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Cor-rispondenze

martedì 28 aprile 2015

Una ricetta per la felicità

felicità
 
Caro professore,
la mia domanda potrà sembrarle banale e scontata, ma voglio porgliela lo stesso. Qual è la ricetta per vivere una vita felice? Tutti quanti gli uomini, per natura, ambiscono a vivere una vita all’insegna della felicità. Si parla spesso di felicità, ma in termini generalmente troppo astratti. Quello che vorrei sapere è come concretizzare questa parola. Capita spesso di parlare molto e di agire poco, come dice correttamente il detto: «tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare». Io vorrei tanto non solo parlare della felicità in termini generici, ma vorrei poterla realizzare e vivere nel vero senso della parola. Esiste (oppure no) una ricetta che indichi quali ingredienti sono necessari per la realizzazione del piatto della felicità? È l’amore l’ingrediente segreto che conferisce alla pietanza quel sapore prelibato e unico, oppure quell’ingrediente è qualcos’altro? La ringrazio per la sua disponibilità.
Marta, IV A

Cara Marta,
Per tentare di risponderti devo innanzitutto superare il giudizio negativo e incomodo che lo storico Georges Minois dà di chi propone ricette sulla felicità. Scrive Minois: «D'altro canto, coloro che ci vendono ricette di felicità sono dei ciarlatani, poiché promettono più di quanto possano mantenere; di costoro si può dire, per lo più, che vendono medicinali, ma non li si può considerare medici» (“La ricerca della felicità”, Dedalo 2010). E poi dovrei tener conto di ciò che scrive il filosofo Salvatore Natoli in un bellissimo studio sulla felicità: «Non esistono affatto ricette di felicità - tanto è vero che esistono gli infelici -, ma indubbiamente esistono modi comuni di concepirla» (“La felicità”, Feltrinelli). Superato dunque un certo disagio – non ho l’intenzione di vendere medicinali senza essere medico e sono consapevole dell’esistenza degli infelici – cerco tuttavia di condividere con te qualche riflessione. Poiché brami una sorta di ricetta, dobbiamo chiederci se esista un rimedio standard o se esso sia del tutto discrezionale. Come per la formula di un tiramisù: esiste un unico rapporto tra uova, mascarpone, zucchero, cacao in polvere, savoiardi e caffè? O sono le varianti regionali, senza caffè o senza uova, con i pavesini o con le gallette, che rendono il dolce più apprezzato a seconda dei diversi palati? Se consideriamo che la felicità possa essere oggettiva, allora ha senso chiedersi che cosa sia la felicità; se riteniamo che la felicità differisca nei diversi individui, allora dobbiamo semplicemente mettere a fuoco cosa ci renda soggettivamente felici. Sappiamo che i modi per essere felici sono tanti: quando si danza, si canta, si gioca, si passeggia, si sta a casa, si viaggia; si fa un progresso nel proprio lavoro, nello studio, quando si realizza qualcosa, quando si sta con persone che si amano, quando si va ad un concerto, quando si esce con gli amici. Se la felicità consiste nel fare esperienze felici, allora essa è più soggettiva che oggettiva. Direi di considerare quattro forme di felicità. C’è una felicità momentanea che accade inaspettatamente o ci attraversa fulmineamente, che permea per un po’ la nostra vita e poi se ne va. Arriva senza sforzo da parte nostra e poi si dissolve, per poi ritornare in nuove occasioni. E c’è una felicità che è congiunta al piacere e al godimento, quella che Freud descriveva così: «Il senso di felicità derivante dal soddisfacimento di un moto pulsionale sfrenato, non domato dall'Io, è senza confronti più intenso di quello ottenuto saziando una pulsione addomesticata» (“Il disagio della civiltà”, 1929). Si può essere felici in molti altri modi e, come diceva il grande poeta Orazio: «... dum licet, ignium / misce stultitiam consiliis brevem: / dulce est desipere in loco. ... e finché tu puoi / mescola una breve pazzia alla saggezza: / a tempo è dolce folleggiare (“Odi”, IV, 12, vv. 26-28)». Dovremmo pertanto saper mescolare una “breve pazzia” alla saggezza, ma per fare questo dovremmo prima aspirare ad essa e conseguirla. Per gli antichi la saggezza era considerata una virtù e consisteva soprattutto nella moderazione e nella giusta misura. Ma al di là della felicità momentanea, di quella che deriva dall’appagamento di un piacere, di quella che deriva dal saper governare se stessi con equilibrio, c’è una quarta esperienza della felicità che ha a che fare con la soddisfazione profonda della propria esistenza. Per raggiungerla bisogna conoscere bene se stessi: ascoltare i propri desideri autentici e tentare di realizzarli. La felicità di una vita intera è data dall’abilità nel dare ascolto alle proprie aspirazioni. Chi non si conosce e non sa tendere l'orecchio ai propri bisogni e alle proprie passioni li subisce e non riesce a governare se stesso né a dare direzione al proprio cammino. Per dare orientamento al proprio percorso, dopo aver compreso i propri bisogni profondi, occorre saper distinguere tra pulsione e desiderio. La pulsione, scriveva Freud, è una sorta di spinta che «fluisce in modo costante dall’interno del corpo» per raggiungere una meta che consiste nel soddisfacimento di un bisogno. Il desiderio è altra cosa: contiene certo la spinta dell’organismo, ma esige che il soggetto sappia rappresentarsi la propria meta e riesca a dare consapevolmente una condotta alla propria energia. Allora ti direi: vivi l’attimo e dai direzione al tuo cammino. All’interno di queste modalità potrai fare una buona esperienza della felicità.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 13 aprile 2015

