Il giornalista e divulgatore scientifico Piero Bianucci, in
“Vedere, guardare. Dal microscopio alle
stelle, viaggio attraverso la luce”, ricorda che «Con la luce del Sole e una lente rudimentale l’olandese Antoni van
Leeuwenhoek (1632-1723) scoprì un microcosmo: il pungiglione dell’ape, le zampe
pelose dei pidocchi, l’occhio composto degli insetti, gli “animaletti” che
chiamiamo protozoi e batteri. Con un lume a olio e un paio di lenti Robert
Hooke (1635-1703) intuì che siamo fatti di cellule. Prima di loro, nel 1609,
Galileo Galilei aveva costruito un cannocchiale e l’aveva usato per sondare il
cielo: vide montagne e crateri sulla Luna, quattro satelliti intorno a Giove,
macchie sul Sole, Venere in forma di falce, Saturno in forma di oliva, migliaia
di stelle nella Via Lattea, una nebulosa nella costellazione di Orione». Le
generazioni più recenti sono fortunate perché hanno potuto apprezzare sia le
trasmissioni di Quark e i programmi sulla natura che mostrano la vita degli
animali, degli insetti, delle piante e dei microrganismi che popolano la Terra sia
le riprese delle galassie realizzate con il telescopio spaziale Hubble. Microcosmo
e macrocosmo. Con il passare del tempo, il primo è diventato ancora più
piccolo, il secondo più grande. Microscopi elettronici e telescopi mostrano la
coesistenza di mondi infinitamente piccoli e infinitamente grandi. Che cos’è un
microcosmo? Un universo piccolo piccolo, un minuscolo mondo incluso dentro un
mondo più grande. Cosmo nel cosmo, ordine nell’ordine. La parola “kòsmos”, in greco” significa non solo
ordine, ma anche bellezza. “Kòsmos” e
“kòsmesis” (da cui “cosmetico”),
hanno la stessa origine. Il cosmo allora non è solo ordine che si contrappone
al “caos”, ma è anche bellezza. Perché c’è una bellezza che deriva dall’ordine.
Prendiamo ad esempio due sveglie identiche: quelle meccaniche che usavano i
nonni. Proviamo a smontare tutti i pezzi della prima e a separarli uno ad uno.
Alla fine raccogliamo tutte le parti in un sacchetto. Se confrontiamo ora le
due “sveglie”, da un lato avremo una somma di oggetti meccanici che ha lo
stesso peso e lo stesso numero di componenti della sveglia ancora funzionante.
Tuttavia, l’insieme integrato degli elementi produce il movimento continuo e preciso
delle lancette. Gli stessi ingredienti così ben disposti generano dunque qualcosa
in più: la meraviglia del movimento. Ecco perché il cosmo è ordine, armonia e
insieme bellezza. Perché c’è una bellezza che scaturisce dall’ordine: il cosmo
non è una semplice somma di parti. Gli antichi lo sapevano bene: ammiravano il
cielo e le sue regolarità. Contemplavano il macrocosmo e ne studiavano i
movimenti, Talete prevedeva le eclissi, Ecfanto di Siracusa sapeva che la Terra
ruotava attorno al proprio asse e Aristarco di Samo sapeva, circa 1800 anni
prima di Copernico, che il Sole era al centro del cosmo al tempo conosciuto.
Dall’amore per quel grande cosmo, gli uomini spostarono l’attenzione alla
complessità dell’uomo. Pare che il primo ad aver introdotto il termine “microcosmo”
sia stato Democrito, il quale ha scritto che «l’uomo è un piccolo mondo (mikròs
kósmos)». Lo studioso Giovanni Reale ha sostenuto che la più bella
definizione dell’uomo come microcosmo è stata fornita dall’anonimo Pitagorico
di Fozio, il quale ha affermato: «Si dice
che l’uomo è un mondo in piccolo (mikròs kósmos), non perché è composto dei
quattro elementi (perché questo vale anche degli esseri viventi più semplici),
ma perché possiede tutte le potenze del cosmo». L’uomo è dotato infatti di tutti gli elementi del mondo vegetale
e animale, ma possiede anche la ragione che gli permette di cogliere la logica del
cosmo e di pensare a Dio. L’uomo ha tutte le «potenze del cosmo», pur essendo assai piccolo in rapporto alla
natura non solo riesce a cogliere l’infinito con la ragione, ma pare avere l’energia
e la potenza della natura stessa. Lo studioso Paul Tillich spiega questo
concetto con una bella metafora: «Nel
simbolismo dell’arte rinascimentale il fato viene talvolta rappresentato come
il vento che soffia sulle vele di un vascello, mentre l’uomo sta alla ruota del
timone e determina la rotta che può essere determinata in quelle condizioni.
