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Cor-rispondenze

lunedì 26 aprile 2021

La trama nascosta 1/2



In un famoso frammento dell’opera “Sulla natura”, Eraclito afferma che «la trama nascosta è più forte di quella manifesta». Al di là di ciò che si rende visibile all’occhio umano c’è infatti una struttura profonda del reale che non si coglie immediatamente. Ammiriamo l’armonia del corpo, ma ne ignoriamo la complessità; scorgiamo le stelle nel cielo, ma siamo all’oscuro dei loro moti complessi; esaminiamo i fenomeni della fisica, ma ad un primo sguardo non comprendiamo le leggi che li governano. Forse è per questo che, pur essendo convinto della trama razionale del mondo, Eraclito diceva che «la natura ama occultarsi». Possiamo chiederci: c’è una sola trama nascosta o le trame sono molte? Potremmo dire che ci sono molti fili che si intrecciano a gradi diversi nella complessità del mondo. Prendiamo in considerazione alcuni livelli: c’è la trama nascosta della natura (livello ontologico), quella del pensiero e del linguaggio (livello logico), quella del corpo (livello biologico-genetico), quella dell’interiorità dell’uomo (livello psicologico), quella che motiva il comportamento individuale (livello etico), quella che orienta l’agire collettivo (livello politico). In che senso la trama nascosta è più forte di quella manifesta? Ammiriamo l’ordine naturale, il ciclo dei giorni, dei mesi e degli anni. Siamo affascinati dall’alternarsi regolare delle stagioni e dalla sequenza incessante della riproduzione degli esseri viventi. C’è una legge che regola il divenire e i vari cicli che per gli antichi si succedono eternamente. Il mondo non è dominato dal caos né da un assurdo e oscuro destino, ma è governato da una legge razionale. Eraclito chiamava questa ragione il “Lògos”. La Ragione stessa è dunque l’origine di tutti i cambiamenti che noi contempliamo. È la trama delle trame: la matrice costitutiva di tutta la realtà in ogni sua manifestazione: reale, logica, biologica, psicologica, etica e politica; la fonte da cui si avviano tutti i rivoli – ossia le dimensioni – di ciò che esiste. Grazie alla consistenza della struttura nascosta, nel VI sec. a.C. Talete è riuscito a prevedere un’eclissi di Sole e Pitagora ha compreso che i suoni hanno un preciso rapporto con la lunghezza della corda che vibrando li produce. C’è una struttura matematica del cosmo e Pitagora ha detto che tutto può essere tradotto in numero. Molti secoli dopo Galileo Galilei ha formulato questa idea in una bellissima espressione contenuta ne “Il Saggiatore” (1623): «La filosofia [della natura] è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto dinanzi a gli occhi (io dico l’universo), ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua, e conoscere i caratteri ne’ quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a intenderne umanamente parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto». Consideriamo ora un altro aspetto della realtà. Prendiamo dei semi: di lattuga, ravanello, pomodoro, peperone, zucca, sesamo, grano; ma anche di ciliegia, pesca, noce, avocado, papaya, mela e anguria. Mettiamoli sul tavolo. Alcuni sono davvero piccoli, altri sembrano minuscoli sassi. Li possiamo conservare in un contenitore di vetro, come una sorta di ghiaia colorata dalle varie dimensioni. Ma se creiamo le condizioni di umidità e nutrimento necessari, ogni seme si sviluppa. Aristotele direbbe che si espande dentro la propria “forma”, ossia dentro la propria “specie”. Ogni seme potrà produrre o meno la pianta di cui all’interno porta le informazioni. Allora dobbiamo considerare ogni seme come un software che contiene il programma di sviluppo della pianta, le regole del suo divenire e le ragioni della sua configurazione. Ogni pianta potrà crescere, portare frutto e riprodursi, oppure potrà morire in ogni momento del processo. Però, per quanto minuscolo, ogni granello contiene le informazioni per l’accrescimento della verdura o dell’albero. C’è dunque una ragione che regge il cosmo e c’è una ragione intrinseca ad ogni specie vivente che accompagna la sua crescita. Oltre alla razionalità costitutiva anche della più piccola realtà, c’è una struttura razionale del pensiero: è la logica che pervade tutti gli esseri umani. Da Aristotele agli stoici, da Kant a Hegel, da Gottlob Frege fino a Kurt Gödel, gli uomini si sforzano di esplicitare l’articolazione mentale che consente loro di conoscere: indagano pertanto il funzionamento di quella “applicazione naturale” che permette di pensare e spiegare il mondo. Oltre alla logica, occorre tenere in considerazione il linguaggio. Sappiamo infatti che le parole si combinano in strutture complesse. Andrea Moro, in “Breve storia del verbo essere”, ricorda che le lingue naturali sono strutture biologicamente determinate e invarianti. Queste conclusioni confermano un’intuizione del filosofo inglese Ruggero Bacone del XIII sec., il quale aveva detto che «Grammatica una et eadem est secundum substantiam in omnibus linguis, licet accidentaliter varietur» («la grammatica nella sua sostanza è una e una sola in tutte le lingue, anche se ci possono essere differenze accidentali»). Questa idea di una «grammatica universale» è alla base dei lavori di molti autori contemporanei e ricorda che la possibilità di trasferire un contenuto da una lingua ad un’altra significa che anche nel linguaggio c’è una “trama nascosta” che permette agli uomini di comprendersi. 

