro culturale più importante per gli studi su Platone, tanto che Cosimo de’ Medici offre a Marsilio Ficino una villa per ricreare l’ “Accademia”, ossia l’antica scuola di Platone, chiusa nel 529 d. C. dall’imperatore Giustiniano. L’anno è il 1459 e Marsilio Ficino, che si dichiara «seguace del divino Platone», è entusiasta di poter tradurre tutte le opere del filosofo ateniese. A dire il vero l’interesse non è solo per Platone, ma anche per una serie di scritti e di autori che vengono individuati da Ficino come “trait d'union” tra il mondo antico, egiziano, greco e cristiano. Secondo il filosofo vi è infatti un preciso filo rosso che unisce la tradizione greca e il mondo medievale: Platone e il cristianesimo. Molti autori del tempo sono infatti convinti che: «modificate poche cose i Platonici sarebbero cristiani». Ecco allora che nella “Theologia platonica” del 1482, dedicata a Lorenzo de’ Medici, Marsilio Ficino ripropone, sulla scia di Plotino, i cinque gradi della realtà: «la massa corporea, le qualità, l’anima, l’angelo, Dio». E nel terzo libro qualifica l’anima con termini che influenzeranno tutta la cultura umanistica: «centro della natura, il grado intermedio dell’universo, la concatenazione del mondo, il volto di tutte le cose, il vincolo e la copula del cosmo». Il poeta, il letterato, il pittore, lo scultore, il musicista esprimeranno perfettamente il concetto di «copula mundi», perché saranno in grado di infondere nella materia le loro intuizioni o ciò che hanno contemplato con la loro mente. Ogni artista volgerà dunque lo sguardo ad una realtà più alta per poi ricreare con la materia l’oggetto della propria visione. È un momento di grande fiducia nell’uomo, che cerca di tenere insieme tutte le dimensioni della realtà e non si accontenta di abitarne qualche frammento. 
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 20 settembre 2021

La dotta ignoranza

 


