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Cor-rispondenze

lunedì 27 marzo 2017

Autenticità: ma a che prezzo?

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Caro professore,
la ricerca dell’autenticità è un pensiero che mi assale costantemente. Questa vita scorre incessante e noi non ci poniamo molte domande: ma in tutto questo cosa siamo? Mi pongo questo interrogativo dinanzi a una vita monotona, inserita in una società superficiale e materialista, in cui pare che l’unico scopo sia di farmi segnare dal tempo. So che per vivere bene bisogna ottenere la pace con il proprio animo, data da rapporti con persone autentiche, senza finalità o interessi, una felicità condivisa con qualcuno di vero, ammirare a farsi incantare dalle bellezze reali della vita e della natura che lentamente stiamo dimenticando. Ecco, mi aspetto questo dalla mia esistenza: autenticità. Ma come?
Leonardo, 3I

Caro Leonardo,
Hugo Ball, uno dei fondatori del dadaismo a Zurigo, nell’opera “Flametti ovvero del dandismo dei poveri” (1918) scrive che la vita dei saltimbanchi e dei circensi è più autentica di quella dei borghesi. Coloro che vivono ai margini della società, scarsamente inseriti nel sistema sono forse meno disposti a compromessi e a dissimulare, perché «chi cammina sulla fune non può, nemmeno per un istante, fare "come se"». Non c’è possibilità di fingere, di ostentare o di occultare la propria vera natura. La vita autentica non è diversa da quella mostrata, perché non si può far apparire ciò che non si è su un cavo sospeso a mezz’aria. L’autenticità può essere concepita in molti modi: parliamo di un quadro autentico se compatibile con l’autore che l’ha creato e di un documento autentico se è originale. Così intendiamo l’autenticità spesso in riferimento ad un modello primordiale che differisce dalla sua copia, ad un autografo e non alla sua riproduzione. L’autenticità della vita a cui fai riferimento è tuttavia di altro tipo: non si tratta di ripulire un’anfora ricoperta da incrostazioni e conchiglie – che tu individui nella «monotonia, nella superficialità e nel materialismo» – per riscoprire l’oggetto autentico che sta sotto, perché l’esistenza di ciascuno non è un manufatto che rimane inalterato negli anni, lievemente velato o guastato dalla patina del tempo. Perché la vita non solo si modifica nel tempo, ma in esso si genera gradualmente. Cosa significa allora essere autentici se non c’è un originale granitico da preservare? Filosofie e religioni hanno sempre sollecitato il passaggio dall’inautenticità all’autenticità dell’uomo. Secondo Socrate, per essere autentici e non replicare ciò che recitano i più, è importante conoscere se stessi, per Gesù è fondamentale aprirsi ad una dimensione di amore con il divino e con l’umano. Per Kant è autentico chi sa obbedire alla legge morale dentro di sé, per Marx chi sa smascherare le sovrastrutture e cogliere le cause dell’alienazione umana; per Nietzsche chi sospetta delle verità della tradizione e ascolta il dionisiaco dentro di sé, per Freud chi ascolta il proprio inconscio, per Heidegger chi sa uscire dall’esistenza anonima del “si” impersonale. Ogni uomo ha trovato la propria via per l’autenticità: alcuni sono usciti da un gruppo sociale, si sono trasferiti in altre città, in campagna o in luoghi sperduti, altri hanno cambiato lavoro o hanno modificato il proprio stile di vita decidendo di prendersi cura di sé, degli altri o della cultura. Oggi riteniamo autentico chi sa ascoltare la propria voce interiore e non accetta di muoversi in uno spazio già orientato da altri nel lavoro o nella visione politica, culturale o religiosa. L’esistenzialismo, una corrente filosofica del Novecento che si è sviluppata a partire dalla prima guerra mondiale, ha dato molta importanza a questo tema. L’esistenza autentica non è solo quella che prende consapevolezza dei condizionamenti, ma è quella che guarda l’esistenza a partire dalla morte, dalla finitezza della vita. È propria dell’uomo che considera la vita a partire dalla sua fragilità naturale e assume questa condizione per orientare le proprie scelte. Anche lo psichiatra Aldo Carotenuto, nel libro L’eclissi dello sguardo ritiene che la categoria dell'autenticità sia fondamentale in quanto: «di fronte alla morte, così come nei momenti più cruciali dell'esistenza, [l'uomo] è costretto innanzitutto a chiedersi chi sia, e può accettare limiti ed errori soltanto se consapevole di aver dato voce alla propria dimensione interiore». In fondo, misuriamo la verità del nostro vissuto con questa cartina di tornasole. Chiedi a quale prezzo si possa essere autentici. Il prezzo è elevato perché – come per ciò che è pregiato – il suo valore è alto. Ma il compenso che se ne ricava è dato dalla qualità della vita. Diventare autentici include infatti la capacità di allontanarsi da ciò che non si condivide più per ascoltare la propria voce interiore, e implica anche la capacità di sostenere la sofferenza dovuta all’esperienza della perdita di ciò che credevamo sorreggesse la vita. Il teologo Vito Mancuso in “Io e Dio. Una guida dei perplessi” (Garzanti, 2011) ha proposto questa bella riflessione: «l'autenticità della vita si misura sulla base del suo rapporto con la verità, nel senso che l'autenticità aumenta quanto più si è disposti ad amare la verità anche al di sopra di sé e delle proprie convinzioni, se occorre lasciandosi confutare, mentre diminuisce quanto più alla verità dell'esperienza si preferiscono le proprie convinzioni e le proprie convenienze».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 20 marzo 2017