Un caro saluto,

Alberto


lunedì 12 aprile 2021

Involontariamente

 


C’è qualcosa di ingegnoso e allo stesso tempo di nobile nella sentenza di Socrate: «nessun uomo pecca volontariamente». Geniale, per la riflessione razionale con cui il filosofo argomenta la tesi; e nobile, perché vorremmo fidarci di questa intuizione, anche se spesso dubitiamo di tale verità. Sappiamo fin troppo bene dalla storia –  e anche Socrate lo sapeva – che esistono uomini intrinsecamente malvagi. In “Tito Andronico”, la più cruenta tragedia di Shakespeare, Lucio chiede ad Aronne: «Non sei pentito di questi infami delitti?» E Aronne risponde: «Mi pento, sì, di non averne fatti altri mille. Ancor oggi maledico i giorni […] nei quali non ho commesso qualche famigerata malvagità». Se lasciamo da parte alcune degenerazioni della natura: persone accecate dal male che con sadica esattezza vogliono la distruzione del genere umano e ci concentriamo sulla maggior parte della specie, senza naturalmente idealizzarla, possiamo affermare con Socrate che “di solito” ogni uomo agisce per ottenere il bene. Quindi, secondo il filosofo ateniese, nessuno compie il male volontariamente, talvolta – purtroppo – scambia il male per il bene e pertanto non si comporta in modo virtuoso solo perché ignora ciò che era davvero giusto fare. Secondo Socrate, l’uomo non agisce con la volontà di fare il male: scarso sapere e inadeguata educazione di sé non consentirebbero di rendersi conto del momentaneo abbaglio: aver confuso il piacere temporaneo con il bene durevole. Il tema è ripreso nell’ “Ippia minore”: perché l’uomo dovrebbe compiere il male volontariamente? Socrate dice che per volere il male, l’uomo deve conoscerlo e quindi saperlo distinguere dal bene. Se è in grado di distinguerlo dal bene  è in grado di conoscere il bene. Ma un uomo che conosce il bene, perché dovrebbe scegliere il male? Chi agisce, infatti, vuole sempre conseguire il proprio bene. Socrate pone sullo stesso piano due grandi temi: la verità e il bene. Ed ecco la sua genialità: come la verità si disvela gradualmente e orienta le menti razionali, così il bene si manifesta progressivamente alla ragione. In greco “verità” si dice “aletheia”, e si compone di un “a” (privativo) e “Lete” che significa “oblio”, in quanto Lete era la fonte dell’oblio. Letteralmente la parola verità significa “togliere il nascondimento”, ossia “svelare”, che anche qui vuol dire “togliere il velo”. Avviene qualcosa di simile quando si apre un sipario e piano piano si intravvede la scena che sta dietro o, in modo più prosaico, quando si tirano via le lenzuola dal letto e si scoprono calzini, piedi, pigiama e il resto del corpo. La verità e il bene sono portati alla luce dalla ragione che dirada la nebbia che impedisce di distinguere adeguatamente la realtà vera. Se conosciamo che la somma degli angoli interni di un triangolo è di 180°, non accetteremo mai di affermare che è 75° o 125° né ammetteremo un numero diverso da 180°. Sosteniamo un numero differente solo se ignoriamo la verità. Appresa la verità, ogni tentennamento è escluso per la potenza della verità stessa. Secondo Socrate funziona così anche con il bene: se conosciamo il bene, siamo spinti verso di esso, perché la nostra natura razionale ci esorta a realizzarlo. Siamo dunque attratti dal bene e siamo in grado di distinguerlo dai suoi surrogati. Conoscere adeguatamente il bene è un po’ come conoscere le proprietà del triangolo: quando le padroneggiamo cessano ambiguità e dubbi; così, sul piano etico, avendo chiaro il bene ci sforziamo di conseguirlo. Secondo Socrate il bene ha la stessa potenza della verità, è della stessa natura. Una volta conosciuto non può essere confuso con altro. Ecco un esempio: fumare fa male. Lo sappiamo, ma molti continuano a fumare e ad ignorare questa verità. Socrate è convinto che se uno conoscesse veramente i danni e avesse compreso a fondo il deterioramento dei polmoni e della salute provocati dal fumo, smetterebbe di fumare. Se non abbandona tale pratica non è perché è cattivo, ma perché non ha veramente compreso il danno. Socrate è stato accusato di intellettualismo etico: gli è stato rimproverato che non è sufficiente sapere cos’è il bene per compierlo. La nobiltà della sua intenzione è tutta qui: il comportamento dell’uomo discende dalla conoscenza, e il bene ha la stessa chiarezza razionale della verità. Purtroppo non tutti la pensano come lui. Consideriamo due importanti critiche alla sua visione. Nel “Gorgia” di Platone, Callicle deride Socrate perché ritiene che il bene non abbia la stessa natura della verità e non sia affatto oggettivo; egli ritiene che la giustizia sia semplicemente una convenzione umana. Mentre le leggi della matematica sono universali, gli uomini non seguono un’unica legge di giustizia. Poiché spesso domina il più forte, è pertanto la forza ad imporsi e a regolare i rapporti, non la giustizia. Un’altra critica arriva da Platone. Egli ritiene che l’uomo non soddisfi solo la ragione: nella sua visione dell’anima l’uomo non è caratterizzato solo dalla ragione, ma da impulsi e desideri che spesso ostacolano il percorso più sensato. Se per Socrate la presunta oggettività del bene è sufficiente a indirizzare il comportamento, Platone ricorda che l’uomo può anche assecondare gli impulsi irrazionali. Pertanto, se pecca, è perché appaga l’istinto. Il male allora non è più “involontario” e le scelte non sono più “innocenti”.