Il grande umanista e libraio fiorentino Vespasiano da Bisticci ha definito Nicola Cusano «poverissimo cardinale» che né «la pompa, né la robba stimò molto», in quanto era profondamente dedito allo studio. I suoi interessi furono molteplici: matematica, filosofia, politica, religione. Alcuni libri, come “La concordanza universale” e “La pace nella fede”, che trattano temi religiosi e politici, sono stati tradotti e pubblicati per la UTET nel 1971 da un nostro illustre conterraneo, don Pio Gaia (1922-2003), originario di Vezza d’Alba. L’anno dopo, Graziella Federici-Vescovini ha pubblicato invece le opere filosofiche, tra cui “La dotta ignoranza”, composta dal filosofo nel 1440. Il tema centrale della sua ricerca è legato alla conoscenza. «Dotta ignoranza» è un ossimoro. Perché un accostamento tra termini così fortemente contrastanti? Un po’ perché, come dicono i suoi biografi, Cusano cercava di stupire e di creare concetti nuovi, un po’ perché tale espressione ricorda la professione di ignoranza di Socrate («so di non sapere») grazie alla quale il filosofo greco era stato definito l’uomo più sapiente di Atene. A Cusano sta a cuore il rapporto fede-ragione, una questione già a lungo affrontata nel periodo della Scolastica medievale. Non si può avere una «scienza» di Dio, ossia una conoscenza precisa, ma solo una «sapienza». Qualunque tentativo di racchiudere Dio in un concetto, definirne il perimetro con la ragione, è destinato a fallire. E allora: «Nessun’altra dottrina più perfetta può sopraggiungere all’uomo (anche più diligente) oltre quella di scoprire di essere dottissimo nella sua propria ignoranza: e tanto più uno sarà dotto, quanto più si saprà ignorante». Per la ragione finita, legata al principio di non-contraddizione, capace di procedere in modo lineare nella dimostrazione, non c’è alcuna possibilità di giungere a racchiudere in concetti esaustivi la complessità di Dio. È un po’ il limite del software che vivifica il nostro corpo: le applicazioni della nostra mente sono certamente eccezionali, ma circoscritte; un po’ come quelle del pipistrello che permettono al mammifero di orientarsi nello spazio, ma non di vedere una scritta bidimensionale su una parete o distinguere le indicazioni «entrata» e «uscita» in un cinema. Gli applicativi del nostro cervello per quanto potenti non sarebbero in grado di codificare una dimensione che supera quella del finito. Ogni tentativo compiuto in tale direzione è inadatto a rappresentare Dio, esattamente come il disegno di un bambino è lontano dal restituire fedelmente l’immagine dei propri genitori. Dio è infinito e immenso. Cusano lo definisce – con un’immagine tratta dalla geometria – «una sfera infinita il cui centro è dappertutto e la circonferenza in ogni luogo». Che rapporto possiamo avere con una sfera infinita? Non c’è proporzione alcuna. Noi stiamo alla verità come il poligono al cerchio: «Quanti più angoli avrà il poligono inscritto, tanto più sarà simile al cerchio: tuttavia, non sarà mai uguale, anche se avremo moltiplicato i suoi angoli all’infinito, a meno che non si risolva nell’identità con il circolo». Possiamo dunque aumentare enormemente il numero del lati di un poligono inscritto in un cerchio, ma nessun poligono sarà sovrapponibile ad esso. Solo una figura con un numero infinito di lati combacerà con il cerchio, ma una perfetta coincidenza uomo-Dio è impossibile perché l’essere umano non può eludere le proprie caratteristiche. Se ci rendiamo conto che «Dio è incomprensibile per l’immensità della sua eccellenza», abbiamo dunque compreso che cos’è la «dotta ignoranza». Intuiamo che c’è qualcosa che supera la ragione e che ad essa non si può ridurre. Siamo certi dunque di ignorare, e tale cognizione fa di noi dei piccoli dotti, ferrati nella comprensione di ciò che sappiamo e di ciò che ignoriamo. Spesso si dice che l’ignorante non può sapere che cosa ignora. Quando gli Europei non erano mai stati in America, non solo non si curavano delle popolazioni che vivevano là, ma non sapevano neppure che cosa ignoravano e non potevano immaginare. Era un vuoto di sapere profondo e incolmabile. Invece, per quanto riguarda la conoscenza di Dio l’uomo può intuire che Dio esiste ma, nonostante tutti gli sforzi, la sua comprensione sarà sempre inadeguata. La nostra ignoranza è dunque “dotta”, solo se riusciamo ad immaginare la nostra insufficienza. In un’altra opera intitolata “Le congetture”, l’autore scrive che «ogni proposizione affermativa circa il vero, che l’uomo può formulare, è una congettura. L’accrescimento dell’apprendimento del vero, infatti, non si esaurisce mai». Chi pertanto sa che la conoscenza di Dio è inesauribile, è dotto; chi pretende di giungere ad esso è stolto. È il vero ignorante, in quanto ignora che Dio è inconoscibile. Possiamo incrementare la nostra conoscenza solo se c’è proporzione tra ciò che sappiamo in un dato momento e ciò che dobbiamo conoscere. A partire dalla scuola dell’infanzia, ogni anno, infatti, incrementiamo il nostro sapere. Gradualmente. Ma con ciò che è massimo non c’è più proporzione e il nostro apprendimento non ha più parametri di riferimento. Così, in “La caccia della sapienza” (1463), Cusano ribadisce che «Dio è più grande di ogni concetto e di ogni scibile». E più avanti afferma che Proclo «solamente, che ha avuto intuizioni più profonde degli altri filosofi, ha detto che si sarebbe meravigliato se avesse potuto trovare Dio, e più ancora se, trovatolo, fosse riuscito a divulgarlo».
Un caro saluto,
Alberto


lunedì 13 settembre 2021

L’uomo artefice del proprio destino

 


