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Cor-rispondenze

lunedì 8 aprile 2019

Come si giudica un libro


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Caro professore,
Solitamente io scelgo un libro dal titolo o dall'immagine in copertina, ma dopo che il libro ha attirato la mia attenzione e la mia curiosità leggo sempre il riassuntino dietro. Mi è capitato molte volte di essere ingannata dalla copertina. Infatti, il libro che mi aveva attirato si è rivelato una delusione (comunque non era ciò che mi aspettavo). Allo stesso modo libri con una copertina che non destava curiosità in me si sono rivelati molto interessanti. Cose simili accadono con le persone, anch’esse sono libri da scegliere e giudicare. Quante volte noi uomini ci fermiamo solo alla copertina e al titolo della persona, invece di “girare il libro” e leggere il riassunto. A me è successo un po’ di tempo fa, di conoscere nuove persone tra cui due ragazze che all'inizio trovavo antipatiche, un po’ troppo vanitose e con anche quell'aria di superiorità. In questi mesi ho girato quei libri e ho iniziato a leggere il riassunto: mi piaceva quel libro, la parte più profonda! Ora non le trovo più antipatiche e anche se non sono proprio le mie migliori amiche, sono brave e gentili con me. Giudicare un libro dalla copertina non è mai una buona idea, anche se a volte è difficile resistere alla tentazione di comprarlo e sceglierlo senza leggerlo. Come si può resistere a questa tentazione? Come si giudica un libro?
Sofia, IA


Cara Sofia,
Il filosofo italiano del linguaggio Massimo Baldini, in un bel libro intitolato “Elogio del silenzio e della parola” (ed. Rubbettino) ha descritto con efficacia il lettore contemporaneo. Egli afferma che nel Novecento «fece la sua comparsa il lettore nomade, il lettore bracconiere, il lettore che procede per assaggi, che non legge più i testi per intero, ma per sondaggi, a salti, comparvero lettori che cannibalizzavano i testi, che procedevano tra le pagine delle opere con l'andatura zigzagante di coloro che passeggiano erborizzando». Devo dire che «passeggiare erborizzando» è la locuzione che prediligo, perché rappresenta bene il modo di muoversi tra i libri e gli autori. L’immagine del bovino è in fondo molto famigliare (spero non solo a me) e la sua andatura zigzagante è molto simile al nostro incedere in cerca di bellezza, di tracce per orientarci nel mondo e di ipotesi di lettura. Viaggiamo allora su questo doppio binario significativo: libro-essere umano, copertina-apparenza e realtà. I libri purtroppo mentono, omettono e promettono. Esattamente come le persone. Mentono quando assicurano quello che non possono mantenere: opere mediocri dal titolo pretenzioso che non producono avanzamenti della cultura o della comprensione. Omettono talvolta per necessità. Sul “Trattato teologico-politico” di Spinoza pubblicato in Olanda nel 1670 non era scritto il nome dell’autore, ma quell’omissione serviva a proteggere il filosofo e gli garantiva la possibilità di esprimere liberamente il suo pensiero. Altri ancora si impegnano senza mantenere. Tra il 1886 e il 1887 Nietzsche pensa di scrivere un’opera grandiosa dal titolo: “La volontà di potenza”. La cita esplicitamente in grassetto nello scritto “Genealogia della morale” e la annuncia persino sulla copertina del libro. Ma non la scriverà mai né la pubblicherà in vita. Nella letteratura succede spesso che il titolo o la copertina non abbiano rapporto con il contenuto. Ti sembrerà strano, ma i libri di letteratura non sono saggi, quindi non necessariamente il titolo è legato alla trama, può essere una semplice suggestione ricercata. Inoltre, il senso dato dall’autore è spesso diverso da quello che gli attribuisce il lettore e molti titoli dipendono da scelte commerciali per ottimizzare le vendite e non per chiarire il contenuto. Ma è giusto anche fare scelte casuali, che poi tanto casuali non sono, perché un libro che arriva in libreria e rimane lì per molto tempo è già un libro ampiamente selezionato. Per dire, se uno trova per caso Stefano Benni su uno scaffale e viene affascinato dalla sua scrittura, è vero che può aver scoperto l’autore per una congiuntura favorevole, ma il libro non era certo lì per caso. È probabile che per qualche fatalità si possano fare così grandi conoscenze, ed è anche bello essere stupiti dalla lettura e riconoscere da soli la bellezza, lo stile e la trama di un capolavoro. Sì, perché poi si desidera condividere quella bellezza anche con gli altri. Con l’esperienza si diventa più scaltri nella scelta delle opere, perché ognuno costruisce i propri criteri di lettura, i filtri a cui affidarsi per l’interpretazione degli eventi o per lo stile della narrazione. Ma il fascino della scoperta casuale, l’incanto del momento, la piacevolezza dell’incontro, l’apertura alla novità che deve manifestarsi rimangono piaceri assolutamente unici. Scegliere un libro, senza le circospette lenti colorate degli adulti, è un atto di fiducia, come quando ci accingiamo ad assaggiare un cibo nuovo. In ogni caso per essere certi di essere liberi occorre fare propri i consigli di Pennac, ossia i suoi suggerimenti formalizzati nei «dieci diritti del lettore» (Come un romanzo, Feltrinelli). Il diritto di non leggere, di saltare le pagine, di non finire il libro. Qualche volta – per i libri come per le persone – per non cadere in errori fatali può essere molto utile affidarsi ad un altro imprescindibile diritto: quello di rileggere.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 25 marzo 2019

