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Cor-rispondenze

lunedì 18 maggio 2015

Senza discutere

https://perugiafreepress.files.wordpress.com/2012/03/il-mito-della-caverna.jpg
 
Caro professore,
Noto che il rispetto verso le altre persone di questi tempi è notevolmente calato. Trovo particolarmente irritante il fatto che sempre più spesso film, canzoni, persone, ecc., vengano giudicate con insulti senza alcuna argomentazione dietro e che quindi le persone che la pensano diversamente vengano prese di mira. È normalissimo che ci siano contrasti sulle opinioni, ma non trovo giusto “discuterne” insultandosi senza esprimere il proprio pensiero. Ciò risulta irrispettoso e infantile. Ne sono un esempio le persone che dopo aver visto “La grande bellezza” ne parlano su Twitter dove possono utilizzare 120 caratteri scrivendo cose tipo: «a me non è piaciuto perché fa schifo» e risposte come «tu non capisci niente». Tutti questi commenti sono inutili, perché non portano a nulla né a sapere perché una cosa è piaciuta o perché non lo è. Quindi mi chiedo perché le persone devono essere insultate per i loro gusti musicali o artistici in generale. Siccome la libertà di pensiero è per tutti. E una persona non può sentirsi superiore e offendere un’altra persona, mascherando questo insulto con un diritto. Questo infatti non è un suo diritto, può avere o esporre un’altra linea contrastante, ma non ha altri diritti. Perché le persone non capiscono che il loro pensiero non è verità assoluta e non devono imporsi pensando di essere migliori?
Nicole, IIIA

Cara Nicole,
Quello che racconti mi ricorda molto il film per bambini Home, in cui il capitano Smek, il gran capo dei Boov – extraterrestri con sei gambe – ha sempre ragione e ammutolisce coloro che osano dissentire dalle proprie idee colpendoli sulla testa con lo “zittone”, un bastone sormontato da una preziosa pietra ovale. Basta una botta per ristabilire la ragione e il modo per avere sempre ragione è quello di far tacere gli altri. Se il filosofo Ludwig Wittgenstein nel “Tractatus Logico-Philosophicus” (prop. 7) aveva detto che occorre dire ciò che si può enunciare chiaramente e tacere su ciò che non si può esprimere con altrettanta precisione, i giovani a cui ti riferisci vivono un paradosso: non riescono a riferire chiaramente un’idea, ma non riescono neppure a tacere. Non argomentano, perché non usano il loro vocabolario per esplicitare il punto di vista da cui guardano e giudicano, ma impiegano semplicemente il linguaggio come una clava (uno “zittone”), per affermare se stessi e interrompere l’occasionale interlocutore. Con l’impressione di indurre l’altro al silenzio, in realtà non si accorgono che anch’essi si sono ridotti al silenzio. Perché un pensiero indica una direzione dello sguardo, ma un grugnito non è un’idea e non addita vie percorribili alla ricerca. Questi ragazzi non impongono una concezione, ma semplicemente se stessi. Si collocano su un piedistallo e si autolegittimano come profondi conoscitori di qualche materia, ma non sanno dare conto dei loro giudizi, né produrre pensieri autonomi. Ripetono quello che il rumore di fondo della comunicazione dei media ha trasmesso con più efficacia. In fondo, un film – come quello di Paolo Sorrentino del 2013 – può accendere diverse emozioni e suscitare variegati commenti. Ma ogni interpretazione rivela sempre il punto di vista del soggetto: i suoi valori, le sue conoscenze, la sua visione del mondo o la sua idea (più o meno primitiva) dell’estetica, di ciò che è bello e delle ragioni per cui lo è. Si può esprimere un’insoddisfazione per un film, esplicitando i parametri su cui si concentra l’insofferenza. E le argomentazioni vengono giudicate se sono buone o cattive, conformistiche o autentiche, appiattite sull’abitudine o dotate di immaginazione creativa. Il conformismo invece vanifica ogni sforzo, azzera la novità e riduce tutto a riproduzione dell’abitudine. Ci potremmo chiedere: quale aumento di conoscenza e di comprensione abbiamo ricevuto? Nessuno. La persona che esprime il proprio “disappunto” in modo grossolano e sgarbato, e che crede di essere superiore, rivela in realtà quello che Max Horkheimer e Theodor W. Adorno (“Dialettica dell’Illuminismo”, 1947) avrebbero definito il «conformismo dei consumatori», ossia l’accettazione acritica della realtà confezionata dall’industria di massa. Non si rende neppure conto che ogni valutazione presuppone una disponibilità all’ascolto e che ogni comprensione è legata alle aspettative, alla formazione e alla disposizione del soggetto che analizza. Internet e Twitter sono ahimè diventati i luoghi dell’istinto gregario e non della mediazione; della certificazione della presenza, non dell’indagine razionale; dell’appartenenza ad un gruppo e non dell’individualità. L’anonimato, la distanza e la mancanza dell’interlocutore favoriscono i comportamenti istintivi e senza misura. Il sociologo Zigmunt Bauman ci ricorda che «l'uni­formità nutre il conformismo, e l'altra faccia del conformismo è l'intolleranza». Egli afferma che là dove c’è omogeneità è «estre­mamente difficile acquisire quelle capacità del carattere e quelle abilità pratiche necessarie per affrontare le diversità e le incertezze»: ed è per questo che – non avendo maturato tali virtù – si temono gli altri. Perché gli altri possono introdurre elementi che destabilizzano le certezze (assolute) precostituite. Tali comportamenti ricordano quelli degli schiavi della caverna di Platone: questi uomini, incatenati dalla loro ignoranza, faticano ad accettare il nuovo e disdegnano il rischiaramento prodotto dalla molteplicità delle ragioni. Si autocondannano così a reiterare la banalità (“La Repubblica”, lib. VII, 514 b – 520 a).
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 11 maggio 2015