L'amore dei nonni



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Caro professore,
L'amore, che è il sentimento che pare abbia caratterizzato tutta l'esistenza dell'uomo, è cambiato e muta durante i secoli? Penso ai miei nonni, che ora si prendono cura uno dell'altro con devozione; ma mio nonno afferma di aver sposato sua moglie perché ormai doveva sposarsi e lei era in età da marito. Quando per molti secoli regnava l'assoluto maschilismo certamente anche l'amore era diverso. Altro importante caso sono i matrimoni combinati. Possiamo dire che l'amore sia cambiato e che oggi amiamo con più sincerità? Conoscendo anche meglio l'altra metà della mela?
Francesca, IIIA

Cara Francesca,
Studiosi della vita di coppia riferiscono che in passato due persone si separavano perché si detestavano, mentre oggi è molto probabile che si separino perché non si amano abbastanza. Certo, è vero, molte volte uomini e donne sono stati insieme per esigenze economiche, per bisogno di protezione, di sicurezza, per motivi sociali legati al ceto di appartenenza o per altri ragioni. Oggi, forse, le persone sono meno disposte ad accettare giustificazioni all'unione che non siano il motivo stesso dell’amore. Si sta insieme per amore e questo rimane il momento più alto della felicità. Mi soffermo su quattro aspetti della tua bella lettera: 1. Dici che tuo nonno “afferma di aver sposato sua moglie perché ormai doveva sposarsi e lei era in età da marito”. Questo fatto sembra richiamare un elemento di calcolo o di freddezza nella poesia dell’amore; diventa difficile da accettare, perché spesso riteniamo che il progetto sia un elemento estraneo che rompe l’incanto dell’innamoramento. Vogliamo che non si introducano elementi di pianificazione in ciò che, se non accade spontaneamente, sembra essere snaturato. Tuttavia, come per intraprendere un’attività occorrono gli strumenti e non sono sufficienti il semplice desiderio e la fantasia, così senza concretezza non si dà attuazione al proprio disegno, e la consapevolezza del limite temporale della vita aumenta il valore che si dà al tempo per poter realizzare anche un percorso di vita insieme. Hai scelto una bella espressione per indicare l’amore dei tuoi nonni: “si prendono cura uno dell’altro”. 2. Prendersi cura dell'altro credo sia la qualità essenziale dell'amore. Nel prenderci cura dell'altro mostriamo interesse rinnovato nei suoi confronti, premura verso i suoi bisogni e dedizione verso la vita che lentamente si trasforma. Lo diciamo anche in certe espressioni: una persona tras-curata, infatti, è abbandonata a sé, è ignorata; e se uno è abbandonato presto si tras-cura, ossia si disinteressa a sé, si lascia andare, diventa debole e cede al peso degli anni e della vita. Cura è una parola che richiama anche la terapia, ossia quella modalità di intervento che permette di ristabilire la salute di una persona. Sì, perché l'interesse verso la persona è terapeutico, le permette di sentirsi viva e di sentirsi amata. E chi sa di essere amato è più forte, perché l’attenzione è un potente medicamento dell’anima. 3. E’ significativa anche la modalità con cui indichi la loro relazione: con dedizione. La parola dedizione sta a metà strada tra il rispetto e il culto. La dedizione è fatta di rispetto (respicere), ossia della capacità di saper guardare l’altro per quello che è e per la dignità umana che è in lui; perché ognuno dei due è l’unico che conosce le esperienze dell’altro, il suo vissuto, la sua storia. Solo tuo nonno, oggi, porta dentro di sé la storia della nonna e i suoi vissuti. I tuoi genitori sono venuti dopo, e tu dopo ancora. Lui vede nella nonna quello che altri non vedono più, il tempo della sua giovinezza e tanti altri istanti vissuti insieme, le sue fantasie, i suoi sogni e il suo passato. E nella dedizione c’è anche un richiamo al sacro, che ci ricorda il legame con il divino. Nell’amore, infatti, sperimentiamo la forma più importante del legame tra le persone, ed essendo la forma più alta del legame umano è bello dire che è un legame divino. Come il devoto ritorna infatti con i propri pensieri a ciò che ama, così l’amante vuole stare vicino all’oggetto del suo amore. 4. “Amiamo con più sincerità perché conosciamo meglio l’altra metà della mela?” La conoscenza della persona può aumentare l’amore, ma non basta. Quando si ama qualcuno lo si comprende meglio: a due innamorati basta uno sguardo per capire se c’è qualcosa che non va. È a partire dall’amore, dunque, che aumenta la conoscenza. Il filosofo Umberto Galimberti, nel libro L’ospite inquietante, cita una frase di Paolo di Tarso: "Non si entra nella verità senza l'amore (Non intratur in veritate nisi per caritatem)". La comprensione, come vedi, passa attraverso l’amore. Infatti, è proprio grazie all’amore che anche tu riesci ad afferrare le sfumature dell’affetto dei tuoi nonni. Poiché gli adolescenti sono molto svegli e sanno distinguere nelle relazioni ciò che è autentico da ciò che è artefatto, credo che i tuoi nonni siano fortunati, perché hanno una nipote molto attenta che sa leggere le tonalità emotive; ma penso che anche tu sia più ricca, perché hai fatto esperienza dell'amore nella forma più alta, che è quella della testimonianza e non dell’idealizzazione. La vita vissuta emana un’energia in grado di persuadere le persone che anche la qualità dell’amore è possibile.
Un caro saluto,
Alberto