Un caro saluto,

Alberto


lunedì 5 aprile 2021

La malvagità

 



Biante, uno dei sette savi del mondo greco, ha affermato che «i più sono malvagi». È una sentenza sconsolante, ma esprime una verità: gli uomini sono in grado di operare il male con un certa soddisfazione, appagati dall’esito sfavorevole delle azioni altrui; sono in grado di danneggiare il prossimo per invidia, rivalità o per semplice malevolenza, e – per scegliere un esempio letterario, come il “Riccardo III” di Shakespeare –, sono persino compiaciuti delle conseguenze fatali delle loro azioni. Chiunque abbia subito atti di prepotenza, sia stato oggetto di soprusi, svalutazione, vittima di aggressività diretta o indiretta, è disposto a sottoscrivere questa affermazione. Per carità, gli uomini non sono perfetti e non cerchiamo pertanto di idealizzarli, perché ad una minima delusione delle aspettative si possono generare giudizi dicotomici: gli uomini passano dall’essere considerati tutti buoni all’essere ritenuti tutti cattivi. Cerchiamo pertanto di evitare i due eccessi: di bontà e di malvagità. Come diceva un conciliante filosofo napoletano della seconda metà dell’Ottocento «Gli interamente buoni sono rari come gli interamente malvagi, i più stando di mezzo tra gli uni e gli altri, né tutto buoni né tutto malvagi». Già, ma dentro questo insieme così grande di persone non del tutto buone né del tutto malvagie, i più sarebbero comunque malvagi. Perché? Di solito giungiamo a proiettare tale caratteristica sulla specie intera, quando siamo stati delusi da una o più persone; la diffidenza si estende allora al prossimo e ci lasciamo andare a giudizi irrazionali e a risposte perlopiù inadeguate alla momentanea disperazione. Biante avrà emesso tale sentenza con mente lucida o in preda a frustrazione? Pare che lo abbia fatto a ragion veduta e non sull’onda di un’emozione negativa o di eventi sfavorevoli. Nel corso della storia molti filosofi si sono pronunciati sulla bontà o sulla malvagità della natura umana, ma non è necessario impegnarsi in una riflessione così radicale sull’essenza dell’uomo. La maggior parte dei nostri incontri e delle nostre relazioni non avviene con uomini di altissima statura morale, ma nemmeno di infima dignità. Incontriamo di solito uomini medi, che producono danni medi, bugie medie, dichiarazioni medie. Ma i giusti pare che siano pochi. D’altra parte lo dice anche il “Qoèlet nella Bibbia che si può trovare un giusto forse «fra mille», ma poi anche la Bibbia mitiga il giudizio, tenendo conto di quanto sia difficile anche per l’uomo giusto agire sempre in modo virtuoso: «Non c’è infatti sulla terra un uomo così giusto che faccia solo il bene e non sbagli mai». Il poeta Giovenale non aveva probabilmente particolare fiducia nell’uomo, perché nelle “Satire” afferma che: «I buoni sono rari: sono appena tanti quante sono le porte di Tebe o le bocche del fertile Nilo». Davvero non molti, perché le porte di Tebe erano sette e altrettante erano le «bocche» del Nilo, i paesi attraversati e fecondati dal fiume (Berundi, Rwanda, Tanzania, Uganda, Sud Sudan, Sudan, Egitto). Così la pensavano, senza produrre quantificazioni così riduttive, anche Platone, Aristotele, Montaigne, Spinoza e tanti altri. La riflessione di Platone è particolarmente importante, perché il grande filosofo, dopo la condanna a morte del proprio maestro e amico Socrate, dedica gran parte delle proprie energie per immaginare uno Stato che non mandi a morte uomini retti e giusti. Nella “Repubblica” le sue preoccupazioni diventano tema di un importante dibattito: «ci troviamo ora a chiederci perché mai la maggioranza sia cattiva». La conclusione è che si può diventare malvagi se si assecondano il  piacere immediato, l’inclinazione all’imperfezione, la brama di possedimenti o la sete di potere, se si agisce in modo impulsivo e non filtrato dalla riflessione. Poiché sono poche le persone che riescono ad amministrare la propria vita con saggezza e a vivere secondo virtù, egli ritiene che debbano essere i filosofi a guidare lo Stato, perché essi hanno già dato prova di non cercare vantaggi personali, ma la verità. Anche Aristotele ritiene che i buoni sono rari e afferma che «uomini di tal sorta non sono frequenti». Egli non si esprime sull’essenza specifica dell’uomo, ma afferma che è la nostra condotta a determinare chi siamo: come ogni azione buona può aiutarci a migliorare, così «ogni azione malvagia rende l’uomo più ingiusto». Così, invece di pronunciarsi su un’improbabile essenza della natura umana o individuale, Aristotele lascia aperta la porta alla responsabilità: sono dunque le scelte quotidiane a connotare con precisione gli esseri umani. Anche oggi, se si osservano le reazioni di alcuni ospiti nelle trasmissioni televisive o i messaggi di commento sui social, ci si rende conto che, come affermava un antico proverbio, «la malvagità non ha bisogno che di un pretesto». Di fronte a questo pessimismo più o meno giustificato ci sono soluzioni? Secondo Aristotele l’educazione può avere una certa efficacia. Lo scrittore greco Diogene Laerzio racconta infatti che Aristotele: «diceva che dell’educazione le radici sono amare, il frutto è dolce». Egli racconta un episodio accaduto al filosofo che è stato variamente interpretato. «A chi gli rimproverò di aver soccorso un uomo malvagio […] “Non l’uomo soccorsi – replicò – ma l’umanità”». Conoscendo quanto l’uomo è abile ad autoassolversi, Aristotele ritiene che solo il comportamento virtuoso e l’esempio possono, forse, alla lunga persuadere anche i più. 