Le strade facili



Caro professore,
Fin da piccolo mi hanno insegnato che nella vita vince sempre il “bene”, le persone leali ed oneste, ma crescendo mi sono accorto che non è quasi mai così: alla fine la spunta chi fa il furbo, chi prova a fare un cosa nel modo più facile, ma anche più scorretto. Da chi copia nei compiti in classe a chi ruba i soldi ai più poveri, in un sistema chiamato democrazia, ma che di democratico ha solo il nome. Poi sono ancora cresciuto e mi sono accorto di una cosa ancora più vergognosa e allo stesso tempo tragica: a vincere non è né il bene né il male, ma chi impugna per primo la pistola. Perché nella vita vince sempre chi è scorretto e perché il “bene” per avere la meglio sul “male” deve comportarsi come fa il “male”? Perché i genitori ci insegnano a stare dalla parte che tanto avrà la peggio, insegnandoci umiltà, lealtà, onestà, altruismo? Perché basta premere un grilletto per potersi imporre?
Fabrizio, IIID

Caro Fabrizio,
Per fortuna, non ovunque basta premere un grilletto per potersi imporre. Forse, come scriveva Freud nel “Disagio della civiltà”, l’uomo civile, che riducendo le sue libertà pulsionali ha creato la società, avrà anche “barattato un po’ di felicità” per vivere in sicurezza, ma il fatto che non viviamo in una giungla dove prevale la forza bruta è dovuto agli strumenti legislativi della democrazia che, per quanto manchevoli, si sforzano di tutelare i diritti di ciascuno. È stato un percorso lungo per l’Occidente, dalla “Magna Charta libertatum” alle più recenti costituzioni. Certo è innegabile che l’Italia soffra di una “questione morale”, quella che la filosofa Roberta de Monticelli definiva con amara ironia come il “Male nostrum”: privilegi, scorrettezze, corruzioni, impunità, disonestà e molteplici violazioni delle norme elementari della convivenza civile. Ma allora questo significa che i genitori scambiano la realtà con un’idealizzazione, visto che i valori che raccomandano o dicono di favorire non sono vincenti nell’agire collettivo? Hai ragione, se i genitori fanno di tutto per dare cose buone ai loro figli, perché dovrebbero fornire loro strumenti inadeguati e veicolare valori perdenti? Non sarebbe meglio che li imbeccassero con l’astuzia, la malizia o con le virtù di un buon cortigiano, utili arnesi per competere efficacemente e riportare successo? Persino Platone ci ha messo in guardia dai comportamenti degli uomini e ci ha fatto riflettere sulle loro ambivalenze. Nella “Repubblica” afferma che se un uomo possedesse il mitico anello di Gige, quello che rende invisibili, non si asterrebbe dal compiere azioni malvagie. Scrive Platone: «Ebbene, puoi crederlo, non si troverà nessuno di così forte tempra da rimanere fedele alla giustizia, tanto da astenersi dal mettere le mani sui beni altrui, una volta che gli sia data la possibilità, per esempio, di arraffare tranquillamente quel che vuole al mercato, di entrare indisturbato nelle case e prendersi le donne che vuole, di uccidere, di liberare chi vuole dalla prigione, e di fare mille altre cose come un dio tra gli uomini» (“Repubblica”, 360 B-C). Come si fa dunque a resistere alla tentazione dell’ingiustizia e alla contaminazione del male, visto che è ovvio che non prevale sempre il bene? Il fatto che il bene non prevalga “sempre” o che certi valori siano “fuori moda”, non significa che essi siano stati definitivamente sbaragliati, polverizzati dalla contemporaneità. Oggi forse non riusciamo neppure più a comprendere la frase di Democrito «Colui che commette l'ingiustizia è più infelice di chi la subisce», (frammento B45), perché oggi chi commette ingiustizia è spesso assai felice e guarda il prossimo con senso di superiorità o di biasimo. Fatichiamo pertanto anche a capire Socrate che nel “Gorgia” di Platone – discutendo con Polo – afferma che «il male più grande che possa capitare, è commettere ingiustizia. [...] E incalzato dal suo interlocutore che gli ribatte: «Allora tu preferiresti subire ingiustizia piuttosto che commetterla?», egli risponde: «Non vorrei né subirla né commetterla, ma se fossi costretto a scegliere fra le due, preferirei subire ingiustizia piuttosto che commetterla» (“Gorgia”, 469b-474b). Polo ricorda a Socrate che molti uomini ingiusti di successo vengono invece ammirati, come il re di Macedonia Archelao I, figlio di Perdicca e di una schiava, che uccise a tradimento i propri parenti per impadronirsi del trono (471a-d). Socrate focalizza allora l’attenzione su un doppio significato della parola bene. C’è chi lo assimila al successo ad ogni costo e alla reputazione (che, come sappiamo, non sono sotto il nostro controllo né dipendono da virtù autentiche o dal lavoro personale) e chi lo identifica con un certo modo di amministrare la propria vita. Non si suggeriscono certi valori se non si crede che da essi segua un bene. Allora quale bene discende dai valori dei tuoi genitori? Credo un bene intrinseco. Un bene che deriva dal relazionarsi correttamente con gli altri, dal saper costruire una buona vita. Perché in fondo abbiamo bisogno di una vita ordinata e le buone relazioni fatte di «lealtà, onestà e altruismo» ci permettono di conseguirla. Nietzsche, nella “Genealogia della morale”, scriveva che l’uomo giusto è giusto anche con chi gli fa del male. Questo significa che in quella giustizia c’è una sapienza che è legata ad un ordine. Da questo ordine interiore, che il filosofo definiva «un pezzo di perfezione e di suprema maestria sulla terra», deriva un bene così profondo che procura felicità e stabilità superiori ai privilegi più o meno effimeri che derivano dal successo.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 6 aprile 2015

