lunedì 1 maggio 2023
Al di qua del bene e del male
lunedì 23 gennaio 2023
Al di là del bene e del male
Ecco una questione spinosa: “Al di là del bene e del male” o “al di qua del bene e del male”? Quale espressione vi sembra
preferibile? La tematica è intrigante, le proposizioni appaiono simili, pare
che la posta in gioco sia la stessa, ma il modo di affrontare la vita che
discende dalla condivisione della prima o della seconda valutazione è
profondamente diverso. Questa settimana indaghiamo la prima espressione e
rinviamo alla prossima il commento della seconda. La frase «al di là del bene e del male» è il
titolo di un libro di Nietzsche (1886) scritto nel periodo in cui il filosofo lavorava
ad una delle sue opere più importanti, “Così
parlò Zarathustra” («durante gli
intermezzi di quella nascita»). Nietzsche afferma che, dopo aver «vagabondato» tra molte morali «più raffinate e più rozze che hanno dominato
fino ad oggi o dominano ancora sulla terra», è riuscito a classificare la
varietà dei casi in cui si è imbattuto in due tipologie fondamentali. Il giudizio
del filosofo è perentorio, esistono «una
morale dei signori» e «una
morale degli schiavi». Nella storia si possono individuare fondamentalmente
due classi sociali, ossia due gruppi antagonisti: i dominatori e i dominati di
ogni epoca. «Bene» e «male» avranno dunque significati diversi
a seconda se a creare la tavola dei valori saranno i primi o i secondi. Scrive
l’autore: «Le differenziazioni morali di
valore sono sorte o in mezzo a una stirpe dominante, che con un senso di
benessere acquistava coscienza della propria distinzione da quella dominata -
oppure in mezzo ai dominati, gli schiavi e i subordinati di ogni grado». Nel
corso dei secoli i dominatori hanno imposto i propri valori e hanno determinato
un preciso significato da attribuire ai concetti di «bene» e «male»; in altri periodi, i dominati che
si sono ribellati alle condizioni dispotiche e opprimenti dei primi hanno
ribaltato quella tavola dei valori e ne hanno imposto una alternativa. «Bene» e «male» non indicano pertanto delle realtà oggettive («ontologiche»): le azioni sono
considerate buone o cattive a seconda dei punti di vista e dell’utilità di chi
le pratica. Gli aristocratici, ad esempio, nelle scelte di vita esprimono la
loro volontà di potenza e, secondo l’autore, sono pertanto degli autorevoli creatori
di valori, mentre gli schiavi e gli oppressi, poiché subordinano se stessi alla
collettività e considerano l’individuo meno importante della comunità,
pretendono che questi agisca non per se stesso ma per gli altri. Privilegiano dunque
azioni di segno opposto, quali la compassione e l’altruismo. Gli aristocratici
considerano «buono» ciò che è
superiore ed esprime fierezza d’animo e disprezzano chi non sa elevarsi ad
essere sufficientemente orgoglioso, a compiacersi di sé. In questo caso i
termini «buono» o «cattivo» vengono tradotti nei concetti
di «nobile» e «spregevole». Scrive Nietzsche: «L’uomo
di specie nobile sente se stesso come determinante il valore, non ha bisogno di
riscuotere approvazione, il suo giudizio è «quel che è dannoso a me, è dannoso
in se stesso», conosce se stesso come quel che unicamente conferisce dignità
alle cose, egli è creatore di valori». Chi è forte fa un po’ quello che gli
pare e dà valore a ciò che potenzia la propria attività. La trasposizione dei
concetti di «bene» e «male» nelle categorie di «buono» e «malvagio» ha invece un’altra origine: rispecchia la visione – e
dunque la morale – degli oppressi e dei sofferenti, che serve loro a sopportare
il peso dell’esistenza. I deboli definiscono pertanto “malvagio” ciò che un dominatore
considera invece espressione di fierezza o potenza. Protagonisti della «morale degli schiavi» sono «gli oppressi, i conculcati [quelli
calpestati], i sofferenti, i non liberi,
gli insicuri e stanchi di se stessi». La diversa disposizione gerarchica di
ciò che è desiderabile può andare dunque a vantaggio di una classe sociale o di
un’altra. È come se le due classi sociali si orientassero con mappe territoriali
reciprocamente capovolte, per questo gli obiettivi da raggiungere sono così
diversi e impossibili da condividere. I filosofi occidentali che hanno cercato di
razionalizzare la vita e di fissare rigorosamente le qualità della morale,
secondo Nietzsche, non hanno capito – o hanno fanno finta di non capire – che
vita e morale non sono sovrapponibili. La vita è sempre «al di là del bene e del male», perché è potenza vitale che deriva
dalla natura e come questa non ha obiettivi particolari se non quello di
esprimere la propria forza. La natura dell’uomo è dunque volontà di potenza, è
vita che vuole la vita, ossia vuole solo la propria espansione. Scrive il
filosofo: «Un’entità vivente vuole
soprattutto scatenare la sua forza – la
vita stessa è volontà di potenza». La vita è dunque al di là del bene e del
male, sfugge ad ogni tentativo di costringerla in un ordine, perché è
indifferente alle categorie umane. È semplicemente energia che pulsa, mentre il
tentativo di ricondurre l’agire agli schemi di «bene» e «male» è
un’esigenza umana o, per dirla con Nietzsche, semplicemente «troppo umana». Tuttavia, anche se la
natura è indifferente all’uomo, alle sue intenzioni e ai suoi programmi, molti
filosofi non si sono rassegnati a ostentare o a condividere il punto di vista
del più forte, ma hanno mostrato che è necessario considerare tutta quella
realtà che esiste invece «al di qua del
bene e del male».
