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Cor-rispondenze

lunedì 30 novembre 2015

Sempre uguale o diversa?

chi sono io
 
 
Caro professore,

Mi faccio una domanda tante volte, ma non mi do una risposta: «io mi vedo in un certo modo, ma sono così perché è quello che dovevo essere da principio o perché è stato ciò che mi circondava a rendermi così?». A volte ho paura di non essere davvero me stessa, in particolare davanti alle situazioni più complicate, quelle che mandano in frantumi le mie certezze confondendomi ancora di più le idee. Ma quando le acque si calmano penso: «e adesso…questo mi ha cambiata? No, no, sono sempre la stessa»…o almeno è quello che credo, perché non so riconoscere quando agisco per la mia volontà e quando seguendo quella degli altri…Alla fine non sono sempre io che decido? Sia quando decido di stare per conto mio sia quando decido di seguire gli altri. Non so se c’è una differenza tra queste due cose, poiché non riesco mai a trovarla. Non sento l’influenza degli altri, subito, lì sul momento, quando sto per compiere un’azione…la vedo solo dopo, quando ciò che è successo diventa un ricordo, bello o brutto fa niente, ormai è lì che vaga nella mente, e a quel punto inizio a fare i conti con tutti i suoi difetti, ovvero ciò che avrei potuto fare meglio, in modo diverso magari. E allora vedo l’influenza degli altri, soprattutto delle persone che mi stanno più a cuore, quelle più presenti nella mente e nei pensieri…eppure non posso dare la colpa a loro per i miei comportamenti, anche se mi viene da chiedermi se comunque ne sono loro i responsabili.
Irene, IA
 
Cara Irene,
Quando rileggiamo i nostri comportamenti, soppesiamo il vissuto, le situazioni conflittuali, l’assenso dato ad una proposta, un giudizio espresso in una certa occasione, ricaviamo degli indizi utili sulle modalità con cui abbiamo agito e cerchiamo di individuare i fattori che hanno determinato pensieri e azioni. Meditando su quanto accaduto ci configuriamo alternative differenti o cerchiamo di riconoscere ciò che ha indirizzato un certo tipo di risposta. Ci interroghiamo su quale sarebbe stato il comportamento ideale o su quanti individui abbiano influito nella nostra vita emotiva nella costruzione della nostra personalità. Ci chiediamo pertanto quanta autonomia c’era in una certa reazione, quanta consapevolezza e quanta incoscienza si nascondevano dietro ad una scelta. Temiamo a volte di agire come automi impersonali, un po’ anonimi, più rispondenti ai desideri degli altri che ai nostri. In “Liberi servi. Il grande inquisitore e l'enigma del potere” [2015] Gustavo Zagrebelsky, esaminando il rapporto tra l’uomo e la legge, distingue tra “uomo-individuo” e “uomo-massa”. Secondo l’autore, il primo «afferma la sua sovranità rispetto ad altrui modelli di comportamento», mentre il secondo «corrisponde alle forze omologanti entro le quali egli crede d'esercitare la sua libertà e, invece, la mette al servizio di strutture relazionali che gli preesistono, sovrastandolo». A volte assumiamo il punto di vista dell’altro non solo assecondandolo, ma inconsciamente, e solo successivamente comprendiamo quanto è avvenuto. C’è sempre il rischio di essere «liberi servi». Ma chi è il soggetto che decide? Il filosofo contemporaneo Richard David Precht ha pubblicato un libro intitolato “Ma io, chi sono? (Ed eventualmente, quanti sono?)” per sottolineare la pluralità delle voci che costituiscono il soggetto che agisce. Diventare autonomi è un processo lento e non necessariamente destinato al successo. Per il semplice motivo che il “condizionamento” sociale (genitori, ambiente, libri) è anche la “condizione” stessa (ossia il presupposto) per pensare, ed è per questo che è difficile discernere esattamente se il grado di condizionamento suggerisca o determini una scelta. Poiché desideriamo essere protagonisti delle nostre trasformazioni, essere in grado di governarci e darci una direzione, vorremmo collocare sullo sfondo ciò che proviene dalla storia, dalle abitudini e dalle persone care di riferimento. Tuttavia, credere di poterci liberare da tutti i vincoli per essere autenticamente noi stessi è illusorio. Dobbiamo rassegnarci: ci sono suggestioni di cui siamo consapevoli e influenze che ignoriamo. Scegliere come indirizzare la propria vita significa però decidere cosa accogliere, scartare o riadattare della tradizione. Non esiste un io incontaminato che ci segue, come una scatola nera che liberata dai sedimenti che la soffocano possa rivelare la propria vera natura; esiste piuttosto un’idea della persona che vorremmo essere che ci guida nella edificazione dell’unicità della vita. Un’idea che corrisponde a ciò che ha valore per noi. Il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau ne “Il contratto sociale” scriveva che «l’obbedienza alla legge che ci si impone è libertà, e nessuno può rendere se stesso schiavo». Per poter diventare liberi e non ridursi ad essere “liberi servi”, perché non si riconoscono i vincoli o i presupposti che orientano le scelte individuali, occorre vagliare quello che viene proposto e dare a se stessi una legge. Non importa da dove arrivano i condizionamenti, seleziona quelli che ritieni buoni e falli tuoi. La responsabilità di una condotta, sia che ad essa abbiano contribuito in percentuale maggiore o minore le persone care con cui condividiamo la vita, è tuttavia sempre soggettiva. Diventerai libera, allora, perché invece di assecondare gli istinti o la tradizione ti muoverai intorno a ciò che hai ritenuto valido per te. Così sarai certa di “essere davvero te stessa”. L’obbedienza ad una legge scelta è un atto di libertà che genera autonomia.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 9 novembre 2015