Parole taglienti


 
Caro professore,
In un mondo già circondato dalla violenza gli uomini hanno inventato un ulteriore modo per ferire il prossimo: il linguaggio. Come è possibile che le parole, entità immateriali, possano provocare ferite anche molto profonde nell’anima di una persona, anch’essa priva di materia?
Federico, IV A

Caro Federico,
Quando diciamo che la parola può essere tagliente, pensiamo ad essa non come ad un semplice “flatus vocis”, una grossolana emissione di suoni, ma come ad uno strumento per affilare, ossia dividere, incidere, creare. E ciò che viene impiegato per tagliare può certo essere utilizzato per ferire, ma serve principalmente per “dare forma”. Infatti, anche ciò che è “immateriale” è in grado di avviare o di produrre effetti. Già Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomenologica, aveva scritto che il nostro corpo è «l'unico a non esser mero corpo fisico [Körper], ma proprio corpo vivente [Leib]» (Meditazioni cartesiane, Bompiani 1960). Dire che non siamo corpo fisico significa dire che non stiamo al mondo come oggetti tra gli oggetti, ma che plasmiamo le nostre credenze stabilendo continuamente connessioni. Il corpo diventa oggetto [Körper] quando è cadavere: solo lì esaurisce i nessi con ciò che lo circonda e diventa cosa tra le cose. Diversamente, l’uomo è “corpo vivente [Leib]” e non fa altro che generare legami di senso, ossia relazioni prodotte dal linguaggio. Le parole danno pertanto forma alla vita individuale e fanno male perché se ogni esperienza è organizzata consapevolmente proprio grazie ad esse, significa che esse plasmano il vissuto. Pensa alla sofferenza che si prova quando non è possibile descrivere una sensazione. La poetessa Antonia Pozzi, ne “La porta che si chiude” racconta il dolore per ciò che non riesce ad affiorare: «Oh, le parole prigioniere / che battono battono / furiosamente / alla porta dell'anima / e la porta dell'anima / che a palmo a palmo / spietatamente / si chiude!». Siamo ininterrottamente in rapporto con la parola e la nostra vita non sarebbe tale se non fosse misurata con esattezza dalle descrizioni operate dal linguaggio. La parola ci permette di sondare le profondità dell’animo, di recuperare frammenti del passato, di lenire un dolore, di svelare le nostre inclinazioni, ma soprattutto di generare e di comprendere le nostre esperienze. Una cosa è agire, altro è descrivere la propria azione o intervenire per rettificare l’interpretazione di essa. Un’intelligenza senza parole sarebbe limitata, non potrebbe andare al di là del raggio di azione degli oggetti che le si presentano davanti. Così ci sono parole che uccidono, altre che leniscono il dolore; parole che rendono problematica l’esistenza, altre che liberano dai grovigli invisibili che accompagnano a volte le emozioni. E parole che ci affrancano dal vuoto dell’esistenza o dal senso di noia e ci consentono di emergere dai momenti di crisi. La produzione delle parole apre ad una particolare dimensione del tempo, quella che Henri Bergson definiva del “tempo interiore”. Senza la parola non avremmo passato, non avremmo echi della nostra storia, ma non avremmo neppure la speranza, ossia quel tenue filo di immagini e ideazioni che ci lega al futuro. Vivremmo in un eterno presente fatto di oggetti innominabili. Le parole, però, non solo rendono possibili le esperienze nel tempo, ma dilatano anche il tempo vissuto. La creazione (o ricreazione) dell’esperienza può essere lunga o breve, complessa o superficiale in base ai tasselli che abbiamo a disposizione per costruirla. Come un pittore realizza effetti differenti se ha a disposizione 12 o 48 pastelli, così più è ampio il vocabolario a disposizione più è accurata la descrizione del mondo. È il sapiente uso delle gradazioni (linguistiche) a comporre la nostra esperienza: sia interiore sia esteriore. Ciò che percepiamo viene infatti tradotto in parole e in base a queste entra in relazione con i nostri stati d’animo e produce emozioni e sentimenti. Le parole fanno così durare le cose e ne stabiliscono l’importanza. Se raccontiamo un evento con poche frasi allora quell’esperienza è limitata, ma se troviamo le parole per narrarlo dentro una storia più articolata o in un libro, allora quell’esperienza si accresce e dilata il tempo. Anche la sofferenze più profonde, quelle prodotte dalla violenza che ha negato la dignità agli uomini nei vari campi di tortura, hanno avuto (e hanno ancora) bisogno dell’attenzione della parola o di milioni di parole scritte nei libri. Se manca l’elaborazione dentro un codice espressivo, il vissuto naufraga e lentamente si dissolve fino a sparire definitivamente. Questo nuovo tempo che si genera in noi dà origine alla nostra vita interiore, sostanza della nostra vita autentica. Quando Marcel Proust scrive la Recherche non ci racconta solo in modo prodigioso e raffinato il passato, ma vive quell’esperienza continuamente accresciuta e prolungata. Quelle parole permangono oltre la morte dell’autore e il loro riverbero fa riemergere una vita che incanta e invita a produrre nuove idee e immagini. Quando incontriamo qualcuno, pertanto, non incontriamo solo il suo corpo, ma incontriamo la sua storia, la sua vita. Le sue parole. Allora non è più una questione di immaterialità dell’anima, ma di materialità (ossia consistenza) della parola.  
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 30 marzo 2015