La locuzione latina «homo faber fortunae suae», «l’uomo è artefice del proprio destino», attribuita al politico e letterato romano Appio Claudio Cieco (IV-III sec. a.C.), è stata ampiamente rielaborata da uno dei più noti umanisti italiani, Giovanni Pico della Mirandola. Pico, purtroppo, non è diventato longevo: è morto a 31 anni, e solo qualche anno fa i Ris di Parma hanno scoperto che è stato avvelenato con l’arsenico, due mesi dopo l’altro grande umanista e suo amico, Angelo Ambrogini, il Poliziano. Pico della Mirandola è morto il 17 novembre 1494, lo stesso giorno in cui l’esercito di Carlo VIII entrava a Firenze, dando inizio alla prima delle guerre per conquistare l’Italia. Pur avendo scritto molte opere filosofiche, è ricordato da tutti per un breve testo che nel corso del tempo è diventato l’emblema della concezione dell’Umanesimo: l’ “Oratio de hominis dignitate”, il “Discorso sulla dignità dell’uomo”. Pico compone questo discorso nel 1486, quando ha 23 anni. All’inizio del testo egli dice di aver letto negli antichi libri degli Arabi che il saraceno Abdallah, interrogato su quale cosa gli sembrasse massimamente degna di meraviglia nel mondo, aveva risposto che «niente vi appare di più meraviglioso dell’uomo». Per carità, pare che tutti gli uomini nel corso della storia abbiano sottoscritto convintamente questa intuizione: analfabeti e sapienti hanno sempre ribadito che l’uomo è sovrano della natura per acutezza dei sensi, intuito, ragione, capacità creativa e per altre varie e indiscutibili abilità. D’altra parte, l’uomo è un essere in grado di comprendere gli oggetti eterni della matematica e di costruire strumenti complessi per il lavoro o per la conoscenza, di orientarsi nel mondo; di pensare Dio, l’eterno, e il fluire del tempo, ossia i processi della storia. Un essere che fa da tramite tra il necessario (ciò che non muta) e il contingente (ciò che è transitorio); definito «interstizio tra l’immobile eternità e il fluire del tempo» oppure «imeneo del mondo», vale a dire intermediario tra il mondo angelico e quello bestiale. Il limite più elevato del mondo animale e, nello stesso tempo, l’estremità inferiore di quello celeste. Ma a Pico della Mirandola queste analisi, che certamente condivide, non sono ancora sufficienti. Egli invita a mettere a fuoco un altro aspetto: la condizione dell’uomo, quella che ha avuto in sorte nell’universo intero. Avventurandosi in una breve sintesi della concezione teologica e cosmologica del tempo, egli afferma che Dio, «sommo Padre e architetto», ha posto gli angeli nell’iperuranio, ha animato le sfere celesti con gli spiriti beati e ha popolato la Terra, «il mondo inferiore» composto di parti «sozze e fangose», con svariate specie animali. Alla fine interpreta in modo mirabile la peculiare condizione umana, affermando pertanto che Dio: «Prese dunque l’uomo, questa creatura di aspetto indefinito, e, dopo averlo collocato al centro del mondo, così gli si rivolse: «O Adamo, non ti abbiamo dato una sede determinata, né una figura tua propria, né alcun dono peculiare, affinché quella sede, quella figura, quei doni che tu stesso sceglierai, tu li possegga come tuoi propri, secondo il tuo desiderio e la tua volontà. Tu, che non sei racchiuso dentro alcun limite,  stabilirai la tua natura in base al tuo arbitrio, nelle cui mani ti ho consegnato. Ti ho collocato come centro del mondo perché da lì tu potessi osservare tutto quanto è nel mondo. Non ti creammo né celeste né terreno, né mortale né immortale, in modo tale che tu, quasi volontario e onorario scultore e modellatore di te stesso, possa foggiarti nella forma che preferirai. Potrai degenerare negli esseri inferiori, ossia negli animali bruti; o potrai, secondo la volontà del tuo animo, essere rigenerato negli esseri superiori, ossia nella creature divine».  E più avanti, chiarendo le peculiarità dell’essere apparentemente più privilegiato della natura, scrive: «Chi non ammirerà questo nostro camaleonte?». Già, l’uomo è considerato un camaleonte che può assumere forme diverse e mutuare le caratteristiche dall’ambiente con cui desidera identificarsi. Sappiamo bene che l’uomo è sottoposto ai vincoli della natura, della cultura, della genetica, ma sappiamo che nonostante questi limiti e i molteplici condizionamenti ogni persona può comunque essere artefice del proprio destino. Pico della Mirandola ci ricorda quanta responsabilità è affidata a ciascun individuo. L’uomo è dunque «faber», artefice. La parola «faber» ricorda il fabbro, colui che manipola e forgia il metallo, perché con l’energia del proprio corpo, la robustezza degli attrezzi e con il calore del fuoco imprime ad esso la forma che desidera. «Faber» deriva dal verbo «facere», ossia “fare”. Attraverso l’azione progettuale, è possibile correggere e affinare la propria natura, fino ad assomigliare sempre più al proprio ideale. Ognuno può variare, trasformare e migliorare il destino o almeno la propria sorte, «fortunae suae», immettendo una direzione alla vita, conferendole scopi che si accordano con le idee che ritiene consone alla propria visione del mondo. Essere artefici significa essere creatori e, come dice il filosofo, ogni uomo è un’opera d’arte che si scolpisce gradualmente dall’interno: le scelte ripetute e l’adesione a determinati princìpi fisseranno a poco a poco i colori di questo prodigioso e singolare camaleonte. 