Un caro saluto,
Alberto
lunedì 16 gennaio 2023
Vous êtes embarqués
Nei primi giorni del nuovo anno molti quotidiani hanno riportato questa notizia: «Gli italiani tornano a scommettere e a giocare online». Apprendiamo così che nel corso del 2022 la spesa per gratta e vinci, lotto e giochi online è arrivata quasi a 20 miliardi di euro e che è aumentata del 28% rispetto all’anno precedente. Siamo dunque un popolo di santi, poeti, navigatori e soprattutto di scommettitori. Per carità, gli uomini scommettono da sempre: quando intraprendono una guerra, stipulano un’alleanza, assumono un cibo sconosciuto, si avventurano in luoghi inesplorati, fanno scelte azzardate, si fidano di una persona – nelle amicizie o in amore –, rischiano la vita in mare o avviano attività economiche. Non solo gli uomini comuni, ma anche i grandi protagonisti della storia sono stati incalliti scommettitori. Winston Churchill puntava denaro un po’ su tutto: sulle date di scioglimento del parlamento, sui risultati dei casi giudiziari e delle partite di tennis, sull’entità delle avanzate militari sui campi di battaglia, su chi sarebbe diventato primo ministro inglese o presidente americano. Se la scommessa può essere indirizzata ad ogni ambito in cui si scorgono delle alternative, occorre considerare che la vita stessa è la prima grande scommessa dell’uomo, giorno dopo giorno, contro la fame, le malattie e alla fine contro la morte. Gli uomini potevano lasciar fuori dal brivido dell’azzardo la questione di Dio? Certamente no. Nel suo breve trattato su “L’utilità di credere”, Agostino nel IV secolo d.C. afferma che la fede cristiana è una sorta di scommessa necessaria in cui il rischio è modesto e il guadagno alto. Ma è il filosofo francese Blaise Pascal a riproporre la questione in una parte dell’opera conosciuta sotto il titolo di “Pensieri” (1670) intitolata «le pari», «la scommessa». Pascal tratta la questione dal punto di vista del calcolo delle probabilità. Non propone pertanto un’appassionata riflessione teologica, ma una sobria indagine statistica. Scommettiamo allora? Pari o dispari? Alcuni sceglieranno pari, altri dispari. Chi ha ragione? Secondo Pascal, nessuno: «Infatti, sebbene si trovi ugualmente in errore sia chi sceglie croce sia l’altro, entrambi sbagliano. Il partito giusto è non scommettere». Alla domanda: «scommetti?», la risposta più razionale sarebbe dunque: «preferirei di no», oppure: «facciamo un’altra volta». Si possono esibire molte scuse: «l’argomento non mi interessa», «non ho abbastanza denaro». Oltre alle due classiche alternative (sì o no, testa o croce) abbiamo pertanto anche la possibilità di declinare l’invito. Sulla questione di Dio, Pascal avverte che la posizione dei giocatori è diversa. Perché? Il filosofo francese ripete: perché «Vous êtes embarqués», «voi siete imbarcati», intendendo con questa espressione che gli uomini sono già dentro la vita e non possono chiamarsi fuori dal gioco. Essere imbarcati nella vita è diverso dall’imbarcarsi su una nave. Un tempo si saliva a bordo di una nave per sfuggire ad una pena ineluttabile, a una vita infelice, per curiosità, per sfida, per mostrare il proprio coraggio, per denaro, per noia. In ogni caso, per scelta personale. Gli uomini, invece, non hanno ricevuto incentivi per imbarcarsi nell’esistenza: si sono già ritrovati dentro, dalla nascita, senza alternative possibili. Sono da sempre “imbarcati”. Essere imbarcati è dunque una condizione ineluttabile – il corpo è il vascello – e ogni persona condivide la stessa sorte con gli altri esseri umani. Nessuno ha firmato un contratto per salire a bordo. Ci si è semplicemente già svegliati sulla nave. Così, anche se