Il peso della sconfitta


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Caro professore,
Buongiorno, dopo un match di tennis perso dopo essere stato ad un passo dalla vittoria, mi sono chiesto perché sia molto più dolorosa una sconfitta di quanto invece possa essere bella una vittoria, non solo nell’ambito sportivo, ma anche scolastico e della vita in generale. Perché la mente ragiona in questo modo e si ricorda più facilmente dei momenti difficili e dolorosi rispetto a episodi felici che in realtà sono anche più frequenti?
Filippo, IA


Caro Filippo,
A scuola ci hanno insegnato che le persone con una bassa autostima tendono ad ingigantire gli eventi negativi e ad attribuirsene la colpa, mentre quelle con un’alta autostima sono più propense a minimizzare gli stessi episodi e ad addossare le cause del fallimento ad altri e non a sé. Sarà dunque solo un problema di autostima? Credo di no. Osserviamo due persone molto diverse tra loro e storicamente lontane: Catone e Napoleone. Il politico romano Marco Porcio Catone, detto Uticense, (95-46 a.C) si è schierato con Pompeo nella lotta contro Cesare. Dopo la morte di Pompeo e la sconfitta dell'esercito a Tapso nell’attuale Tunisia (46 a.C.), decide di suicidarsi per non cadere prigioniero del dittatore nemico. Consideriamo ora Napoleone. Di solito ricordiamo il generale francese come un grande vincitore. In parte è giusto, ma è altrettanto vero che egli viene sconfitto in molte battaglie; per ricordarne alcune: Abukir (1798), Trafalgar (1805), Borodino (1812), Lipsia (1813), Waterloo (1815), ma – se escludiamo l’ultima – di solito si riprende, riorganizzando l’esercito e ricominciando le sue incredibili conquiste. Due uomini che hanno subito sconfitte, dunque, e due modi diversi di reagire. Catone avrà forse ritenuto la prigionia un male peggiore della perdita della vita (persino Dante rispetta questa scelta e non lo colloca nell’Inferno tra i "violenti contro se stessi"), mentre Napoleone avrà reputato probabilmente che un esercito sbaragliato può sempre riorganizzarsi e puntare alla vittoria. Ma c’è una terza risposta alla sconfitta, ed è quella raccontata nel mito delle Sirene. Come saprai, Ulisse prima di passare davanti alla loro dimora, sigilla le orecchie dei compagni perché non sentano il canto suadente di quelle ammaliatrici e si fa legare all’albero della nave. Così può ascoltare l’amabilità della loro voce ed evitare ogni pericolo. “Ma il dolore della sconfitta fu per loro così grande che si buttarono in mare e così trovarono la morte”, racconta il mito. Se Napoleone sa prontamente reagire, perché negli altri due casi la sconfitta è così devastante? Sembra che ci sia qualcosa che gli uomini (e evidentemente anche le Sirene) non riescono a sopportare e che la sconfitta accresce ed esaspera. Nel caso di Catone la sconfitta comporta la privazione della libertà e la perdita della dignità; la sua vicenda è dolorosa, ma comprensibile: una vita senza libertà, uniformata alla volontà di un nemico, non viene più ritenuta degna di essere vissuta. La decisione può non trovare il consenso generale, ma è giustificabile. Sembra invece assolutamente sproporzionata la scelta di morire delle Sirene. Perché esse disprezzano così la vita e ritengono di non poter sopportare un piccolo fallimento nella loro attività seduttiva? In fondo, se non riescono ad ammaliare qualche marinaio, non avranno certo difficoltà a ottenere successo con quasi tutti gli altri. Credo che nel caso delle Sirene non sia tanto la sconfitta in sé ad essere inaccettabile, quanto il venir meno dell’onnipotenza. L’insuccesso ricorda a Sirene e uomini che appartengono alla dimensione del limite, mostra loro la fragilità, gli ostacoli e i condizionamenti della natura. Lo smacco è un freno alla volontà di potenza e all’orgoglio: è una riduzione dell’energia creativa, dell’espansione di sé. Nei nostri errori scopriamo l’insufficienza della nostra potenza e che l’inadeguatezza alberga in noi. Le abilità, le competenze e l’esperienza non ci esonerano dal fallimento. E nel fallimento riscontriamo la nostra inettitudine e il difetto di ogni nostro sforzo. Avvertiamo la nostra mancanza costitutiva: le lodi non saturano i desideri, l’adulazione non appaga il nostro bisogno di riconoscimento. Scopriamo l’impossibilità di realizzare la nostra felicità attraverso il progetto a cui l’abbiamo legata mentre l’immagine che avevamo di noi stessi viene nello stesso tempo guastata e smantellata. Veniamo così a contatto con la nostra mortalità che un illusorio senso di onnipotenza aveva provvisoriamente rimosso. E il dolore maggiore deriva dal fatto che a rivelarci che la nostra espansione non è infinita e che siamo mortali sono gli altri. Il giurista italiano Danilo Zolo, facendo riferimento ai processi di Tokyo e di Norimberga che seguirono la Seconda guerra mondiale, ci ricorda che: «Essere sconfitti in guerra è normale. Ma essere processati dal nemico è una sconfitta totale e irreparabile» (“Chi dice umanità. Guerra, diritto e ordine globale, Einaudi 2000”). Come per i criminali è stato insopportabile essere sottoposti a valori morali e civili che non hanno mai ammesso né tollerato, per gli uomini normali è insopportabile che “un match di tennis” riveli la caducità dell’uomo così difficile da riconoscere ed accettare.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 18 febbraio 2019