martedì 14 marzo 2017

Ferruccio De Bortoli: “Post-verità e ruolo del giornalismo nell’era digitale”




Nella mattinata di oggi, martedì 14 (alle 11 al Centro Incontri della Provincia), Ferruccio De Bortoli, già direttore del Corriere della sera e del Sole 24 Ore, ha incontrato gli studenti di dodici classi quinte dei licei classico e scientifico. Il tema della sua relazione era “Post-verità e ruolo del giornalismo nell’era digitale”, argomenti di forte attualità che sono stati introdotti da Stefano Suraniti (dirigente Ufficio scolastico regionale) e Alessandro Parola (dirigente del liceo cuneese).

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Sarebbe cambiata la storia se nel 1991, durante la prima guerra del Golfo, ci fossero stati i social networks?”Probabilmente sì”, ha detto Ferruccio De Bortoli nell’incontro con i duecento studenti dei licei: “sarebbero cambiati sia il racconto della guerra sia la percezione che il pubblico avrebbe avuto di questi avvenimenti”. In pochi anni è cambiato più volte il modo di produrre informazione, è aumentata vertiginosamente la velocità della diffusione delle notizie e i contenuti, spesso, sono generati anche dagli stessi utenti (user-generated content). Le novità sono appassionanti, tuttavia – sostiene l’ex direttore del Corriere della Sera – i ragazzi devono vivere con responsabilità e entusiasmo tutto ciò che la tecnologia mette loro a disposizione, cercando di rimanere cittadini responsabili e critici. De Bortoli mostra che le post-verità sono sempre esistite: poiché la storia è stata scritta soprattutto dai vincitori, riscritta dai dittatori e manipolata dai persecutori, le post-verità sono state inventate per giustificare delitti, omicidi e persecuzioni. Dalla manipolazione delle immagini nella dittatura comunista di Stalin, che fece sparire la figura di Trockij da una foto ufficiale e il nome di Bucharin anche dai libri di storia, alle dittature del Cile di Pinochet e all’Argentina dei colonnelli, dove a sparire non erano solo le foto, ma le persone. Fino alla manipolazione più recente operata con Photoshop della foto dei capi di governo che manifestavano per la libertà di stampa – dopo la strage parigina di Charlie Hebdo (2015) –, realizzata da Hamevasser, il giornale ultraortodosso israeliano che ha semplicemente cancellato le donne dalla copertina, considerando scandalosa la loro presenza. Il problema delle notizie false nel nostro tempo non è più assimilabile al semplice divertissement, prodotto dalla realizzazione di leggendarie prime pagine fasulle su giornali satirici, ma deriva dall’intenzionale produzione di informazioni false da parte di hackers professionisti per destabilizzare le democrazie. De Bortoli mostra così come le post-verità abbiano influenzato sia il referendum sulla Brexit sia l’elezione di Trump. Nel primo caso egli segnala alcuni articoli in cui Katharine Viner, direttrice del The Guardian, svela come la post-verità abbia condizionato il referendum inglese. E ricorda inoltre come lo stesso leader dello Ukip (il  partito indipendentista inglese), Nigel Farage, abbia ammesso che il promesso risparmio di 350 milioni di sterline alla settimana per il sistema sanitario fosse solo una bugia. Nel secondo caso, De Bortoli richiama il dialogo surreale tra il giornalista Chuck Todd e la portavoce di Trump Kellyanne Conway, la quale, non potendo contestare che il numero dei partecipanti presenti all’Inauguration day di Trump era inferiore a quello di Obama, ha introdotto il concetto di “fatti alternativi”, asserendo pertanto di essere a conoscenza di altri fatti che corroboravano la sua idea, anche se indimostrabili. De Bortoli sostiene che il giornalismo di qualità, responsabile e avveduto, sia oggi indispensabile e che i social networks,  pur essendo mezzi straordinari, non sostituiscano né un buon giornale né un buon sito di informazione. Citando il giornalista britannico Timothy Garton Ash, egli ricorda che Orwell e Solženicyn non si arresero alle menzogne di Goebbels e Stalin e che la buona cronaca e i testi di storia possono aiutare i giovani a comprendere ciò che sta sotto l’apparenza e a sviluppare una cittadinanza consapevole.
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lunedì 27 febbraio 2017

