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Cor-rispondenze

lunedì 27 febbraio 2017

La bellezza nell'arte


Risultati immagini per bellezza nell'arte

Caro professore,
talvolta mi ritrovo a guardare documentari sull’arte e a rimanere affascinato dalla magnificenza dei capolavori mostrati. Inoltre, ultimamente, i telegiornali riportano anche le scelte operate dai turisti per queste vacanze: vi è stato un boom di visitatori nei siti museali. Io stesso, nel corso degli ultimi anni ne ho visti parecchi. Mi sorge sovente un dubbio che le illustrerò brevemente. Alcune opere d’arte, come la “Pietà” di Michelangelo o la “Nascita di Venere” di Botticelli, vengono riconosciute da tutti come capolavori assoluti di esimia bellezza. Bellezza che suscita in noi grandi emozioni portando addirittura alcuni soggetti a manifestare la Sindrome di Stendhal, la quale determina l’insorgere di uno stato temporaneo di sofferenza psichica in taluni individui che si trovino ad ammirare meraviglie dell’arte, principalmente se conservate in spazi ristretti. È vero però che l’arte può assumere altre forme. Basti pensare alla corrente contemporanea, che in molti casi divide l’opinione pubblica: mentre alcuni ne esaltano la bellezza, altri la negano. Insomma, la prima corrente porta a pensare che la bellezza sia insita nel capolavoro stesso, mentre dalla seconda si evince che la stessa non esiste in assoluto, ma viene suscitata dall’opera nell’animo di chi la osserva. Allora, io le chiedo: “La bellezza nell’arte è una qualità oggettiva o soggettiva?”
Samuele, 4H

Caro Samuele,
Il filosofo polacco Władysław Tatarkiewicz ci ricorda che l’estetica antica aveva proposto tre teorie del bello: quella matematica dei pitagorici, secondo cui la bellezza deriva «da misura, proporzione, ordine e armonia», quella soggettivistica dei sofisti, secondo cui la bellezza scaturisce «dal piacere dell'occhio e dell'orecchio», e una teoria funzionalistica di Socrate, secondo cui «la bellezza delle cose risiede nell'essere appropriate ai fini a cui devono servire». Nell’epoca classica vi era l’idea che la bellezza fosse evidente e che dipendesse da proporzioni perfette. Armonia, misura e simmetria rappresentavano così anche il criterio per valutare. All’opposto, si è pensato che la bellezza obbedisse sostanzialmente al gusto individuale, esattamente come la scelta di un vestito, di una canzone o di un arredamento. Da questo punto di vista, come non si può raggiungere l’uniformità in materia di gusto, secondo l’antico detto che “De gustibus non est disputandum”, bisognerebbe accontentarsi di riconoscere che la soggettività è il criterio fondamentale per giudicare l’opera d’arte. E poiché il soggetto è condizionato dalla propria sensibilità e dalla propria storia, la bellezza non sarebbe insita nel capolavoro, ma nelle peculiari capacità ricettive di ciascuno. Nella storia dell’arte la bellezza è stata considerata sia come espressione della perfetta riproduzione di un oggetto sia come rivelazione del soggetto che sulla tela esprime la propria esclusiva modalità di sentire il mondo. Quando penso all’arte come rappresentazione oggettiva mi vengono in mente quelle bellissime dispute tra i pittori avvenute nell’antichità e raccontate da Plinio nella “Storia naturale” (Libro XXXV). Al termine di una gara di pittura tra due fuoriclasse, Zeusi  si complimenta con Parrasio per aver dipinto dell’uva con così tanta perfezione che gli uccelli volavano attorno alla tela per beccarla. E così, dopo aver ricevuto i complimenti del collega, Parrasio invita Zeusi a togliere il sottile velo che ricopre la sua opera per poterla ammirare pienamente. Appena scopre che non si tratta di un velo reale, ma dell’illusione prodotta dalla pittura, Parrasio comprende immediatamente di aver perso la gara e riconosce che l’altra imitazione è stata più convincente in quanto in grado di ingannare anche un pittore esperto. Se qui il valore della bellezza è stabilito dal grado di somiglianza dell’oggetto rappresentato con la realtà, a partire dal Novecento si è giunti, ad esempio con l’espressionismo, a valorizzare soprattutto la soggettività dell’artista e non più l’oggettività del mondo esterno. Sono cambiati i criteri della bellezza e tutte le successive correnti dell’arte contemporanea hanno ulteriormente frantumato i canoni antichi. Ed è per questo che molte opere risultano ostiche ai più e spesso si dubita che abbiano a che fare con l’arte. Allora, la bellezza è oggettiva o soggettiva? Umberto Eco nella “Storia della bruttezza” ricorda che, dal cinema alla moda, le bellezze che oggi vengono proposte (Brad Pitt o Sharon Stone) non sono poi così diverse da quelle dei rinascimentali. Come se ci fossero configurazioni comuni negli esseri umani. Ciò significa che Kant ha prodotto un insegnamento che credo sia ancora insuperato. Coerentemente alla sua visione sulla teoria della conoscenza, egli ha affermato che gli uomini possiedono delle strutture che vengono attivate quando essi avvertono ordine e armonia. Quando ciò che è esterno risveglia in loro un senso di ordine, essi tendono a definirlo bello. Il bello non è dunque una proprietà degli oggetti, ma neppure un’arbitraria valutazione del soggetto: nasce piuttosto da una relazione del nostro spirito con la realtà. Il neurobiologo Semir Zeki che studia i rapporti tra cervello e arte (“La visione dall'interno. Arte e cervello” [1999] 2007), ha messo in luce come l’attivazione di diverse aree cerebrali dipenda da colori, forme e linee. L’esperienza estetica ha dunque basi biologiche e Kant lo aveva già capito benissimo troncando il dualismo soggettivo-oggettivo.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 30 gennaio 2017