L'amore e la morte


 

Caro professore,
personalmente ho avuto molti fulmini che mi hanno colpita e messa in dubbio su diverse cose della vita, ma la cosa che mi ha scatenato più interrogativi è stato il suicidio di mio padre. Dalla sua morte mi sono posta troppe domande a riguardo di ciò che mi circonda; ma non saprei bene come strutturare la domanda, ma credo che il quesito mi possa venire in mente partendo da una frase che si trova sulla lapide del mio papà che al momento non ricordo a memoria ma che dice che senza amore noi ci priviamo della vita stessa. E per questo la mia domanda è: quanto conta l’amore per continuare a vivere.
Paola, I A

Cara Paola,
Anche Giacomo Leopardi canta più volte nella sua opera che senza amore la vita è un «deserto» e che la Terra sarebbe «inabitabile». Egli afferma nel Canto «Amore e morte» che laddove c’è il conforto dell’amore nasce il coraggio o si riaccendech’ove tu porgi aita, / Amor, nasce il coraggio / o si ridesta»). E se è vero che l’amore ridesta il coraggio per la vita, vorrei tuttavia raccontarti una vicenda che parla dell’amore e della morte che ci permetterà di fare alcune considerazioni che mi sembrano vicine al tuo dolore. Forse la conoscerai già: è la storia di Priamo e Tisbe narrata dal poeta Ovidio nelle Metamorfosi. Priamo, «il più bello di tutti i ragazzi», e Tisbe, «fra le bellezze di tutto l'Oriente la più corteggiata», vivono in case contigue. Si amano e vogliono sposarsi. I genitori proibiscono il loro matrimonio, ma non possono proibire il loro amore crescente. Così i due si parlano «a cenni e segnali» attraverso una fessura sottile del muro che separa le case. Un giorno decidono di fuggire e di darsi un appuntamento al sepolcro di Nino sotto un grande gelso stracarico di bacche bianche nei pressi di una sorgente gelata. Tisbe arriva per prima e si siede sotto l’albero. Ma poi vede avvicinarsi una leonessa che va a dissetarsi nell’acqua della sorgente «con le fauci che schiumano sangue di buoi appena sgozzati». Tisbe con le gambe tremanti riesce a fuggire, ma nella fuga perde il velo di dosso. La leonessa, placata la sete, mentre si addentra nel bosco vede l’indumento e «lo straccia senza badare con le zanne insanguinate». Quando Priamo si inoltra nella foresta vede le orme della belva e «sbianca tutto nel viso». Quando vede lo scialle macchiato di sangue si dispera, perché immagina l’amata uccisa e si accusa per averle proposto tale incauto incontro nella foresta. Così arriva alla conclusione che «un’unica notte perderà due amanti»: sia la ragazza sia lui stesso («fatemi tutto a brandelli, sbranate a morsi feroci queste viscere scelleratissime, leoni voi tutti che avete la tana fra queste rocce»). Poiché ritiene che invocare la morte sia da vili, prende una spada e se la conficca nel ventre. Le radici dell’albero inzuppate di sangue tingono di porpora le more sui rami. La ragazza torna indietro, riconosce il posto ma non il colore delle more. Quando vede il corpo dell’amato che trema e pulsa, piange e lo abbraccia. Chiama Priamo e alla voce di Tisbe «lui alza gli occhi già spessi di morte, e vistala appena, subito li richiude». Anche lei dimostrerà altrettanto amore e affonderà il colpo su di sé, affinché neppure la morte li possa dividere. Ho scelto di raccontarti questa storia per dirti che come Priamo, accecati da un particolare, ci si può uccidere per ragioni sbagliate, per una valutazione parziale degli eventi, per una sopravvalutazione del negativo, per ottundimento della ragione, per incapacità di reggere un peso, di sostenere una lontananza. Molte decisioni non pianificate da tempo, vengono prese quando la mente in stato di sofferenza estrema non riesce a scorgere alternative. Magari il soggetto ingigantisce gli eventi e contrae il significato di una vita su alcuni frammenti sfavorevoli. Non possiamo sempre leggere correttamente negli abissi della sofferenza umana né comprendere la lettura delle situazioni quando la vista di un adulto è fortemente sfocata dalle lenti del dolore o di una malattia. Ma non si possono creare nessi causali diretti tra un evento e una decisione tragica. Anche nelle calamità gli uomini reagiscono diversamente, perché in ogni scelta converge la storia individuale. Un genitore si toglie la vita quando non riesce più a rendersi conto che il dolore della sua assenza sarà di gran lunga maggiore del suo. L’amore che sottrae è superiore all’amore che ritiene di non ottenere, ma la sofferenza estrema, purtroppo, oscura la mente. Certo, è vero che l’amore aiuta a vivere, tuttavia a volte cadiamo nella considerazione unilaterale che la misura dell’amore che potenzia o debilita l’esistenza individuale sia quantificabile da ciò che si riceve. E dimentichiamo che non c’è solo l’amore che si ottiene, ma anche quello che si dà. L’amore non è passività (quello che si riceve), ma attività (quello che si dà). Ossia un certo modo di affrontare la vita, di prendersene cura. In quel prendersi cura di qualcosa o di qualcuno c’è una forza enorme, la forza più grande di un essere umano. Qualche volta gli uomini la smarriscono, ma quando intravedono che i benefici che si ricavano dalla cura sono enormi, si rendono conto che è questo tipo di amore che può ridestare la vita. Prendersi cura “fa nascere il coraggio o lo riaccende”: guarisce le ferite e aiuta a sopportare anche la distruttività del dolore.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 16 marzo 2015