Alberto

lunedì 30 agosto 2021

Nani



Nel meraviglioso microcosmo dell’abbazia benedettina descritto ne “Il nome della rosa” di Umberto Eco, c’è un momento in cui i due protagonisti, Adso da Melk e Guglielmo da Baskerville, incontrano un mastro vetraio. Si chiama Nicola da Morimondo. Illustrando le bellezze del luogo ai due ospiti, egli riferisce che nella parte posteriore della fucina si soffia il vetro, mentre in quella anteriore i fabbri fissano i vetri ai piombi di riunione per realizzare le vetrate. Aggiunge, con un certo sconforto, che l’opera vetraria complessiva è stata compiuta almeno due secoli prima e che al tempo ci si limita solamente a lavori minori e alle sistemazioni dei guasti provocati dall’usura degli anni. Le riparazioni sono poi sempre più difficili, nell’impossibilità di trovare i colori originali – come ad esempio il blu delle vetrate –, e la qualità degli stessi colori è inferiore a quella del passato. Suggerisce così di osservare la luce che filtra dalle vetrate: da quelle antiche si propaga cristallina, mentre appare spenta quella che attraversa le lastre più recenti. Frate Nicola afferma pertanto: «È  inutile, non abbiamo più la saggezza degli antichi, è finita l'epoca dei giganti!». E Guglielmo da Baskerville, assecondandolo, ripete: «Siamo nani, ma nani che stanno sulle spalle di quei giganti, e nella nostra pochezza riusciamo talora a vedere più lontano di loro sull'orizzonte». Il romanzo di Umberto Eco è ambientato nel 1327, tuttavia il sapiente autore ha messo in bocca al suo protagonista una frase pronunciata almeno un paio di secoli prima. La citazione è infatti riportata originariamente dal filosofo Giovanni di Salisbury nell’opera “Metalógicon del 1159. Egli attribuisce il detto a Bernardo di Chartres, uno dei maestri della prestigiosa scuola francese di Chartres, il quale era solito dire ai suoi allievi: «Siamo come nani sulle spalle dei giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non per l’acutezza della nostra vista, ma perché sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti». Da Bernardo di Chartres all’allievo Guglielmo di Conches fino a Giovanni di Salisbury, il detto ha avuto grande risonanza. E ancora di più ne ha avuta qualche secolo dopo in quella che viene ricordata come la “Querelle des anciens et des modernes” («disputa sugli antichi e sui moderni»), che ha appassionato letterati e filosofi e ha creato opposti e curiosi schieramenti: da Montaigne a Cartesio, da La Rochefaucault a Pascal, da La Fontaine a Perrault, da Swift a Vico, da Rousseau e Leopardi a M.me de Stael. L’idea di fondo dell’antico motto consiste nel ritenere i Moderni più perspicaci degli Antichi, ma non più saggi. Gli Antichi, in fondo, avevano a disposizione solo gli scritti che essi stessi avevano concepito e prodotto. Noi – come tutte le generazioni succedutesi – utilizziamo al contrario sia gli scritti originari sia quelli composti sino ad oggi. Siamo dunque più perspicaci – ossia vediamo più cose –, ma non siamo necessariamente più intelligenti. È infatti più difficile scoprire qualcosa senza avere indizi che seguire una strada già tracciata. Vediamo più lontano come un bambino in mezzo alla folla preso in spalla da un genitore. I giganti del passato hanno stabilito i fondamenti del sapere e hanno creato le scienze, ora noi possiamo progredire agevolmente sul sentiero giusto. Proviamo a fare una semplice verifica. Quante persone sono in grado di misurare il diametro della Terra, prevedere un’eclissi di Sole, orientarsi in mare guardando le stelle, dire a che velocità viaggia la Luna? Se decidiamo di fare un confronto tra gli Antichi e i Contemporanei, ci rendiamo immediatamente conto che il divario può essere imbarazzante. Dopo anni di scuola superiore, centinaia e centinaia di ore di matematica e fisica è molto probabile che nessuno studente – privato naturalmente dei supporti tecnologici – sia in grado di fare operazioni risolutive. Forse neppure un giovane universitario è in grado di persuadere la comunità scientifica della validità delle proprie ricerche in settori così complessi. Siamo migliori degli Antichi o siamo semplicemente più tecnologici? In fondo chiunque può utilizzare software che permettono di toccare con mano l’esattezza delle teorie scientifiche e non occorre essere particolarmente intelligenti per accedere a informazioni strabilianti. Dunque, con buona pace del nostro orgoglio, siamo probabilmente dei nani rispetto ai giganti del passato. Questo vale anche nel campo della cultura più in generale. Ripetiamo pensieri e riflessioni che provengono da lontano e ci permettono di orientarci nella quotidianità e scegliamo con passione alcuni modelli di riferimento nell’arte, nell’etica, nella letteratura o nella filosofia. Grazie al contributo degli Antichi sentiamo di poter partorire pensieri profondi o splendide intuizioni. Sappiamo che in tempo di mondiali di calcio gli Italiani si trasformano tutti in sapienti allenatori; ora, in tempo di Covid-19 sono diventati tutti esperti di virus e vaccini e discutono di Rna a qualunque ora del giorno. Se è naturale condividere il pensiero di uomini eccellenti, occorre però scegliere bene il modello a cui ispirarsi, perché non tutte le persone che vengono elevate a maestri sono davvero tali. Se si fallisce la scelta si corre il rischio di non vedere in lontananza, perché, come ci ricorda ancora Guglielmo da Baskerville, «spesso, i sapienti dei tempi nuovi sono solo nani sulle spalle di nani». 