L’uomo tenta di realizzare tutte le sue potenzialità; e le sue potenzialità
sono inesauribili». La relazione tra microcosmo (l’uomo) e macrocosmo
(l’universo) viene esaminata meticolosamente tra Umanesimo e Rinascimento.
L’idea principale è che si tratta di due strutture che si riflettono l’una
nell’altra: l’uomo è in grado di riprodurre la complessità dell’universo in cui
è inserito. Nel cielo si muovono in modo preciso i corpi celesti: c’è un tempo esatto
in cui il Sole ritorna e le stagioni si alternano. Anche l’uomo è composto di
vari elementi: il suo corpo è lo specchio della complessità del mondo, le sue
parti sono armonicamente disposte in un tutto unitario e completo. Come la
ragione cosmica dà ordine ai vari frammenti dell’universo così la ragione
dell’uomo può dare equilibrio e coerenza all’esistenza individuale e a quella
collettiva. Nel Rinascimento la riflessione diventa ancora più interessante
perché si sofferma sull’aspetto politico. Grazie alla capacità di imitare la
razionalità della natura, che sapientemente regge l’ordine totale, anche l’uomo
può creare delle leggi della città che consentano
agli uomini di vivere felici. Più le leggi prodotte sono razionali, come quelle
che regolano l’universo, più gli uomini vivono in pace e in armonia. Ne segue
che la vita nella società sarà “bella” solo in quanto ben organizzata.
lunedì 11 ottobre 2021
Microcosmo
lunedì 27 settembre 2021
Copula mundi
lunedì 20 settembre 2021
La dotta ignoranza
Il grande umanista e libraio fiorentino Vespasiano da Bisticci ha
definito Nicola Cusano «poverissimo cardinale» che né «la pompa, né
la robba stimò molto», in quanto era profondamente dedito allo studio. I
suoi interessi furono molteplici: matematica, filosofia, politica, religione.
Alcuni libri, come “La concordanza universale” e “La pace nella fede”,
che trattano temi religiosi e politici, sono stati tradotti e pubblicati per la
UTET nel 1971 da un nostro illustre conterraneo, don Pio Gaia (1922-2003), originario
di Vezza d’Alba. L’anno dopo, Graziella Federici-Vescovini ha pubblicato invece
le opere filosofiche, tra cui “La dotta ignoranza”, composta dal
filosofo nel 1440. Il tema centrale della sua ricerca è legato alla conoscenza.
«Dotta ignoranza» è un ossimoro. Perché un accostamento tra termini così
fortemente contrastanti? Un po’ perché, come dicono i suoi biografi, Cusano
cercava di stupire e di creare concetti nuovi, un po’ perché tale espressione
ricorda la professione di ignoranza di Socrate («so di non sapere»)
grazie alla quale il filosofo greco era stato definito l’uomo più sapiente di
Atene. A Cusano sta a cuore il rapporto fede-ragione, una questione già a lungo
affrontata nel periodo della Scolastica medievale. Non si può avere una «scienza»
di Dio, ossia una conoscenza precisa, ma solo una «sapienza». Qualunque
tentativo di racchiudere Dio in un concetto, definirne il perimetro con la
ragione, è destinato a fallire. E allora: «Nessun’altra dottrina più
perfetta può sopraggiungere all’uomo (anche più diligente) oltre quella di
scoprire di essere dottissimo nella sua propria ignoranza: e tanto più uno sarà
dotto, quanto più si saprà ignorante». Per la ragione finita, legata al
principio di non-contraddizione, capace di procedere in modo lineare nella
dimostrazione, non c’è alcuna possibilità di giungere a racchiudere in concetti
esaustivi la complessità di Dio. È un po’ il limite del software che vivifica
il nostro corpo: le applicazioni della nostra mente sono certamente
eccezionali, ma circoscritte; un po’ come quelle del pipistrello che permettono
al mammifero di orientarsi nello spazio, ma non di vedere una scritta
bidimensionale su una parete o distinguere le indicazioni «entrata» e «uscita»
in un cinema. Gli applicativi del nostro cervello per quanto potenti non
sarebbero in grado di codificare una dimensione che supera quella del finito.