Beni duraturi


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Caro professore,
Traducendo una versione di latino, ho incontrato un filosofo (Aristippo) che diceva di investire in beni duraturi. Ecco, io vorrei chiederle quali sono questi beni. Perché se ci pensiamo quasi tutto muore. Allora la risposta dovrebbe essere: la religione e la vita eterna? Quindi in questo caso bisognerebbe orientare la vita ad un fine religioso? O forse a qualcosa di più materiale? O piuttosto la conoscenza? In effetti diverse persone orientano la decisione in campi diversi.
Luca, Ia


Caro Luca,
I Greci e tutti i popoli che solcavano i mari avevano ben chiara l’esperienza del naufragio: la possibilità improvvisa di perdere gli averi sistemati sulla nave e – in un attimo – la vita stessa. L’inabissarsi di un’imbarcazione sovraccarica di merci e di uomini ha sempre avuto un forte impatto sull’immaginazione. Coloro che sono stati ripescati da navi di passaggio o si sono salvati da soli sono tornati trasfigurati. E hanno riconsiderato le loro priorità: ciò che si può abbandonare senza perdere irrimediabilmente se stessi. Per questo il naufragio è metafora della vita, e come ci ha insegnato il filosofo tedesco Hans Blumenberg è soprattutto «esperienza iniziale della filosofia» (Naufragio con spettatore). Sì, perché i filosofi hanno interpretato metaforicamente la calamità materiale come il venir meno di certezze filosofiche e morali a cui l’uomo si affida; verità o semplici persuasioni screditate dall’esperienza o scardinate dalla logica che si attenuano sino a svaporare del tutto. Ogni filosofo, in fondo, costruisce sulle macerie delle teorie precedenti. Così, anche Aristippo (Cirene, 435 a.C. – Lipari, 366 a.C.), discepolo di Socrate, è stato convolto nell’esperienza del naufragio. Fondatore della scuola cirenaica, egli non godeva di buona fama presso gli altri discepoli di Socrate. Forse troppo attaccato al denaro e alla vita agiata, era ormai un po’ troppo lontano dall’insegnamento del maestro. Vitruvio racconta che, giunto dopo un naufragio sulla spiaggia di Rodi e vedendo figure geometriche composte sulla sabbia, egli abbia gridato ai compagni: «Dobbiamo sperare bene, trovo infatti tracce di esseri umani». Forse qui è iniziata la sua conversione. Si è chiarito la differenza tra ciò che era necessario e ciò che era superfluo. Pare che a Rodi abbia insegnato la propria filosofia e abbia ricevuto lodi e doni in cambio della sua sapienza. Quando i suoi compagni vollero tornare indietro, egli tuttavia preferì rimanere nell’isola. E a chi gli chiedeva che cosa avrebbero dovuto raccontare in patria, Aristippo rispose: «Bisogna preparare i veri beni; i veri beni nuotano in salvo anche dopo un naufragio». Cosa sono i veri beni allora? Per il filosofo di Cirene, la saggezza e la filosofia. Perché sciagure, guerre e naufragi non possono nuocere a chi porta con sé saggezza e ragione, conoscenza e capacità di riflessione. L’idea della ricerca di un bene stabile è frequente nella filosofia; in fondo i filosofi non si fermano a ciò che appare, ma si propongono di comprendere le strutture che soggiacciono ai cambiamenti. Seneca afferma che «i veri beni sono quelli che dà la ragione, saldi e perpetui, che non possono venir meno e neppure decrescere o diminuire» (Lettere a Lucilio). E dice che «a ciascuno toccano interi» e non in parte. Egli racconta infatti che in un banchetto pubblico – una sorta di festa del paese –, si è soliti distribuire la carne a pezzetti e prendere con le mani altre vivande e dunque dividere in parti, «ma questi beni indivisibili, la pace e la libertà, appartengono interi tanto ai singoli quanto a tutti gli uomini». Tra i tanti filosofi che hanno cercato beni stabili, quello che suscita molta ammirazione è Baruch Spinoza. Nel De intellectus emendatione, un trattato che indica come si può purificare (emendare) l’intelletto dagli errori, Spinoza afferma di essere alla ricerca di un vero bene («verum bonum») e invita ad abbandonare quei «beni che per lo più si incontrano nella vita» – ricchezze, onori, piacere – e a cercare un bene che possa colmare l’animo «di una gioia assolutamente priva di tristezza». Questa gioia per lui era Dio. In questo caso non il Dio cristiano, ma la struttura razionale del mondo. Però anche la religione cristiana invita a cercare beni stabili. Matteo riporta l’insegnamento di Gesù, il quale dice: «Non accumulate ricchezze qui sulla terra, dove possono essere rovinate dai tarli e dalla ruggine o rubate dai ladri. Accumulatele in cielo, invece, dove non perderanno mai il loro valore e sono al sicuro dai ladri» (Matteo 6, 19-20). Come vedi, i beni durevoli possono essere di varia natura: culturale e religiosa. Ma come è possibile conservare qualcosa di stabile nella società contemporanea definita dal sociologo Zygmunt Bauman “liquida”, in quanto «le situazioni in cui agiscono gli uomini si modificano prima che i loro modi di agire riescano a consolidarsi in abitudini e procedure»? Se tutto cambia forma molto in fretta, è ancora possibile ancorarsi a qualcosa di stabile? Penso di sì. Un bene duraturo è ciò che orienta la vita. Il valore principale a cui facciamo riferimento per giudicare il caos degli eventi. È poiché è la narrazione in cui collochiamo la nostra esperienza per comprenderla, cultura e religione possono fornire entrambe una certa stabilità.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 11 febbraio 2019