Un amore che salva

fragilità

Caro professore.
È stato abbastanza difficile scrivere questa lettera... Circa due anni fa ho avuto un problema di cui oggi sinceramente non mi pento di parlare perché è normale essere deboli: chi in un modo, chi in un altro, ognuno ha qualcosa che un po’ lo manda in crisi. Io ho avuto un problema di anoressia dal quale sono riuscita ad uscire non grazie all’aiuto di psicologi o dottori, ma semplicemente a quello della mia famiglia e delle mie amiche, che sono diventate per me ormai la seconda casa, il luogo in cui ripararmi in caso di tempesta. Durante quel periodo di dolore e difficoltà, quando di fronte solo alla parola cibo tremavo e i miei occhi si riempivano di lacrime, ho riflettuto molto. Le domande che mi sono posta sono state molteplici, ma quella che trovo più importante e a cui ancora non ho trovato una risposta non è quella che tutti potrebbero immaginare: "per quale motivo ciò è successo", bensì una che forse è sorta alla fine del problema come conseguenza dei gesti altrui… Tutti siamo destinati a morire, chi prima, chi dopo, e tutti siamo destinati a lasciare questo mondo indipendentemente da ciò che facciamo, dal nostro comportamento, dalle scelte o dalle azioni. Allora mi chiedo: tutto ciò che hanno fatto gli altri per me, aiutandomi in quel periodo difficile, svanirà senza che nessuno lo ricordi? E io, lasciata questa terra, indipendentemente dal fatto che mi ricongiungerò con Dio o mi reincarnerò in qualcosa di altro, vivrò come se nulla fosse mai successo? Dimenticherò tutti i gesti e gli sforzi che i miei genitori hanno fatto per salvarmi? Tutte le lacrime che hanno versato e le preghiere che hanno fatto? Non riuscirò mai a onorare la loro grandezza nemmeno con il ricordo e il grande amore che provo per loro? Resterà almeno in me una traccia di quel ricordo? Come si può non spaventarsi sapendo che tutto svanisce e si dissolve nella grandezza del mondo e alla fine del battito del nostro cuore? Sto cercando, proprio per questo, di ringraziare in qualsiasi modo tutti coloro che mi hanno aiutata, ma sempre, sapendo che tutto svanirà, mi sento debole e ogni gesto mi risulta inutile.
Debora, 4H
 
Cara Debora,
Ci sono prospettive che fanno apparire le nostre azioni insignificanti: quella del tempo della nascita dell’universo o della comparsa della vita sul pianeta. Qualunque gesto nella tessitura di una vita, tra miliardi di vite nello spazio e nel tempo e inserito in una distanza temporale enorme può sembrare irrilevante. Il percorso individuale rivela il suo carattere effimero, la Terra la sua marginalità, ogni gesto si dissolve. La consapevolezza che ogni azione svanisce può farla apparire inutile. Ma solo se considerata da distanze siderali. Se tutto diventa inconsistente inserito in tali intervalli, è evidente che le unità di misura della nostra vita debbano essere altre. Sperimentiamo, ancor prima di comprenderlo con la ragione, che ci sono due tipi di amore: uno incondizionato e uno condizionato. Il primo è quello dei genitori, che ci sostiene anche se non abbiamo meriti. Eric Fromm ne “L’arte di amare” scrive: «Non c'è niente che debba fare per essere amato — l'amore materno è incondizionato. Tutto ciò che devo fare è essere — essere il suo bambino. L'amore materno è beatitudine, pace, non ha bisogno di essere conquistato né di essere meritato». Scopriremo poi che quello era l’unico amore integrale, perché quelli futuri saranno sempre condizionati: dal nostro comportamento, dai nostri valori, dalle scelte di vita. C’è un modo per “onorare la grandezza” dell’amore ricevuto? Chi, come te, è stato fortunato a sperimentare fortemente l’amore della famiglia sa che il proprio debito con quell’origine non potrà essere saldato. L’asimmetria non può essere compensata. Solo col passare degli anni e mettendo insieme i pezzi della storia di chi ci ha preceduto riusciremo a comprendere il significato di quell’essere amati. L’amore ricevuto ci permette di crescere e di maturare la convinzione che la nostra vita è importante, perché interessa a qualcuno. Attraverso la forza che non si è allentata e non ha cessato di sostenerti hai avvertito che la tua esistenza era un valore irrinunciabile, quando tu stessa non trovavi valore in te e attorno a te. Se vogliamo, come dici tu, è una forma di salvezza: siamo stati salvati in quanto non gettati o abbandonati nel mondo, non storditi nei suoi rumori, nell’inconsistenza della mera sopravvivenza naturale. Quel prendersi cura in modo ostinato della vita è un gesto enorme, perché sappiamo che da un punto di vista etico l’amore non si può comandare. Però si può scegliere. Anche Kant sapeva che l’amore non può essere un imperativo etico. Qualche tempo dopo di lui Max Scheler dirà che a partire da quell’essere amati si originano nell’uomo l’etica e la capacità di amare. Nell’opera “Il formalismo nell'etica e l'etica materiale dei valori” l’autore scrive infatti che «L'amore custodisce in sé la possibilità della vita buona». L’amore vissuto diventa un’esperienza originaria che testimonia che è possibile imparare ad amare e che l’amore ricevuto è condizione della bontà. La vita è un misto di fragilità e di forza. I tuoi genitori ti hanno insegnato che i gesti rivolti a sostenere quella fragilità non sono inutili. Quando comprenderai a fondo quell’insegnamento avvertirai di non essere affatto debole. Gli uomini non hanno l’energia per deviare il cammino delle stelle, ma talvolta possono proteggere la vita. La bellezza sta proprio lì: sostenere l’origine e accompagnare il cammino di una vita dà valore a chi genera e a chi è generato.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 9 gennaio 2017