Ogni tentativo compiuto in tale direzione è inadatto a rappresentare Dio,
esattamente come il disegno di un bambino è lontano dal restituire fedelmente l’immagine
dei propri genitori. Dio è infinito e immenso. Cusano lo definisce – con
un’immagine tratta dalla geometria – «una sfera infinita il cui centro è
dappertutto e la circonferenza in ogni luogo». Che rapporto possiamo avere
con una sfera infinita? Non c’è proporzione alcuna. Noi stiamo alla verità come
il poligono al cerchio: «Quanti più angoli avrà il poligono inscritto, tanto
più sarà simile al cerchio: tuttavia, non sarà mai uguale, anche se avremo
moltiplicato i suoi angoli all’infinito, a meno che non si risolva
nell’identità con il circolo». Possiamo dunque aumentare enormemente il
numero del lati di un poligono inscritto in un cerchio, ma nessun poligono sarà
sovrapponibile ad esso. Solo una figura con un numero infinito di lati
combacerà con il cerchio, ma una perfetta coincidenza uomo-Dio è impossibile
perché l’essere umano non può eludere le proprie caratteristiche. Se ci
rendiamo conto che «Dio è incomprensibile per l’immensità della sua
eccellenza», abbiamo dunque compreso che cos’è la «dotta ignoranza».
Intuiamo che c’è qualcosa che supera la ragione e che ad essa non si può
ridurre. Siamo certi dunque di ignorare, e tale cognizione fa di noi dei
piccoli dotti, ferrati nella comprensione di ciò che sappiamo e di ciò che
ignoriamo. Spesso si dice che l’ignorante non può sapere che cosa ignora.
Quando gli Europei non erano mai stati in America, non solo non si curavano
delle popolazioni che vivevano là, ma non sapevano neppure che cosa ignoravano
e non potevano immaginare. Era un vuoto di sapere profondo e incolmabile.
Invece, per quanto riguarda la conoscenza di Dio l’uomo può intuire che Dio
esiste ma, nonostante tutti gli sforzi, la sua comprensione sarà sempre
inadeguata. La nostra ignoranza è dunque “dotta”, solo se riusciamo ad
immaginare la nostra insufficienza. In un’altra opera intitolata “Le
congetture”, l’autore scrive che «ogni proposizione affermativa circa il
vero, che l’uomo può formulare, è una congettura. L’accrescimento
dell’apprendimento del vero, infatti, non si esaurisce mai». Chi pertanto
sa che la conoscenza di Dio è inesauribile, è dotto; chi pretende di giungere
ad esso è stolto. È il vero ignorante, in quanto ignora che Dio è
inconoscibile. Possiamo incrementare la nostra conoscenza solo se c’è
proporzione tra ciò che sappiamo in un dato momento e ciò che dobbiamo
conoscere. A partire dalla scuola dell’infanzia, ogni anno, infatti,
incrementiamo il nostro sapere. Gradualmente. Ma con ciò che è massimo non c’è
più proporzione e il nostro apprendimento non ha più parametri di riferimento.
Così, in “La caccia della sapienza” (1463), Cusano ribadisce che «Dio
è più grande di ogni concetto e di ogni scibile». E più avanti afferma che
Proclo «solamente, che ha avuto intuizioni più profonde degli altri
filosofi, ha detto che si sarebbe meravigliato se avesse potuto trovare Dio, e
più ancora se, trovatolo, fosse riuscito a divulgarlo».