La bellezza nell'arte


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Caro professore,
talvolta mi ritrovo a guardare documentari sull’arte e a rimanere affascinato dalla magnificenza dei capolavori mostrati. Inoltre, ultimamente, i telegiornali riportano anche le scelte operate dai turisti per queste vacanze: vi è stato un boom di visitatori nei siti museali. Io stesso, nel corso degli ultimi anni ne ho visti parecchi. Mi sorge sovente un dubbio che le illustrerò brevemente. Alcune opere d’arte, come la “Pietà” di Michelangelo o la “Nascita di Venere” di Botticelli, vengono riconosciute da tutti come capolavori assoluti di esimia bellezza. Bellezza che suscita in noi grandi emozioni portando addirittura alcuni soggetti a manifestare la Sindrome di Stendhal, la quale determina l’insorgere di uno stato temporaneo di sofferenza psichica in taluni individui che si trovino ad ammirare meraviglie dell’arte, principalmente se conservate in spazi ristretti. È vero però che l’arte può assumere altre forme. Basti pensare alla corrente contemporanea, che in molti casi divide l’opinione pubblica: mentre alcuni ne esaltano la bellezza, altri la negano. Insomma, la prima corrente porta a pensare che la bellezza sia insita nel capolavoro stesso, mentre dalla seconda si evince che la stessa non esiste in assoluto, ma viene suscitata dall’opera nell’animo di chi la osserva. Allora, io le chiedo: “La bellezza nell’arte è una qualità oggettiva o soggettiva?”
Samuele, 4H

Caro Samuele,
Il filosofo polacco Władysław Tatarkiewicz ci ricorda che l’estetica antica aveva proposto tre teorie del bello: quella matematica dei pitagorici, secondo cui la bellezza deriva «da misura, proporzione, ordine e armonia», quella soggettivistica dei sofisti, secondo cui la bellezza scaturisce «dal piacere dell'occhio e dell'orecchio», e una teoria funzionalistica di Socrate, secondo cui «la bellezza delle cose risiede nell'essere appropriate ai fini a cui devono servire». Nell’epoca classica vi era l’idea che la bellezza fosse evidente e che dipendesse da proporzioni perfette. Armonia, misura e simmetria rappresentavano così anche il criterio per valutare. All’opposto, si è pensato che la bellezza obbedisse sostanzialmente al gusto individuale, esattamente come la scelta di un vestito, di una canzone o di un arredamento. Da questo punto di vista, come non si può raggiungere l’uniformità in materia di gusto, secondo l’antico detto che “De gustibus non est disputandum”, bisognerebbe accontentarsi di riconoscere che la soggettività è il criterio fondamentale per giudicare l’opera d’arte. E poiché il soggetto è condizionato dalla propria sensibilità e dalla propria storia, la bellezza non sarebbe insita nel capolavoro, ma nelle peculiari capacità ricettive di ciascuno. Nella storia dell’arte la bellezza è stata considerata sia come espressione della perfetta riproduzione di un oggetto sia come rivelazione del soggetto che sulla tela esprime la propria esclusiva modalità di sentire il mondo. Quando penso all’arte come rappresentazione oggettiva mi vengono in mente quelle bellissime dispute tra i pittori avvenute nell’antichità e raccontate da Plinio nella “Storia naturale” (Libro XXXV). Al termine di una gara di pittura tra due fuoriclasse, Zeusi  si complimenta con Parrasio per aver dipinto dell’uva con così tanta perfezione che gli uccelli volavano attorno alla tela per beccarla. E così, dopo aver ricevuto i complimenti del collega, Parrasio invita Zeusi a togliere il sottile velo che ricopre la sua opera per poterla ammirare pienamente. Appena scopre che non si tratta di un velo reale, ma dell’illusione prodotta dalla pittura, Parrasio comprende immediatamente di aver perso la gara e riconosce che l’altra imitazione è stata più convincente in quanto in grado di ingannare anche un pittore esperto. Se qui il valore della bellezza è stabilito dal grado di somiglianza dell’oggetto rappresentato con la realtà, a partire dal Novecento si è giunti, ad esempio con l’espressionismo, a valorizzare soprattutto la soggettività dell’artista e non più l’oggettività del mondo esterno. Sono cambiati i criteri della bellezza e tutte le successive correnti dell’arte contemporanea hanno ulteriormente frantumato i canoni antichi. Ed è per questo che molte opere risultano ostiche ai più e spesso si dubita che abbiano a che fare con l’arte. Allora, la bellezza è oggettiva o soggettiva? Umberto Eco nella “Storia della bruttezza” ricorda che, dal cinema alla moda, le bellezze che oggi vengono proposte (Brad Pitt o Sharon Stone) non sono poi così diverse da quelle dei rinascimentali. Come se ci fossero configurazioni comuni negli esseri umani. Ciò significa che Kant ha prodotto un insegnamento che credo sia ancora insuperato. Coerentemente alla sua visione sulla teoria della conoscenza, egli ha affermato che gli uomini possiedono delle strutture che vengono attivate quando essi avvertono ordine e armonia. Quando ciò che è esterno risveglia in loro un senso di ordine, essi tendono a definirlo bello. Il bello non è dunque una proprietà degli oggetti, ma neppure un’arbitraria valutazione del soggetto: nasce piuttosto da una relazione del nostro spirito con la realtà. Il neurobiologo Semir Zeki che studia i rapporti tra cervello e arte (“La visione dall'interno. Arte e cervello” [1999] 2007), ha messo in luce come l’attivazione di diverse aree cerebrali dipenda da colori, forme e linee. L’esperienza estetica ha dunque basi biologiche e Kant lo aveva già capito benissimo troncando il dualismo soggettivo-oggettivo.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 30 gennaio 2017