Il passato che non passa


Gli amici sono meglio della morfina: averne tanti aiuta a sopportare il dolore

Caro Professore,
«Il passato è passato: non esiste più, non c'è fisicamente». Agostino mi ha costretto ad ammettere che il mio rapporto con il passato forse è sbagliato. Il passato non mi dà tregua o forse sono io a non concedergliela. Non riesco a staccarmi in alcun modo perché, in fondo, non desidero farlo. Esempi? Moltissimi. A giugno della classe terza i due amici ai quali ero più legata sono stati bocciati. Oltre che per loro, per me è stato un colpo fortissimo. Dopo quattro mesi di scuola, sento ancora la loro mancanza. Non si tratta di una mancanza che "passerà, sono solo i primi tempi" né "è colpa dei compagni rimasti" come mi è stato detto. Sempre, in ogni momento, percepisco la loro assenza. Cerco di non pensarci ma è qualcosa che va oltre la mia volontà. A volte li detesto per non aver studiato abbastanza e a volte detesto me stessa per non averli aiutati abbastanza. A scuola la mia mente è sempre altrove : con loro, un anno fa. Un anno fa ho lasciato il Conservatorio che è stato il mio più fedele compagno di vita per sei anni. E' stata una scelta molto pensata e sofferta (e anche la più sbagliata, a dire il vero!). Riempio le mie giornate con un milione di attività ma nessuna di esse riesce ad eguagliare quello che mi dava il Conservatorio. Ancora una volta la mia testa è da un'altra parte: seduta su uno sgabello o a lezione di coro. L’esperienza delle Giornata Mondiale della Gioventù produce su di me lo stesso effetto. Vivo il presente come un miscuglio di ricordi, rimpianti e nostalgia: un cocktail fatale, direi. "Era meglio prima" è diventato il mio motto ormai. E' proprio vero che il passato non esiste più? E se io vivessi in un eterno passato? Grazie mille.
Chiara, 4 H