Un caro saluto,
Alberto
lunedì 13 settembre 2021
L’uomo artefice del proprio destino
La locuzione latina «homo
faber fortunae suae», «l’uomo è
artefice del proprio destino», attribuita al politico e letterato romano
Appio Claudio Cieco (IV-III sec. a.C.), è stata ampiamente rielaborata da uno dei più noti umanisti italiani, Giovanni Pico della
Mirandola. Pico, purtroppo, non è diventato longevo: è morto
a 31 anni, e solo qualche anno fa i Ris di Parma hanno scoperto che è stato
avvelenato con l’arsenico, due mesi dopo l’altro grande umanista e suo amico, Angelo
Ambrogini, il Poliziano. Pico della Mirandola è morto il 17 novembre 1494, lo
stesso giorno in cui l’esercito di Carlo VIII entrava a Firenze, dando inizio
alla prima delle guerre per conquistare l’Italia. Pur avendo scritto molte
opere filosofiche, è ricordato da tutti per un breve testo che nel corso del
tempo è diventato l’emblema della concezione dell’Umanesimo: l’ “Oratio de
hominis dignitate”, il “Discorso sulla dignità dell’uomo”. Pico compone questo
discorso nel 1486, quando ha 23 anni. All’inizio del testo egli dice di aver
letto negli antichi libri degli Arabi che il saraceno Abdallah, interrogato su
quale cosa gli sembrasse massimamente degna di meraviglia nel
mondo, aveva risposto che «niente vi appare di più meraviglioso dell’uomo». Per
carità, pare che tutti gli uomini nel corso della storia abbiano sottoscritto
convintamente questa intuizione: analfabeti e sapienti hanno sempre ribadito
che l’uomo è sovrano della natura per acutezza dei sensi, intuito, ragione, capacità
creativa e per altre varie e indiscutibili abilità. D’altra parte, l’uomo è un
essere in grado di comprendere gli oggetti eterni della matematica e di
costruire strumenti complessi per il lavoro o per la conoscenza, di orientarsi
nel mondo; di pensare Dio, l’eterno, e il fluire del tempo, ossia i
processi della storia. Un essere che fa da tramite tra il necessario (ciò che
non muta) e il contingente (ciò che è transitorio); definito «interstizio tra
l’immobile eternità e il fluire del tempo» oppure «imeneo del mondo», vale a
dire intermediario tra il mondo angelico e quello bestiale. Il limite più
elevato del mondo animale e, nello stesso tempo, l’estremità inferiore di
quello celeste. Ma a Pico della Mirandola queste analisi, che certamente condivide,
non sono ancora sufficienti. Egli invita a mettere a fuoco un altro aspetto: la
condizione dell’uomo, quella che ha avuto in sorte nell’universo intero. Avventurandosi
in una breve sintesi della concezione teologica e cosmologica del tempo, egli afferma
che Dio, «sommo Padre e architetto», ha posto gli angeli nell’iperuranio, ha
animato le sfere celesti con gli spiriti beati e ha popolato la Terra, «il
mondo inferiore» composto di parti «sozze e fangose», con svariate specie
animali. Alla fine interpreta in modo mirabile la peculiare condizione umana,
affermando pertanto che Dio: «Prese dunque l’uomo, questa creatura di aspetto
indefinito, e, dopo averlo collocato al centro del mondo, così gli si rivolse:
«O Adamo, non ti abbiamo dato una sede determinata, né una figura tua propria,
né alcun dono peculiare, affinché quella sede, quella figura, quei doni che tu
stesso sceglierai, tu li possegga come tuoi propri, secondo il tuo desiderio e
la tua volontà. Tu, che non sei racchiuso dentro alcun limite, stabilirai la tua natura in base al tuo
arbitrio, nelle cui mani ti ho consegnato. Ti ho collocato come centro del
mondo perché da lì tu potessi osservare tutto quanto è nel mondo. Non ti
creammo né celeste né terreno, né mortale né immortale, in modo tale che tu,
quasi volontario e onorario scultore e modellatore di te stesso, possa
foggiarti nella forma che preferirai. Potrai degenerare negli esseri inferiori,
ossia negli animali bruti; o potrai, secondo la volontà del tuo animo, essere
rigenerato negli esseri superiori, ossia nella creature divine». E più avanti, chiarendo le peculiarità dell’essere
apparentemente più privilegiato della natura, scrive: «Chi non ammirerà questo
nostro camaleonte?». Già, l’uomo è considerato un camaleonte che può assumere
forme diverse e mutuare le caratteristiche dall’ambiente con cui desidera
identificarsi. Sappiamo bene che l’uomo è sottoposto ai vincoli della natura,
della cultura, della genetica, ma sappiamo che nonostante questi limiti e i molteplici
condizionamenti ogni persona può comunque essere artefice del proprio destino. Pico
della Mirandola ci ricorda quanta responsabilità è affidata a ciascun individuo.