Un caro saluto,

Alberto


lunedì 29 marzo 2021

La meraviglia



Sia Platone sia Aristotele ritengono che la filosofia abbia avuto inizio dalla meraviglia. Nel “Teeteto” Platone mette in bocca a Socrate queste parole: «Ed è proprio del filosofo questo che tu provi, di esser pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo». E sulla stessa linea è Aristotele, che nel primo libro della “Metafisica” scrive: «infatti gli uomini, sia nel nostro tempo sia dapprincipio, hanno preso dalla meraviglia lo spunto per filosofare, poiché dapprincipio essi si stupivano dei fenomeni che erano a portata di mano e di cui essi non sapevano rendersi conto». Quante volte abbiamo intuito questa verità. Di fronte al fascino di un paesaggio: dallo scenario mozzafiato che si apre da un’altura allo spettacolo di luci e colori del mare calmo o burrascoso, apparentemente senza confini; dalla sensazione di pace di una passeggiata nel bosco all’incanto dello sguardo perso nel cielo stellato, sensazione tanto cara anche a Kant. Siamo deliziati dalla natura e dalla vita, ammaliati di fronte al miracolo dell’esistenza: la storia della filosofia è in fondo un elogio di tali fenomeni. Per citare due grandi autori, vale la pena evocare lo stupore di Leibniz quando scrive alla regina Sofia Carlotta di Prussia: «Tutto ciò che ne segue di sorprendente è che le opere di Dio sono infinitamente più belle e più armoniche di quanto non si fosse creduto» o quello di Wittgenstein: «Mi meraviglio per l’esistenza del mondo». Ma ogni uomo è suggestionato dal prodigio della vita nelle sue molteplici forme e dalla bellezza della natura che prima ci sorprende e poi ci zittisce. Sbalorditi di fronte alla complessità e alla potenza della vita, alla sua unicità e inimitabilità restiamo prima disorientati, senza fiato e senza parole, ma poi ci poniamo delle domande. La vita viene ripresa nel pensiero o, per dirla con Hegel, «l’esistenza immediata si ribalta nel pensiero». La ragione di fronte alla realtà si attiva e scruta pazientemente. Forse è proprio così: abbiamo cominciato a pensare perché siamo stati “gettati” nella vita, ma quando abbiamo aperto gli occhi siamo rimasti spiazzati dalla sua bellezza e sedotti dalla sua armonia. Non ci siamo limitati a sognare e ad ammirare il piccolo luogo in cui siamo venuti al mondo, ma abbiamo cercato di produrre risposte plausibili per l’universo che provvisoriamente ci ospita. Secondo Aristotele l’abbiamo fatto «con lo scopo di sfuggire all’ignoranza». Non c’è dubbio, e probabilmente siamo un po’ tutti d’accordo con questa idea. L’incanto del mondo attiva la  curiosità e sollecita il desiderio di sapere. L’origine greca della parola meraviglia, “thauma”, ha tuttavia un significato ambivalente. Indica