Che cos'è l'amore?


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Caro professore,
Ero in Grecia, vacanza familiare con i miei genitori e mia sorella maggiore. Sul pullman, non mi ricordo per quale motivo, è partito uno di quei discorsi filosofici di cui non capisci proprio il perché. COS’È L'AMORE? QUELLO GENERICO, NON PER FORZA FRA DUE INDIVIDUI. Ci abbiamo riflettuto per tutto il viaggio, mia sorella “sapeva” già la risposta, nel senso che lei ci aveva già riflettuto in momenti diversi da quello, e aveva trovato una risposta: SPIRITO DI SOPRAVVIVENZA. A lei non piaceva quella definizione, ma l’aveva voluta accettare. Io all'inizio non volevo accettarla, tutto il romanticismo della vita dov’era sennò, ma devo dire che le sue affermazioni mi avevano stroncato. In seguito ci siamo messe d’accordo su: L'AMORE È ENERGIA DI VITA. So che ci sono tante altre cose da dire, ma in poche righe ci si deve limitare. Facciamo finta che mi chiamo Anna.
(I liceo)


Cara (finta) Anna,
Sedute accanto – tu e tua sorella – siete impegnate a discutere. Ora immaginate che sullo stesso pullman salgano altre persone interessate al vostro discorso. Siete dirette in Grecia, è probabile che molti filosofi vogliano condividere la meta. Chiedo loro di presentarsi e di contribuire al vostro scambio di idee. Proviamo. “Sono EMPEDOCLE di Agrigento, l’amore è una forza cosmica che unisce e aggrega gli elementi come la forza magnetica; così l’odio è forza che separa gli elementi, come i poli dello stesso segno del magnete: «A vicenda predominano [Amore e Odio] in ricorrente ciclo, e fra loro si struggono e si accrescono nella vicenda del destino»”. “Sono ARISTOFANE e devo dirvi che, secondo me, l’amore «tende a fare di due uno solo, riportando l'uomo all'antica natura. Eros è aspirazione a ritornare all'Intero e all'Uno»”. “Sono SOCRATE e per me «l'amore di qualcosa è sempre desiderio di ciò di cui si sente mancanza. E ciò di cui Eros sente mancanza e desiderio sono le cose belle e buone». Credo poi che l’amore sia la «tendenza a possedere il Bene per sempre». E poiché «Eros è tendenza a procreare nel bello» credo che Eros sia «aspirazione all'immortalità»”. “Mi chiamo MARSILIO FICINO, ho tradotto le opere di un grande filosofo greco. Ne sono rimasto così affascinato da scrivere un libro intitolato ‘Sopra lo amore’. Per me, «Il vero Amore non è altro che un certo sforzo di volare alla divina bellezza, desto [suscitato] in noi dallo aspetto della corporale bellezza». So che questa definizione non è tutta farina del mio sacco, e per questo non finirò mai di ringraziare il mio grande maestro PLATONE”. “Mi chiamo BARUCH SPINOZA, ho scritto anch’io dell’amore in un libro che per fortuna non è stato smarrito ed è stato stampato dopo la mia morte. «Cioè l’Amore non è altro che Letizia accompagnata dall’idea di una causa esterna». Voglio dire «che chi ama si sforza necessariamente di avere presente e di conservare la cosa che ama, e, al contrario, chi odia si sforza di allontanare e distruggere la cosa che odia»”. “Sono LEIBNIZ, per