Cara Chiara,
Agostino nel capitolo XI delle “Confessioni” afferma che se il tempo passato non esiste più, non tutto è dissolto perché esiste tuttavia il “presente del passato”, ossia l’attualizzazione degli eventi attraverso la memoria. Ma ciò significa che siamo sempre in dialogo con la nostra storia ogni volta che riportiamo qualche fatto alla nostra attenzione, perché cerchiamo di ricomprenderlo o, come dici tu, di sottoporlo al tribunale del nostro giudizio, perdonandolo o condannandolo. Se i neonati vivono solo il qui ed ora (hic et nunc), perché il loro cervello non è ancora in grado di registrare e recuperare i ricordi e dunque agiscono per qualche anno solo in una dimensione fatta di bisogni immediati, già a partire dall’infanzia i bambini abitano una sorta di tridimensionalità temporale. Si immergono nel passato, vivono il presente e anticipano il futuro. Così anche il presente non è un tempo separato e neutrale. L’attenzione stessa, che è la nostra modalità di vivere il presente, è condizionata da quel «cocktail fatale» di «ricordi, rimpianti e nostalgia». Ognuno porta dentro di sé tutta la propria storia, quella vissuta e quella interpretata, quella selezionata e quella che fatica ad accettare e vorrebbe respingere. Purtroppo, non solo i ricordi belli di solito sono significativi. Così, talvolta, le esperienze dolorose non ci “danno tregua”  (il passato ci insegue tutto intero, direbbe Henri Bergson), segnano maggiormente il nostro agire e condizionano la modalità con cui descriviamo le esperienze. Non solo il passato non si estingue mai in quanto ci costituisce – in fondo assimiliamo continuamente da esso idee e visioni del mondo –, ma genera valori, condiziona bisogni, conquista fantasie e orienta desideri. Grazie alla tua sensibilità ti interroghi se gli eventi scolastici avrebbero potuto avere un esito diverso e riconsideri tutte le variabili: i compagni avrebbero potuto studiare di più, tu e i tuoi amici avreste potuto coinvolgerli maggiormente e forse – aggiungo io – la scuola avrebbe potuto puntare maggiormente sulle potenzialità. Quello che è avvenuto ha determinato una realtà diversa, si è creato uno strappo, e la lontananza ora alimenta una forte lacerazione sentimentale. Se la prossimità dava senso alle tue giornate, l’assenza ha generato un vuoto fisico e una sospensione relazionale. I compagni assenti in classe vivono in te e continuano ad essere una presenza silenziosa che solo tu sai vedere. Come si fa allora a vivere serenamente se il passato crea una curvatura così accentuata dell’attenzione e dello sguardo? Innanzitutto non sentirti responsabile per la loro assenza: ogni persona ha i suoi tempi per maturare, per capire ciò che è importante nella propria vita ed eventualmente per sceglierlo. Puoi mantenere il rapporto con i tuoi amici fuori dalla classe, nell’intervallo o in altri ambiti. Per non vivere in un «eterno passato» devi considerare che i rapporti interpersonali cambiano, anche indipendentemente dalle nostre intenzioni. Se ti concentri troppo sulle possibilità non realizzate non riuscirai ad originare nuovi legami significativi. Così, è preferibile che tu dia valore in classe alle relazioni con i tuoi compagni e fuori dalla scuola continui a coltivare le vecchie amicizie. C’è un antico aforisma sanscrito, della lingua della civiltà indiana classica, che esprime un atteggiamento molto saggio nei confronti del tempo. Dice: «Ieri è già un sogno / E domani solo una visione / Ma l'oggi ben vissuto fa di ogni giorno passato un sogno di felicità / e di ogni giorno futuro una visione di speranza». Vivere bene il presente consente di generare buoni ricordi e di avere fiducia nel futuro, ma soprattutto aiuta ad accettare ciò che non dipende da noi senza patire eccessivi sensi di colpa.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 2 gennaio 2017

Il dolore profondo



Caro professore,
Si può raccontare il dolore profondo? Non si rischia di trasmettere questo dolore alla persona a cui lo si racconta? Ovvero, non è troppo “doloroso” per essere raccontato? Certo, ognuno ha la propria concezione del dolore, ma il dolore morale-psicologico non è forse quello che non può essere raccontato? O forse è addirittura troppo complesso parlarne?
Giovanni, 3I