un profondo senso di vertigine: un insieme di compiaciuto smarrimento di fronte alla realtà e di profondo sconvolgimento di fronte all’imprevisto. Il filosofo italiano che forse ha prestato più attenzione all’origine di questa parola è il bresciano Emanuele Severino. In molte opere egli ha evidenziato che “thauma” non denota solo meraviglia («è una traduzione che porta fuori strada»), ma anche terrore; il terrore di fronte a ciò che angoscia. Quali elementi angosciano l’uomo? Il dolore e la morte. Di fronte a tali realtà gli uomini non si sarebbero più accontentati delle opinioni veicolate dai miti, ma avrebbero sentito la necessità di cercare risposte razionali: non consolatorie, ma vere. E per fare questo hanno dovuto guardare in faccia la tristezza e la disperazione. Scrive l’autore: «“Thaumaè infatti, innanzitutto, l'angosciato stupore, lo stordimento e il terrore dell'uomo dinanzi al divenire della vita, cioè dinanzi al dolore e alla morte». Ecco il doppio volto della meraviglia. Già, perché se lo stupore è lo stato d’animo che si prova di fronte all’essere, il terrore è quello che si avverte di fronte al nulla; lo stupore è per ciò che esiste, l’orrore nasce dalla consapevolezza che le cose si dissolvono e scompaiono. Chissà se abbiamo cominciato a pensare perché sollecitati dalla vita o perché scombussolati di fronte alla morte. Forse è proprio questa perenne oscillazione tra la luce dell’esistenza e il vuoto del nulla ad aver scosso l’uomo e destato il pensiero. Non conoscendo le cause dei fenomeni gli uomini non potevano stare a lungo nell’inquietudine ed hanno cominciato a cercare risposte credibili che riducessero le loro preoccupazioni. Insomma, secondo Severino, l’uomo era spaventato dal divenire «inteso come l'uscire dal niente e il ritornarvi». Stupore per la vita e paura della morte, ammirazione per l’armonia e sgomento per il suo disfacimento. C’è molta verità anche in questa interpretazione. Tuttavia, se è vero che dalla meraviglia nasce la filosofia, ossia il pensiero razionale, è però vero anche l’opposto: dalla filosofia si origina la meraviglia. In ogni epoca il pensiero razionale ha gettato una nuova luce sulla realtà e ha innescato riflessioni o teorie, e pertanto ha continuamente generato altra meraviglia. Gli esempi sono infiniti: tra i tanti, lasciano a bocca aperta il nuovo modo di concepire la conoscenza, la morale o l’estetica di Kant o l’idea che il finito sia una variazione dell’infinito di Hegel. C’è dunque un rapporto biunivoco tra meraviglia e filosofia: il primo stato d’animo – positivo o negativo – suscita il pensiero, ma poi la filosofia determina un ulteriore miracolo: origina insolite visioni del mondo e invita a considerare i problemi in modo nuovo.

