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Cor-rispondenze

lunedì 24 novembre 2014

Il pregiudizio

Ragazzo in carrozzina studia al tavolo di una biblioteca


Caro Alberto,
io non ti conosco e tu non mi conosci, ma se mi vedi per strada con mio fratello sono certo che ti vengono in mente parole e pensieri che ci riguardano, senza conoscere la nostra storia. Io ho un fratello disabile, io lo vedo ogni giorno, ha ventitré anni, lo saluto, non risponde, non so se ha capito o meno. Non so che emozioni prova: NESSUNO lo sa. Di conseguenza, se io che sono una persona vedo mio fratello che sì, va bene, è diverso, ma è pur sempre umano, ha due occhi, un naso e una bocca, perché devo prenderlo in giro? Perché devo guardarlo male se non so cosa prova? Per esempio, un giorno abbiamo guardato il «Re leone», ha pianto, ma non so se era commosso o se voleva smettere... Perché la gente “pregiudica” un altro senza sapere cosa prova? (In generale, non solo nel caso di mio fratello). Grazie.
Andrea, II B

Caro Andrea,
Il pregiudizio «pregiudica», ossia nuoce, perché colpisce con viltà e lede la dignità di una persona. La scelta del verbo “pregiudica” ricorda quei bellissimi lapsus di cui parla Freud nella “Psicopatologia della vita quotidiana”. Il padre della psicoanalisi afferma che dietro ad un lapsus c’è sempre un fondo di verità: la bambina a cui venne chiesto se preferiva la cioccolata o i giocattoli rispose che voleva i "cioccolattoli". La verità del suo desiderio esprimeva non un’alternativa, ma la volontà di possederli entrambi. Così mi pare che anche tu, “inconsciamente”, abbia rivelato una profonda realtà. Nella tua meravigliosa e commovente testimonianza hai infatti unificato “preconcetto” e “giudizio svalutativo” nel verbo “pregiudica” che sintetizza come convinzioni erronee e verdetti negativi arrechino danni immensi e sofferenze gratuite in chi li subisce. I preconcetti pregiudicano, perché compromettono sul nascere la relazione e chi offende non si rende conto del dolore che causa alla persona che si sente sminuita, offesa ed esclusa. Quando affermi che “non sappiamo cosa provano” gli altri, affermi una profonda verità, ma per scoprirlo non abbiamo solo bisogno delle parole, ma della capacità di sentire. Un tempo questa capacità si chiamava “simpatia” e Adam Smith (Teoria dei sentimenti morali, 1749) diceva che tutti gli uomini la possiedono, perché è un sentimento che permette loro di sintonizzarsi con il prossimo Siamo capaci di piangere persino per la rappresentazione simulata di una tragedia»), mentre il filosofo scozzese David Hume, nel secondo libro del “Trattato sulla natura umana”, (1739-40) dedicato alle passioni, sottolineava come questa inclinazione maturasse nelle relazioni interpersonali («alla simpatia son necessarie delle relazioni» [...] e «diminuisce quando rescindiamo le relazioni»). Dalla simpatia oggi si è passati all’empatia. Si tende infatti sempre più a giudicare la maturità di un persona non tanto in base ad un’intelligenza astratta o alla capacità di risolvere un problema, ma in base al sentimento di empatia che prova nei confronti dei suoi simili. Nell’educazione si parla di “relazione di cura”, nella psicologia di “intelligenza emotiva”, nella giustizia si sottolinea l“immedesimazione”. Persino l’economista statunitense Jeremy Rifkin ne “La civiltà dell’empatia” (2009) ritiene che il tratto peculiare della nostra civiltà dovrà essere caratterizzato da tale competenza. Scrive l’autore: «Se nel mondo agricolo la coscienza era governata dalla fede e in quel­lo industriale dalla ragione, con la globalizza­zione e la transizione all'era dell'informazione, si fonderà sull'empatia, ovvero sulla capacità di immedesimarsi nello stato d'animo o nella situazione di un’altra persona». Sappiamo che l’empatia si sviluppa nell’infanzia e si corrobora nell’adolescenza e nell’età adulta. Dipende inizialmente dalla genetica: con la scoperta dei neuroni specchio”, i “neuroni dell’empatia”, i biologi hanno evidenziato la predisposizione genetica alla relazione empatica, ma poi sono fondamentali le relazioni che i genitori sanno instaurare con i bambini nei primi mesi di vita, un processo che John Bowlby ha definito efficacemente come “attaccamento”. L’evoluzione empatica si alimenta anche dei valori che una famiglia condivide, della sua visione del mondo, della cultura a cui si abbevera. Se Rifkin ritiene che «ci stiamo rapidamente evolvendo verso l'Homo em­paticus», sappiamo quanto sia doloroso, soprattutto per un ragazzo, essere oggetto di pregiudizi negativi e proviamo sempre più fastidio per coloro che non sanno mettersi nei panni degli altri. Il romanticismo tedesco utilizzava la parola Einfühlung, “immedesimazione”, per segnalare la capacità di afferrare il significato autentico di un’opera d’arte. Se tale immedesimazione è necessaria, allora il limite alla comprensione dell’altro non è solo un limite cognitivo, ma è un limite del sentire, dell’intelligenza emotiva”. Chi non ha maturato questo costituente non sa riconoscere l’altro, lo spoglia dell’umanità, lo considera oggetto e non soggetto. La relazione con tuo fratello ha forgiato in te una finezza nell’avvertire le sfumature del dolore che molti uomini non conoscono. Questa finezza ti permette di captare cosa sente l’altro, e questo è il livello più alto dell’essere uomo. Ho pensato a ciò che può aver avvertito tuo fratello guardando il “Re leone” e ho trovato nel libro di Jeremy Rifkin una citazione di Carl Rogers efficace: “Quando una persona capisce di essere sentita profondamente, i suoi occhi si riempiono di lacrime. Io credo che, in un senso molto reale, pianga di gioia. È come se stesse dicendo: «Grazie a Dio, qualcuno mi ascolta. Qualcuno sa cosa vuol dire essere me»”.
Un caro saluto,
Alberto
oggetto