Caro Giovanni,
I bambini piccoli non hanno le parole per raccontare il dolore e sono sovrastati dal male. Gli adulti hanno le parole, ma ci sono dolori che eccedono le parole. Qualche anno fa, durante gli esami di Stato a Casale Monferrato, ho conosciuto una studentessa che aveva tradotto dal farsi un libro che raccontava la vita di una donna iraniana. Il libro si intitola “Quello che mi spetta” (Garzanti). Al termine degli esami ho immediatamente comprato il libro, l’ho letto avidamente e dopo l’estate ho invitato la ragazza a raccontare quella vicenda ai suoi coetanei in alcune assemblee di istituto. Ho ripreso quell'opera, perché narra le sofferenze di una donna vissuta in una cultura che le ha sottratto la libertà e ho ritrovato in quella storia molti volti di un dolore profondo e silenzioso. Dopo la perdita del fratello Ahmad, la giovane protagonista piange per una settimana, ma poi si accorge del modo insolito di manifestare la disperazione di uno dei suoi figli, Siamak: «Non versava una lacrima, ed era come una bomba pronta a scoppiare». Anche la nonna era delusa, perché il bimbo non aveva pianto neppure alla sepoltura del nonno, ma la mamma comprende invece che il bambino si sente così male «da nascondere il proprio dolore anche a sé stesso». Così un giorno lascia il figlio più piccolo da un’amica e va alla tomba del padre. Scrive l’autrice: «restammo lì, immobili e silenziosi, per qualche minuto, mentre lui cercava di estraniarsi da tutto, volando lontano con la mente ed evitando il mio sguardo. Lo feci sedere accanto a me e gli parlai dei miei ricordi di mio padre, dei suoi pregi e difetti, del suo amore per noi, e continuai finché le sue lacrime diedero finalmente sfogo a tutto il dolore represso. Quando Masuud [il figlio più piccolo] tornò a casa, Siamak piangeva ancora, e piansero insieme. Lasciai che si sfogassero senza intervenire: dovevano tirare fuori la sofferenza che attanagliava i loro piccoli cuori». Elie Wiesel, lo scrittore di origine ebraica sopravvissuto alla Shoah e premio Nobel per la pace nel 1986, per circa dieci anni dopo la guerra non scrive nulla e non racconta la propria esperienza. Pubblica “La notte”, il primo libro in cui narra l’orrore, solo nel 1958. Per dieci anni porta dunque dentro di sé un male che non può essere definito né circoscritto dalla parola, e forse neppure condiviso. Qualche anno dopo con Jorge Semprún, un altro scrittore sopravvissuto ai campi di concentramento, pubblica il libro “Tacere è impossibile” (Guanda, 1996). Si tratta di un dialogo sull'opportunità o meno di raccontare le drammatiche vicende vissute. Ad un certo punto i due autori scrivono: «J.s.: Qualche volta si scrive, non sempre. Non scriviamo solamente di questo, né tu né io, e scriviamo sapendo che ci sono cose che non sono... E.W.: ... che non possono essere dette. J.s.: Non si può dire tutto. Non si può far immaginare, far capire tutto. È chiaro che è impossibile. E.W.: Tacere è proibito, parlare è impossibile». Parlare è impossibile, perché nessuna parola può rendere il male radicale, ma tacere è impossibile, perché c’è un dovere morale di far conoscere e di testimoniare. Come vedi, il male subìto richiede tempo e anche gli adulti fanno fatica ad affidarlo alle parole. I bambini possono essere sopraffatti dal dolore, quello di una violenza subita, della perdita di un famigliare o di una persona cara, ma ci sono forme di dolore che ammutoliscono anche gli adulti. Tuttavia le persone piangono anche per una storia raccontata in un libro o all’uscita del cinema dopo aver visto un film: si identificano nella vita di un altro, anche di uno sconosciuto, perché sentono che il dolore non appartiene solo alla persona che soffre, ma un po’ a tutti. Sì, il dolore – come la gioia – si trasmette all’altro, per questo bisogna saper scegliere le persone a cui lo si può affidare e che sono in grado di accoglierlo. Quando ascoltiamo le confidenze di qualcuno non eliminiamo definitivamente la sua afflizione, ma nell’atto della condivisione mostriamo che il suo dolore non ci è estraneo e ci riguarda. E poiché il dialogo interpersonale è terapeutico, ci sono dolori che certamente si attenuano nella relazione. C’è un dolore, per così dire, ordinario, quello che ci accomuna nelle esperienze della vita, piccoli mali, minime disfatte, che siamo soliti raccontare perché non ci sovrasta; ma c’è un dolore più profondo che eccede la comprensione e le categorie con cui cerchiamo di razionalizzare la vita. È questo dolore che trascende la nostra capacità di arginarlo razionalmente ed emotivamente che è difficile da raccontare. Però è importante comprendere che ogni uomo è sempre più del proprio dolore, e pertanto non si deve indentificare con esso. Se nella vita trasmettiamo la nostra gioia, dobbiamo anche avere il coraggio o, come dici tu, accettare il "rischio"di comunicare il dolore. Fa anch’esso parte della vita. Imparando ad accogliere il dolore dell’altro diventiamo più umani in quanto avvertiamo la natura effimera che ci costituisce.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 28 novembre 2016

Corriamo tutti troppo

Con la fretta arrivi sempre …tardi!
 
Caro professore,
mi trovo spesso ad osservare la gente dietro ad una qualsiasi finestra. Vedo le persone vivere in modo frenetico la loro vita: corrono come se fossero sempre inseguite da qualcuno o qualcosa. Anche io, spesso, mi ritrovo a correre. A non godermi il momento perché sono in ritardo, perché ho altro da fare o semplicemente perché sono abituata così. Da piccola non avevo questi pensieri, lo facevo e basta. Ora, invece, ho cominciato a chiedermi perché. Perché viviamo tutti le nostre vite in modo frenetico? Perché nessuno si ferma mai ad osservare un paesaggio? Ho da poco cominciato a pensare che è una cosa del tutto priva di senso. Fare, fare, fare pur sapendo che le nostre azioni saranno prima o poi cancellate o dimenticate. Allora, perché continuare a correre quando si può camminare e godersi di più la vita?
Noemi, IE