Un amore che salva

fragilità

Caro professore.
È stato abbastanza difficile scrivere questa lettera... Circa due anni fa ho avuto un problema di cui oggi sinceramente non mi pento di parlare perché è normale essere deboli: chi in un modo, chi in un altro, ognuno ha qualcosa che un po’ lo manda in crisi. Io ho avuto un problema di anoressia dal quale sono riuscita ad uscire non grazie all’aiuto di psicologi o dottori, ma semplicemente a quello della mia famiglia e delle mie amiche, che sono diventate per me ormai la seconda casa, il luogo in cui ripararmi in caso di tempesta. Durante quel periodo di dolore e difficoltà, quando di fronte solo alla parola cibo tremavo e i miei occhi si riempivano di lacrime, ho riflettuto molto. Le domande che mi sono posta sono state molteplici, ma quella che trovo più importante e a cui ancora non ho trovato una risposta non è quella che tutti potrebbero immaginare: "per quale motivo ciò è successo", bensì una che forse è sorta alla fine del problema come conseguenza dei gesti altrui… Tutti siamo destinati a morire, chi prima, chi dopo, e tutti siamo destinati a lasciare questo mondo indipendentemente da ciò che facciamo, dal nostro comportamento, dalle scelte o dalle azioni. Allora mi chiedo: tutto ciò che hanno fatto gli altri per me, aiutandomi in quel periodo difficile, svanirà senza che nessuno lo ricordi? E io, lasciata questa terra, indipendentemente dal fatto che mi ricongiungerò con Dio o mi reincarnerò in qualcosa di altro, vivrò come se nulla fosse mai successo? Dimenticherò tutti i gesti e gli sforzi che i miei genitori hanno fatto per salvarmi? Tutte le lacrime che hanno versato e le preghiere che hanno fatto? Non riuscirò mai a onorare la loro grandezza nemmeno con il ricordo e il grande amore che provo per loro? Resterà almeno in me una traccia di quel ricordo? Come si può non spaventarsi sapendo che tutto svanisce e si dissolve nella grandezza del mondo e alla fine del battito del nostro cuore? Sto cercando, proprio per questo, di ringraziare in qualsiasi modo tutti coloro che mi hanno aiutata, ma sempre, sapendo che tutto svanirà, mi sento debole e ogni gesto mi risulta inutile.
Debora, 4H
 