Un caro saluto,

Alberto

lunedì 22 marzo 2021

La ricerca

 




«Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta», afferma Socrate nell’ “Apologia” scritta da Platone. Quale vita è degna di essere vissuta? Il tema in gioco non è certo una più o meno inquietante riflessione sul diritto alla vita. Dato per scontato che ogni vita ha valore, deve essere garantita e tutelata, ma anche assistita nel suo divenire e nel suo sviluppo, c’è un modo di chiedersi quale condotta maggiormente si addica ad un uomo razionale. Qual è il modo più decoroso di vivere, lo stile con cui affrontare il percorso più o meno lungo che ci attende? Potremmo ribaltare la domanda e individuare quegli elementi la cui mancanza impedisce la piena realizzazione della vita. Forse «una vita senza amore», «senza amicizia», «senza affetti» è meno degna di essere vissuta? Percepiamo immediatamente che c’è del vero in ogni sentenza, perché sappiamo quanto siano vitali l’amore, l’amicizia e le relazioni, e quanto sia dolorosa la loro assenza. Ma potremmo annoverare altre privazioni: «senza lavoro», «senza diritti», «senza salute», «senza denaro», «senza prospettive», «senza libertà» e continuare ad elencare molte altre carenze fondamentali. È pertanto necessario intenderci sul significato da attribuire all’aggettivo “degno”. Se intendiamo degno nel senso di dignitoso, allora ci riferiamo alla qualità della vita, e affermiamo giustamente che una vita propriamente umana è tale solo se beneficia di diritti, libertà e relazioni. Ma se intendiamo “degno” in riferimento al modo più opportuno per ogni singolo uomo di condurre la propria vita, allora ci accorgiamo che, anche con più o meno diritti, libertà e relazioni soddisfacenti, ciò che è specifico dell’uomo è l’uso del pensiero in ogni occasione e in qualunque condizione egli sia costretto a vivere. Si può infatti essere privati provvisoriamente della libertà esteriore, ma non di quella interiore di pensiero; si può godere di scarsa salute, ma si possono esercitare adeguatamente le proprie facoltà razionali; si può beneficiare di un numero modesto di diritti e, nonostante questo, essere in grado di ideare soluzioni per creare nuovi ordinamenti giuridici o correggere quelli esistenti. Secondo Socrate, dunque, non è la condizione che ci è capitata ad essere indegna, ma sono l’assenza di pensiero, di ricerca razionale e di una costante tensione verso la verità a svilire l’uomo. Tutti sanno che Socrate non ha lasciato scritti e non ha veicolato una concezione del mondo definitiva, ma ha messo in evidenza il modo in cui egli credeva fosse necessario disporsi nei confronti della vita. Voleva insegnare che la ricerca è più importante delle opere stesse. Non poteva fare a meno della ricerca, perché diceva che «non è possibile io viva quieto», in quanto questo avrebbe significato «disobbedire al dio», alla sua chiamata interiore che gli imponeva di aiutare il prossimo a non accontentarsi dell’ovvietà, dell’abitudine, della routine, delle tradizioni e dei costumi. Se uno vuole avvicinarsi a Socrate non deve imparare e replicare una “dottrina”, ma deve abbracciare un metodo: la pratica costante dell’indagine. Egli in fondo non cercava ripetitori o followers, ma valorizzava le persone per la loro capacità di generare un dialogo costante finalizzato alla conoscenza della verità; ha rinunciato alla fama per mostrarci uno stile, ha rifiutato la risonanza e la popolarità delle sue intuizioni, affinché considerassimo che il bene maggiore è «ragionare ogni giorno della virtù e degli altri argomenti sui quali m’avete udito disputare e far ricerche su me stesso e sugli altri», e questo perché «una vita che non faccia di cotali ricerche non è degna d’esser vissuta». Socrate è così fortemente convinto dell’importanza della ricerca che, nel momento in cui viene condannato a morte, chiede ai suoi concittadini di esigere verso i propri figli quello che lui ha richiesto alle persone che ha incontrato: rinunciare all’apparenza e pretendere la verità. Nelle ultime pagine dell’ “Apologia” egli infatti afferma: «Ora io a costoro non ho da fare altra preghiera che questa: i miei figlioli, quando siano fatti grandi, castigateli, o cittadini, cagionando loro gli stessi fastidi che io cagionavo a voi, se a voi sembra si diano cura delle ricchezze o di beni altrettali piuttosto che della virtù; e se diano mostra di essere qualche cosa non essendo nulla, svergognateli, com’io svergognavo voi, che non curino ciò che dovrebbero e credano valer qualche cosa non valendo nulla. Se così farete, io avrò avuto da voi quel ch’era giusto che avessi: io e i miei figlioli». È il più bel testamento non solo di un filosofo, ma di un padre, che non ha come obiettivo quello di lasciare in eredità ai propri figli vasti terreni, colossali ricchezze o prestigiose posizioni di potere, ma un bene più prezioso: la ricerca dell’autenticità. Poiché questo processo di “umanizzazione” è lungo e il risultato è arduo da conseguire, Socrate ritiene che debba essere coinvolta la comunità intera. La ricerca rende allora la vita degna di essere vissuta perché rappresenta la modalità corretta di disporsi in qualunque tipo di relazione: d’amore, di amicizia, di lavoro o nel campo del sapere più in generale, perché permette di non cristallizzare le relazioni né la conoscenza: di non trasformare gli altri in oggetti per i nostri fini, di vincere i pregiudizi sociali e le ostinazioni culturali. 
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 15 marzo 2021

L' ingiustizia

 