L'universo e l'infinito

Bruno Infinito book.jpg

Caro professore,
la mia non è una domanda personale, è una domanda che mi pongo da molto tempo; ma forse non è neanche una domanda: è un dubbio. Quand’ero piccola non mi ponevo queste questioni, ma all’inizio delle medie ho cominciato a pensare a qualcosa di grande: l’universo e l’infinito. Ecco la mia domanda o meglio il mio dubbio: non riesco a capire il senso dell’infinito, sembra quasi inconcepibile che esista qualcosa che non finisce, che esista una cosa senza limiti. Quando ho pensato e ragionato sono stata scossa e ancora oggi non riesco ad immaginare. Mi piacerebbe discutere con lei sulla concezione e sul significato di infinito.
Arianna, IC



Cara Arianna,
Forse è proprio a partire dalla scuola media che abbiamo cominciato a sentirci spiazzati dall’incontro con l’infinito. Quando abbiamo riflettuto sull’infinito numerico, sui numeri irrazionali come √2, il rapporto tra la diagonale e il lato del quadrato, o π, il rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio, e abbiamo pensato al fatto che dopo la virgola seguono infiniti numeri, ci è parso di abitare un mondo non solo incredibilmente complesso, ma anche inquietante e vertiginoso. Siamo stati probabilmente sottoposti allo stesso choc che ebbero i pitagorici quando compresero che √2 non può essere ricondotto ad un rapporto finito e pertanto cercarono (invano) di tenere segreta la scoperta. Ricordo che qualche anno fa il matematico bolognese Bruno D’Amore (1946) nel libro “Matematica, stupore e poesia” (Giunti 2009) riportava l’approssimazione di circa 10.000 cifre dopo il 3,14 (vedi le pp.11-17). Ora tutti sappiamo che le cifre che seguono la virgola sono di solito ridotte a due per facilitare i calcoli, ma quando sfogliamo pagine e pagine che contengono esclusivamente delle cifre, rimaniamo impressionati dall’inarrestabile sequenza e nello stesso tempo intimoriti e smarriti di fronte a tale manifesta verità. Bruno D’Amore riferisce poi che nel 2006, grazie a computer velocissimi, sono stati calcolati 200.000.000.000 di numeri dopo la virgola in 13 giorni e 14 ore. Ci sembra inverosimile che in una parte così piccola si possa nascondere un infinito. Insomma, quando abbiamo a che fare con l’infinito ci sembra di uscire di senno. Zenone di Elea nel V sec. a. C., ammettendo che la realtà fosse infinitamente divisibile, aveva creato meravigliosi paradossi, tra cui quello di Achille e della tartaruga. Un secolo dopo Aristotele aveva tuttavia smontato le apparenti contraddizioni sull’impossibilità del movimento, distinguendo tra infinito «secondo la divisione o secondo gli estremi» (“Fisica” 233, a 25). Ossia, come spiega bene il matematico Paolo Zellini, nel bellissimo libro “Breve storia dell’infinito” (Adelphi, 1993), tra «infinito per addizione e infinito per divisione». Addizionare infinite volte un’unità di lunghezza porta a comporre distanze infinite e non percorribili in un tempo finito; ma, al contrario, come insegna anche il fisico italiano Carlo Rovelli, se si divide una corda in un numero infinito di parti, la somma di quell’infinità di parti non produce l’infinito, ma la corda di partenza e quindi una grandezza finita. Carlo Rovelli ne “La realtà non è come ci appare” (Raffaello Cortina Editore, 2014) intitola un capitolo proprio “La fine dell’infinito”. C’è un limite alla divisibilità della materia, e questo limite è chiamato Lp, ossia “lunghezza di Planck”, «un milionesimo di un miliardesimo di un miliardesimo di un miliardesimo di centimetro (10–33 centimetri)», e probabilmente c’anche un limite all’estrema grandezza. Una collega che insegna Storia dell’arte mi ha riferito che un giorno durante una gita al mare ha detto alla figlia: «Guarda il mare infinito». E le figlia le ha risposto: «Mamma, guarda il mappamondo. Il mare non è infinito». Le intuizioni dei bambini ci spiazzano, perché siamo abituati ad usare il linguaggio in modo creativo. Talvolta i bambini intuiscono ciò che poi ci insegnano con precisione i fisici come Rovelli: «Ma quello che vediamo e, per ora, capiamo dell’Universo non è un annegare nell’infinito. È un immenso mare, ma finito». I libri di Zellini e di Rovelli sono molto utili per orientarsi sulla questione dell’infinito, per ricostruire la storia del concetto e per collegarlo alle scoperte delle fisica contemporanea, ma se devo immaginare invece il senso di stupore che hanno provato alcuni filosofi di fronte all’infinito, allora penso a Giordano Bruno e a Blaise Pascal. Nel libro “De l’infinito, universo e mondi” (1584) dell’autore nolano vi è un dialogo serrato tra Elpino, che cerca di difendere l’idea del mondo finito, e Filoteo, che sostiene l’idea dell’immensità dei mondi. Giordano Bruno è certamente un uomo innamorato dell’infinito e la sua scrittura brillante è ricchissima di aggettivi che segnalano stupore e passione per l’universo. Blaise Pascal qualche anno dopo medita anche sul significato dell’infinito per l’uomo. Gli “Opuscoli” e i “Pensieri” contengono molte considerazioni sia sulla divisibilità dell’infinito geometrico sia sullo spaesamento che l’uomo prova di fronte all’immensità dello spazio. Scrive Pascal: «Che cos’è un uomo nell’infinito?». E indagando la condizione mediana dell’uomo, sospeso tra infinitamente grande e infinitamente piccolo, egli afferma che l’uomo si «sgomenterà di se stesso, e considerandosi sospeso […] tra questi due abissi dell’infinito e del nulla, tremerà alla vista di tali meraviglie». Credo che dallo «sgomento» e dal «tremore» e dalla «meraviglia» l’uomo non si sia mai allontanato, perché questi sentimenti sono da sempre i presupposti che lo esortano alla ricerca.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 12 ottobre 2015