Cara Debora,
Ci sono prospettive che fanno apparire le nostre azioni insignificanti: quella del tempo della nascita dell’universo o della comparsa della vita sul pianeta. Qualunque gesto nella tessitura di una vita, tra miliardi di vite nello spazio e nel tempo e inserito in una distanza temporale enorme può sembrare irrilevante. Il percorso individuale rivela il suo carattere effimero, la Terra la sua marginalità, ogni gesto si dissolve. La consapevolezza che ogni azione svanisce può farla apparire inutile. Ma solo se considerata da distanze siderali. Se tutto diventa inconsistente inserito in tali intervalli, è evidente che le unità di misura della nostra vita debbano essere altre. Sperimentiamo, ancor prima di comprenderlo con la ragione, che ci sono due tipi di amore: uno incondizionato e uno condizionato. Il primo è quello dei genitori, che ci sostiene anche se non abbiamo meriti. Eric Fromm ne “L’arte di amare” scrive: «Non c'è niente che debba fare per essere amato — l'amore materno è incondizionato. Tutto ciò che devo fare è essere — essere il suo bambino. L'amore materno è beatitudine, pace, non ha bisogno di essere conquistato né di essere meritato». Scopriremo poi che quello era l’unico amore integrale, perché quelli futuri saranno sempre condizionati: dal nostro comportamento, dai nostri valori, dalle scelte di vita. C’è un modo per “onorare la grandezza” dell’amore ricevuto? Chi, come te, è stato fortunato a sperimentare fortemente l’amore della famiglia sa che il proprio debito con quell’origine non potrà essere saldato. L’asimmetria non può essere compensata. Solo col passare degli anni e mettendo insieme i pezzi della storia di chi ci ha preceduto riusciremo a comprendere il significato di quell’essere amati. L’amore ricevuto ci permette di crescere e di maturare la convinzione che la nostra vita è importante, perché interessa a qualcuno. Attraverso la forza che non si è allentata e non ha cessato di sostenerti hai avvertito che la tua esistenza era un valore irrinunciabile, quando tu stessa non trovavi valore in te e attorno a te. Se vogliamo, come dici tu, è una forma di salvezza: siamo stati salvati in quanto non gettati o abbandonati nel mondo, non storditi nei suoi rumori, nell’inconsistenza della mera sopravvivenza naturale. Quel prendersi cura in modo ostinato della vita è un gesto enorme, perché sappiamo che da un punto di vista etico l’amore non si può comandare. Però si può scegliere. Anche Kant sapeva che l’amore non può essere un imperativo etico. Qualche tempo dopo di lui Max Scheler dirà che a partire da quell’essere amati si originano nell’uomo l’etica e la capacità di amare. Nell’opera “Il formalismo nell'etica e l'etica materiale dei valori” l’autore scrive infatti che «L'amore custodisce in sé la possibilità della vita buona». L’amore vissuto diventa un’esperienza originaria che testimonia che è possibile imparare ad amare e che l’amore ricevuto è condizione della bontà. La vita è un misto di fragilità e di forza. I tuoi genitori ti hanno insegnato che i gesti rivolti a sostenere quella fragilità non sono inutili. Quando comprenderai a fondo quell’insegnamento avvertirai di non essere affatto debole. Gli uomini non hanno l’energia per deviare il cammino delle stelle, ma talvolta possono proteggere la vita. La bellezza sta proprio lì: sostenere l’origine e accompagnare il cammino di una vita dà valore a chi genera e a chi è generato.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 9 gennaio 2017

Il passato che non passa


Gli amici sono meglio della morfina: averne tanti aiuta a sopportare il dolore

Caro Professore,
«Il passato è passato: non esiste più, non c'è fisicamente». Agostino mi ha costretto ad ammettere che il mio rapporto con il passato forse è sbagliato. Il passato non mi dà tregua o forse sono io a non concedergliela. Non riesco a staccarmi in alcun modo perché, in fondo, non desidero farlo. Esempi? Moltissimi. A giugno della classe terza i due amici ai quali ero più legata sono stati bocciati. Oltre che per loro, per me è stato un colpo fortissimo. Dopo quattro mesi di scuola, sento ancora la loro mancanza. Non si tratta di una mancanza che "passerà, sono solo i primi tempi" né "è colpa dei compagni rimasti" come mi è stato detto. Sempre, in ogni momento, percepisco la loro assenza. Cerco di non pensarci ma è qualcosa che va oltre la mia volontà. A volte li detesto per non aver studiato abbastanza e a volte detesto me stessa per non averli aiutati abbastanza. A scuola la mia mente è sempre altrove : con loro, un anno fa. Un anno fa ho lasciato il Conservatorio che è stato il mio più fedele compagno di vita per sei anni. E' stata una scelta molto pensata e sofferta (e anche la più sbagliata, a dire il vero!). Riempio le mie giornate con un milione di attività ma nessuna di esse riesce ad eguagliare quello che mi dava il Conservatorio. Ancora una volta la mia testa è da un'altra parte: seduta su uno sgabello o a lezione di coro. L’esperienza delle Giornata Mondiale della Gioventù produce su di me lo stesso effetto. Vivo il presente come un miscuglio di ricordi, rimpianti e nostalgia: un cocktail fatale, direi. "Era meglio prima" è diventato il mio motto ormai. E' proprio vero che il passato non esiste più? E se io vivessi in un eterno passato? Grazie mille.
Chiara, 4 H