La morale di Socrate contiene indubbi elementi di novità rispetto alla mentalità greca. Uno di questi è la massima secondo cui «è preferibile subire il male piuttosto che commetterlo». Si tratta di un principio morale, naturalmente, e non ha a che fare con la sfera del diritto. Il male in un ordinamento giuridico civile va punito in base alla sua entità, dunque per gradi: maggiore o minore è il danno, maggiore o minore sarà la pena. Ma la scelta di Socrate si riferisce al modo più opportuno di amministrare il proprio comportamento: qual è il modo migliore di vivere, di stare al mondo, di reagire alle azioni altrui? Ognuno, naturalmente, può scegliere di ribellarsi, di contrastare o di anticipare l’avversario compiendo un’ingiustizia, mentre, secondo Socrate, chi si astiene dal compiere il male si trova in una condizione privilegiata: non solo è virtuoso, ma è più felice. È una credenza che si lega alla sua concezione della virtù: secondo il filosofo ateniese solo l’uomo virtuoso e giusto può essere soddisfatto, appagato e felice, mentre chi si comporta in modo immorale ed ingiusto, oltre ad abbruttire la propria anima, con il passare del tempo renderà la propria esistenza povera, sventurata e, pertanto, infelice. L’opera di riferimento è il “Gorgia” di Platone. Socrate dialoga con Polo di Agrigento, allievo del grande sofista a cui è intitolato il libro. Egli afferma dunque che «il male supremo che ci possa capitare è quello di commettere ingiustizia». Polo, come forse ogni uomo comune, non nasconde una certa diffidenza e si chiede come sia possibile che compiere un’ingiustizia sia da considerarsi un male così grande. Non è forse peggio dover subire un male e affliggersi per l’ingiustizia altrui? Socrate si oppone a questa visione – ovviamente non vorrebbe né patire né commettere soprusi o ingiustizie – ma, se fosse costretto a scegliere, preferirebbe subire il male piuttosto che compierlo. Per Polo si tratta di una stravaganza o di un paradosso. Basta infatti conoscere un po’ gli uomini per sapere che molte persone pur commettendo abusi o prepotenze sono felici. Per contrastare quindi il motto socratico, apparentemente bizzarro, Polo evoca la storia di Archelao – figlio di Perdicca – governatore della Macedonia. Sostiene che non avrebbe dovuto ottenere il potere, perché figlio di una donna schiava di Alceta, fratello di Perdicca. Quindi, secondo il diritto, anche lui avrebbe dovuto essere considerato uno schiavo. Un giorno, però, Archelao invita Alceta con il pretesto di restituirgli il governo e dopo averlo ospitato lo fa ubriacare, lo sgozza e lo fa sparire. Polo afferma, ironicamente, che compiuto quel delitto Archelao «non si accorse di essere diventato estremamente infelice e non si pentì». E dopo poco tempo, invece di crescere onestamente suo fratello – figlio legittimo di Perdicca – un fanciullo di sette anni cui secondo giustizia sarebbe spettato il governo, lo getta in un pozzo e lo fa annegare. Poi si reca dalla madre, Cleopatra, e le dice che il ragazzo inseguendo un’oca è precipitato in un pozzo ed è morto. Alceta, pur commettendo gravissimi delitti, è riuscito a sfuggire alla giustizia, a diventare capo di un immenso regno e ad avere ampi poteri. Non è affatto disgraziato, ma è felice: pare persino che molti macedoni vorrebbero essere al suo posto, godere della sua agiatezza e del suo ruolo di comando. Socrate allora interviene e chiede al suo interlocutore di individuare i mali dell’uomo. Entrambi concordano che questi sono la povertà, la malattia e l’ingiustizia. I primi due sono mali del corpo, il terzo è un male dell’anima, in fondo il più brutto dei mali, perché chi è ingiusto provoca danni non solo agli altri ma anche a sé. Allora Socrate ricorda che gli uomini afflitti dalla malattia sono di solito disponibili a sopportare qualche dolore pur di tornare sani, mentre chi, al contrario, contraendo una malattia si volesse sottrarre al giudizio dei medici non potrebbe guarire e farebbe del male a se stesso. Analoga è la situazione per i mali dell’anima: è necessaria l’azione della giustizia per fare in modo che l’anima torni ad essere sana. Se liberarsi dalla malvagità significa diventare migliori, sottrarsi alla pena rivela, secondo Socrate, il perdurare del male. Come l’antica crematistica – l’arte di saper produrre ricchezza – libera l’uomo dalla povertà e la medicina dalle malattie, la giustizia libera l’uomo dal vizio e dall’ingiustizia. Ora si può cercare di essere retti, perché si teme un giudizio. Platone mette infatti in bocca a Socrate queste parole: «guardo di fare in modo di potere un giorno mostrare al giudice quanto più sana è possibile l’anima mia», oppure si può preservare la propria anima sul sentiero della giustizia, perché si pensa che sia un buon modo di sovrintendere il proprio viaggio individuale senza doversi mai dolere delle proprie azioni. È una decisione morale: l’uomo sceglie di comportarsi bene perché vuole conservare la rettitudine nel corso del tempo. In questo caso, la più grande soddisfazione per un uomo virtuoso consiste nel riuscire ad essere giusto anche in mezzo a persone corrotte, arriviste e malvage. Una vita buona diventa allora una vita bella, ed è per questo che produce felicità. Chissà se la psiche dell’uomo contemporaneo è ancora in grado di registrare che l’ingiustizia lo abbruttisce e lo rende misero in quanto assoggettato al male.

Un caro saluto,

Alberto


lunedì 8 marzo 2021

Conosci te stesso 3/3

 