Riconoscere un'amica



Caro professore,
Molte volte mi è capitato nella mia vita quotidiana di fermarmi un attimo e di allontanarmi dalla solita frenetica vita per il solo motivo di pensare e riflettere: già, certe volte mi passa in mente la domanda (che può anche parere stupida...): " ma esiste una vera amica, la cosiddetta best friend? ". Qualche volta ho provato a darmi una risposta, nella maggior parte di queste ho creduto che ci fosse davvero... ma poi, un po' a causa di quello che mi succede (cioè le relazioni che ho con le mie amiche) e un po' io che cambio sovente idea... non sono affatto sicura della risposta. Una persona che ti aiuti nel momento del bisogno, che non ti tradisca mai, che tiene per sé (e solo per sé) tutti i segreti che le confidi, con cui è piacevole stare insieme... come una mezza sorella... questa persona esiste davvero? Sembra più che altro un personaggio delle favole, in cui tutto è fantasia e la vita solo un “lieto fine”. Io mi definisco molto sensibile, cioè per ogni minimo disaccordo o discussione, rimango sempre molto male, non perché sono permalosa, ma perché credo di aver ferito involontariamente un'altra persona senza volerlo. Ho avuto molte carissime amiche e fino all'ultimo credevo che fossero veramente uniche e speciali, ma poi scattava sempre qualcosa che ci allontanava (ad esempio, degli atteggiamenti un po' a “tradimento”). Come si fa a riconoscere una migliore amica?
Irene, IIIA