Soffocati dall'orgoglio


Caro professore,
Ieri stavo pensando a quante volte l’orgoglio soffochi le nostre emozioni che a loro volta non possono farsi spazio al di fuori della nostra personalità. È giusto mantenere questa maschera di orgoglio? Eppure, pensandoci, l’orgoglio è solo uno dei tanti castelli in aria che ci costruiamo per nasconderci dietro la nostra immagine per paura di esporci veramente. Perciò, in questo caso, sarebbe il nostro subconscio che ci induce a mettere dei paletti ai nostri sentimenti. Come facciamo a capire quando è giusto che l’orgoglio prenda il controllo di noi stessi oppure che in realtà ci stiamo autodistruggendo?
Daniela, IV A

Cara Daniela,
L’orgoglio è certamente una “maschera” che impedisce l’incontro con l’altro. Forse è un meccanismo di difesa che ci tutela dalla svalutazione altrui. Ma chi usa l’orgoglio per affermarsi, perché teme di non ottenere sufficiente riconoscimento, è probabile che non abbia adeguata fiducia in sé. Pensiamo sempre all’orgoglio come ad una sorta di atteggiamento individuale, ma un tempo c’era anche l’orgoglio di classe: rampolli aristocratici tronfi della loro appartenenza privilegiata. Ricorderai il libro “Orgoglio e pregiudizio” di Jane Austen (1813) in cui Mr. Darcy si rifiuta di ballare con persone che non sono del suo stesso rango. Charlotte Lucas, amica della protagonista del romanzo Elizabeth, è persino pronta a trovare una giustificazione per quel comportamento altezzoso. Ella afferma infatti che: «Non ci si può meravigliare che un giovanotto così elegante, di buona famiglia, ricco, con tutto a suo favore, non abbia un'alta opinione di sé. Se posso esprimermi così, ha diritto a essere orgoglioso. Ma l’amica replica: «È verissimo, [...] e potrei facilmente perdonare il suo orgoglio, se non avesse mortificato il mio». Ecco qua il punto: l’orgoglio altrui può mortificare il nostro. L’orgoglio umiliato provoca la collera, diceva Voltaire. «Un uomo che in guerra viene colpito da venti colpi di fucile, non va in collera. Ma un teologo ferito dal rifiuto di un assenso, diventa furioso e implacabile». In questo caso l’orgoglio di Mr. Darcy è una sorta di tracotanza nelle relazioni. Ma l’orgoglio è sempre una forma di eccesso? Non abbiamo avuto dell’orgoglio sempre la stessa idea. E anche oggi il significato di tale concetto non è univoco. Per gli antichi l’orgoglio era la «giusta considerazione di sé». Aristotele nell’“Etica nicomachea” pone la magnanimità (l’orgoglio) come virtù intermedia tra la vanità e l’umiltà. Se l’umiltà può condurre all’umiliazione del soggetto, la vanità è all’opposto un’illusoria e disperata esaltazione di sé. Ma anche per il filosofo scozzese David Hume, nel “Trattato sulla natura umana”, il significato è analogo. Scrive l’autore: «preciso che per orgoglio intendo quella piacevole impressione che nasce nella mente quando ci sentiamo soddisfatti di noi stessi per la nostra virtù, bellezza, ricchezza o potere». Ad un certo punto della propria storia, l’uomo ha cominciato a considerare non solo il giusto sentimento del proprio valore, ma ha esagerato l’opinione dei propri meriti, ha sopravvalutato i pregi, le forze ed ha assunto un atteggiamento altezzoso nei confronti degli altri. In un attimo la consapevolezza del valore e della dignità della persona si è dissolta in atteggiamenti di boria ed arroganza. Qualcosa ci è sfuggito di mano. Se affermiamo infatti che una persona è orgogliosa, è più facile che la riteniamo superba che semplicemente contenta e soddisfatta di sé. Secondo Hume l’orgoglio e l’umiltà sono passioni che pur essendo diverse hanno il medesimo oggetto. Questo oggetto è l’io, che per il filosofo non è esattamente un oggetto (una sostanza), ma «quella successione di idee e di impressioni correlate di cui abbiamo intimamente memoria e consapevolezza». Concentrati sul nostro io, a seconda che l’idea che abbiamo di noi stessi sia più o meno favorevole proveremo l’una o l’altra di queste affezioni. Così potremmo essere «sollevati dall'orgoglio o abbattuti dall'umiltà». L’autore ci ricorda che anche quando la nostra mente prende in considerazione altri temi lo fa sempre avendo di mira il soggetto, tanto che «quando non è l'io l'oggetto della nostra considerazione, non c'è più posto né per l'orgoglio né per l'umiltà». Certo, possiamo essere orgogliosi della nostra bellezza, della nostra casa, di qualche qualità, della nostra famiglia, di un lavoro ben fatto, di un obiettivo raggiunto. Ma, come diceva Mary Bennet (sorella di Elizabeth) «L'orgoglio appartiene più all'opinione che abbiamo di noi stessi, la vanità a quello che vorremmo che gli altri pensassero di noi». E l’eccessiva opinione di se stessi può portare all’autodistruzione o soffocare, perché ostacola gli incontri autentici, reprime la vitalità ed estingue la curiosità dell’altro. Se, come diceva Hume, è il nostro io ad essere «il vero oggetto della passione», allora quell’io può diventare ipertrofico e non avvertire più l’altro. Avere una giusta opinione di sé consente invece di comprendere i propri punti di forza e di debolezza, le proprie fragilità e quelle altrui. Allora è opportuno essere orgogliosi, ma non superbi, compiacersi senza essere altezzosi, essere soddisfatti di sé senza essere arroganti: chi ha una giusta stima di sé non teme lo sguardo dell’altro e non sente il bisogno di sminuirlo ed ha maggiore facilità nell’instaurare relazioni positive.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 4 maggio 2015