gli uomini decidessero di non scommettere, in ogni caso vivrebbero come se Dio ci fosse o non ci fosse. E alla fine la vita finisce per tutti. Se Dio esiste, secondo il filosofo, saranno le azioni individuali a giocare a vantaggio dei vari soggetti: in particolare la capacità di amare il prossimo e di rispettare i valori universali. Se guardiamo da vicino gli uomini, scopriamo che essi si comportano in un modo curioso: quando rischiano una somma finita sperano di guadagnare una somma più grande, pur sapendo che con grande probabilità perderanno il loro denaro. Comprano il biglietto della Lotteria Italia a 5 euro e sono consapevoli che l’opportunità di vincere è solitamente remota e che i 5 euro sono in fondo buttati. «Ma che sono 5 euro?», pensa la gente. «Si può vivere anche senza». Pascal afferma che se gli uomini trovano dunque “ragionevole” – ossia sopportabile – perdere qualcosa del finito per avere anche una sola possibilità di guadagnare una parte più grande sempre nel finito (5 milioni di euro), allora dovrebbero puntare su Dio, perché se perdono non perdono nulla (tutti muoiono), ma se vincono, vincono l’infinito. Scrive il filosofo: «Valutiamo questi due casi: se vincete, vincete tutto; se perdete, non perdete nulla. Scommettete dunque che esiste, senza esitare!». «È sorprendente. Sì, bisogna scommettere». Pascal è un uomo di fede profonda, e nelle “Lettere provinciali” (1657) critica la fede di maniera, calcolatrice, quella che non proviene dal cuore. Per il filosofo la questione di Dio è di somma importanza e questa riflessione statistica è una sorta di gioco, di divertimento. La sua fede è sorretta da un bisogno interiore non da un calcolo utilitaristico. Egli, tuttavia, sembra avvertire i propri concittadini: «se proprio amate scommettere, allora deducete almeno le conclusioni corrette».
Un caro saluto,
Alberto
lunedì 2 gennaio 2023
Dio è morto
Chi è vissuto negli anni Settanta – o chi in quegli anni è nato – porta con sé il ricordo di una canzone che ha cantato con gli amici o ha frequentemente ascoltato perché ha segnato un’epoca. La canzone è “Dio è morto”, di Francesco Guccini. Lo storico Miguel Gotor in “Generazione Settanta” (2022), riflettendo sull’impegno dei giovani cattolici nell’Italia del periodo del ’68, ricorda che molte canzoni del tempo erano considerate elementi di coesione ideale e morale. Parlando di questa canzone «scandalosamente intitolata Dio è morto, portata al successo dal gruppo dei Nomadi nel 1967» egli afferma infatti che essa era «una sorta di inno generazionale per i giovani cattolici impegnati nella politica e nel sociale contro il consumismo, animati da una speranza cristiana che veniva ad assomigliare a una radicale palingenesi rivoluzionaria: «perché noi tutti sappiamo / che se Dio muore è per tre giorni e poi risorge / in ciò che noi crediamo». L’espressione «Dio è morto» ha ovviamente molti significati, basti pensare che nel Novecento c’è stata persino una teologia della “morte di Dio” sviluppatasi negli anni Sessanta e Settanta. Qui ci limitiamo a prendere in considerazione solo alcune tracce di tale formula contenuta nel libro “La gaia scienza” (1882) di Friedrich Nietzsche. Chi legge la pagina in cui il filosofo tedesco parla della morte di Dio («Gott ist tot») sa che si trova di fronte ad una delle pagine a più alta intensità drammatica della storia della filosofia dell’Occidente. Nietzsche introduce la vicenda attraverso l’annuncio di un «uomo folle» che dopo aver acceso una lanterna nella luce del mattino corre al mercato a gridare incessantemente «Cerco Dio! Cerco Dio!». Scrive Nietzsche: «E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. "Si