L’uomo è dunque «faber», artefice. La
parola «faber» ricorda il fabbro,
colui che manipola e forgia il metallo, perché con l’energia del proprio corpo,
la robustezza degli attrezzi e con il calore del fuoco imprime ad esso la forma
che desidera. «Faber» deriva dal
verbo «facere», ossia “fare”.
Attraverso l’azione progettuale, è possibile correggere e affinare la propria
natura, fino ad assomigliare sempre più al proprio ideale. Ognuno può variare,
trasformare e migliorare il destino o almeno la propria sorte, «fortunae suae», immettendo una direzione
alla vita, conferendole scopi che si accordano con le idee che ritiene consone
alla propria visione del mondo. Essere artefici significa essere creatori e,
come dice il filosofo, ogni uomo è un’opera d’arte che si scolpisce gradualmente
dall’interno: le scelte ripetute e l’adesione a determinati princìpi fisseranno
a poco a poco i colori di questo prodigioso e singolare camaleonte.
Alberto
lunedì 30 agosto 2021
Nani
Nel meraviglioso microcosmo dell’abbazia benedettina descritto
ne “Il nome della rosa” di Umberto
Eco, c’è un momento in cui i due protagonisti, Adso da Melk e Guglielmo da Baskerville,
incontrano un mastro vetraio. Si chiama Nicola da Morimondo. Illustrando le
bellezze del luogo ai due ospiti, egli riferisce che nella parte posteriore
della fucina si soffia il vetro, mentre in quella anteriore i fabbri fissano i
vetri ai piombi di riunione per realizzare le vetrate. Aggiunge, con un certo
sconforto, che l’opera vetraria complessiva è stata compiuta almeno due secoli
prima e che al tempo ci si limita solamente a lavori minori e alle sistemazioni
dei guasti provocati dall’usura degli anni. Le riparazioni sono poi sempre più
difficili, nell’impossibilità di trovare i colori originali – come ad esempio
il blu delle vetrate –, e la qualità degli stessi colori è inferiore a quella
del passato. Suggerisce così di osservare la luce che filtra dalle vetrate: da
quelle antiche si propaga cristallina, mentre appare spenta quella che
attraversa le lastre più recenti. Frate Nicola afferma pertanto: «È
inutile, non abbiamo più la saggezza degli antichi, è finita l'epoca dei
giganti!». E Guglielmo da Baskerville,
assecondandolo, ripete: «Siamo nani, ma
nani che stanno sulle spalle di quei giganti, e nella nostra pochezza riusciamo
talora a vedere più lontano di loro sull'orizzonte». Il romanzo di Umberto
Eco è ambientato nel 1327, tuttavia il sapiente autore ha messo in bocca al suo
protagonista una frase pronunciata almeno un paio di secoli prima. La citazione
è infatti riportata originariamente dal filosofo Giovanni di Salisbury nell’opera “Metalógicon” del 1159. Egli attribuisce il detto a Bernardo di Chartres, uno dei maestri della prestigiosa scuola francese di Chartres, il
quale era solito dire ai suoi allievi: «Siamo come nani sulle spalle dei giganti, sì che possiamo vedere più
cose di loro e più lontane, non per l’acutezza della nostra vista, ma perché
sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti». Da Bernardo di
Chartres all’allievo Guglielmo di Conches fino a Giovanni di Salisbury, il
detto ha avuto grande risonanza. E ancora di più ne ha avuta qualche secolo
dopo in quella che viene ricordata come la “Querelle
des anciens et des modernes” («disputa
sugli antichi e sui moderni»), che ha appassionato letterati e filosofi e
ha creato opposti e curiosi schieramenti: da Montaigne a Cartesio, da La
Rochefaucault a Pascal, da La Fontaine a Perrault, da Swift a Vico, da Rousseau
e Leopardi a M.me de Stael. L’idea di fondo dell’antico motto consiste nel
ritenere i Moderni più perspicaci degli Antichi, ma non più saggi. Gli Antichi,
in fondo, avevano a disposizione solo gli scritti che essi stessi avevano concepito
e prodotto. Noi – come tutte le generazioni succedutesi – utilizziamo al
contrario sia gli scritti originari sia quelli composti sino ad oggi. Siamo
dunque più perspicaci – ossia vediamo più cose –, ma non siamo necessariamente più
intelligenti. È infatti più difficile scoprire qualcosa senza avere indizi che
seguire una strada già tracciata. Vediamo più lontano come un bambino in mezzo
alla folla preso in spalla da un genitore. I giganti del passato hanno
stabilito i fondamenti del sapere e hanno creato le scienze, ora noi possiamo
progredire agevolmente sul sentiero giusto. Proviamo a fare una semplice verifica.