Cara Irene,
In un’opera importante, la Grande etica, Aristotele dice: «Quando noi vogliamo vedere la nostra faccia, la vediamo guardandoci nello specchio, similmente, quando vogliamo conoscere noi stessi, potremo conoscerci guardando nell’amico». È infatti grazie all’altra persona che noi scopriamo le nostre peculiarità, i nostri bisogni e andiamo incontro al mondo. Nell’Etica nicomachea, invece, Aristotele scrive che l’amicizia è “assolutamente necessaria alla vita” e che “senza amici, nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni”. L’amicizia è dunque una cosa necessaria e bella, perché: “due che marciano insieme…, infatti hanno una capacità maggiore di pensare e di agire”. Nell’amicizia ci si procura gioia a vicenda e si fa il bene l’uno dell’altro. Secondo Aristotele ci sono diversi tipi di amicizia, alcuni fondati sull’utile, altri sul piacere e altri sulla virtù. La forma più stabile di amicizia è però quella fondata sulla virtù. Chi è buono ama l’amico per se stesso e in modo duraturo. Si può essere amici, infatti, perché si ottiene qualche utile o perché si ricava un qualche piacere; in questi casi non si amano ancora le persone in se stesse, ma in funzione di ciò che da esse si ottiene: l’utile o il piacere. Ma se uno non è più utile o non è più piacevole allora cessa il motivo dell’amicizia. Aristotele dice che l’amicizia legata all’utile è tipica soprattutto degli anziani, mentre quella legata al piacere è tipica dei giovani che perseguono soprattutto i piaceri immediati. Poiché l’utile non è costante e ciò che è piacevole può variare, allora queste amicizie possono esaurirsi facilmente. L’amicizia muta allora col mutare di ciò che attrae, affascina o diverte. Infatti, col passare del tempo le cose che producono piacere sono diverse: “è per questo che i giovani - dice Aristotele - rapidamente diventano amici e rapidamente cessano di esserlo: infatti, l’amicizia muta col mutare di ciò che fa piacere, e il mutamento di un tale tipo di piacere è rapido”. L’amicizia perfetta è invece l’amicizia degli uomini buoni che sono simili per virtù. Questi infatti vogliono il bene l’uno dell’altro. L’amico/a condivide con noi “un’intimità allargata”; nasce, infatti, tra due persone una forma di fiducia, dove il reciproco fidarsi è un af-fidarsi dell’uno all’altro, ossia un consegnare all’altro una parte di sé, spesso la più recondita. Perché allora sentiamo ogni tanto lo scricchiolìo di certe amicizie, anche profonde e intime? Mi viene in mente un episodio curioso letto in una vignetta e riportato da Joseph Epstein in un bel libro sull’amicizia (Amicizia, Il Mulino, 2008). All’uscita dalla chiesa un uomo esclama: “Come posso amare i miei nemici, se non mi piacciono neanche i miei amici?”. Ora, fatti salvi lealtà e rispetto reciproci, forse a volte chiediamo troppo agli amici e vorremmo che non cambiassero mai. Accusiamo loro del cambiamento, ma non ci rendiamo conto del nostro. Proiettiamo sull’altra persona quello che non accettiamo di noi: ossia la continua trasformazione. Ogni persona nelle relazioni e grazie alle relazioni si trasforma. Ma anche l’altro evolve e cambia. Stare con un amico significa stare con una persona in un reciproco adattamento creativo. Una importante pensatrice francese della prima metà del Novecento, Simone Weil, dice che nell’amicizia è importante questo rispetto per la crescita reciproca e per l’autonomia: “se da una delle due parti non v’è rispetto per l’autonomia dell’altra, questa deve troncare il legame, per rispetto verso se stessa”. L’amicizia è tale se è amicizia nella libertà, altrimenti l’amicizia stessa viene intaccata e prima o poi il rapporto si scioglie. Mentre nell’adolescenza l’amicizia è una sorta di fusione, nell’amicizia matura gli amici, dice sempre Weil: “accettano pienamente di essere due e non uno, e rispettano la reciproca distanza creata dal fatto di essere due creature distinte”. L’amicizia, dirà ancora la filosofa, è “il miracolo per il quale un uomo accetta di guardare da lontano, e senza accostarsi, un essere che gli è necessario quanto il nutrimento” (L’attesa di Dio, Adelphi, 2008 ).
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 23 febbraio 2015

Controllare la rabbia

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Caro professore,
Ultimamente non riesco a controllare la mia rabbia e spesso con gli amici mi capita di alzare le mani e con i genitori mi capita di rispondere male e di non rispettarli. Ecco, vorrei sapere com’è possibile che non riesca a controllare le mie emozioni.
Andrea, II C