è forse perduto?" disse uno. "Si è smarrito come un bambino?" fece un altro. "Oppure sta ben nascosto? Ha paura di noi? Si è imbarcato? È emigrato?" gridavano e ridevano in una gran confusione». Ma la scena cambia immediatamente. Scrive il filosofo: «E l’uomo folle balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: "Dove se ne è andato Dio?" gridò, "Ve lo voglio dire! L'abbiamo ucciso - voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini! Ma come abbiamo fatto? Come potemmo vuotare il mare bevendolo fino all'ultima goccia? Chi ci diede la spugna per cancellare l'intero orizzonte? Che mai facemmo per sciogliere questa terra dalla catena del suo sole? Dove va essa ora? Dove andiamo noi, lontani da ogni sole? Non è il nostro un eterno precipitare? E all'indietro, di fianco, in avanti, da tutti i lati? Esiste ancora un alto e un basso? Non stiamo forse vagando come attraverso un infinito nulla? Non alita su di noi lo spazio vuoto? Non fa sempre più freddo? Non è sempre notte, e sempre più notte?». Nietzsche non ha come obiettivo dimostrare razionalmente la non esistenza di Dio. In fondo, se Dio esiste non dipende certo dalla consapevolezza dell’uomo o dalla sua capacità di attestarne l’esistenza attraverso la logica. La logica funziona bene quando si tratta di chiarire i discorsi, ma non può dimostrare né confutare ciò che eccede la natura umana. Allora cosa intende il filosofo? Egli si muove su un piano diverso. Spiega bene questo concetto il filosofo Umberto Galimberti nel libro “Le orme del sacro” (2000) quando scrive: «Per Nietzsche il problema non è di sapere se Dio esiste o non esiste, ma se Dio è vivo o è morto, se intorno all'idea di Dio ancora si organizza o non si organizza un mondo. E allora se, come nel Medio Evo, la letteratura è inferno, purgatorio e paradiso, se l'arte è arte sacra, se la donna è donna-angelo, Dio esiste, cioè "fa mondo". Ma se il mondo si organizza prescindendo dall'idea di Dio, allora "Dio è morto" e ad annunciarlo non sarà certo l'ateo, ma il folle che lo rivela sia ai credenti sia agli atei, legati gli uni agli altri dal problema dell'esistenza di Dio, invece che dal problema della sua presenza nella storia, della sua efficacia nel fare mondo». Il filosofo fa riferimento ad un processo di progressivo venir meno del sacro nella vita degli uomini che si chiama secolarizzazione. Gli uomini vivono facendo a meno di Dio: Dio non è centrale nella loro esistenza, essi indirizzano pertanto le loro domande di senso altrove e cercano di comprendere il mondo e la vita prescindendo dalla religione. Secondo Nietzsche sono dunque gli uomini ad aver ucciso Dio voltando lo sguardo in altre direzioni. Lo hanno ucciso nel momento in cui hanno deciso di pianificare la vita orientandosi su altri ideali come il denaro, la tecnica o su altre convinzioni. Per questo Nietzsche interpella non solo i credenti, ma anche i non credenti che pensano che l’antica certezza sia crollata e sbeffeggiano “l’uomo folle”. Essi si sentono sicuri che la scienza sia la certezza stabile da cui derivare i valori e che ad essa occorra rivolgersi per risolvere tutti i problemi: sono persuasi che la certezza religiosa sia tramontata lasciando il posto ad un’unica verità possibile. Nietzsche non si accontenta di questo esito. L’espressione “Dio è morto” per il filosofo significa che ogni certezza assoluta è destinata a naufragare e che l’uomo non ha né avrà mai fondamenti stabili. Il riso dei positivisti dell’Ottocento si ritorce contro i positivisti stessi che non intendono ancora la portata del venir meno di tutte le verità e non si rendono conto che è in atto un cambiamento storico epocale irreversibile.