Cara Noemi,
Abbiamo forse un po’ troppo passivamente familiarizzato con la «frenesia della vita», come giustamente affermi, proprio come se fossimo «inseguiti da qualcuno o qualcosa», ma gli storici ci hanno insegnato che la nostra fretta per essere compresa deve essere correlata ad un motore più grande, quello dell’«accelerazione della storia». Lo storico francese Daniel Halévy (tra l’altro, compagno di classe di Marcel Proust) in Essai sur l'accélération de l'histoire del 1948 ha mostrato che lo storico di una generazione a lui precedente, Jules Michelet, nella prima metà dell’Ottocento aveva già perfettamente compreso che la storia stava accelerando sia per la concentrazione degli eventi che accadevano in un certo periodo sia per il loro rapido susseguirsi. Ma prima, e per un lungo periodo, la storia ha avuto più o meno lo stesso ritmo: «Da Virgilio a Proust, – scrive il filosofo francese Michel Onfray in Cosmo – il tempo rimane più o meno lo stesso. L'uomo che scrive le Bucoliche e quello che pubblica Alla ricerca del tempo perduto condividono uno stesso mondo […] In Virgilio, i cavalli tirano i carretti; in Proust, tirano i bus imperiali o i tilbury. Tuttavia, la velocità è sempre la stessa». Ma da un certo punto in poi il tempo si è messo a scorrere più velocemente. La storia ha cominciato ad accelerare con la rivoluzione industriale (si è velocizzato il processo economico) e poi con la rivoluzione francese (si è velocizzata la trasformazione socio-politica). Per sottolineare che questa accelerazione non si è più fermata, lo storico Eric Hobsbawm ha definito il Novecento “Il secolo breve”, Reinhart Koselleck ci ha insegnato che il futuro arriva così rapidamente che non abbiamo il tempo di assaporarlo, perché si trasforma subito in passato (“Futuro passato”), il filosofo Hans Blumenberg ha detto che si è ampliata la distanza tra “Tempo della vita e tempo del mondo, e il sociologo Zygmunt Bauman ha introdotto il concetto di “Modernità liquida”. Tutti ormai utilizzano la categoria dell’accelerazione per interpretare la contemporaneità. E i sentimenti che riguardano questo processo sono ambivalenti. Alcuni positivi, perché si pensa che nonostante i cambiamenti ambientali, culturali, sociali ed economici, l’accelerazione della storia sia un bene perché consentirà la riduzione delle carenze alimentari e sanitarie o l’acquisizione diffusa dei diritti dell’uomo in tutto il pianeta; altri negativi, derivanti dall’anticipazione dei pericoli avviati da questa nuova condizione. Michel Onfray, riflettendo sull’aspetto svantaggioso delle nostre urgenze, paragona l’accelerazione della storia a quella fisica di un corpo in caduta. In questo caso, scrive l’autore, «Viviamo più in fretta perché la caduta della nostra civiltà ci trascina con sé...». Come vedi, la nostra fretta potrebbe addirittura essere correlata con «il tramonto dell’Occidente» stesso. Camminare e godersi la vita sembrano obiettivi più difficili da raggiungere, perché assomigliamo alle particelle di un gas che sottoposte al calore accelerano la loro corsa e si urtano. Così, a volte, abbiamo l’impressione che la vita sia solo un’inutile corsa che non ci consente di vivere pienamente il tempo a disposizione. Come ha scritto molto bene il filosofo italiano Diego Fusaro in Essere senza tempo, l’accelerazione della produzione si rivela «intollerante verso la lentezza e i tempi morti». Ma per vivere bene non abbiamo bisogno di essere iperattivi: abbiamo bisogno di un tempo a misura dell’uomo e non della tecnica. La comprensione degli eventi e la qualità della vita seguono infatti il ritmo interiore e non la cadenza produttiva. Pertanto il nuovo imperativo del nostro tempo, che Fusaro ha intelligentemente definito «Accelero, ergo sum» (“accelero, perciò esisto”), non sembra adeguato ad una buona vita. Torniamo allora alla tua definizione: se ci sentiamo «inseguiti», ci muoviamo in modo veloce, senza meta, in una fuga continua, dissipando le nostre energie in un generico fare. Se siamo noi ad «inseguire» i nostri obiettivi, possiamo dunque imporre il nostro passo. Se ci muoviamo verso una meta, seguendo il nostro desiderio, progettando il nostro percorso, allora passiamo dal generico fare all’agire. «Godersi la vita» non vuol solo dire separarsi dal caos del mondo, ma camminare nel mondo seguendo il proprio passo, la propria andatura. Non è facile, certo, ma è necessario per vivere bene. Per non vivere alienati ed essere certi di poter governare il timone della propria nave.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 21 novembre 2016

L'importanza di un incontro

Università, tasse fuorilegge a Pavia: studenti risarciti per quasi 2 milioni di euro