Essere la felicità di qualcuno



Caro professore,
mi hanno sempre detto che “sbagliando si impara” e adesso ho capito che è veramente così…si sbaglia ed è normale, capita; fa male quando capisci di non aver fatto la cosa giusta, di esserti comportata non come si dovrebbe…la verità ti si scaglia davanti e ti fa rimanere senza parole. Mi è successo…ma da questo ho capito come le persone che ti vogliono davvero bene, che non ti dimenticano, ci saranno sempre e ti sosterranno. Sto parlando della mia famiglia e dei miei fantastici amici… Ogni giorno capisco quanto la mia felicità dipenda da loro, oltre che da me stessa. Le persone prima o poi si rivelano per quello che sono, perciò bisogna stare anche molto attenti a fidarsi delle persone giuste, quelle che nonostante tutto non ti deluderanno mai, quelle che desiderano solo il meglio per te e non sono gelose, non ti sminuiscono…Insomma, abbiamo bisogno di avvicinarci alle persone che ci rendono felici. Un abbraccio, una parola, un sorriso inaspettato, un messaggio che ti fa sorridere…Sono queste le cose belle della vita. La mia domanda è: nella vita la vera felicità è essere la felicità di qualcuno?
Carlotta, ID

Cara Carlotta,
Di solito ci chiediamo che cosa ci rende felici e se possiamo trovare la chiave della felicità: se riusciremo a governare questo meraviglioso stato d’animo e a riprodurlo autonomamente. Il filosofo Arthur Schopenhauer, ragionando sul tema, aveva proposto di considerare questa ripartizione: «Ciò che uno è, […] ciò che uno ha e […] ciò che uno rappresenta (Vedi in “Parerga e paralipomena” gli “Aforismi sulla saggezza della vita”, 1851). Egli affermava che la maggior parte degli uomini è convinta che la felicità dipenda da ciò che uno possiede o dalle opinioni degli altri (onori e fama), mentre secondo l’autore per essere felici occorre badare soprattutto a ciò che uno è, ossia alle qualità intrinseche dell’individuo (personalità, temperamento, formazione). Fin qui nulla da obiettare: è un suggerimento che si radica negli insegnamenti antichi del mondo orientale o di quello greco-romano sul modo di concepire la saggezza. Mi pare che tu faccia notare un’altra dimensione della felicità: quella che deriva dalla relazione. Questa non è riducibile all’autosufficienza dello stoico e tuttavia non è mai del tutto nelle nostre mani, infatti essa addirittura la precede e la rende possibile. È molto bella l’idea di «essere la felicità di qualcuno», perché specchiati nell’entusiasmo dell’altro anche noi diventiamo felici e dagli sguardi accoglienti traiamo benessere e forza. Quale nipotino non gioisce per l’entusiasmo dei nonni, quale amato non è conquistato dall’amore dell’amante («la stessa identica fiamma bruciava due cuori», scriveva Ovidio). Un figlio avverte la felicità dei genitori, un ragazzo sente il calore dei compagni, un insegnante che ha creato un buon rapporto con gli studenti è felice di entrare in classe perché si sente rispettato, così come uno studente che viene valorizzato intuisce che la propria felicità passa da quel riconoscimento. Sì, ognuno di noi sa che la propria felicità “dipende” dagli altri oltre che da sé. Ma è giusto collocare il baricentro della felicità nell’altra persona e non su se stessi? In fondo non dobbiamo lavorare con lo scopo esclusivo di