Un caro saluto,
Alberto
lunedì 19 dicembre 2022
Scrutare l'abisso
Nella sentenza 146 contenuta in “Al di là del bene e del male”, Nietzsche scrive: «se tu scruterai a lungo in un abisso, anche
l'abisso scruterà dentro di te». Che cosa significa esplorare un abisso? La
parola abisso deriva dal greco: «byssos»
significa «fondo» e il prefisso
negativo «a» nega il vocabolo. Dunque,
l’abisso è letteralmente qualcosa che non ha fondo («a-byssos»). Ora, perché scandagliare ciò che non ha fondo può ripercuotersi
– magari negativamente – sulla persona? Il filosofo è chiaro: gli effetti non
vengono avvertiti da chi sbircia frettolosamente, ma da chi scruta a lungo: insomma,
gli individui superficiali non sembrano essere soggetti a rischio. Nella
psicologia e nella filosofia si sono aperte almeno due strade interpretative. Il
grande psichiatra Eugenio Borgna, nella sua straordinaria delicatezza narrativa,
riferisce esperienze di depressione molto dolorose, quelle che sembra non abbiano
fine. Nel libro “L’ascolto gentile”
(2017), parlando di una donna di nome Francesca, scrive: «Quando la incontrai, l’angoscia dilagava nel suo volto talora percorso
dal lampo di un sorriso fragile e fuggitivo che si spegneva. La rivedo nella
sua grazia ferita, e mi domando come abbia potuto reggere il confronto con lei,
con il suo dolore, con la sua sventura, con le sue parole e con il suo
silenzio, nel corso di dodici mesi scanditi da colloqui, da telefonate, da
e-mail, che mi portavano ogni volta sull’orlo di abissi senza fondo nei quali
lei avrebbe potuto precipitare: recidendo la sua vita, e lasciando ferite anche
nella mia». L’autore afferma che la contiguità prolungata con l’immensità
del dolore altrui è in grado di contagiare e scandagliare in profondità anche
la sensibilità del terapeuta, «lasciando
ferite» anche in chi si avvicina
per porgere aiuto. Così, è noto che dopo una lunga esposizione alla sofferenza,
medici, psichiatri e psicologi possono correre dei rischi, poiché, per eccesso
di empatia, possono essere «divorati»
dalla pena dell’altro. Borgna ha sperimentato su se stesso tale condizione: «Certo, non veniva mai meno la mia attenzione
alle cose che ascoltavo, la mia emozione, la mia angoscia: quando una persona
cammina sull’orlo degli abissi anche la persona che l’accompagna rischia di
essere contemporaneamente divorata dagli stessi abissi di angoscia, e
disperazione». Per questo anche i professionisti, che si occupano di coloro
che stanno affrontando una malattia o ad essa si sono stancamente arresi, hanno
bisogno di sostegno, perché un’eccessiva esposizione al male li può piegare: l’abisso
inghiotte, la sofferenza si espande, l’angoscia dilaga. Sul versante filosofico
l’esperienza dello sgomento per il vuoto non proviene (solo) dai meandri del
supplizio interiore, ma dalla perdita di un punto di appoggio per le proprie certezze.
Blaise Pascal constata che l’uomo cerca di colmare il proprio desidero di
infinito con oggetti finiti, e afferma che tale tentativo è fallimentare,
perché l’aspirazione all’infinito che l’uomo scopre dentro di sé può essere
colmata solo da Dio («quell’abisso
infinito può esser colmato soltanto da un oggetto infinito ed immutabile»).
Un’idea che condivide anche Spinoza, ma da una prospettiva diversa: se per Pascal
il Dio che riempie l’abisso dell’animo umano è il dio del Cristianesimo – un
dio di amore e di consolazione –, per Spinoza quel Dio è la struttura
matematica della realtà e solo la comprensione di tale intelaiatura può fornire
un fondamento saldo per la felicità dell’uomo. Entrambi hanno trovato un «byssos», un fondamento che li ripara
dall’assurdo. Un paio di secoli dopo, Nietzsche constata invece che le certezze
dell’uomo sono basi fragili ed effimere, supporti traballanti pronti a
incrinarsi facilmente nel corso del tempo, perché nascondono spesso convenzioni
e abitudini, paure e bisogni molto umani. E se sotto ogni fondo si spalancasse
ancora un abisso, le certezze fossero costantemente scalfite e l’uomo non
trovasse più punti di riferimento stabili per il proprio agire? Gli uomini
vagherebbero senza meta, insicuri, perché confonderebbero convenzioni con
verità, tradizioni con certezze. La prospettiva di Nietzsche è pertanto più
inquietante e dolorosa. Egli è persuaso che l’uomo non approderà mai a certezze
definitive e che ci sia «dietro ogni
caverna una caverna più profonda», o meglio: «un abisso sotto ogni fondo». È questa consapevolezza che può
destabilizzare l’uomo, perché lo colloca in alto mare sprovvisto di punti di
riferimento sicuri. Da questa riflessione può essere sconvolto e avvertire che
l’abisso “scruta” dentro di lui e che anche la scienza non lo salverà, come ha
scritto Bertolt Brecht nella “Vita di
Galileo”, ove afferma: «E quando,
coll’andar del tempo, avrete scoperto tutto lo scopribile, il vostro progresso non
sarà che un progressivo allontanamento dall’umanità. Tra voi e l’umanità può
scavarsi un abisso così grande, che ad ogni vostro “éureka rischierebbe di rispondere un grido di
dolore universale». Il Novecento ha capito presto che alcune invenzioni non
hanno portato progresso ma distruzione di massa. Più esaminiamo le nostre
accurate certezze più siamo consapevoli che possiamo sempre sprofondare: più
guardiamo l’abisso più siamo destabilizzati e la voragine che si apre sotto i
nostri piedi non si lascia colmare da alcuna ingenuità.