l’esattezza GOTTFRIED WILHELM VON LEIBNIZ, matematico e filosofo, ma mi sono occupato di tanti temi. Sono convinto che l’amore sia cercare «il proprio piacere nell’appagamento e nella felicità di un’altra persona». Gli uomini, di solito, desiderano il proprio bene, ma il  vero amore si realizza quando uno cerca il bene dell’altro non per un secondo fine. Così, quando realizziamo il bene dell’altro, anche noi siamo felici e proviamo piacere in questa felicità. Dal bene dell’altro discende dunque anche la nostra felicità”. “Mi chiamo DAVID HUME, scozzese, spesso mi ricordano perché ho svegliato dal sonno dogmatico il mio illustre collega IMMANUEL KANT. Per me «l'amore non è altro che desiderio della felicità di un’altra persona, e l’odio desiderio della sua infelicità. Il desiderio e l'avversione costituiscono la vera natura dell'amore»”. “Mi chiamo ARTHUR SCHOPENHAUER, anche se ho odiato molto un filosofo piuttosto famoso e a me contemporaneo che si chiama GEORG WILHELM FRIEDRICH HEGEL, credo tuttavia di aver capito bene la questione. Per me «l'amore non è altro che un espediente escogitato dalla furbizia della natura che si avvale del piacere, della bellezza, del sentimento legati all'amore per incrementare la propagazione della vita»”. “Sono THEODOR REIK, amico di FREUD. Sono laureato in filosofia, ma faccio il medico. Per me l’amore «è il sostituto di un altro desiderio: la lotta per l'autorealizzazione, il vano desiderio di realizzare il proprio io ideale»”. “Sono ERICH FROMM, di scuola tedesca. Sono filosofo e psicologo. Da sincero pacifista, vorrei che il problema dell’uomo fosse messo al centro della riflessione filosofica e politica. Per me «l'amore è una forza che produce amore»”. “Mi chiamo ROBERT STERNBERG, ho studiato l’intelligenza e ho dedicato una gran parte della vita a studiare l’amore. Sono il più giovane tra gli uomini illustri che avete ascoltato; secondo me «L'amore è la nostra risposta emotiva a qualcosa a cui attribuiamo grande valore»”. Cari amici, la compagnia si è fatta davvero interessante: ora salgo anch’io sul pullman, per dire la mia. C’è un posto vicino a FROMM. Allora taccio, e mi siedo accanto a lui.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 4 febbraio 2019

Il razzismo


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Caro professore,
Fin dall’età di tredici anni, a scuola nessuno mi accettava. Tutti mi stavano lontano, non mi consideravano. I compagni della mia classe mi odiavano, mi picchiavano. Frequentavo la scuola in Trentino e molte volte avevo paura di andare a scuola per paura che qualcuno mi picchiasse o mi prendesse in giro. Io non facevo niente di male a loro, eppure loro a me ne facevano tanto. Oggi mi trovo benissimo, ho amici, ma il passato è anche difficile da dimenticare e tanto meno il male ricevuto solo perché sono straniera. Allora mi chiedo, perché certa gente è così cattiva, si ferma all’apparenza e non guarda alla bellezza interiore di una persona, ma appena sa che sei straniera ti si allontana e ti tratta male?
O., 16 anni