Caro Andrea,
Lo scrittore italiano Claudio Magris in “Alfabeti” (2008) ricorda che «alle origini e alle radici dell'occidente c'è l'ira, inscindibile dall'aurora della poesia che fonda la nostra civiltà: «Cantami, o diva, del Pelide Achille l'ira funesta», dice il primo verso dell'Iliade». Così, apparentemente, sei in buona compagnia, perché anche Achille, il furioso campione degli Achei, faticava a contenere la propria rabbia. Una delle storie più antiche della nostra civiltà, in fondo, ci racconta la potenza (devastatrice) di questa emozione. Il figlio del re Peleo (pelide) e della dea Teti, il «tremendissimo Achille» a cui le parole spesso facevano «di furore infiammar l'alma (l’anima), non era certo un uomo – o meglio un semidio – moderato e stentava a frenare i propri impulsi. L’eroe greco, durante la guerra di Troia, ha più volte “alzato le mani” e la spada, ed è stato colui che ha ucciso più uomini. Una volta, la sua rabbia urlata da un fosso ha terrorizzato così tanto i guerrieri nemici che dodici soldati Teucri si sono uccisi involontariamente con le loro armi nella confusione della fuga («Lì stando, un grido/ mise, e d'un altro da lontan gli fece/eco Minerva, ed un terror ne' Teucri immenso suscitò. [...]Tre volte Achille/ dalla fossa gridò: tre volte i Teucri/ e i collegati sgominarsi, e dodici/de' più prestanti fra i riversi cocchi/ trafitti vi perir dal proprio ferro»). Il rapimento di Elena, regina di Lacedemone (Sparta) da parte di Paride, figlio di Priamo re di Troia, sarà stata una buona ragione per far scoppiare una guerra tra Achei e Troiani; in fondo, il motivo era valido: Elena era la donna più bella del mondo. Ma, come sai, le cose sono andate un po’ per le lunghe e solo dopo dieci anni di guerra gli Achei sono riusciti a vincere. Purtroppo, anche Achille morì poi ucciso da Paride che voleva vendicare la morte del proprio fratello Ettore. Conosci certamente la storia della freccia e del tallone. Anche se l’ira è meravigliosa nella poesia e permette di creare storie memorabili, nella vita procura meno piaceri e spesso genera conseguenze negative. Non solo avvia effetti imprevedibili e smisurati (anni di guerra) e smanie di vendetta (sentimenti di rivalsa), ma causa sciagure anche ai soggetti che la assecondano e che non riescono più a domarla. Robert A.F. Thurman, un’autorità del buddhismo tibetano negli Stati Uniti, nel libro intitolato “Ira”, (Raffaello Cortina editore, 2006) scrive scherzosamente «Sono adirato con l’ira – la odio». Ma poi sottolinea che per arginarla non può essere arrabbiato, perché se si lascia impossessare da tale emozione dissiperà inutilmente le proprie energie. Odiare la propria rabbia, infatti, fa scaturire altra rabbia. Anche tu soffri, dispiaciuto per le intemperanze con gli amici e con i genitori. Tuttavia, un’idea non acquista maggior forza se battiamo un pugno sul tavolo, se colpiamo un amico o delegittimano il nostro interlocutore, ma solo se è sostenuta da buone argomentazioni. E allora, cosa dobbiamo fare?  Lasciarci «impossessare» o «rinunciare» all’ira? In fondo, a volte abbiamo bisogno di arrabbiarci per ribellarci all’oppressione o alle aggressioni. Ma a causa delle conseguenze negative dobbiamo forse imparare a rimuoverla dalla nostra esistenza? Diventare perfetti, calmi e sempre discreti? Seneca si era posto questo interrogativo in un libriccino intitolato proprio “De ira”. Il fratello maggiore, Novato, gli aveva chiesto qualche consiglio per placare il proprio furore. Seneca ricorda che alcuni saggi avevano definito l’ira «"un momento di pazzia"»; infatti, come la pazzia essa «è incapace di controllarsi, incurante delle convenienze, insensibile ai rapporti sociali, cocciuta ed ostinata nelle sue iniziative, preclusa alla ragione ed alla riflessione, pronta a scattare per motivi inconsistenti, inetta a distinguere il giusto ed il vero, quanto mai somigliante a quelle macerie che si frantumano sopra ciò che hanno travolto». L’ira produce macerie. Ma, se sfascia l’oggetto su cui si scatena, rovina (ossia “frantuma”) anche il soggetto che rimane incapace di liberarsene. Qualcuno aveva obiettato a Seneca che un’anima senza ira era fiacca. E Seneca aveva risposto: «È vero, se non dispone di nulla di più valido». E cosa abbiamo di più valido? La ragione. Che non ci chiede di essere codardi (passivi), ma neppure irosi (aggressivi). Ci chiede di essere coraggiosi e pazienti (oggi si dice assertivi). Seneca consigliava di “prendere tempo”, di “non essere sospettosi”, di “essere longanimi”, ossia saper comprendere e tollerare, di “essere pazienti”, e soprattutto di non adirarsi con gli esseri irragionevoli. Diceva che «il miglior rimedio dell'ira è il saper rinviare». A volte ci adiriamo perché non abbiamo compreso bene o perché riteniamo che alcune critiche siano così destabilizzanti da non poterle sopportare. Ma ad una nuova valutazione della ragione capiamo che le persone forti non cadono facilmente nelle trappole dell’ira. Usano l’energia per costruire se stessi e non per distruggere gli altri; per affermare ciò in cui credono perché sanno che le reazioni non dipendono tanto dai fatti che accadono, ma dalle nostre scelte. Ed è su queste che possiamo agire. Magari la nostra vita non diventerà epica, ma sarà certamente buona.
Un caro saluto,
Alberto

 

 

lunedì 9 febbraio 2015

Saggezza e bicchieri



Caro professore,
stavo pensando al consiglio che mia madre mi ha sempre ripetuto fin dall’infanzia: «cerca sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto»… finora ho seguito questo suggerimento e sono sempre stata molto ottimista, ma ultimamente ho realizzato che forse non è un bene essere ottimisti. Infatti, pensare che le cose andranno bene non ci protegge dalle delusioni, come invece, per certi versi, fa il pessimismo, che, sotto questo punto di vista, parrebbe la scelta più saggia: in questo modo, se le cose andassero male, sarei già preparata ad affrontare la situazione, mentre, nel migliore dei casi, rimarrei piacevolmente sorpresa dal modo il cui tutto si è concluso, quindi sarei più felice. In definitiva: ha ancora un senso essere ottimisti?
Deborah, IVA