Cara Chiara,
Agostino nel capitolo XI delle “Confessioni” afferma che se il tempo passato non esiste più, non tutto è dissolto perché esiste tuttavia il “presente del passato”, ossia l’attualizzazione degli eventi attraverso la memoria. Ma ciò significa che siamo sempre in dialogo con la nostra storia ogni volta che riportiamo qualche fatto alla nostra attenzione, perché cerchiamo di ricomprenderlo o, come dici tu, di sottoporlo al tribunale del nostro giudizio, perdonandolo o condannandolo. Se i neonati vivono solo il qui ed ora (hic et nunc), perché il loro cervello non è ancora in grado di registrare e recuperare i ricordi e dunque agiscono per qualche anno solo in una dimensione fatta di bisogni immediati, già a partire dall’infanzia i bambini abitano una sorta di tridimensionalità temporale. Si immergono nel passato, vivono il presente e anticipano il futuro. Così anche il presente non è un tempo separato e neutrale. L’attenzione stessa, che è la nostra modalità di vivere il presente, è condizionata da quel «cocktail fatale» di «ricordi, rimpianti e nostalgia». Ognuno porta dentro di sé tutta la propria storia, quella vissuta e quella interpretata, quella selezionata e quella che fatica ad accettare e vorrebbe respingere. Purtroppo, non solo i ricordi belli di solito sono significativi. Così, talvolta, le esperienze dolorose non ci “danno tregua”  (il passato ci insegue tutto intero, direbbe Henri Bergson), segnano maggiormente il nostro agire e condizionano la modalità con cui descriviamo le esperienze. Non solo il passato non si estingue mai in quanto ci costituisce – in fondo assimiliamo continuamente da esso idee e visioni del mondo –, ma genera valori, condiziona bisogni, conquista fantasie e orienta desideri. Grazie alla tua sensibilità ti interroghi se gli eventi scolastici avrebbero potuto avere un esito diverso e riconsideri tutte le variabili: i compagni avrebbero potuto studiare di più, tu e i tuoi amici avreste potuto coinvolgerli maggiormente e forse – aggiungo io – la scuola avrebbe potuto puntare maggiormente sulle potenzialità. Quello che è avvenuto ha determinato una realtà diversa, si è creato uno strappo, e la lontananza ora alimenta una forte lacerazione sentimentale. Se la prossimità dava senso alle tue giornate, l’assenza ha generato un vuoto fisico e una sospensione relazionale. I compagni assenti in classe vivono in te e continuano ad essere una presenza silenziosa che solo tu sai vedere. Come si fa allora a vivere serenamente se il passato crea una curvatura così accentuata dell’attenzione e dello sguardo? Innanzitutto non sentirti responsabile per la loro assenza: ogni persona ha i suoi tempi per maturare, per capire ciò che è importante nella propria vita ed eventualmente per sceglierlo. Puoi mantenere il rapporto con i tuoi amici fuori dalla classe, nell’intervallo o in altri ambiti. Per non vivere in un «eterno passato» devi considerare che i rapporti interpersonali cambiano, anche indipendentemente dalle nostre intenzioni. Se ti concentri troppo sulle possibilità non realizzate non riuscirai ad originare nuovi legami significativi. Così, è preferibile che tu dia valore in classe alle relazioni con i tuoi compagni e fuori dalla scuola continui a coltivare le vecchie amicizie. C’è un antico aforisma sanscrito, della lingua della civiltà indiana classica, che esprime un atteggiamento molto saggio nei confronti del tempo. Dice: «Ieri è già un sogno / E domani solo una visione / Ma l'oggi ben vissuto fa di ogni giorno passato un sogno di felicità / e di ogni giorno futuro una visione di speranza». Vivere bene il presente consente di generare buoni ricordi e di avere fiducia nel futuro, ma soprattutto aiuta ad accettare ciò che non dipende da noi senza patire eccessivi sensi di colpa.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 2 gennaio 2017

Il dolore profondo



Caro professore,
Si può raccontare il dolore profondo? Non si rischia di trasmettere questo dolore alla persona a cui lo si racconta? Ovvero, non è troppo “doloroso” per essere raccontato? Certo, ognuno ha la propria concezione del dolore, ma il dolore morale-psicologico non è forse quello che non può essere raccontato? O forse è addirittura troppo complesso parlarne?
Giovanni, 3I