assecondare la felicità degli altri, perché potremmo dimenticare di prenderci cura dei nostri bisogni e di coltivare i nostri progetti. Potremmo non diventare mai autonomi perché rincorriamo gratificazioni esterne. Gli antichi ci hanno infatti ammonito a non riporre la nostra felicità sugli umori o sulle opinioni altrui. Ma in che senso dobbiamo allora intendere il verbo “dipendere”? Se intendiamo dipendere come essere sottomessi all’autorità dell’altro o da essa determinati, allora è chiaro che la felicità si dilegua, perché non siamo più gli artefici della nostra vita. Se intendiamo dipendere non nel senso di subire, ma nel senso di derivare, allora sentiamo che non siamo più ostaggio dell’altro, ma che grazie alle relazioni si origina la felicità. Il tuo ragionamento ci fa fare un passo in avanti. Hai capito che non c’è soggetto senza un’alterità che lo attiva. Ricordi la storia di Narciso ed Eco? Narciso è il giovane destinato ad una lunga vita («Si se non noverit») «purché non incontri se stesso» e Eco, «la ninfa fatta di voce», è colei che «non sa tacere se uno parla / né parlare per prima». Trovo molto bella  e opportuna l’interpretazione del filosofo Umberto Curi (Miti d’amore. Filosofia dell’Eros, Bompiani, 2009), il quale scrive: «Mentre Narciso è preso nella rete della pura identità ed è toccato soltanto dal suo proprio riflesso privo di sostanza, Eco è la mera alterità ed è ella stessa soltanto un riflesso privo di sostanza. Egli è troppo posseduto dal suo proprio io per poterlo dividere con altri, mentre lei non ha un proprio sé da poter condividere con altri». E più avanti scrive che: «Solo riconoscendo l'altro, l'identico può esprimere la propria identità; solo conservando la propria identità, l'altro può affermare la propria alterità». Se l’altro è necessario per generare l’identità significa che non c’è mai autosufficienza completa. Avvertire di essere la felicità di qualcuno consente di maturare l’identità e di esplorare le potenzialità individuali. Non siamo felici perché soddisfiamo le aspettative altrui, ma perché riconosciuti e amati dall’altro possiamo comprendere a fondo i nostri bisogni e percorrere un sentiero tracciato da quel desiderio che più ci costituisce.
Un caro saluto,
Alberto
 

mercoledì 7 ottobre 2015

Amistades on-line



Querido profesor
El otro dìa mi amiga y yo dimos una vuelta por Alba y vimos a una chica de 16/17 años sentada en un cafè con una amiga suya. Las dos tenían un móvil en la mano y no se miraban. Algunas veces una de las chicas le monstraba a la otra algo en el móvil, la chica comentaba sin siquiera mirar a la amiga.No podía creerlo, en mi opinión, por salir y hacer de esta manera, es mejor quedarse en casa o salir con otras personas, pero habìa visto ya esta escena con las mismas personas otras veces. Cuando salgo con mis amigas me gusta muchìsimo  contarle lo que sucedió desde la última vez que nos vimos, me gusta reir y bromear con ellas, pero no es así para todos.Para mi los móviles tendrían que quedarse en un bolsillo cuando sales con amigos,para no aburrir y aburrirse.De esta manera podemos recuperar el tiempo pasado solos para no destruir las amistades. ¿Qué piensa? ¿En su lugar, piensa que tiene sentido ser “amigos” en red o en whatsapp si no se habla cara a cara?
Marta, IC