Quante persone sono in grado di misurare il diametro della Terra, prevedere
un’eclissi di Sole, orientarsi in mare guardando le stelle, dire a che velocità
viaggia la Luna? Se decidiamo di fare un confronto tra gli Antichi e i Contemporanei,
ci rendiamo immediatamente conto che il divario può essere imbarazzante. Dopo
anni di scuola superiore, centinaia e centinaia di ore di matematica e fisica è
molto probabile che nessuno studente – privato naturalmente dei supporti
tecnologici – sia in grado di fare operazioni risolutive. Forse neppure un
giovane universitario è in grado di persuadere la comunità scientifica della
validità delle proprie ricerche in settori così complessi. Siamo migliori degli
Antichi o siamo semplicemente più tecnologici? In fondo chiunque può utilizzare
software che permettono di toccare con mano l’esattezza delle teorie
scientifiche e non occorre essere particolarmente intelligenti per accedere a
informazioni strabilianti. Dunque, con buona pace del nostro orgoglio, siamo probabilmente
dei nani rispetto ai giganti del passato. Questo vale anche nel campo della cultura
più in generale. Ripetiamo pensieri e riflessioni che provengono da lontano e
ci permettono di orientarci nella quotidianità e scegliamo con passione alcuni modelli
di riferimento nell’arte, nell’etica, nella letteratura o nella filosofia. Grazie
al contributo degli Antichi sentiamo di poter partorire pensieri profondi o splendide
intuizioni. Sappiamo che in tempo di mondiali di calcio gli Italiani si
trasformano tutti in sapienti allenatori; ora, in tempo di Covid-19 sono
diventati tutti esperti di virus e vaccini e discutono di Rna a qualunque ora
del giorno. Se è naturale condividere il pensiero di uomini eccellenti, occorre
però scegliere bene il modello a cui ispirarsi, perché non tutte le persone che
vengono elevate a maestri sono davvero tali. Se si fallisce la scelta si corre
il rischio di non vedere in lontananza, perché, come ci ricorda ancora Guglielmo
da Baskerville, «spesso, i sapienti dei tempi nuovi sono solo nani
sulle spalle di nani».
lunedì 2 agosto 2021
Consigli per le vacanze
Cari ragazzi,
vi invito ad ascoltare alcune conferenze di filosofia del "Festival di filosofia" di Modena, Carpi e Sassuolo.
Potete scegliere l'anno, l'argomento e l'autore che preferite.
Ecco il link:
https://www.festivalfilosofia.it/mod=c_menu&id=137
Buona estate,
Alberto
lunedì 26 luglio 2021
Sustine et abstine
È così naturale il bisogno di aiuto. La richiesta del favore,
della protezione, del soccorso o semplicemente del conforto di qualcuno.
Sostienimi è la preghiera che rivolgiamo ad un altro significativo per
continuare a vivere. Gli uomini chiedono sostegno a Dio e ad altri uomini. L’autore
del Salmo 51 della Bibbia, rivolgendosi
a Dio, dice infatti: «sostienimi con uno
spirito generoso»; e così nel Salmo
119 ripete nuovamente: «Sostienimi
secondo la tua promessa e avrò vita, / non deludere la mia speranza. / Aiutami
e sarò salvo». Dal Salmo antico
alla canzone religiosa di Josh Wilson, "Carry Me”, in cui l’autore, angosciato dall’esistenza e da
eccessive preoccupazioni, implora Dio dicendo: «Portami, portami, portami ora / Dalla sabbia su cui sto affondando /
alla Tua terra solida. / L’unico modo che ho per farcela / È se mi porti, se mi
porti Tu. / Signore sostienimi, ti prego sostienimi ora». Attraversare la
vita non è certo uno scherzo. Così, in una delle lettere contenute nell’opera di
S. Agostino, Paolino di Nola chiede al filosofo di diventare suo maestro e lo prega
in questo modo: «Sorreggi dunque questo
fanciulletto che striscia ancora per terra e insegnagli a camminare seguendo i
tuoi passi». Come molti uomini, per uscire indenne dal groviglio dell’esistenza,
egli cerca qualcuno su cui fare affidamento e la forza intellettuale e quella spirituale
di Agostino gli sembrano indispensabili. Egli supplica così il suo aiuto: «Intanto, mentre cerco di sfuggire ai
pericoli di questa vita e all'abisso dei peccati, sostienimi con le tue
preghiere come su d'una tavola affinché, spoglio di tutto, possa scampare da
questo mondo come da un naufragio». Nei momenti di difficoltà abbiamo
necessità di essere supportati dalla famiglia, dagli amici o dalle persone che
suscitano la nostra fiducia. Quante volte abbiamo invocato il soccorso di qualche
persona cara pronunciando queste semplici parole: «aiutami in questo momento difficile». Infinite richieste di
affidamento vengono rivolte – anche tacitamente – esclusivamente agli uomini. Per
rimanere nell’ambito della musica, vi è una canzone di Renato Zero, “Putti & Cherubini S.P.A.”, in cui il
cantautore afferma di voler contribuire alla felicità del prossimo tralasciando
di occuparsi di sé. Volendo dedicarsi alle persone sole, chiede al suo
ipotetico interlocutore: «Sostienimi,
comprendimi. / Sarà più facile, sì». Un’idea bella, condivisibile: molto umana.