Caro Giovanni,
I bambini piccoli non hanno le parole per raccontare il dolore e sono sovrastati dal male. Gli adulti hanno le parole, ma ci sono dolori che eccedono le parole. Qualche anno fa, durante gli esami di Stato a Casale Monferrato, ho conosciuto una studentessa che aveva tradotto dal farsi un libro che raccontava la vita di una donna iraniana. Il libro si intitola “Quello che mi spetta” (Garzanti). Al termine degli esami ho immediatamente comprato il libro, l’ho letto avidamente e dopo l’estate ho invitato la ragazza a raccontare quella vicenda ai suoi coetanei in alcune assemblee di istituto. Ho ripreso quell'opera, perché narra le sofferenze di una donna vissuta in una cultura che le ha sottratto la libertà e ho ritrovato in quella storia molti volti di un dolore profondo e silenzioso. Dopo la perdita del fratello Ahmad, la giovane protagonista piange per una settimana, ma poi si accorge del modo insolito di manifestare la disperazione di uno dei suoi figli, Siamak: «Non versava una lacrima, ed era come una bomba pronta a scoppiare». Anche la nonna era delusa, perché il bimbo non aveva pianto neppure alla sepoltura del nonno, ma la mamma comprende invece che il bambino si sente così male «da nascondere il proprio dolore anche a sé stesso». Così un giorno lascia il figlio più piccolo da un’amica e va alla tomba del padre. Scrive l’autrice: «restammo lì, immobili e silenziosi, per qualche minuto, mentre lui cercava di estraniarsi da tutto, volando lontano con la mente ed evitando il mio sguardo. Lo feci sedere accanto a me e gli parlai dei miei ricordi di mio padre, dei suoi pregi e difetti, del suo amore per noi, e continuai finché le sue lacrime diedero finalmente sfogo a tutto il dolore represso. Quando Masuud [il figlio più piccolo] tornò a casa, Siamak piangeva ancora, e piansero insieme. Lasciai che si sfogassero senza intervenire: dovevano tirare fuori la sofferenza che attanagliava i loro piccoli cuori». Elie Wiesel, lo scrittore di origine ebraica sopravvissuto alla Shoah e premio Nobel per la pace nel 1986, per circa dieci anni dopo la guerra non scrive nulla e non racconta la propria esperienza. Pubblica “La notte”, il primo libro in cui narra l’orrore, solo nel 1958. Per dieci anni porta dunque dentro di sé un male che non può essere definito né circoscritto dalla parola, e forse neppure condiviso. Qualche anno dopo con Jorge Semprún, un altro scrittore sopravvissuto ai campi di concentramento, pubblica il libro “Tacere è impossibile” (Guanda, 1996). Si tratta di un dialogo sull'opportunità o meno di raccontare le drammatiche vicende vissute. Ad un certo punto i due autori scrivono: «J.s.: Qualche volta si scrive, non sempre. Non scriviamo solamente di questo, né tu né io, e scriviamo sapendo che ci sono cose che non sono... E.W.: ... che non possono essere dette. J.s.: Non si può dire tutto. Non si può far immaginare, far capire tutto. È chiaro che è impossibile. E.W.: Tacere è proibito, parlare è impossibile». Parlare è impossibile, perché nessuna parola può rendere il male radicale, ma tacere è impossibile, perché c’è un dovere morale di far conoscere e di testimoniare. Come vedi, il male subìto richiede tempo e anche gli adulti fanno fatica ad affidarlo alle parole. I bambini possono essere sopraffatti dal dolore, quello di una violenza subita, della perdita di un famigliare o di una persona cara, ma ci sono forme di dolore che ammutoliscono anche gli adulti. Tuttavia le persone piangono anche per una storia raccontata in un libro o all’uscita del cinema dopo aver visto un film: si identificano nella vita di un altro, anche di uno sconosciuto, perché sentono che il dolore non appartiene solo alla persona che soffre, ma un po’ a tutti. Sì, il dolore – come la gioia – si trasmette all’altro, per questo bisogna saper scegliere le persone a cui lo si può affidare e che sono in grado di accoglierlo. Quando ascoltiamo le confidenze di qualcuno non eliminiamo definitivamente la sua afflizione, ma nell’atto della condivisione mostriamo che il suo dolore non ci è estraneo e ci riguarda. E poiché il dialogo interpersonale è terapeutico, ci sono dolori che certamente si attenuano nella relazione. C’è un dolore, per così dire, ordinario, quello che ci accomuna nelle esperienze della vita, piccoli mali, minime disfatte, che siamo soliti raccontare perché non ci sovrasta; ma c’è un dolore più profondo che eccede la comprensione e le categorie con cui cerchiamo di razionalizzare la vita. È questo dolore che trascende la nostra capacità di arginarlo razionalmente ed emotivamente che è difficile da raccontare. Però è importante comprendere che ogni uomo è sempre più del proprio dolore, e pertanto non si deve indentificare con esso. Se nella vita trasmettiamo la nostra gioia, dobbiamo anche avere il coraggio o, come dici tu, accettare il "rischio"di comunicare il dolore. Fa anch’esso parte della vita. Imparando ad accogliere il dolore dell’altro diventiamo più umani in quanto avvertiamo la natura effimera che ci costituisce.
Un caro saluto,
Alberto