Querida Marta:
El filósofo alemán Martin Heidegger en la obra “Ser y tiempo” tomó en consideración tambien las más infantiles modalitades relazionales y confirmó que la “charla no tiene ningun sentido negativo” más bien, confirmó  que tiene que ser considerada un “fenómeno positivo”, como es la manera de ser de la comprension y de lo cotidiano del hombre.La inconstancia de atención interpersonal signifca superficialidad en las relaciones y la pérdida de interés determina la frivolidad de la relación. Las amigas que estás describiendo parece que asimilan el mundoen su proprio mutísmo. La escena que has visto muchas veces entre las dos compañeras representa un modo pasivo de la relación: es como recibir el mundo sin procesarlo. Quizás es un momento de cansancio de las dos, pero si es una condición usual de una amistad en la que ambas chicas son espectadoras y no protagonistas de su propia vida, entonces hay una gran pobreza afectiva y relacionál. Parece que no tienen nada que contar, pero sobre todo nada que decir de ellas mismas. Hablar de ti mismo significa apagarse a la otra persona, manifestar tu proprio modo de ver el mundo, de acogerlo y de ralacionarse con él, de entusiasmarse o rechazar algunos elementos, de participar a la vida afectiva, social y política también.En el diálogo se origina la comprensión, que es siempre una interpretación de lo que sucede. Juntos a los amigos se comparte la realidad y se hace una exégesis: una exégesis que sale de si mismo, se extiende y luego vuelve para comprender mejor si mismo y la propia relación con el mundo. Los amigos quieren “recuperar el tiempo no pasado juntos”, porque exígen conservar animado el enlace y para advertir la intensidad de la relación tienes que alimentarla con palabras y sentimientos.La pérdida de atención interpersonal es una señal que no tiene que ser subvalorada y el filósofo alemánWilhelm Schmid en “amistad para si mismo. Cura de si mismo y arte de vivir” nos ayuda a comprender el porqué. Escribe en efecto “Así como el ‘’yo’’ que pierde la atención por parte de los otros se siente desconocido, al mismo tiempo, por la ausencia de atención por parte de si mismo el ‘’yo’’ cesa de reconocerse”. Las dos formas de insuficiencia de atención son nocivas, por un lado porque la perdida de interés del otro produce frustración. Si no advertimos  que somos importantes para alguien arriesgamos de refugiarnos en el silencio de la apatía y de la indiferencia, hasta desaparecer. Pero hay una segunda perdida de atención deletérea también, y es la pérdida de atención por parte de nosotros mismos, porque señala que un sujeto renunció a tener cuidado de si mismo. Es la relación con los amigosque activa toda la persona, su creatividad, sus recuerdos y sus proyetos. Si nos acostumbramos actuar sin atención hacia los otros, arriesgamos perder la confianza en nuestra capacidad de despertar atención o aceptamos que nuestra vida no sea tan importante, dejando de cultivar lo que es fundamental para nosotros. La cara es la parte del cuerpo que más modela nuestra relación. Las caras que no se miran se quedan impermeables y paso a paso marchitan en la soledad. Muchos de tus compañeros sufren, pero no saben reconocer las causas de su propio malestar. Entonces, tenemos que re-aprender a poner las cosas en proprio sitio: el móvil en el bolsillo y los ojos en los ojos de la otra persona, porque solo de esta manera nuestra cara y nuestra vida retoman forma.
Un cordial saludo,
Alberto

Tradotto da Sara Allocco IVD
Grazie Sara!

lunedì 5 ottobre 2015

Le amicizie "on-line"



Caro professore,
l’altro giorno ero in giro per Alba insieme ad una mia amica ed abbiamo notato una ragazza di 16/17 anni seduta in un bar con una sua coetanea. Entrambe avevano il cellulare in mano e non si guardavano. Ogni tanto una faceva vedere all’altra qualcosa sul cellulare, l’altra commentava distrattamente senza soffermarsi a guardare l’amica. Quasi non volevo crederci, a mio parere per passare del tempo così è meglio stare a casa o uscire con altre persone, ma invece avevo già visto la stessa scena con le stesse persone altre volte. Quando esco con le mie amiche io non vedo l’ora di raccontare loro cosa è cambiato da quando ci siamo viste l’ultima volta, di ridere e scherzare con loro, ma a quanto pare non per tutti è così. Detto questo, secondo me i cellulari andrebbero lasciati in una borsa quando si esce con gli amici, per evitare di annoiare e di annoiarsi, facendo così si potrebbe (a mio parere) recuperare il tempo non passato insieme agli amici al fine di non distruggere i legami. Lei cosa ne pensa? Anche secondo lei non ha un senso essere “amici” in rete o su whatsapp se poi non ci si parla faccia a faccia?
Marta, IC
 