I filosofi stoici, tuttavia, avrebbero storto il naso di fronte a tale pretesa.
Perché? Perché prima di chiedere un aiuto – sia pur legittimo e comprensibile –
a chicchessia, gli stoici invitavano gli uomini a sostenersi da soli, a cercare
soccorso in se stessi. L’imperativo «Sustine»,
significa infatti «sostieniti» e non
«sostienimi». È un capovolgimento delle
aspettative degli uomini che attendono dagli altri la risoluzione dei loro
problemi. Il motto è un suggerimento rivolto al soggetto che soffre, ma non rappresenta
il venir meno della pietà umana né un’omissione di soccorso. Non vuol dire: «arrangiati da solo, io non ti aiuto», e
non ha l’intonazione respingente o sgarbata di chi disdegna il richiamo disperato
del prossimo. È parte di una massima che non solo invita a sopportare il dolore,
ma anche ad astenersi – «abstine» – dal
volere che i fatti accadano in modo diverso da come si verificano. A
sintetizzare complessivamente questo concetto: «anéchou kài apéchou», cioè «sopporta
ed astieniti», è il filosofo stoico greco Epitteto vissuto tra il I e il II
sec. d. C., anche se l’espressione con cui è ricordato non compare nella sua
opera ma è una sorta di schematizzazione del suo pensiero riportata nelle “Notti Attiche” di Aulo Gellio. Epitteto,
schiavo liberato, è autore di un meraviglioso “Manuale”. Come Socrate ha trovato in Platone il proprio biografo, così
Epitteto ha trovato in un suo seguace, lo storico Flavio Arriano, colui che ha
composto il testo condensando in esso le frasi più celebri e significative del
filosofo. Il “Manuale”, il cui titolo
deriva dal fatto che «deve essere sempre
a portata di mano, per chi vuole vivere bene», ha avuto molto successo
nella storia. Tradotto dal greco in latino dall’umanista marchigiano Niccolò
Perotti (1451), segretario del filosofo bizantino cardinal Bessarione, e dal
poeta fiorentino Agnolo Poliziano (1479) è stato stampato moltissime volte a partire
dal Cinquecento. Amato dai laici e dai moralisti cristiani, ha avuto anche un
grande estimatore in Giacomo Leopardi che ne ha fornito una bellissima
traduzione nel 1825, ancora oggi spesso riproposta in coda alle traduzioni
contemporanee. Il testo è stato, ed è, molto amato perché fornisce indicazioni
semplici e chiare per perfezionare se stessi. Gli stoici sono uomini
razionali. Di fronte allo smarrimento e al dolore procurati dagli eventi
drammatici, essi oppongono una forma di saggezza concreta. Ritengono che gli
uomini debbano imparare a sostenersi autonomamente e invitano così ogni persona
ad essere responsabile e a prendersi cura di sé. Prendersi cura di sé diventa
dunque un dovere dell’uomo. Come lo scheletro sorregge il corpo dall’interno, l’uomo
deve alimentare la propria struttura razionale per reggere il dolore. Apprendere
tale pratica diventa l’incombenza principale per vivere bene.