 Un caro saluto,

Alberto

 

lunedì 2 agosto 2021

Consigli per le vacanze








Cari ragazzi,

vi invito ad ascoltare alcune conferenze di filosofia del "Festival di filosofia" di Modena, Carpi e Sassuolo.

Potete scegliere l'anno, l'argomento e l'autore che preferite.

Ecco il link:

https://www.festivalfilosofia.it/mod=c_menu&id=137


Buona estate,

Alberto


lunedì 26 luglio 2021

Sustine et abstine



 

È così naturale il bisogno di aiuto. La richiesta del favore, della protezione, del soccorso o semplicemente del conforto di qualcuno. Sostienimi è la preghiera che rivolgiamo ad un altro significativo per continuare a vivere. Gli uomini chiedono sostegno a Dio e ad altri uomini. L’autore del Salmo 51 della Bibbia, rivolgendosi a Dio, dice infatti: «sostienimi con uno spirito generoso»; e così nel Salmo 119 ripete nuovamente: «Sostienimi secondo la tua promessa e avrò vita, / non deludere la mia speranza. / Aiutami e sarò salvo». Dal Salmo antico alla canzone religiosa di Josh Wilson, "Carry Me”, in cui l’autore, angosciato dall’esistenza e da eccessive preoccupazioni, implora Dio dicendo: «Portami, portami, portami ora / Dalla sabbia su cui sto affondando / alla Tua terra solida. / L’unico modo che ho per farcela / È se mi porti, se mi porti Tu. / Signore sostienimi, ti prego sostienimi ora». Attraversare la vita non è certo uno scherzo. Così, in una delle lettere contenute nell’opera di S. Agostino, Paolino di Nola chiede al filosofo di diventare suo maestro e lo prega in questo modo: «Sorreggi dunque questo fanciulletto che striscia ancora per terra e insegnagli a camminare seguendo i tuoi passi». Come molti uomini, per uscire indenne dal groviglio dell’esistenza, egli cerca qualcuno su cui fare affidamento e la forza intellettuale e quella spirituale di Agostino gli sembrano indispensabili. Egli supplica così il suo aiuto: «Intanto, mentre cerco di sfuggire ai pericoli di questa vita e all'abisso dei peccati, sostienimi con le tue preghiere come su d'una tavola affinché, spoglio di tutto, possa scampare da questo mondo come da un naufragio». Nei momenti di difficoltà abbiamo necessità di essere supportati dalla famiglia, dagli amici o dalle persone che suscitano la nostra fiducia. Quante volte abbiamo invocato il soccorso di qualche persona cara pronunciando queste semplici parole: «aiutami in questo momento difficile». Infinite richieste di affidamento vengono rivolte – anche tacitamente – esclusivamente agli uomini. Per rimanere nell’ambito della musica, vi è una canzone di Renato Zero, “Putti & Cherubini S.P.A.”, in cui il cantautore afferma di voler contribuire alla felicità del prossimo tralasciando di occuparsi di sé. Volendo dedicarsi alle persone sole, chiede al suo ipotetico interlocutore: «Sostienimi, comprendimi. / Sarà più facile, sì». Un’idea bella, condivisibile: molto