Il bene sorprende più del male



Caro professore,
Ieri mi è successa una cosa veramente strana che mi ha fatto riflettere. Una persona che in passato mi aveva fatto del male, è venuta a chiedermi scusa e a dirmi che era disposta a riparare. Io sono rimasta molto colpita da questo episodio ed il mio primo pensiero è stato: «Dov’è la fregatura»?, ma più ci penso più mi sembra che questa persona fosse sincera. Oggigiorno è il bene ad essere una sorpresa, non il male, ma quand’è che abbiamo cominciato ad essere così diffidenti verso il genere umano? Perché una buona azione ci sorprende tanto?
Deborah, IVA


Cara Deborah,
Jean Domat, il più importante giurista francese del Seicento, avvocato di Luigi XIV e amico di Pascal scriveva che «Se giudichiamo male il bene, offendiamo la verità, vale a dire che, giudicando male una buona azione facciamo torto al nostro prossimo» (“Moralisti francesi. Classici e contemporanei”, Bur, 2008). Tuttavia sappiamo anche che molte «buone azioni» nascondono vantaggi immediati non sempre particolarmente nobili. Lo storico danese Bo Lidegaard ne Il popolo che disse no (Garzanti 2014) ricorda che Werner Best e Rudolf Mildner, ufficiali nazisti in Danimarca, evitarono di perseguitare gli ebrei quando compresero che la Germania stava per perdere la guerra, perché «una volta che questo fosse accaduto, ciascuno dei membri dell’esecutivo nazista avrebbe avuto bisogno di qualsiasi “buona azione” potesse collezionare per salvare il collo». C’è dunque sempre un bieco tornaconto dietro ad una buona azione? Dobbiamo temere «tranelli», «insidie» o – come dici tu – «fregature»? Conoscendo l’astuzia e la volubilità degli uomini sappiamo che ciò è possibile, ed è per non essere troppo ingenui che ci mettiamo sulla difensiva e ci prepariamo al peggio. Tuttavia dobbiamo anche considerare che alcune ingiustizie non sono reali: non sono torti oggettivi, ma percepiti soggettivamente come tali, perché vorremmo che gli altri si comportassero secondo le nostre aspettative e la nostra visione del mondo. Ovviamente, offese effettive e umiliazioni volontarie producono grandi sofferenze. Alcune persone hanno consapevolezza del male che compiono o dell’immoralità dell’azione che attuano, ma tale cognizione non arriva a smuovere il loro comportamento per riparare un torto o un'ingiustizia. Altre invece (o le stesse in altri momenti) ritengono che per stare bene – prima di tutto con se stesse – debbano in qualche modo rimediare al male causato. Il grande filosofo di Könisberg Immanuel Kant ci ha insegnato a distinguere tra la semplice consapevolezza (Bewußtsein) e la coscienza (Gewissen), affermando che la coscienza è una voce interiore insopprimibile: una «legge interna» che ci dice che cosa è giusto, tanto che, afferma Kant, «non esiste uomo così degradato che in questa trasgressione non senta in se stesso una resistenza e non provi una ripugnanza di sé» (“Metafisica dei costumi”). Per Kant questa legge interiore è il fondamento che può spingere l’uomo a compiere buone azioni. La coscienza non rende solo consapevoli delle azioni, ma esorta ad agire e fa sentire l’uomo responsabile della propria condotta. Ed è per questo che introduciamo il tema morale nell’uomo, altrimenti parleremmo solo di istinti regolatori. Chiedi perché un’azione buona ci sorprenda tanto. Potremmo dire che, assuefatti a varie forme di opportunismo e sufficientemente disincantati sulle reali intenzioni del prossimo, valutiamo un’azione buona quasi un’anomalia che ci consente di intravedere un raggio di luce nelle relazioni umane. Non credo però che il nostro stupore derivi (solo) da questo. Credo che in noi sorga la meraviglia, perché un’azione morale non è mai un gesto scontato o automatico, perché implica lo sforzo di adeguare un comportamento a ciò che la ragione (Kant) o il sentimento (Hume) detta ad un individuo. Quando Kant dice di essere meravigliato non solo dalla fisica, ma anche dalla legge morale inscritta, a suo giudizio, nell’uomo stesso, ci ricorda che stiamo al mondo non completamente condizionati dalle leggi della fisica. Ossia non agiamo solo per necessità della nostra natura biologica, ma perché - comprendendo ciò che è giusto e ciò che non lo è - abbiamo pertanto la possibilità di compiere il bene. L’azione buona ci sorprende, perché ci riporta a questa armonia morale (una condotta che non si adegua all’utile, ma a ciò che è giusto) e perché risveglia in noi una tensione verso un comportamento che sentiamo appropriato. Il tuo amico avrebbe potuto regolarsi diversamente. E invece ha scelto di scusarsi con te e di riconoscere il proprio errore. Non sapremo forse mai se le persone con cui ci relazioniamo agiscono esclusivamente per il proprio vantaggio o seguono un principio morale. Il tuo amico ha certamente realizzato una buona azione. Potrebbe pertanto essere contento di sé. Secondo Kant dovrebbe essere soddisfatto solo dell’azione oggettiva che ha compiuto e non compiacersi troppo di se stesso, perché non conosce i motivi reconditi che gli hanno consentito di mettere in atto quella condotta. In ogni caso, questo aspetto non ci riguarda più. E se a volte facciamo bene a diffidare di certi pentimenti eccessivamente differiti, dobbiamo anche considerare che a volte potremmo fare un «torto al nostro prossimo» o «offendere la verità». Ognuno ha i suoi tempi anche per adeguare il proprio comportamento alla legge morale.
Un caro saluto,
Alberto