Cara O,
La tua lettera è più importante di ogni risposta. Perché è un invito ai tuoi coetanei e a noi adulti a sentire la sofferenza causata da discriminazione e pregiudizi. Utilizzerò tre tasselli per comporre una piccola traccia per pensare. Il primo riguarda Michelle Obama. La first lady degli Stati Uniti (2009-2017) nel libro “Becoming. La mia storia” (Garzanti 2018) racconta aspetti confidenziali della propria vita. Un giorno, nella Elizabeth Garrett Anderson School, assiste ad uno spettacolo organizzato dalle studentesse desiderose di ascoltare un suo discorso. Osservando le adolescenti, riverberano in lei queste considerazioni: «Bastava guardarsi attorno nella sala e vedere i volti delle alunne per capire che, nonostante la loro forza, quelle ragazze avrebbero dovuto lavorare sodo per farsi notare. C’erano ragazze con lo hijab, ragazze per le quali l’inglese era una seconda lingua, ragazze con la pelle bruna delle più varie sfumature. Sapevo che avrebbero dovuto lottare contro gli stereotipi in cui le avrebbero costrette, tutti i modi con cui sarebbero state definite prima ancora che potessero capire chi erano. Avrebbero dovuto combattere l’invisibilità che tocca ai poveri, alle donne e alle persone di colore. Avrebbero dovuto impegnarsi per trovare la propria voce e non farsi sottovalutare, per evitare di essere messe a tacere. Avrebbero dovuto faticare anche solo per imparare. Ma i loro volti erano pieni di speranza, e adesso anch’io lo ero. Fu una strana, silenziosa rivelazione: erano me alla loro età. L’energia che sentii pulsare in quella scuola non aveva nulla a che fare con gli ostacoli. Era il potere di novecento ragazze che stavano lottando». Michelle descrive il nostro tempo: sa che la convivenza e il riscatto sono faticosi, ma afferma anche che: «dove c’è dolore c’è anche capacità di superarlo». L’augurio è che la tua energia positiva ti consenta di superare ogni barriera di indifferenza, perché la passione genera coinvolgimento e partecipazione. La seconda traccia è legata al libro Schiavi in un mondo libero di Gabriele Turi. Lo storico ricorda che Thomas Jefferson – uno degli autori della dichiarazione d'indipendenza americana del 4 luglio 1776 – «era proprietario di circa 150 schiavi, così come molti delegati alla Convenzione di Filadelfia del 1787». Se ci pensi è abbastanza curioso che nella dichiarazione sia scritto: «Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità». Tutti gli uomini sono creati uguali, ma con una piccola svista: l’omissione di una parte piuttosto consistente dell’umanità. C’è voluto tempo – e forse ce ne vorrà ancora –  perché gli uomini amplino la loro empatia. Oggi sappiamo che chi è insensibile ignora le emozioni dell’altro e là dove non c’è ascolto autentico le persone rispondono spesso con pregiudizi. La storia, tuttavia, mostra che la psiche umana impiega tempo per registrare che alcuni comportamenti sono sbagliati. Il terzo tassello nasce da un’intervista. Verso la fine dell’anno è stato chiesto ad uno scrittore di indicare un episodio che avrebbe voluto eliminare dalla propria vita. Egli ha risposto prontamente che avrebbe voluto rimuovere i segni delle dita dal volto della figlia a seguito di una reazione impulsiva in un momento in cui lei lo aveva apostrofato male. Magari la bambina si è ora dimenticata di tutto, ma sono convinto che c’è un dolore invisibile che le persone per bene si portano dentro, che non si annulla con il tempo e fa vergognare di gesti e parole che si sarebbero potuti evitare. Dico questo perché nessuno si debba poi pentire di non essere riuscito a cogliere la “bellezza interiore” in coloro che in un primo tempo sono stati allontanati per paura o per mancanza di semplice educazione. Affido la riflessione conclusiva ancora a Michelle Obama. Ecco la sua proposta: «Per ogni porta che è stata aperta a me, ho cercato di aprire la mia agli altri. Ed ecco cosa ho da dire alla fine: invitiamoci a vicenda a entrare. Forse possiamo cominciare ad avere meno paura, a fare meno ipotesi sbagliate, ad abbandonare i pregiudizi e gli stereotipi che ci dividono senza ragione. Forse possiamo comprendere meglio le condizioni che ci rendono uguali. Il punto non consiste nell’essere perfetti. Non consiste nel traguardo che si raggiunge. Il potere è consentire a sé stessi di farsi conoscere e ascoltare, avere una propria storia unica, usare la propria voce autentica. La grazia è essere disposti a conoscere e ascoltare gli altri».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 28 gennaio 2019

Essere grandi


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Caro professore,
Il passaggio dalla scuola media alla scuola superiore è stato un gran bel passo, è cambiato tutto e io mi sento più grande, anche se in realtà non lo sono, tutto dipende dalle circostanze. Mi sento più grande perché sono in una città più grande, perché faccio più cose da sola, cosa voglio fare lo posso decidere io. Però se poi ci penso sono ancora piccola. Perché comunque dipendo, come è giusto che sia alla mia età, da altre persone. Quello che non riesco davvero a capire è: cosa significa davvero essere grandi?
Giorgia, IE