Quando Ulisse e i suoi compagni sbarcano nella terra dei Ciclopi sono immediatamente catturati da Polifemo che li tiene prigionieri dentro una caverna la cui uscita è ostruita da un masso. Mentre Ulisse porge del vino al gigante, quest’ultimo vuole conoscere il nome dell’uomo che gli ha offerto da bere. Ulisse allora risponde: «Ciclope, tu mi domandi il mio nome. E io te lo dirò. [...] Nessuno è il mio nome: Nessuno mi chiamano la madre e il padre e anche tutti i compagni». Polifemo ribatte: «Nessuno, io, per ultimo me lo mangerò». Ma quando riesce a tornare sulla nave, Ulisse non afferma più di essere “Nessuno”, ma urla il proprio nome: «Ciclope, se qualcuno ti domanda, tra gli uomini mortali, di questo sconcio accecamento dell’occhio, dirai che ti accecò Odisseo, il distruttore di città: sì, il figlio di Laerte, che ha in Itaca le sue case». Chi è l’uomo alla nascita? Potremmo parafrasare questa storia e rispondere allo stesso modo di Ulisse lasciando intendere che è “Nessuno”, ma sappiamo che prima di congedarsi dalla vita quasi ogni uomo gradirebbe rispondere in modo cristallino e riferire una precisa identità: vorrebbe infatti poter dire chi è e chi è stato. L’identità è l’essenza dell’uomo. E poiché l’essenza (chi siamo) non è stabilita una volta per tutte nel momento in cui veniamo al mondo – come avviene per una rosa o un albero –, per comprendere se stessi è importante scorgere il movimento della propria vita: la direzione del sentiero che infinite scelte più o meno meditate e ripetute tracciano, giorno dopo giorno, nella formazione del carattere, nella decisione della professione, nel modo di guardare il mondo e di stare al mondo. Molti filosofi del Novecento hanno ribadito che l’essenza dell’uomo non è fissata una volta per tutte, ma si determina gradualmente nel corso dell’esistenza. Martin Heidegger in “Essere e tempo” (1927) sostiene che «l’essenza dell’Esserci [dell’uomo] consiste nella sua esistenza» e qualche anno dopo  Jean Paul Sartre nell'opera “L’esistenzialismo è un umanismo” (1946) afferma che «l’esistenza precede l’essenza». Entrambi – anche se seguiranno strade molto diverse – ritengono che le possibilità che si aprono all’uomo gli consentono di determinarsi. Sartre intende dire che l’uomo «si trova, sorge nel mondo, e [...] si definisce dopo. L’uomo, secondo la concezione esistenzialistica, non è definibile in quanto all’inizio non è niente. Sarà solo in seguito, e sarà quale si sarà fatto». L’uomo diventa dunque quello che “vuole” essere o, per dirla con le parole del filosofo, «l’uomo non è altro che ciò che si fa». C’è dunque una sorta di tensione essenziale che accompagna la vita: tra tante possibilità, l’uomo è libero di scegliere ed è responsabile di ciò che diviene e dell’esistenza che realizza. Indagare le ragioni che spingono a prediligere alcuni valori rispetto ad altri significa mettere in luce gli obiettivi individuali che rendono unica la vita di ciascuno  (“la causa finale”). Allora: è davvero possibile conoscere se stessi? E soprattutto: è possibile farlo da soli? C’è un bel dialogo di Platone intitolato “Alcibiade” in cui Socrate e Alcibiade si interrogano sulla sentenza dell’oracolo di Delfi e sulla possibilità di conoscere l'anima. Socrate dice: «Hai osservato poi che a guardare qualcuno negli occhi si scorge il volto nell’occhio di chi sta di faccia, come in uno specchio, che noi chiamiamo pupilla perché è quasi un’immagine di colui che la guarda». « – È vero –», risponde il giovane amico. E Socrate allora conclude: «Dunque se un occhio guarda un altro occhio e fissa la parte migliore dell’occhio, con la quale anche vede, vedrà se stesso. [...] Ora, caro Alcibiade, anche l’anima se vuole conoscere se stessa, dovrà fissare un’anima, e soprattutto quel tratto di questa in cui si trova la virtù dell’anima, la sapienza, e fissare altro a cui questa parte sia simile». Come guardando attentamente nel foro al centro dell’iride si vede una piccola immagine di sé – e questo è il motivo del nome “pupilla”, “bambina” – così attraverso l’altro è possibile vedere riflessa non solo la propria immagine fisica, ma la natura della propria “anima”. Forse l’uomo sarà sempre un «mostro incomprensibile», come diceva Pascal, ma è certo che attraverso il rapporto con l’altro ogni individuo matura un’esperienza di sé. Perché l’uomo è relazione: con il passato, grazie al legame con la civiltà a cui appartiene e con la propria storia famigliare; con il presente, nei nessi inesauribili con il mondo fisico e interpersonale; e con il futuro, nel riferimento agli obiettivi e ai valori in cui crede. Da sempre, dunque, egli si comprende e si determina nella relazione. Quel signor “Nessuno”, che «all’inizio non è niente», impara qualcosa di sé proprio mentre quotidianamente muta, si forma, si educa, si corregge, si peggiora o si migliora. La conoscenza di sé, per quanto approssimativa, se da una parte non è riconducibile alla conoscenza di un oggetto del mondo, dall’altra non è neppure un’impresa del tutto impossibile. È una «conoscenza itinerante», paziente e scrupolosa che accompagna l’uomo per tutta la vita e che non si esaurisce mai. Chi ha chiaro che tale sapere passa attraverso la relazione con il mondo e con il prossimo, forse alla fine della propria vita potrà dichiarare con maggiore o minore lealtà – come Ulisse – chi era o chi aveva immaginato di essere.

Un caro saluto,

Alberto