Caro professore,
Leggendo le riflessioni di alcuni ragazzi, sono rimasto colpito da quella intitolata “Il legame che mi manca”[27 ottobre 2016], sia perché suppongo possa essere significativa per chiunque abbia appena finito il liceo, sia perché riguarda persone che ho conosciuto e con cui anche io ho legato. Venendo al punto, Alessandro (l’autore, ex 5A) mette l’accento sull’importanza delle persone che ha incontrato durante il suo percorso. Tutti abbiamo creato rapporti più o meno profondi e che saranno più o meno duraturi con compagni e amici, ma tutti questi legami non sono, in fondo, frutto della casualità? Kierkegaard ci ha insegnato che di fronte alla scelta proviamo l’angoscia. Ovviamente questa è dovuta al fatto che tra le infinite possibilità che abbiamo, la maggior parte di esse deve essere scartata e, a priori, non sappiamo quali saranno o quali sarebbero potute essere le conseguenze delle nostre azioni. Ma se tutto questo è vero, allora quale valore hanno i rapporti umani? Mi spiego. Io (e per io intendo qualunque persona) sono molto legato alla mia famiglia, ritengo che ogni suo elemento sia importante e mi abbia influenzato. Ma per quanto io possa voler bene a mio padre o a mia madre, per quanto mi possa ritenere fortunato, per quanto sia loro grato, tutto sarebbe diverso se fossi nato in un’altra famiglia. Lo stesso vale per gli amici. Tutte le nostre amicizie, per quanto possiamo ritenerle valide, per quanto crediamo di averle volute, sono in realtà frutto del caso. Se fossi finito in un’altra classe quel primo giorno di scuola di cinque anni fa, probabilmente non conoscerei o non avrei conosciuto persone che sono state o sono ancora estremamente importanti. Lo sanno tutti, all’università molto spesso le classi sono da centinaia di persone. Ho stretto amicizia con alcune di queste e ritengo anche che diventeranno rilevanti per me ma cosa sarebbe successo se quel giorno fossi stato in ritardo, come al solito, e mi fossi seduto qualche fila più indietro? Una decina di mesi fa decisi che era venuto il momento di darsi una svegliata e ho quindi passato i tre mesi estivi a Dublino. Ho conosciuto persone che sono diventate fantastici amici e amiche e so bene che è possibile che io non le riveda mai più. Per questo la partenza è stata dolorosa, per la consapevolezza di quanto fosse fragile tutto ciò che si era costruito. Sono tornato, ho sofferto, pianto e anche in parte dimenticato. Ho perso qualcosa là e ho perso qualcosa qua. Ma se quel giorno, invece che decidere di partire, avessi deciso di restare, come sarebbe andata? In fondo è stata una scelta abbastanza istintiva e poco ragionata… Con tutto ciò non voglio lasciar intendere di non essere legato alle persone che conosco, tutt’altro. Ritengo che tutti siano importantissimi per me, nel bene o nel male. In fondo, legarsi a qualcuno significa modificare innanzitutto se stessi ed è questo che dona ai nostri conoscenti qualcosa di speciale e unico. Al contempo però, la mia vita, per quanto diversa, sarebbe comunque andata avanti se finora non avessi intrecciato legami con nessuna delle persone che conosco. Questo, credo, è ciò che in fondo genera angoscia, ciò che ci fa stare svegli la notte, ciò che ci fa soffrire più di tante altre cose. Quindi, quale valore hanno i rapporti umani? Non sono dunque le persone tutte molto simili? Esistono persone “uniche”? Che fine ha fatto l’eccezionalità dei legami sentimentali? Quanto e in che modo saremmo diversi se certi insignificanti eventi del tutto casuali non fossero avvenuti? Grazie per l’attenzione.
Giovanni, ex VB
 

Caro Giovanni,
Dagli incontri casuali nascono relazioni più o meno significative per la vita di ciascuno. Ognuno è “gettato” nella vita, in una famiglia e in un periodo storico che non ha scelto, ma è a partire da queste condizioni che si forma un’idea di sé e di ciò che è rilevante per la sua vita. L’esistenza è fatta di incontri casuali: la classe in cui hai conosciuto i tuoi compagni, il luogo di studio, di lavoro, la città in cui deciderai di vivere. La letteratura ti ha narrato i sentimenti, il cinema ti ha mostrato i volti e l’andamento della sofferenza, la separazione fisica ti ha fatto fare esperienza reale del dolore causato dalla rottura di un legame. Soffriamo, perché senza legami la nostra identità non esiste. L’altro è sempre “altro generico”, pura possibilità, fino a quando con esso non instauri una relazione. Saranno il tempo e le frequentazioni ad avvicinare o allontanare alcune persone da te, in base alla gerarchia dei valori di riferimento e alle scelte di vita che riterrete significative. Poiché hai vissuto la forza e la bellezza di un'amicizia, hai avvertito che ciascun uomo può essere autentico in molti modi, in molti luoghi e con persone diverse. Che la vita si può dischiudere in mille rivoli. L’unicità è però sempre legata a bisogni consapevoli e inconsci: la persona diventerà esclusiva se ad essa deciderai di aprirti, e sarà tale se avrà la capacità di far emergere da te ciò che tu da solo non sei in grado di sondare. Socrate non ha imparato le cose dell’amore da sé. Le ha apprese da una donna, Diotima di Mantinea. Non siamo autosufficienti e la nostra vita è data dalle aperture che scegliamo di accogliere e dalle strade che decidiamo di seguire. Gli altri ti offrono la possibilità, tu decidi il tuo modo di stare al mondo. Hai vissuto la meraviglia e l’ebbrezza dell’unicità e della fragilità della vita. Il “timore e il tremore” di dover decidere di te.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 14 novembre 2016