martedì 28 aprile 2015

Una ricetta per la felicità

felicità
 
Caro professore,
la mia domanda potrà sembrarle banale e scontata, ma voglio porgliela lo stesso. Qual è la ricetta per vivere una vita felice? Tutti quanti gli uomini, per natura, ambiscono a vivere una vita all’insegna della felicità. Si parla spesso di felicità, ma in termini generalmente troppo astratti. Quello che vorrei sapere è come concretizzare questa parola. Capita spesso di parlare molto e di agire poco, come dice correttamente il detto: «tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare». Io vorrei tanto non solo parlare della felicità in termini generici, ma vorrei poterla realizzare e vivere nel vero senso della parola. Esiste (oppure no) una ricetta che indichi quali ingredienti sono necessari per la realizzazione del piatto della felicità? È l’amore l’ingrediente segreto che conferisce alla pietanza quel sapore prelibato e unico, oppure quell’ingrediente è qualcos’altro? La ringrazio per la sua disponibilità.
Marta, IV A

Cara Marta,
Per tentare di risponderti devo innanzitutto superare il giudizio negativo e incomodo che lo storico Georges Minois dà di chi propone ricette sulla felicità. Scrive Minois: «D'altro canto, coloro che ci vendono ricette di felicità sono dei ciarlatani, poiché promettono più di quanto possano mantenere; di costoro si può dire, per lo più, che vendono medicinali, ma non li si può considerare medici» (“La ricerca della felicità”, Dedalo 2010). E poi dovrei tener conto di ciò che scrive il filosofo Salvatore Natoli in un bellissimo studio sulla felicità: «Non esistono affatto ricette di felicità - tanto è vero che esistono gli infelici -, ma indubbiamente esistono modi comuni di concepirla» (“La felicità”, Feltrinelli). Superato dunque un certo disagio – non ho l’intenzione di vendere medicinali senza essere medico e sono consapevole dell’esistenza degli infelici – cerco tuttavia di condividere con te qualche riflessione. Poiché brami una sorta di ricetta, dobbiamo chiederci se esista un rimedio standard o se esso sia del tutto discrezionale. Come per la formula di un tiramisù: esiste un unico rapporto tra uova, mascarpone, zucchero, cacao in polvere, savoiardi e caffè? O sono le varianti regionali, senza caffè o senza uova, con i pavesini o con le gallette, che rendono il dolce più apprezzato a seconda dei diversi palati? Se consideriamo che la felicità possa essere oggettiva, allora ha senso chiedersi che cosa sia la felicità; se riteniamo che la felicità differisca nei diversi individui, allora dobbiamo semplicemente mettere a fuoco cosa ci renda soggettivamente felici. Sappiamo che i modi per essere felici sono tanti: quando si danza, si canta, si gioca, si passeggia, si sta a casa, si viaggia; si fa un progresso nel proprio lavoro, nello studio, quando si realizza qualcosa, quando si sta con persone che si amano, quando si va ad un concerto, quando si esce con gli amici. Se la felicità consiste nel fare esperienze felici, allora essa è più soggettiva che oggettiva. Direi di considerare quattro forme di felicità. C’è una felicità momentanea che accade inaspettatamente o ci attraversa fulmineamente, che permea per un po’ la nostra vita e poi se ne va. Arriva senza sforzo da parte nostra e