umana. I filosofi stoici, tuttavia, avrebbero storto il naso di fronte a tale pretesa. Perché? Perché prima di chiedere un aiuto – sia pur legittimo e comprensibile – a chicchessia, gli stoici invitavano gli uomini a sostenersi da soli, a cercare soccorso in se stessi. L’imperativo «Sustine», significa infatti «sostieniti» e non «sostienimi». È un capovolgimento delle aspettative degli uomini che attendono dagli altri la risoluzione dei loro problemi. Il motto è un suggerimento rivolto al soggetto che soffre, ma non rappresenta il venir meno della pietà umana né un’omissione di soccorso. Non vuol dire: «arrangiati da solo, io non ti aiuto», e non ha l’intonazione respingente o sgarbata di chi disdegna il richiamo disperato del prossimo. È parte di una massima che non solo invita a sopportare il dolore, ma anche ad astenersi – «abstine» – dal volere che i fatti accadano in modo diverso da come si verificano. A sintetizzare complessivamente questo concetto: «anéchou kài apéchou», cioè «sopporta ed astieniti», è il filosofo stoico greco Epitteto vissuto tra il I e il II sec. d. C., anche se l’espressione con cui è ricordato non compare nella sua opera ma è una sorta di schematizzazione del suo pensiero riportata nelle “Notti Attiche” di Aulo Gellio. Epitteto, schiavo liberato, è autore di un meraviglioso “Manuale”. Come Socrate ha trovato in Platone il proprio biografo, così Epitteto ha trovato in un suo seguace, lo storico Flavio Arriano, colui che ha composto il testo condensando in esso le frasi più celebri e significative del filosofo. Il “Manuale”, il cui titolo deriva dal fatto che «deve essere sempre a portata di mano, per chi vuole vivere bene», ha avuto molto successo nella storia. Tradotto dal greco in latino dall’umanista marchigiano Niccolò Perotti (1451), segretario del filosofo bizantino cardinal Bessarione, e dal poeta fiorentino Agnolo Poliziano (1479) è stato stampato moltissime volte a partire dal Cinquecento. Amato dai laici e dai moralisti cristiani, ha avuto anche un grande estimatore in Giacomo Leopardi che ne ha fornito una bellissima traduzione nel 1825, ancora oggi spesso riproposta in coda alle traduzioni contemporanee. Il testo è stato, ed è, molto amato perché fornisce indicazioni semplici e chiare per perfezionare se stessi. Gli stoici sono uomini razionali. Di fronte allo smarrimento e al dolore procurati dagli eventi drammatici, essi oppongono una forma di saggezza concreta. Ritengono che gli uomini debbano imparare a sostenersi autonomamente e invitano così ogni persona ad essere responsabile e a prendersi cura di sé. Prendersi cura di sé diventa dunque un dovere dell’uomo. Come lo scheletro sorregge il corpo dall’interno, l’uomo deve alimentare la propria struttura razionale per reggere il dolore. Apprendere tale pratica diventa l’incombenza principale per vivere bene.