Cara Giorgia,
Il grande filosofo prussiano Immanuel Kant, in una lettera del 1784 in cui spiega che cos’è l’Illuminismo (Was ist Aufklärung?), ritiene che la natura abbia programmato gli uomini per diventare autonomi. Non subito, però. Quando si è piccoli abbiamo infatti bisogno di tutto e di tutti per sopravvivere. Ma la necessità ineluttabile che gli altri si occupino della nostra sopravvivenza piano piano si riduce; ci liberiamo dall’eterodirezione, ossia da questa imprescindibile subordinazione al mondo adulto e la natura ci consente di diventare gradualmente indipendenti. Ci possiamo così prendere cura di noi. Egli scrive dunque che gli uomini sono naturaliter maiorennes (“per natura maggiorenni”), perché è la vita stessa ad averli progettati per conseguire tale obiettivo. E riuscire a emanciparsi vuol dire costruire le condizioni per la propria libertà. Credo che tu stia vivendo un momento importante: i cambiamenti nelle abitudini, il passaggio ad una scuola più grande, la necessità di orientarti in una città piuttosto che in un paese, avere più tempo libero da sola, sono elementi che ti consentiranno significative conquiste di autonomia. Diventare grandi, tuttavia, non è facile per nessuno. E non so quanto sia naturale. Perché in fondo è un’opera di autoeducazione. È un’impresa su se stessi, un continuo esercizio che non si conclude mai. Perché la tentazione di rimanere bambini è sempre viva e quella di appoggiarsi alle idee degli altri altrettanto: di usare le stampelle dell’ideologia dominante, di un partito, di una religione, di una lobby, di amicizie rilevanti. A che età siamo veramente in grado di decidere autonomamente? Non è detto che gli adulti siano diventati grandi. Kant dice che «la viltà e la pigrizia» sono spesso i motivi che impediscono agli uomini di compiere il passaggio alla maggiore età. Se dovessi fare una sorta di inventario personale delle cose che a me sembrano importanti, direi che essere grandi significa certamente essere responsabili. Di questo sono sicuro: essere responsabili significa infatti saper rispondere (“respondēre”) delle proprie azioni e delle proprie parole, come un pilota d’aereo sente la responsabilità per le persone che gli sono affidate. Ho citato il pilota d'aereo perché nel 1939 Saint Exupery ha scritto il libro “Terra degli uomini” (“Terre des hommes”) e lo ha dedicato al suo amico pilota Henri Guillaumet (“compagno mio”) morto in un incidente. E perché in tale opera l’autore associa un significato più profondo a tale mandato, quello di saper «provare vergogna in presenza d'una miseria che pur non sembra dipendere da noi». Nutrire vergogna non significa semplicemente sentire imbarazzo, ma avvertire come immorali l’ingiustizia e la povertà. Il passaggio dalla vibrazione emotiva alla riflessione etica – ed eventualmente alle politiche di giustizia – credo che abbia a che fare con l’acquisizione di un posto da adulti nel mondo. Per me essere grandi significa anche saper accettare i limiti, della propria forza, della propria capacità di comprendere il mondo e di incidere su di esso; e grazie a tale comprensione avvertire che i problemi non si risolvono da soli e che ognuno è un anello di una catena. Essere grandi significa allora saper collaborare, avere il coraggio di agire e non solo di contestare e avere una parola da uomo, ossia essere fedeli alla parola data e operare in modo conforme a ciò che si annuncia. Credo che tale condizione comporti anche avere pazienza, ossia essere forti e saper sostenere i propri progetti, senza scoraggiarsi per la fatica. Non essere impazienti non equivale infatti ad essere passivi, ma resistenti e preparati di fronte alle contrarietà. Essere grandi significa anche saper intessere, intrecciare: ossia costruire e ricostruire senza perdere la fiducia in sé e negli altri; come la barriera corallina che viene continuamente spezzata e, costantemente rinnovata con il concorso di miliardi di organismi, trattiene la forza dirompente del mare. Credo infine che essere grandi voglia dire abitare la Terra con uno sguardo a tutto il pianeta o – per dirla ancora con Saint Exupery – «sentire che, posando la propria pietra, si contribuisce a costruire il mondo». E ad un’eventuale domanda sul perché dovremmo essere impegnati e non egoisti, rispondo – con l’autore – perché è sufficiente  sapere di essere «trasportati dallo stesso pianeta, equipaggi di una stessa nave». Potremmo chiederci, parafrasando Kant: siamo già in un’epoca dove gli adulti sono grandi? E rispondere con lui: no, ci vuole tempo per il rischiaramento delle menti e per l’attivazione emotiva che conduca a comportamenti solidali. Il processo per conquistare l’autonomia è lungo e faticoso e, a differenza della natura, non garantisce sempre il conseguimento del risultato. L’autoeducazione è impegnativa, spesso estenuante. Però ha il vantaggio di rendere gli individui più liberi, non solo di perseguire i propri obiettivi, ma anche di assolvere ad un compito un po’ strano: quello di essere uomini.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 21 gennaio 2019

Sentirsi vivi

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Caro professore,
Quella che sto per porle può sembrare una domanda banale, ma, la prego, cerchi di non giudicarla immediatamente così. Fin da quando me la sono posta, all'incirca due anni fa, ho cercato una soluzione e alla fine penso di averla trovata, ma immagino che essa sia solo una piccola parte della verità. Proprio per questo credo che non sia saggio rivelarla, anche perché temo di poterla influenzare con le mie idee e voglio lasciarle carta bianca. Non mi dilungo oltre e arrivo subito al punto. Cosa ci fa capire di essere vivi? Come possiamo renderci conto che la realtà che ci circonda è vera, che noi siamo realmente qui e che tutto questo non è solo uno strano sogno? La ringrazio per l'attenzione. P.S. Tutti i possibili riferimenti a Matrix sono puramente casuali,
Greta, 3 alfa