poi si dissolve, per poi ritornare in nuove occasioni. E c’è una felicità che è congiunta al piacere e al godimento, quella che Freud descriveva così: «Il senso di felicità derivante dal soddisfacimento di un moto pulsionale sfrenato, non domato dall'Io, è senza confronti più intenso di quello ottenuto saziando una pulsione addomesticata» (“Il disagio della civiltà”, 1929). Si può essere felici in molti altri modi e, come diceva il grande poeta Orazio: «... dum licet, ignium / misce stultitiam consiliis brevem: / dulce est desipere in loco. ... e finché tu puoi / mescola una breve pazzia alla saggezza: / a tempo è dolce folleggiare (“Odi”, IV, 12, vv. 26-28)». Dovremmo pertanto saper mescolare una “breve pazzia” alla saggezza, ma per fare questo dovremmo prima aspirare ad essa e conseguirla. Per gli antichi la saggezza era considerata una virtù e consisteva soprattutto nella moderazione e nella giusta misura. Ma al di là della felicità momentanea, di quella che deriva dall’appagamento di un piacere, di quella che deriva dal saper governare se stessi con equilibrio, c’è una quarta esperienza della felicità che ha a che fare con la soddisfazione profonda della propria esistenza. Per raggiungerla bisogna conoscere bene se stessi: ascoltare i propri desideri autentici e tentare di realizzarli. La felicità di una vita intera è data dall’abilità nel dare ascolto alle proprie aspirazioni. Chi non si conosce e non sa tendere l'orecchio ai propri bisogni e alle proprie passioni li subisce e non riesce a governare se stesso né a dare direzione al proprio cammino. Per dare orientamento al proprio percorso, dopo aver compreso i propri bisogni profondi, occorre saper distinguere tra pulsione e desiderio. La pulsione, scriveva Freud, è una sorta di spinta che «fluisce in modo costante dall’interno del corpo» per raggiungere una meta che consiste nel soddisfacimento di un bisogno. Il desiderio è altra cosa: contiene certo la spinta dell’organismo, ma esige che il soggetto sappia rappresentarsi la propria meta e riesca a dare consapevolmente una condotta alla propria energia. Allora ti direi: vivi l’attimo e dai direzione al tuo cammino. All’interno di queste modalità potrai fare una buona esperienza della felicità.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 13 aprile 2015

Le strade facili



Caro professore,
Fin da piccolo mi hanno insegnato che nella vita vince sempre il “bene”, le persone leali ed oneste, ma crescendo mi sono accorto che non è quasi mai così: alla fine la spunta chi fa il furbo, chi prova a fare un cosa nel modo più facile, ma anche più scorretto. Da chi copia nei compiti in classe a chi ruba i soldi ai più poveri, in un sistema chiamato democrazia, ma che di democratico ha solo il nome. Poi sono ancora cresciuto e mi sono accorto di una cosa ancora più vergognosa e allo stesso tempo tragica: a vincere non è né il bene né il male, ma chi impugna per primo la pistola. Perché nella vita vince sempre chi è scorretto e perché il “bene” per avere la meglio sul “male” deve comportarsi come fa il “male”? Perché i genitori ci insegnano a stare dalla parte che tanto avrà la peggio, insegnandoci umiltà, lealtà, onestà, altruismo? Perché basta premere un grilletto per potersi imporre?
Fabrizio, IIID