Un caro saluto,
Alberto
lunedì 12 dicembre 2022
L'io non può stare senza il tu
In una lettera del filosofo tedesco Friedrich Heinrich
Jacobi del 1775 ad un interlocutore che non viene nominato è riportata questa
frase: «Apro gli occhi o le orecchie, o
stendo la mano e in questo stesso istante avverto in modo inseparabile: tu e
io, io e tu»; successivamente, il filosofo giunge a questa sintesi: «senza tu l’io è impossibile». Mezzo
secolo dopo il filosofo Ludwig Feuerbach afferma «la necessità del tu per l'io». Feuerbach mette in luce l’essenza sociale dell’uomo:
come due persone sono indispensabili per generare un individuo di carne e ossa,
così occorrono più persone per originare l’uomo spirituale. Abbiamo bisogno
delle relazioni con gli altri (tu) per
diventare ciò che siamo e per formare la nostra identità (io). Così, servono molte vite per fare una vita e molti libri per strutturare
un uomo e renderlo consapevole e libero. È fondamentale, dunque, l’apporto di
soggetti diversi per consentire ad un uomo di pensare autonomamente. L’altro è dunque
costitutivamente («ontologicamente») imprescindibile
perché ognuno possa formare se stesso, perché ci si educa e si cresce proprio
grazie alle relazioni. Poi Feuerbach si è lasciato un po’ prendere la mano e ha
scritto: «l'uomo preso per sé è uomo (nel
senso usuale del termine); l'uomo insieme all'uomo — l'unità di io e tu — è Dio».
Martin Buber, autore dell’opera “Io e tu”
(1923), un saggio che insieme ad altri è raccolto nel libro “Il principio dialogico” (1962),
ridimensiona un po’ tale euforia e scrive più coerentemente che «l'unità di io e tu è l'uomo (nel senso proprio del termine)». Se
nella relazione si genera l’uomo, allora è fondamentale essere autentici.
Scrive il filosofo: «Non è importante che
uno si «lasci andare» di fronte all'altro, ma è importante che permetta
all'uomo con cui comunica di partecipare al suo essere. Essenziale è
l'autenticità dell'interumano; dove essa manca, neanche l'umano può essere
autentico». Nello stesso anno della pubblicazione dell’opera di Buber
(1962), il filosofo romano Guido Calogero (1904-1986), allievo di Giovanni
Gentile, ma antifascista e pertanto più volte arrestato e costretto al confino
con la famiglia, pubblica un’opera intitolata “Filosofia del dialogo”. Egli afferma infatti che: «Nessuno è più ridicolo di colui che mostra
di avere interesse a conoscere il pensiero altrui solo perché ha interesse a
sostituirlo con il suo». Egli è pertanto convinto che la scelta del dialogo
consenta di evitare di cadere nell’indifferenza o nella presunzione dogmatica.
Le sue parole sono chiarissime: «ho
deciso che non voglio essere fanatico, perché è mio dovere fondamentale quello
di assicurare ad ogni altro la possibilità di convincermi che ho torto». La
parola “dialogo”, deriva da “dia” e “logos”: è la parola (logos)
che attraversa (dia) le persone.