Cara Greta,
Potremmo chiederci insieme a Cartesio, nella prima delle Meditazioni metafisiche (1641): quante volte abbiamo creduto di essere seduti presso il fuoco – il caminetto – mentre invece eravamo sotto le coperte? Talvolta, infatti, non è facile distinguere tra la veglia e il sonno. Ed è possibile che ci venga in mente di non vivere in un mondo reale. Se un tempo ci si poteva chiedere se il mondo era frutto di un sogno (ad es. La vita è sogno, Calderon de la Barca, 1635) o di una rappresentazione (Schopenhauer), ma la concretezza e le asprezze della vita riportavano gli uomini con i piedi per terra, oggi il confine tra reale e virtuale si è affievolito. Così, possiamo anche temere di vivere effettivamente in mondi fittizi, soprattutto se ci perdiamo tra social, videogiochi dalla grafica realistica ed effetti sonori iperrealistici. Una sempre maggiore interazione con il virtuale sappiamo che può persino determinare patologie da dipendenza, come perdita di emozioni e dispercezione della realtà. E con ogni probabilità il legame tra questi due aspetti sarà in futuro ancora più stretto. Il dubbio è certamente giustificato; ma tu sei in buona compagnia, perché anche Cartesio diceva che il dubbio era legittimo e non per superficialità, ma per «ragioni valide e meditate». Matrix ha persino sostenuto che la realtà potrebbe essere nient’altro che un mondo virtuale elaborato dal computer. Dice Morpheus «Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello». L’idea non è nuova. Ricorda l’idea del cervello in una vasca di Hilary Putnam, ripresa da un racconto dello scienziato cognitivo Daniel Dennet. Si tratta di un esperimento mentale: scienziati malvagi hanno rimosso il cervello da un corpo mentre dormiva e lo hanno posto in un liquido di mantenimento in una vasca. Stimolato con elettrodi, il cervello crede di vivere veramente la vita reale e di essere impegnato nelle sue normali attività. Alcuni hanno sostenuto che in tale situazione il cervello non sarebbe in grado di comprendere se la realtà in cui vive è vera oppure no. Penso ora che la tua domanda possa imboccare tre strade: la nostra facoltà conoscitiva è adeguata per conoscere il mondo? (un problema gnoseologico); quanti sono i piani della realtà? Materiale, immateriale, altro? (un problema ontologico); oppure: come posso sentirmi vivo e diventare protagonista della mia vita? (un problema esistenziale). Poiché sei molto giovane, non voglio sottovalutare questo aspetto. Penso che una persona possa non sentirsi viva o per eccesso di vissuto doloroso o per una sorta di torpore. Elisa Springer ne Il silenzio dei vivi scrive: «Ho abitato ad Auschwitz, Bergen-Belsen, Terezìn, ho conosciuto le miserie e l'orrore di uomini senza anima, soldati senza cuore che hanno carpito la nostra libertà, senza darci né il tempo, né il modo di difenderla, confinandoci in un mondo di schiavitù, di odio, in cui era impossibile ritrovarsi esseri umani». E quando per circostanze occasionali e imprevedibili riesce ad uscire dal lager di Bergen-Belsen si chiede: «Ce l'avrei mai fatta a rimanere viva tra i vivi?». L’eccesso di dolore e lo stordimento della sofferenza possono portare a non sentirsi più vivi in mezzo alle vite altrui, spesso ignare di vissuti penosi o di storie assurde e inaudite. I filosofi hanno spesso detto che per sentirsi vivi occorre avere chiara coscienza della propria condizione. Jostein Gaarder ne “Il mondo di Sofia” (1991) ha messo in bocca alla protagonista queste parole: «Non è possibile sentirsi vivi senza essere consapevoli che si deve morire, pensò. Analogamente è impossibile riflettere sul fatto che si deve morire senza pensare al contempo che vivere è una cosa meravigliosamente strana». Non ti spaventare, la riflessione sul tempo della vita è fondamentale. È a partire dal nostro limite nel tempo che possiamo uscire dal torpore. E se diventiamo consapevoli di questo confine, forse riusciamo a orientare la nostra vita, a smuoverla dall’apatia, dal sonno. Allora è fondamentale sentirsi ingaggiati, ossia arruolati dal mondo, interpellati dalla realtà e darsi degli scopi, cercare di impegnarsi in attività e relazioni. Quando si scende nell’umano e si viene coinvolti nelle relazioni, svanisce ogni dubbio su cosa significhi sentirsi vivi. E come direbbe Cartesio, non si tratta di un ragionamento che può essere messo in dubbio, si tratta di un’intuizione immediata. Anticipa ogni logica e aiuta a trovare un senso alle azioni della quotidianità.
Un caro saluto,
Alberto