Il secondo autogrill


 
Caro professore,
quest’estate ero in macchina con mio padre e mia sorella, stavamo andando a Genova a prendere la nave per iniziare la vacanza in Sardegna. Dopo circa mezz’ora di macchina mia sorella ha iniziato a dire che aveva bisogno del bagno e che dovevamo fermarci al più presto. Il primo autogrill che abbiamo visto l’abbiamo superato, perché non ci siamo accorti in tempo. Ci siamo fermati a quello dopo. Mio papà e mia sorella sono scesi e io sono rimasta dentro la macchina e ho attivato il blocco esterno. Quando sono tornati non potevano salire e io, da dentro, facevo finta di non vederli, ridevo e non aprivo…quando sono risaliti siamo partiti e alla prima curva la macchina davanti a noi ha sbandato e si è rovesciata. La mia macchina era qualche metro indietro e si è fermata in tempo, in modo da non schiantarsi contro. Abbiamo aspettato l’arrivo dei soccorsi e quando hanno tirato la donna fuori dall’auto siamo ripartiti. Per tutto il viaggio, fino al traghetto, io, mio papà e mia sorella non abbiamo detto una parola…sapevamo di essere stati fortunati perché non ci era successo niente e quella donna della quale non abbiamo avuto più notizie, invece, probabilmente era in coma. Ripensandoci a mente lucida mi sono resa conto della fortuna che ho avuto. Se mia sorella non si fosse fermata all’autogrill, se io non avessi fatto la stupida impedendole di rientrare in macchina, se ci fossimo fermati al primo autogrill e non al secondo, se mio padre non avesse frenato in tempo, forse la mia macchina si sarebbe ribaltata insieme all’altra e probabilmente non sarei mai andata in vacanza in Sardegna. Esiste un destino, esistono le coincidenze o è solo fortuna?
Marianna, 1alfa
 
 
Cara Marianna,
Lo scrittore Caudio Magris ne L’infinito viaggiare, paragonando l’epica alla vita, scrive che «Come la vita stessa, l'epica è un tappeto, incrociarsi e disfarsi di destini come fili di diverso colore, eventi, figure e personaggi tessuti e dissolti dal tempo, dal caso, da Dio, da inesorabili necessità o fortuite coincidenze, egualmente vissute, godute e sofferte con passione». L’epica e la vita sono equiparati a grandi tappeti che intrecciano fili, mescolano colori e producono forme irripetibili combinando intenzionalità e coincidenze fortuite. Alcuni fili si interrompono nella trama, altri attraversano per tutta la lunghezza il tappeto. Quante volte ci siamo detti: se non avessi incontrato quella persona all’Università, se non fossi andato al mare a luglio, se avessi studiato inglese, se avessi imparato a suonare il violino. Ma ogni azione intrapresa ha fissato un nodo nel tappeto della vita. A volte le situazioni sono positive, a volte negative, ma non c’è un destino. Non possediamo la trama, perché la trama si genera nel tempo. Il filo si origina in noi come la bava nel ragno, attraversa il caos del mondo, incontra ostacoli, indietreggia o avanza, a volte si aggroviglia e talvolta si strappa. Non esiste alcun destino tracciato, esistono solo circostanze vantaggiose o sfavorevoli. Quando rifletti sul fatto che sei stata fortunata ad evitare per pochi minuti di essere coinvolta in un incidente, consideri il tuo comportamento come una variabile (una possibilità) e l’evento sfortunato come inevitabile (una necessità). In realtà si tratta di due possibilità che potevano o meno accadere: la tua famiglia poteva fermarsi o proseguire il viaggio, l’incidente poteva capitare oppure no. Poiché consideri l’incidente come una necessità, ti rapporti ad esso in funzione del tempo che ti ha separato dal pericolo. Ma l’infortunio della donna sarebbe potuto avvenire prima o più tardi o sarebbe potuto anche non accadere; anche la signora si sarebbe potuta fermare all’autogrill e magari per più tempo di te. Se avesse tardato di qualche minuto saresti stata coinvolta anche tu nell’incidente e avresti pensato: se non avessimo fatto quella sosta. Ma le circostanze sono casuali, senza intenzionalità, dipendono da quel farsi e disfarsi dell’ordito della vita e dalla complessità degli eventi. Vorrei anche ricordarti, tuttavia, che non esiste un destino ineluttabile neppure nella nostra vita. Ci sono inevitabilmente condizionamenti, a volte pesantissimi: dalla genetica alle malattie, dall’ambiente sociale e familiare alla cultura di appartenenza. Ma nulla ci deresponsabilizza mai completamente. In Libertà, grazia, destino [1948] (Morcelliana, 2000), il teologo e scrittore tedesco, ma di origini italiane, Romano Guardini afferma che c’è un modo in cui potremmo essere imbrigliati dalla nostra natura, ed è quello di non determinare le nostre scelte. Facendo riferimento all’Es, la parte pulsionale della personalità, che per Freud opera in funzione del principio del piacere, Guardini scrive che: «Il destino è un Es. Anzi è l'Es, semplicemente. Quando l'uomo dice involontariamente Es, egli intende il destino e l'abbandonarsi a quel potere, che non conosce né giustizia, né saggezza, né rispetto, né bontà». Forse in questo caso c’è destino. Se il nostro percorso è determinato dagli impulsi, allora viene meno la nostra autonomia. Le scelte dell’uomo maturo vanno però in direzione opposta all’inerzia della natura. Hanno a che fare con la libertà del soggetto. E dalla libertà discende la responsabilità: anche quella di dover dare un senso ai vari eventi che ci accadono.
Un caro saluto,
Alberto