Caro Fabrizio,
Per fortuna, non ovunque basta premere un grilletto per potersi imporre. Forse, come scriveva Freud nel “Disagio della civiltà”, l’uomo civile, che riducendo le sue libertà pulsionali ha creato la società, avrà anche “barattato un po’ di felicità” per vivere in sicurezza, ma il fatto che non viviamo in una giungla dove prevale la forza bruta è dovuto agli strumenti legislativi della democrazia che, per quanto manchevoli, si sforzano di tutelare i diritti di ciascuno. È stato un percorso lungo per l’Occidente, dalla “Magna Charta libertatum” alle più recenti costituzioni. Certo è innegabile che l’Italia soffra di una “questione morale”, quella che la filosofa Roberta de Monticelli definiva con amara ironia come il “Male nostrum”: privilegi, scorrettezze, corruzioni, impunità, disonestà e molteplici violazioni delle norme elementari della convivenza civile. Ma allora questo significa che i genitori scambiano la realtà con un’idealizzazione, visto che i valori che raccomandano o dicono di favorire non sono vincenti nell’agire collettivo? Hai ragione, se i genitori fanno di tutto per dare cose buone ai loro figli, perché dovrebbero fornire loro strumenti inadeguati e veicolare valori perdenti? Non sarebbe meglio che li imbeccassero con l’astuzia, la malizia o con le virtù di un buon cortigiano, utili arnesi per competere efficacemente e riportare successo? Persino Platone ci ha messo in guardia dai comportamenti degli uomini e ci ha fatto riflettere sulle loro ambivalenze. Nella “Repubblica” afferma che se un uomo possedesse il mitico anello di Gige, quello che rende invisibili, non si asterrebbe dal compiere azioni malvagie. Scrive Platone: «Ebbene, puoi crederlo, non si troverà nessuno di così forte tempra da rimanere fedele alla giustizia, tanto da astenersi dal mettere le mani sui beni altrui, una volta che gli sia data la possibilità, per esempio, di arraffare tranquillamente quel che vuole al mercato, di entrare indisturbato nelle case e prendersi le donne che vuole, di uccidere, di liberare chi vuole dalla prigione, e di fare mille altre cose come un dio tra gli uomini» (“Repubblica”, 360 B-C). Come si fa dunque a resistere alla tentazione dell’ingiustizia e alla contaminazione del male, visto che è ovvio che non prevale sempre il bene? Il fatto che il bene non prevalga “sempre” o che certi valori siano “fuori moda”, non significa che essi siano stati definitivamente sbaragliati, polverizzati dalla contemporaneità. Oggi forse non riusciamo neppure più a comprendere la frase di Democrito «Colui che commette l'ingiustizia è più infelice di chi la subisce», (frammento B45), perché oggi chi commette ingiustizia è spesso assai felice e guarda il prossimo con senso di superiorità o di biasimo. Fatichiamo pertanto anche a capire Socrate che nel “Gorgia” di Platone – discutendo con Polo – afferma che «il male più grande che possa capitare, è commettere ingiustizia. [...] E incalzato dal suo interlocutore che gli ribatte: «Allora tu preferiresti subire ingiustizia piuttosto che commetterla?», egli risponde: «Non vorrei né subirla né commetterla, ma se fossi costretto a scegliere fra le due, preferirei subire ingiustizia piuttosto che commetterla» (“Gorgia”, 469b-474b). Polo ricorda a Socrate che molti uomini ingiusti di successo vengono invece ammirati, come il re di Macedonia Archelao I, figlio di Perdicca e di una schiava, che uccise a tradimento i propri parenti per impadronirsi del trono (471a-d). Socrate focalizza allora l’attenzione su un doppio significato della parola bene. C’è chi lo assimila al successo ad ogni costo e alla reputazione (che, come sappiamo, non sono sotto il nostro controllo né dipendono da virtù autentiche o dal lavoro personale) e chi lo identifica con un certo modo di amministrare la propria vita. Non si suggeriscono certi valori se non si crede che da essi segua un bene. Allora quale bene discende dai valori dei tuoi genitori? Credo un bene intrinseco. Un bene che deriva dal relazionarsi correttamente con gli altri, dal saper costruire una buona vita. Perché in fondo abbiamo bisogno di una vita ordinata e le buone relazioni fatte di «lealtà, onestà e altruismo» ci permettono di conseguirla. Nietzsche, nella “Genealogia della morale”, scriveva che l’uomo giusto è giusto anche con chi gli fa del male. Questo significa che in quella giustizia c’è una sapienza che è legata ad un ordine. Da questo ordine interiore, che il filosofo definiva «un pezzo di perfezione e di suprema maestria sulla terra», deriva un bene così profondo che procura felicità e stabilità superiori ai privilegi più o meno effimeri che derivano dal successo.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 6 aprile 2015

Parole taglienti


 
Caro professore,
In un mondo già circondato dalla violenza gli uomini hanno inventato un ulteriore modo per ferire il prossimo: il linguaggio. Come è possibile che le parole, entità immateriali, possano provocare ferite anche molto profonde nell’anima di una persona, anch’essa priva di materia?
Federico, IV A