Cara Marta,
Il filosofo tedesco Martin Heidegger nell’opera “Essere e tempo” (vedi il § 35) ha preso in considerazione anche le più elementari modalità relazionali e ha affermato che la “chiacchiera” – che pure secondo l’autore connoterebbe l’«esistenza inautentica» – «non ha alcun significato spregiativo». Anzi, ha sostenuto che essa deve essere considerata un «fenomeno positivo», poiché è il modo di essere della comprensione e della quotidianità dell’uomo (Esserci). Ma dalla tua descrizione pare che qui siamo un passo indietro persino rispetto alla chiacchiera, quindi, secondo l’autore, a mille anni luce dall’autenticità dell’esistenza. Ma lasciamo Heidegger. La volubilità dell’attenzione interpersonale è spesso segno della superficialità delle relazioni e la progressiva perdita dell’interesse connota la frivolezza del rapporto. Le amiche che descrivi sembra che assimilino il mondo confinate nel loro mutismo. La scena che hai visto ripetersi più volte tra le due compagne rappresenta una modalità passiva della relazione: è un ricevere il mondo senza elaborarlo. Forse è dovuta a un momento di stanchezza reciproca, ma se fosse una condizione abituale di un’esile amicizia (come tu affermi) in cui entrambe le ragazze sono spettatrici distratte e non protagoniste della propria vita allora il loro legame rivelerebbe una grande povertà cognitiva, affettiva e relazionale. Pare che non abbiano nulla da raccontare, ma soprattutto nulla da dir-si ossia da “dire di sé”. E dire di sé significa rivelarsi all’altro, manifestare la propria modalità di guardare il mondo, di accoglierlo e di relazionarsi ad esso, di entusiasmarsi o di respingerne alcuni elementi, di prendere parte alla vita affettiva, sociale e anche politica. Nel dialogo (ad alta voce o interiore) si origina la comprensione che è sempre un’interpretazione di ciò che accade. Insieme agli amici si condivide e si decodifica la realtà, se ne fa una continua esegesi: un’esegesi che spesso parte da sé, si amplia a cerchi concentrici a ciò che accade intorno per poi ritornare a comprendere meglio se stessi e la propria relazione con il mondo. Gli amici bramano «recuperare il tempo non passato insieme», perché pretendono di sentire vivo il legame e la condizione per avvertire l’intensità di un rapporto è quella di alimentarlo con le parole e con i sentimenti. Il venir meno dell’attenzione interpersonale è tuttavia un segnale da non sottovalutare e il filosofo tedesco Wilhelm Schmid ne «L’amicizia per se stessi. Cura di sé e arte di vivere» (Fazi editore, 2012) ci aiuta a capire perché. Egli scrive infatti che «Così come l'io che impara a fare a meno dell'attenzione da parte di altri si sente misconosciuto, allo stesso modo, a causa della mancanza di attenzione verso se stesso, l'io smette di riconoscersi». Le due forme di insufficienza di attenzione citate dal Schmid sono davvero nocive, da un parte perché il venir meno dell’interesse dell’altro produce frustrazione. Se non avvertiamo di essere importanti per qualcuno se non veniamo convocati neppure dallo sguardo di un amico rischiamo di rintanarci piano piano nel silenzio dell’apatia e dell’indifferenza fino a scomparire. Ma c’è una seconda carenza di attenzione altrettanto deleteria, ed è quella verso se stessi, perché segnala che un soggetto ha rinunciato a prendersi cura di sé («L’io smette di riconoscersi»). È la relazione con gli amici che attiva tutta la persona, la sua creatività, i suoi ricordi, i suoi progetti. Se ci abituiamo a fare a meno dell’attenzione degli altri rischiamo di perdere fiducia nella nostra capacità di suscitare l’interesse o persino di essere degni di attenzione e inconsciamente accettiamo che la nostra vita non sia così importante cessando di coltivare ciò che è essenziale per noi. La faccia (dal latino facies, ossia dal verbo facio, fare) è la parte del corpo che più si modella nella relazione. I volti che non si guardano rimangono impermeabili e piano piano appassiscono nella solitudine. Molti tuoi compagni soffrono, ma  non sanno riconoscere le cause del proprio malessere. Dobbiamo pertanto reimparare a tenere le cose al proprio posto: il cellulare in tasca e gli occhi negli occhi dell’altro, perché solo così il nostro volto e la nostra vita riprendono forma.
Un caro saluto,
Alberto

mercoledì 30 settembre 2015

Attachement à la vie

memoria trapianto

Cher Professeur,
au cours de la vie, qu’elle soit plus ou moins longue, chacun de nous accomplit des actions, grandit, apprend, connait , parfois de façon positive, parfois de façon négative. Ce que je veux dire c’est que dans la vie, tous les jours, on fait beaucoup de choses nouvelles, mais ensuite, on meurt. Pourquoi la vie existe-t-elle, s’elle ne conduit à aucun résultat ?  Tout ce qu’on fait dans la vie, à la fin, ne vaudra rien. Peut-être c’est ce qui me fait peur, quand j’entends le mot «mort»: parfois, je pense que ce que je fais, je le fais en vain, et c’est vrai. Peut-être il faut se fixer des objectifs, Je ne sais pas. Beaucoup  de gens ont peur de la mort, en pensant qu'elle peut arriver  n’importe quand, ils disent qu'avant de mourir, ils veulent faire certaines choses, ils ont peur de perdre des événements, etc., mais je ne comprends pas, quand tu seras mort, tu ne te souviendras pas de cette chose en particulier ou de ne pas avoir vu quelque chose d’autre! Donc, je ne comprends pas, pourquoi cet attachement?
Gloria, IA