Allora occorre distinguere tra un dialogo-colloquio e un dialogo-soliloquio. La
bellissima poesia di Leopardi “Alla Luna”
è un esempio di soliloquio («O graziosa
luna, io mi rammento / Che, or volge l’anno, sovra questo colle / Io venia pien
d’angoscia a rimirarti […]»). Un dialogo interiore che permette di
sviluppare pensieri, evocare ricordi e sensazioni. Ma non è un’effettiva relazione
con l’altro: alla Luna in fondo facciamo dire ciò che vogliamo, è il pretesto
per le nostre riflessioni. Nel dialogo autentico l’altro invece non è mai in
nostro potere: le sue idee non si lasciano ridurre alle nostre considerazioni, così
la sua alterità in generale non si lascia appiattire né esaurire. Lo scambio costruttivo
può avvenire solo quando il “logos” attraversa i soggetti – chi parla e chi
riceve la parola e poi può restituire altra parola che tiene conto di ciò che
via via emerge dal discorso. Nel dialogo si realizza così il movimento
altalenante dell’onda sulla spiaggia: la parola avanza e torna indietro
ripetutamente arricchita. Così, quando il dialogo è genuino, modifica gli
interlocutori e nella variazione incessante li valorizza entrambi. La
riflessione sulla necessità della relazione per costituire l’uomo è stata
ripresa dalla psichiatria, dalla psicologia e dalla pedagogia. A partire da una
poesia di Friedrich Hölderlin, Eugenio Borgna, uno dei più grandi psichiatri
italiani, ha scritto un libro meraviglioso intitolato “Noi siamo un colloquio” (1999), per mostrare che la cura in
psichiatria non è mai riducibile all’aspetto farmacologico, ma è aperta ad ogni
dimensione dell’esistenza ed ha come base l’ascolto della persona: dal dialogo
interiore ai silenzi che compongono ogni vita. Sul versante pedagogico il poeta
ed educatore Danilo Dolci, per segnalare che ognuno di noi alimenta gli altri e
dagli altri è sostenuto, nel libro “Palpitare di nessi” (1985) afferma che
ogni uomo è un centro di «cordoni
ombelicali in partenza e in arrivo» e che la comunicazione vera è sempre
bidirezionale, proprio come avviene nell’interazione vitale tra la mamma e il figlio
nella gravidanza. Nell’opera successiva, “Dal
trasmettere al comunicare” (1988), egli ricorda invece come l’espressione “mezzi di comunicazione di massa” sia ingannevole
e da sostituire con “mezzi di trasmissione
di massa”, in quanto con la televisione e la radio assistiamo piuttosto ad un’opera
di informazione collettiva che esclude la reciprocità. Chi parla trasmette e
non può essere influenzato, ma Dolci insegna che la relazione io-tu sorregge l’esistenza
ed è la trama meravigliosa di ogni vita.
Un caro saluto,
Alberto
lunedì 7 novembre 2022
L'uomo è ciò che mangia 2/2
Se per il chimico Justus von Liebig e per il fisiologo Jakob
Moleschott ha senso dire che l’uomo è ciò che mangia, perché il cibo si
trasforma nelle cellule e nei tessuti del corpo, per il filosofo materialista Ludwig
Feuerbach la correlazione tra cibo ed essenza dell’uomo si carica anche di riflessioni
politiche e sociali. Feuerbach ha davanti a sé la società del periodo dello
sviluppo industriale dell’Ottocento: vede il popolo soffrire la fame. È ancora
Moleschott a descrivere perfettamente quell’epoca: «Riguardiamo ancora una volta l’esempio dell’Inghilterra; senza dubbio
vi si vedono migliaia di operai delle fabbriche abbandonati alla fame ed alla
miseria, ed i loro vivi lamenti, ognora crescenti, salgono incessantemente
verso i palazzi dei ricchi». E ancora: «Chi
non conosce la condizione privilegiata del lavoratore inglese, irrobustito dal
roastbeef, rispetto al “lazzarone” italiano, la cui alimentazione
prevalentemente vegetale spiega gran parte della sua inclinazione
all’indolenza?». Feuerbach sa che non si può parlare dell’uomo in astratto,
perché l’uomo è fatto di carne e ossa, vive in precisi contesti storici, soffre
la miseria e la denutrizione. È per questo che nell’articolo “La scienza
naturale e la rivoluzione” (1850), afferma: «Se volete migliorare il popolo, allora dategli cibi migliori, invece di