Caro Federico,
Quando diciamo che la parola può essere tagliente, pensiamo ad essa non come ad un semplice “flatus vocis”, una grossolana emissione di suoni, ma come ad uno strumento per affilare, ossia dividere, incidere, creare. E ciò che viene impiegato per tagliare può certo essere utilizzato per ferire, ma serve principalmente per “dare forma”. Infatti, anche ciò che è “immateriale” è in grado di avviare o di produrre effetti. Già Edmund Husserl, il fondatore della scuola fenomenologica, aveva scritto che il nostro corpo è «l'unico a non esser mero corpo fisico [Körper], ma proprio corpo vivente [Leib]» (Meditazioni cartesiane, Bompiani 1960). Dire che non siamo corpo fisico significa dire che non stiamo al mondo come oggetti tra gli oggetti, ma che plasmiamo le nostre credenze stabilendo continuamente connessioni. Il corpo diventa oggetto [Körper] quando è cadavere: solo lì esaurisce i nessi con ciò che lo circonda e diventa cosa tra le cose. Diversamente, l’uomo è “corpo vivente [Leib]” e non fa altro che generare legami di senso, ossia relazioni prodotte dal linguaggio. Le parole danno pertanto forma alla vita individuale e fanno male perché se ogni esperienza è organizzata consapevolmente proprio grazie ad esse, significa che esse plasmano il vissuto. Pensa alla sofferenza che si prova quando non è possibile descrivere una sensazione. La poetessa Antonia Pozzi, ne “La porta che si chiude” racconta il dolore per ciò che non riesce ad affiorare: «Oh, le parole prigioniere / che battono battono / furiosamente / alla porta dell'anima / e la porta dell'anima / che a palmo a palmo / spietatamente / si chiude!». Siamo ininterrottamente in rapporto con la parola e la nostra vita non sarebbe tale se non fosse misurata con esattezza dalle descrizioni operate dal linguaggio. La parola ci permette di sondare le profondità dell’animo, di recuperare frammenti del passato, di lenire un dolore, di svelare le nostre inclinazioni, ma soprattutto di generare e di comprendere le nostre esperienze. Una cosa è agire, altro è descrivere la propria azione o intervenire per rettificare l’interpretazione di essa. Un’intelligenza senza parole sarebbe limitata, non potrebbe andare al di là del raggio di azione degli oggetti che le si presentano davanti. Così ci sono parole che uccidono, altre che leniscono il dolore; parole che rendono problematica l’esistenza, altre che liberano dai grovigli invisibili che accompagnano a volte le emozioni. E parole che ci affrancano dal vuoto dell’esistenza o dal senso di noia e ci consentono di emergere dai momenti di crisi. La produzione delle parole apre ad una particolare dimensione del tempo, quella che Henri Bergson definiva del “tempo interiore”. Senza la parola non avremmo passato, non avremmo echi della nostra storia, ma non avremmo neppure la speranza, ossia quel tenue filo di immagini e ideazioni che ci lega al futuro. Vivremmo in un eterno presente fatto di oggetti innominabili. Le parole, però, non solo rendono possibili le esperienze nel tempo, ma dilatano anche il tempo vissuto. La creazione (o ricreazione) dell’esperienza può essere lunga o breve, complessa o superficiale in base ai tasselli che abbiamo a disposizione per costruirla. Come un pittore realizza effetti differenti se ha a disposizione 12 o 48 pastelli, così più è ampio il vocabolario a disposizione più è accurata la descrizione del mondo. È il sapiente uso delle gradazioni (linguistiche) a comporre la nostra esperienza: sia interiore sia esteriore. Ciò che percepiamo viene infatti tradotto in parole e in base a queste entra in relazione con i nostri stati d’animo e produce emozioni e sentimenti. Le parole fanno così durare le cose e ne stabiliscono l’importanza. Se raccontiamo un evento con poche frasi allora quell’esperienza è limitata, ma se troviamo le parole per narrarlo dentro una storia più articolata o in un libro, allora quell’esperienza si accresce e dilata il tempo. Anche la sofferenze più profonde, quelle prodotte dalla violenza che ha negato la dignità agli uomini nei vari campi di tortura, hanno avuto (e hanno ancora) bisogno dell’attenzione della parola o di milioni di parole scritte nei libri. Se manca l’elaborazione dentro un codice espressivo, il vissuto naufraga e lentamente si dissolve fino a sparire definitivamente. Questo nuovo tempo che si genera in noi dà origine alla nostra vita interiore, sostanza della nostra vita autentica. Quando Marcel Proust scrive la Recherche non ci racconta solo in modo prodigioso e raffinato il passato, ma vive quell’esperienza continuamente accresciuta e prolungata. Quelle parole permangono oltre la morte dell’autore e il loro riverbero fa riemergere una vita che incanta e invita a produrre nuove idee e immagini. Quando incontriamo qualcuno, pertanto, non incontriamo solo il suo corpo, ma incontriamo la sua storia, la sua vita. Le sue parole. Allora non è più una questione di immaterialità dell’anima, ma di materialità (ossia consistenza) della parola.  
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 30 marzo 2015

L'amore e la morte


 

Caro professore,
personalmente ho avuto molti fulmini che mi hanno colpita e messa in dubbio su diverse cose della vita, ma la cosa che mi ha scatenato più interrogativi è stato il suicidio di mio padre. Dalla sua morte mi sono posta troppe domande a riguardo di ciò che mi circonda; ma non saprei bene come strutturare la domanda, ma credo che il quesito mi possa venire in mente partendo da una frase che si trova sulla lapide del mio papà che al momento non ricordo a memoria ma che dice che senza amore noi ci priviamo della vita stessa. E per questo la mia domanda è: quanto conta l’amore per continuare a vivere.
Paola, I A