Cher Gloria,
Internet abonde de sites intitulés "100 lieux à visiter» ou «100 choses à faire avant de mourir." Dans les contenus analytiques, les différents auteurs tentent de condenser ce qu'ils croient être la valeur de la vie et de justifier les qualités; donc ils tentent de fournir un guide rapide aux beautés  à ne pas perdre et les activités qui peuvent donner un sens à nos jours. Et si on fait une recherche par images, émergent des lieux magiques que nos yeux ne se fatiguent pas de contempler. Peut-être nous sommes une espèce un peu moins stoïque et plus hollywoodienne et pour être sûr d'avoir vécu, nous devons archiver dans la mémoire des images et rédiger des listes confidentielles dans lesquelles apparaissent des activités très personnelles ou des objets indispensables. Peut-être tu te souviens de la fille de la Nouvelle-Zélande de 21 ans, Vivian Waller, qui souffrait d'un cancer du poumon, qui en Janvier 2015 avait fait une liste de souhaits, où émergeaient ses intentions: se marier, fêter son anniversaire et celui de sa fille et connaitre Robin Williams. L'acteur, sensible et attentif, a envoyé ses meilleurs vœux dans un message vidéo. La malade terminale néerlandaise a exprimé son dernier souhait a  l’Ambulance Wens Stichting (Fondation Ambulance des Souhaits) "Portez-moi voir le musée Rembrandt", le Rijksmuseum à Amsterdam. Lorsque on s’approche de la mort, nous faisons un examen rapide de nous-mêmes, comme un acteur qui sait que dans quelques minutes il va entrer en scène. Il doit organiser le temps restant: réviser le texte, examiner le costume, regarder dans le miroir, avoir l'idée que tout va bien. Aussi les hommes doivent également coordonner le temps qui précède la mort qui, quoi que marginale, est encore et toujours partie importante de la vie. Et ce n’est pas par hasard que l'approche de la mort réveille un attachement profond à la vie. Il y a une plus grande prise de conscience de ce qu’on laisse et il y a une double défaite: celle qui abatte le corps et celle qui va dissoudre chaque projet. L'élimination d'un projet de vie ou d’une relation est plus douloureuse que l'annulation de la vie en soi. Parce que s’il est déjà difficile d’accepter la mort, il est moins douloureux d’accepter le temps que nous accorde la vie pour nous réaliser dans une certaine dimension. Face à la mort, on peut se préparer de différentes manières, il y a ceux qui se préparent comme un homme de foi, en espérant d'être accepté dans une autre dimension de l’être et compter sur Dieu, et qui, comme un stoïcien ne demande plus de temps à la vie et accepte sa propre mesure finie sans rien regretter. L'empereur Marc Aurèle (IIe siècle D. C.) dans ses "Mémoires" a écrit: «Donc, ce moment il faut le passer naturellement et partir tranquillement, comme l’olive, arrivée  à maturation, bénit, en tombant, la terre l’a produit et elle remercie l'arbre qui l'a générée ». Mais puisque il n’est pas facile d'être satisfait et non à tous, comme dans les cas de maladies en phase terminale, sont accordé des temps suffisamment adaptes pour mûrir et bénir la terre, il y a ceux qui considère qu'il faudrait prendre congé d’une autre manière. Bien sûr, tu as raison, il y a quelque chose d'irrationnel dans certaines questions, surtout si l'idée est que la valeur de la vie consiste à emmagasiner des moments impossibles à transporter. Alors, pourquoi cette appréhension, cette tentative instinctive de faire des provisions des événements? L'idée que je me suis fait  est que il fait accepter l'implosion de la vie et son partage, et le véritable remède de l'homme face à l'absurde n’est pas la médecine, mais le sens qu’il donne à la vie. En Italie, on attribue à Goethe «voir Naples et mourir", voir quelque chose de très beau ou de faire une expérience importante et puis tu peux prendre congé du banquet de la vie rassasié, comme a dit Lucrèce. Malheureusement, tous ne se lèvent pas satisfait, mais la beauté qui se contemple ou le bien qu’on reçoit permettront  d'accepter plus facilement la sortie de scène. Les yeux qui ont connu la beauté d'une œuvre d'art ou de la nature et ont fait d’expérience du bien qui en découle ou qui provient d’une relation peuvent se fermer. Contempler les œuvres de Rembrandt signifie participer à la splendide aventure humaine, qui est à la fois complexe et fragile. Non pas parce qu’on porte ces images de quelque part, mais parce que la plénitude de ces moments nous rappelle que nous avons pris part à la société de l'homme. Le mystère de ce qui est humain est ressenti aussi dans la défaite. Mais c’est dans l’aventure de la pensée et non pas dans le "bios" qui jette l’éponge.
Cordialement,
Alberto

tradotto da Eleonora Vasta, IVD
riletto da Maria Gloria Galletto
e da Christelle Delechanal

grazie a Eleonora e Maria Gloria!!!
grazie a Christelle!!!

lunedì 28 settembre 2015

Attaccamento alla vita

memoria trapianto

Caro professore,
Nel corso della vita, che sia più breve o più lunga, ognuno di noi compie delle azioni, cresce, impara, conosce, a volte in modo  positivo e a volte in modo negativo. Quello che intendo dire è che nella vita, ogni giorno, si fanno tante cose nuove, ma poi, si muore. Perché esiste la vita se non porta a nessun risultato? Tutto ciò che si fa durante la vita alla fine non conta niente. Forse è questo che mi spaventa, quando sento la parola “morte”: ogni tanto penso che quello che faccio lo faccio inutilmente, ed è vero. Magari bisogna porsi degli obiettivi, non lo so. Tante persone si spaventano della morte, pensando che può arrivare in qualsiasi momento, dicono che prima di morire vogliono fare certe cose, hanno paura di perdersi degli avvenimenti ecc., ma io non capisco, quando sarai morto non ti ricorderai di quella determinata cosa o di esserti perso qualcos’altro! Quindi non capisco, perché questo attaccamento?
Gloria, IA
 