Cara Deborah,
Hai giustamente notato che il pessimista, nel peggiore dei casi, può sempre affermare: «io l’avevo detto» e nel migliore dei casi può temporaneamente stemperare il proprio sguardo cupo sulla vita, mentre l’ottimista sembra soffrire maggiormente le delusioni. La logica, tuttavia, ci insegna che, date due alternative, le possibilità sono quattro. Ossia possono essere felici o delusi sia gli ottimisti sia i pessimisti. Se consideriamo solo l’aspetto logico non emergono particolari vantaggi o svantaggi, ma se consideriamo la componente psicologica, allora il pessimista sembra subire meno frustrazioni, perché già predisposto per eventuali esiti negativi. In verità, entrambi descrivono uno stato di cose – il bicchiere è infatti sia mezzo pieno sia mezzo vuoto – e le loro posizioni seguono una sorta di lettura “realistica” del mondo. Allora, se tutti e due hanno parzialmente ragione, perché percepiamo delle differenze? E chi è più felice? Nella storia della filosofia ci sono stati incorreggibili ottimisti come Leibniz, secondo cui questo mondo «è il migliore dei mondi possibili» o Rousseau, secondo cui «l’uomo è buono per natura», oppure Hegel che vedeva il mondo retto da una struttura razionale e che nelle “Lezioni sulla filosofia della storia” ribadiva costantemente la coincidenza tra Realtà e Ragione. Ma ci sono stati filosofi pessimisti, come Schopenhauer, il quale scriveva: «Donde ha preso Dante la materia del suo Inferno, se non da questo nostro mondo reale? E nondimeno n'è venuto un inferno bell'e buono». Capita spesso che si consideri l’ottimista un uomo ingenuo e il pessimista un uomo profondo. Il filosofo milanese Remo Cantoni (1914-1978), analizzando l’opera sulla bomba atomica e il futuro dell’uomo di Karl Jaspers, ricordava che «Non è facile nel mondo contemporaneo essere ottimisti senza essere su­perficiali». Scriveva infatti che «Chi non è stato turbato nella sua limpida fede nel progresso, nella tecnica e nella scienza, nell'uomo in genere, da tutti gli eventi tragici che si sono verificati nel secolo ventesimo, è un uomo che non ha messo la sua fede a cimento, che non ha assimilato e sofferto la negatività del proprio tempo e rischia di parlare in astratto di umanità, di scienza, di verità, di progresso, col tono falso e retorico in cui ne parlano i filistei». C’è dunque un “ottimismo ingenuo”, quello criticato ad esempio anche da Voltaire nel suo “Candide” (1759), quando Cacambo chiede all’amico Candido: «Che cos’è quest’ottimismo? Ah, risponde Candido, è la maniera di sostenere che tutto va bene quando si sta male», che consiste in una visione eccessivamente rosea della vita, spesso indice di un animo ingenuo o di incapacità di analisi appropriate. È un ottimismo privo di fondamento, che può esporre maggiormente all’insuccesso e far precipitare le persone nella disperazione se i risultati attesi, che spesso sono semplicemente fantasticati, non si avverano. Tuttavia, c’è anche l’ottimismo di coloro che, dopo aver «assimilato e sofferto la negatività del proprio tempo», preferiscono serbare uno sguardo fiducioso e mettere in risalto maggiormente gli elementi positivi rispetto a quelli negativi. Li potremmo chiamare gli “ottimisti realisti”. Se alla coppia ottimismo/pessimismo sostituiamo la coppia ragione/azione, manteniamo le quattro alternative della logica. Ci sono stati ottimisti della ragione che hanno agito per il bene comune e ottimisti indifferenti alle sorti dell’umanità. All’opposto, il pessimismo della ragione ha condotto molti uomini sia all’apatia sia alla perseveranza dell’agire. Molti grandi pensatori, pur avendo una visione tragica della realtà, si sono impegnati per costruire un mondo migliore. Direi pertanto che c’è un “ottimista ingenuo” che attende invano che vengano soddisfatte le proprie fantasticherie e c’è un “ottimista realista” che si impegna nel lavoro e nella vita e trae fiducia dagli aspetti positivi della propria attività; così come c’è un “pessimista ingenuo”, che si può deprimere fino a rinunciare alla vita, e c'è un “pessimista tragico”, che può vivere con maggiore intensità il tempo che gli è concesso. Non è detto, pertanto, che rinunciare all’ottimismo ti permetterà di essere più felice. Il giudizio pessimistico o ottimistico sulla realtà non illumina infatti la realtà stessa, ma rivela la disposizione cognitiva e affettiva di colui che giudica. È sul versante psicologico allora che dobbiamo cercare una soluzione. Oggi conosciamo i benefici dell’ottimismo: offre una sensazione di maggiore autocontrollo sulla propria vita e vantaggi addirittura sul sistema immunitario. Se il pessimismo sembra proteggerci, l’ottimismo realistico ci aiuta ad affrontare con fiducia la vita. Nonostante le difficoltà.
Un caro saluto,
Alberto