Cara Paola,
Anche Giacomo Leopardi canta più volte nella sua opera che senza amore la vita è un «deserto» e che la Terra sarebbe «inabitabile». Egli afferma nel Canto «Amore e morte» che laddove c’è il conforto dell’amore nasce il coraggio o si riaccendech’ove tu porgi aita, / Amor, nasce il coraggio / o si ridesta»). E se è vero che l’amore ridesta il coraggio per la vita, vorrei tuttavia raccontarti una vicenda che parla dell’amore e della morte che ci permetterà di fare alcune considerazioni che mi sembrano vicine al tuo dolore. Forse la conoscerai già: è la storia di Priamo e Tisbe narrata dal poeta Ovidio nelle Metamorfosi. Priamo, «il più bello di tutti i ragazzi», e Tisbe, «fra le bellezze di tutto l'Oriente la più corteggiata», vivono in case contigue. Si amano e vogliono sposarsi. I genitori proibiscono il loro matrimonio, ma non possono proibire il loro amore crescente. Così i due si parlano «a cenni e segnali» attraverso una fessura sottile del muro che separa le case. Un giorno decidono di fuggire e di darsi un appuntamento al sepolcro di Nino sotto un grande gelso stracarico di bacche bianche nei pressi di una sorgente gelata. Tisbe arriva per prima e si siede sotto l’albero. Ma poi vede avvicinarsi una leonessa che va a dissetarsi nell’acqua della sorgente «con le fauci che schiumano sangue di buoi appena sgozzati». Tisbe con le gambe tremanti riesce a fuggire, ma nella fuga perde il velo di dosso. La leonessa, placata la sete, mentre si addentra nel bosco vede l’indumento e «lo straccia senza badare con le zanne insanguinate». Quando Priamo si inoltra nella foresta vede le orme della belva e «sbianca tutto nel viso». Quando vede lo scialle macchiato di sangue si dispera, perché immagina l’amata uccisa e si accusa per averle proposto tale incauto incontro nella foresta. Così arriva alla conclusione che «un’unica notte perderà due amanti»: sia la ragazza sia lui stesso («fatemi tutto a brandelli, sbranate a morsi feroci queste viscere scelleratissime, leoni voi tutti che avete la tana fra queste rocce»). Poiché ritiene che invocare la morte sia da vili, prende una spada e se la conficca nel ventre. Le radici dell’albero inzuppate di sangue tingono di porpora le more sui rami. La ragazza torna indietro, riconosce il posto ma non il colore delle more. Quando vede il corpo dell’amato che trema e pulsa, piange e lo abbraccia. Chiama Priamo e alla voce di Tisbe «lui alza gli occhi già spessi di morte, e vistala appena, subito li richiude». Anche lei dimostrerà altrettanto amore e affonderà il colpo su di sé, affinché neppure la morte li possa dividere. Ho scelto di raccontarti questa storia per dirti che come Priamo, accecati da un particolare, ci si può uccidere per ragioni sbagliate, per una valutazione parziale degli eventi, per una sopravvalutazione del negativo, per ottundimento della ragione, per incapacità di reggere un peso, di sostenere una lontananza. Molte decisioni non pianificate da tempo, vengono prese quando la mente in stato di sofferenza estrema non riesce a scorgere alternative. Magari il soggetto ingigantisce gli eventi e contrae il significato di una vita su alcuni frammenti sfavorevoli. Non possiamo sempre leggere correttamente negli abissi della sofferenza umana né comprendere la lettura delle situazioni quando la vista di un adulto è fortemente sfocata dalle lenti del dolore o di una malattia. Ma non si possono creare nessi causali diretti tra un evento e una decisione tragica. Anche nelle calamità gli uomini reagiscono diversamente, perché in ogni scelta converge la storia individuale. Un genitore si toglie la vita quando non riesce più a rendersi conto che il dolore della sua assenza sarà di gran lunga maggiore del suo. L’amore che sottrae è superiore all’amore che ritiene di non ottenere, ma la sofferenza estrema, purtroppo, oscura la mente. Certo, è vero che l’amore aiuta a vivere, tuttavia a volte cadiamo nella considerazione unilaterale che la misura dell’amore che potenzia o debilita l’esistenza individuale sia quantificabile da ciò che si riceve. E dimentichiamo che non c’è solo l’amore che si ottiene, ma anche quello che si dà. L’amore non è passività (quello che si riceve), ma attività (quello che si dà). Ossia un certo modo di affrontare la vita, di prendersene cura. In quel prendersi cura di qualcosa o di qualcuno c’è una forza enorme, la forza più grande di un essere umano. Qualche volta gli uomini la smarriscono, ma quando intravedono che i benefici che si ricavano dalla cura sono enormi, si rendono conto che è questo tipo di amore che può ridestare la vita. Prendersi cura “fa nascere il coraggio o lo riaccende”: guarisce le ferite e aiuta a sopportare anche la distruttività del dolore.
Un caro saluto,
Alberto