Cara Gloria,
Internet abbonda di siti dal titolo «100 luoghi da visitare» o «100 cose da fare prima di morire». Nei contenuti analitici i vari autori cercano di condensare ciò che ritengono sia il valore della vita e di giustificarne i pregi; tentano pertanto di fornire una guida rapida alle bellezze da non perdere e alle attività che possono dare senso ai giorni. E se si fa una ricerca per immagini affiorano luoghi meravigliosi che il nostro sguardo non si stanca di contemplare. Forse siamo una specie un po’ meno stoica e più hollywoodiana e per essere certi di aver vissuto dobbiamo archiviare nella memoria delle immagini e redigere delle liste confidenziali nelle quali compaiono attività personalissime o oggetti imprescindibili. Forse ricorderai la ragazza neozelandese di 21 anni, Vivian Waller, affetta da un tumore ai polmoni, che nel gennaio 2015 aveva compilato una lista dei desideri, nella quale emergevano questi propositi: sposarsi, festeggiare il proprio compleanno e quello della figlia e conoscere Robin Williams. L’attore, comprensivo e sollecito, le inviò un augurio in un video messaggio. Oppure la malata terminale olandese che espresse il suo ultimo desiderio alla Stichting Ambulance Wens (Fondazione Ambulanza dei Desideri): «Portatemi a vedere il museo di Rembrandt», il Rijksmuseum di Amsterdam. Quando si avvicina la morte facciamo un rapido esame di noi stessi, come un attore che sa che tra pochi minuti entrerà in scena. Deve organizzare il tempo residuo: ripassare il copione, esaminare il vestito, guardarsi allo specchio, avere l’idea che tutto sia a posto. Anche gli uomini devono coordinare il tempo che precede la morte che, per quanto marginale, è ancora sempre parte significativa della vita. E non è un caso che l’approssimarsi della morte risvegli un più intenso attaccamento ad essa. C’è una maggiore consapevolezza di ciò che si lascia e si avverte una doppia sconfitta: quella che abbatterà il corpo e quella che dissolverà ogni progetto. L’azzeramento di un disegno di vita o di un proposito relazionale è più doloroso dell’annullamento della vita stessa. Perché se è già difficile accettare la morte, è meno doloroso accettarla se la vita ci concede il tempo di realizzarci in qualche dimensione. Di fronte alla morte ci si può disporre in alcuni modi: c’è chi si prepara come uomo di fede, sperando di essere accolto in un altro piano dell’essere e si affida a Dio, e chi come uno stoico non chiede più tempo alla vita e accetta la propria misura finita senza recriminare nulla. L’imperatore Marco Aurelio (II sec. d. C.) nei suoi “Ricordi” scriveva infatti: «Dunque quest’attimo bisogna passarlo secondo natura e andarcene tranquillamente, come l’oliva, giunta a maturazione, benedice, nel cadere, la terra che l’ha prodotta e ringrazia l’albero che l’ha generata».  Ma poiché non è facile essere sazi di vita e non a tutti, come nei casi delle malattie terminali, sono concessi tempi adeguati per maturare e benedire la terra, c’è anche chi ritiene di doversi congedare in altra forma. Certo, hai ragione, c’è qualcosa di irrazionale in certe richieste, soprattutto se sostenute dall’idea che il valore della vita consista nell’immagazzinare attimi impossibili da traghettare. Allora perché questo istintivo tentativo di fare provviste di eventi? L’idea che mi sono fatto è che ciò che fa accettare l’implosione della vita è la condivisione della sua pienezza e che la vera cura dell’uomo di fronte all’assurdo non è la medicina, ma il senso che egli dà alla vita. In Italia è popolare il detto attribuito a Goethe «vedi Napoli e poi muori», vedi qualcosa di bellissimo o fai un’esperienza importante e poi puoi anche congedarti dal banchetto della vita sazio, come diceva Lucrezio. Purtroppo,  non tutti si alzano appagati, ma la bellezza che si contempla o il bene che si riceve consentono di accettare più facilmente l’uscita di scena. Gli occhi che hanno avvertito la bellezza di un’opera d’arte o della natura e hanno fatto esperienza del bene che ne deriva o che scaturisce da una relazione affettiva si possono chiudere. Contemplare i lavori di Rembrandt significa partecipare alla meraviglia dell’avventura umana, che è insieme di complessità e fragilità. Non perché si portino quelle immagini da qualche parte, ma perché la pienezza di quegli attimi ci ricorda che abbiamo preso parte all’impresa dell’uomo. Il mistero di ciò che è umano si avverte anche nella sconfitta. Ma è avventura del pensiero e non nel “bios” che si arrende.
Un caro saluto,
Alberto