prediche contro il peccato. L’uomo è ciò che mangia. Chi si nutre solo di cibi
vegetali si riduce a un essere che vegeta, privo di energia per agire». Ossessionato
dal rapporto tra alimentazione e povertà, tra nutrimento e realizzazione personale,
egli afferma che le condizioni materiali sono la base per poter migliorare le
condizioni spirituali. Una scarsa alimentazione non consente di esercitare
tutte le funzioni superiori. Chi vive nell’indigenza non può sviluppare
adeguatamente se stesso: chi è costretto a lavorare fin da piccolo non può frequentare
la scuola né coltivare i propri talenti. Feuerbach fa anche notare che, in
passato, gli uomini erano spesso definiti dalla loro alimentazione. Ne “Il mistero del sacrificio, ovvero l’uomo è
ciò che mangia” (1862) egli ricorda che Omero parla di «ippomolgi» («bevitori
di latte equino»), «galattofagi» («mangiatori di blatte») o di «lotofagi»
(«mangiatori di loto») e che geografi e storiografi successivi hanno descritto
i popoli in riferimento alla loro alimentazione: «ittiofagi, «mangiatori di pesce», chelonofagi, «mangiatori di
testuggini», acridofagi, «mangiatori di locuste», strutofagi, «mangiatori di
struzzi», rizofagi, «mangiatori di radici», silofagi e spermatofagi, ossia
uomini che si cibano di bacche e teneri ramoscelli di arbusti selvatici,
agriofagi, «mangiatori di selvaggina», ossia quelli che soprattutto, secondo
Plinio, si nutrono della carne di pantere e leoni, panfagi, coloro che
«mangiano tutto», ofiofagi, «mangiatori di serpenti», quali sono, a detta di
Pomponio Mela, i Pigmei, artofagi o «mangiatori di pane», come, secondo Ateneo,
venivano chiamati gli Egizi per la loro moderazione, e infine, appunto,
antropofagi, i «mangiatori di uomini». In queste associazioni si mette in
luce un preciso rapporto tra le qualità del cibo e le qualità interiori dell’uomo.
Il cibo non determina dunque solo l’essenza dell’uomo (gli dei greci mangiano infatti
ambrosia, cibo immortale, e sono pertanto immortali; l’uomo, che mangia gli
alimenti della terra, è invece mortale), ma anche le sue virtù. Così, anche
secondo Gandhi «l’uomo diventa ciò che
mangia». Scrive infatti l’autore: «C’è
molta verità nel detto che l’uomo diventa ciò che mangia. Più grossolano è il
cibo, più grossolano sarà il corpo». La riflessione di Gandhi apre tuttavia
una nuova interpretazione: non siamo riducibili a ciò che mangiamo: se i cibi ci
trasformano e fanno parte del nostro corpo, l’uomo è qualcosa di più di un
insieme di ferro, carbonio, potassio, calcio, fosforo e altro. L’uomo è
definito soprattutto dal suo sentire e dalla sua ideazione: dai progetti, dai
valori, dalle creazioni, dai pensieri, dagli scritti, dall’arte. Poiché l’uomo può
scegliere cosa mangiare, allora determina la propria natura non solo per ciò
che mangia, ma soprattutto per ciò che non mangia. La lingua tedesca descrive
l’assunzione del cibo da parte dell’animale con il verbo “fressen” (che può essere usato in forma ironica, quando si dice di
certe persone che «mangiano come animali»), mentre utilizza il verbo “essen” per esprimere il mangiare
dell’uomo. Perché creare una differenza nella modalità di assunzione il cibo?
Perché nel sostentarsi, l’uomo non si accontenta di consumare gli alimenti, ma attribuisce
loro dei significati. Il cibo si è così caricato storicamente di contenuti
simbolici e culturali. Scrive infatti Gandhi: «Sento che il progresso spirituale ci richiede di smettere, a un certo
punto, di uccidere le creature nostre compagne per la soddisfazione dei nostri
bisogni corporali». Piano piano l’uomo è definito soprattutto da ciò che
non mangia. Possiamo così rovesciare la frase di Feuerbach e dire: “l’uomo mangia ciò che è”, perché donando
significati agli alimenti, assume ciò che si accorda con la propria visione del
mondo. Così il cibo kosher (adatto) per gli ebrei, halal (lecito) per i
musulmani, le varie forme di digiuno, il rifiuto di alcuni cibi, in particolare
della carne o la scelta vegetariana dicono che l’uomo mangia ciò che è o vuole
essere.
Alberto
