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Cor-rispondenze

lunedì 7 novembre 2011

Indignàti



Caro Professore,
come lei certamente sa già, nei giorni scorsi a Roma poco più di 500 felpe nere alias “black block” hanno rovinato una protesta, a mio avviso più che legittima, a cui avevano preso parte circa 200 mila pacifici manifestanti. Queste felpe nere, sfondatori di bancomat e distributori di benzina, incendiari di auto, pazzi convinti che è così che si combattono le multinazionali, le lobby e la finanza, non sono gli indignati. Loro non rappresentano nessuno. Gli altri, i duecentomila che sono arrivati a Roma per dire che non vogliono pagare il debito, sono il simbolo di un’Italia che matta non è affatto e che sta velocemente prendendo coscienza del fatto che occorre organizzarsi per togliere il potere alla casta politica che ha più volte stretto la mano ai padroni della finanza internazionale e nazionale da cui è stata pagata.
Tutta l’Italia ha così visto solo i disordini provocati dai facinorosi e non ha visto i 200 mila che la rappresentavano assai meglio. Non è una novità. Vuol dire che il modus operandi dei grandi media si conferma per quello che è: cieco di fronte alla realtà, e interessato solo allo spettacolo.
Ma c'è qualcuno sano di mente che crede che la manifestazione di ieri a Roma potesse finire diversamente? E' andata esattamente come previsto, con le devastazioni, la guerriglia urbana, i feriti e gli scontri con la Polizia. Il risultato di demonizzare i movimenti da parte dei partiti della maggioranza e dell'opposizione è perfettamente riuscito. Ora tutti coloro che hanno innescato tutta questa indignazione e tutta questa violenza possono dare adito alla condanna di tali comportamenti.
Mi dispiace davvero per tutti quei ragazzi e quelle ragazze presenti ieri a Roma, per quel 99% che a causa del vandalismo di una ristretta minoranza è stato usato, strumentalizzato, trattato come carne da macello dai partiti e da alcuni giornali. Ma sono ancora più amareggiato per tutti coloro che come me in questo grido di indignazione a livello globale avevano riposto le loro speranze e che hanno visto anche questa illusoria forma di riscatto soffocata da quel 1% che tiene al guinzaglio i mezzi di informazione. Stando ai sondaggi i manifestanti che sono scesi in piazza sabato 15 ottobre rappresentano circa l’80 % degli italiani. A occhio e croce anche degli europei e degli americani .Questo significa che le proteste non cesseranno e, anzi, si estenderanno. Vorrei avere anche il suo parere riguardo a questa indignazione mondiale. Quest’ultima è dettata solo dalla volontà di reagire all’austerity oppure è in corso un vero e proprio cambiamento culturale? come giudica l’esito a cui è giunta la manifestazione di Roma? Secondo lei sarebbe possibile conciliare ribellione rivoluzionaria e protesta pacifica? E infine, a che livello è il suo “quoziente di indignazione personale"?
Con affetto,
Alberto IV A



Caro Alberto,
Hai scritto una bella lettera, con passione civile e spirito critico. Sono convinto, come te, che la protesta di Roma sia stata una protesta giustificata e comprensibile, e che all’interno di un gruppo di manifestanti pacifici si siano infiltrate persone con scopi ignobili. Sono anche convinto che tali persone non rappresentino - come dici tu – «nessuno», e che alcuni mezzi di informazione abbiano raggruppato intenzionalmente i manifestanti in un unico insieme di violenti per screditare la protesta stessa. Incendiare auto, bruciare cassonetti, devastare i mezzi blindati dei carabinieri, saccheggiare i negozi, sono azioni di rabbia e di brutalità vergognose che esprimono persino incapacità di indirizzare la protesta verso giusti obiettivi: incapacità di capire l’origine di alcuni problemi, di individuare strategie, di individuare interlocutori adeguati. Pertanto, la violenza, l’aggressività e la distruzione delle cose altrui e di quelle pubbliche non sono per nulla gesti di contestazione, ma semplicemente azioni scellerate. Hai ragione: la contestazione ben più importante degli «indignati» (15 ottobre) è stata oscurata, dimenticata o intenzionalmente ignorata da alcuni mass-media. Allora è meglio spostare l’attenzione verso le altre persone (la maggioranza), che non solo in Italia, ma in 82 nazioni si sono riunite per protestare contro il sistema economico occidentale. Sembra che solo in Italia ci siano stati degli scontri e, anche se certi giornali hanno concentrato tutta la loro attenzione sulle azioni di guerriglia, occorre sottolineare un evento molto più significativo: ossia il fatto che in 951 città moltissime persone sono scese in piazza per opporsi a una struttura economica che penalizza i più deboli. Il movimento degli «indignati» a cui fai riferimento, nato qualche mese fa a Madrid (15 maggio 2011) e diventato globale con la manifestazione «Occupy Waal Street» a Manhattan, è diventato rapidamente un movimento rilevante in grado di portare alla luce le contraddizioni strutturali della nostra economia che stanno rendendo impossibile la vita di troppe persone. Le ragioni della protesta sono giuste: la disuguaglianza economica, l’impotenza politica dei governi nella gestione della crisi, l’indebitamento insostenibile dei vari Paesi, le istituzioni finanziarie che fanno profitti incredibili e hanno il potere di manipolare i mercati. Ma non solo. L’economia di «mercato totale», purtroppo ha conseguenze molto profonde e devastanti. Nei mesi di febbraio-marzo di quest’anno (2011) è stato tradotto in Italia un libro del teologo svizzero Hans Küng (1928) dal titolo Onestà. Perché l'economia ha bisogno di un'etica, Milano, Rizzoli, 2011. Il libro – uscito a Monaco già nel 2010 – analizza le cause delle continue crisi provocate dal sistema capitalistico e contiene delle proposte per un’etica economica mondiale. Nella parte finale, Hans Küng parla della necessità di un «Manifesto per un’etica mondiale». L’autore segnala una «crisi della responsabilità» che pervade il nostro tempo e individua tre ambiti in cui la politica della responsabilità mostra il proprio fallimento: nei mercati, nelle istituzioni e nella morale. Così scrive l’autore:
«1. il fallimento degli stessi mercati: per azzardo morale, eccessiva speculazione (mercato immobiliare e azionario), moneta sopravvalutata, pessimo «timing» dei debiti a breve scadenza, presenza di un mercato nero forte, effetto di contagio;
2. il fallimento delle istituzioni: per inefficienza del sistema di regolamentazione e vigilanza, del sistema bancario, dell'infrastruttura giuridica e del sistema finanziario, mancanza di tutela dei diritti di proprietà, mancanza di trasparenza e standard di bilancio inadeguati;
3. un fallimento della morale, che è alla base di quello dei mercati e delle istituzioni: dovuto a un capitalismo clientelare e mafioso, corruzione, mancanza di fiducia e di responsabilità sociale, esagerata avidità di guadagno degli investitori o delle istituzioni.»
(p. 95).
Condivido l’analisi che propone il teologo svizzero sulle conseguenze dell’economia di mercato non solo sull’economia generale, ma su tutti gli aspetti della vita. La sua riflessione, in fondo, richiama la profonda indagine marxiana. Scrive Hans Küng: “Allo stesso tempo una economia di mercato totale, come si delinea già in molti ambiti e in molte regioni, ha conseguenze devastanti:
- il diritto invece di essere fondato sulla dignità umana, sui diritti e doveri universali dell'uomo, può essere formulato e manipolato a seconda dei «vincoli» economici e degli interessi di gruppo;
- la politica capitola di fronte al mercato e agli interessi delle lobby, mentre le speculazioni globali, in caso di direttive politiche errate, sono in grado di assestare scossoni alla stabilità delle valute nazionali e perfino dell'euro;
- la scienza si vede abbandonata agli interessi dell'economia e perde la sua funzione di istanza di controllo il più possibile critica e obiettiva;
- la cultura degenera a fiancheggiatrice del mercato e l'arte scade nel commercio (opere d'arte come mera merce e oggetti di speculazione);
- l'ethos finisce così per essere sacrificato al potere e al profitto e viene sostituito da ciò che «porta al successo» o «procura divertimento»;
- anche la religione, offerta come merce al supermercato delle idee insieme a molte altre parareligioni e pseudoreligioni, viene mischiata e trasformata a piacere in un cocktail sincretistico, per placare la sete religiosa che a volte si fa sentire anche nell'homo oeconomicus, invece di costituire un correttivo morale e un'istanza a cui orientarsi
” (cfr. pp. 167-168).
Detto questo, ti rimando al libro di Hans Küng, perché mi sembra un’ottima lettura.
E ora so che vuoi conoscere il mio “quoziente di indignazione personale”. È una domanda difficile, ma diciamo che posso risponderti così: qualche tempo fa ho letto il libro di Luigina Mortari, A scuola di libertà. Formazione e pensiero autonomo, Milano, Raffaello Cortina editore [2008]. Ti dirò che mi ha convinto e che – nonostante l’incostanza e le inesorabili incoerenze – cerco di fare mia (anche nell’ambiente di lavoro) questa espressione dell’autrice: «La capacità di indignarsi è densamente politica, perché si sente come insostenibile qualsiasi atto ingiusto perpetrato contro l'altro. Si è capaci di indignazione quando si matura la consapevolezza che la condizione di uno solo riguardi tutti i cittadini». Con le limitazioni a cui ho fatto riferimento, sono convinto che per me questa definizione continua ad essere un valore importante a cui cerco di tendere.
Un caro saluto,
alberto lusso

P.S. In questo periodo sono stati pubblicati alcuni opuscoli interessanti su queste tematiche. Rapidi da leggere, ma ricchi di riflessioni:

Stéphane Hessel, Indignatevi!, Torino, Add editore, 2011, pp. 61.
Stéphane Hessel (con Gilles Vanderpooten), Impegnatevi!, Milano, Salani, 2011, pp. 108.
Luciana Castellina, Ribelliamoci. L’alternativa va costruita, Roma, Aliberti editore, 2011, pp. 79.

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