lunedì 17 novembre 2014

Collezioniamo momenti



Caro professore,
Sentiamo sempre più spesso ormai il bisogno di fotografare cosa ci sta attorno. Persone, oggetti, messaggi. Vedo tutte queste persone con queste macchine fotografiche enormi e supertecnologiche o con i telefoni in mano pronti a scattare, ed è strano. È strano perché io mi chiedo perché lo stiano facendo, perché sia così necessario catturare un preciso istante della nostra vita. Perché? Ho paura che sia per non dimenticare, ma dimenticare cosa? Collezioniamo momenti, ma io non ne capisco il motivo.
Sara, III D

Cara Sara,
L’espressione «collezioniamo momenti» è bella ed efficace: esprime un bisogno profondo e mette in evidenza anche alcune fragilità dell’uomo che non si accontenta di vivere, ma vuole perpetuare la vita e moltiplicare gli istanti di felicità, per goderli anche quando non è soddisfatto del proprio vissuto. Un po’ come fanno le formiche prima dell’inverno, quando raccolgono le briciole per sfamarsi nei periodi di magra, così gli uomini catturano istanti per prolungare la rifrazione di un attimo felice. In fondo, il mondo non fa altro che meravigliarci e le fotografie ci restituiscono la sua complessità: se il tempo cancella rapidamente la vita, l’uomo desidera contro il tempo riaffermarla, sottrarla al dissolvimento, per proiettare nel futuro qualche pulsazione luminosa, per riacciuffare la propria vita in un fotogramma e fondersi nuovamente in essa. Il tempo del mondo è vertiginoso e contratto, quello della vita è lento e disteso. Allora a volte le fotografie sono un modo per dilatarlo, consentono all’uomo di isolare particolari, soffermarsi su dettagli o suggeriscono nuovi pensieri. Credo che siano come parole o elementi della sintassi della propria storia personale. Parole, perché scatti ravvicinati esprimono ciò che il nostro analfabetismo linguistico non riesce a descrivere né quello emotivo a evocare senza figure di supporto. Ma sono anche lo sfondo da cui si originano nuovi discorsi che vogliamo sentire appropriati e che senza l’ausilio di ciò che si è ancorato sulla carta o nei file non siamo più in grado di pronunciare. La fotografia, che letteralmente è “scrittura con la luce”, oggi serve per far “venire alla luce” il mondo, in quanto permette la scoperta di particolari della natura e della vita. La ripresa differita di tali frammenti fa sì che la felicità si re-innesti nella memoria e attraversi il cuore. Per questo per gli antichi “ricordare” era un “re-cordare”, reimmettere nel (cor) cuore. È, in fondo, la nostra piccola ricerca del tempo perduto. L’errore è che spesso crediamo che per acciuffare la vita se ne debba riprodurre il più possibile. E passiamo dalla selezione alla collezione. La selezione implica una scelta, la collezione è incapacità di scegliere. La scelta è regolata da un senso, la collezione da assenza di visione. Gli scatti che anche tu senti così compulsivi suscitano attenzione, perché segnalano una caratteristica della nostra epoca: invece di scendere in profondità rimaniamo in superficie accumulando. L’accumulazione di istanti è il nuovo modo di stare al mondo: consente di creare la propria identità e di certificare la propria storia. Così la paura di perdere il momento che si sta vivendo o di non viverlo a sufficienza porta ad uno sdoppiamento dello sguardo: si vive il presente con l’occhio (fotografico) che mira più alla registrazione e alla posticipazione del vissuto che all’identificazione completa con la vita che scorre. Abbiamo bisogno di un’eco successiva per considerare un episodio finito. L’evento non si compie nel momento in cui lo si vive, la sua conclusione è sempre posticipata come se esso acquistasse un “valore aggiunto” in base alle persone che lo vedranno e lo commenteranno. Ma il collezionismo implica la “lacuna” in una serie: di quante fotografie abbiamo bisogno per certificare il nostro vissuto? Dieci, cento o mille? Tendiamo a riempire i vuoti tra un fotogramma e l’altro, per impossessarci della vita, per riprodurla integralmente. Abbiamo paura di perdere la realtà e pensiamo affannosamente di possederla replicando le immagini di essa. Ma la vita non è la collezione di tutti i momenti (non avremo mai il tempo di contemplarli integralmente). Penso che un rimedio a questa corsa forsennata dietro la duplicazione di ogni istante consista nell'adottare uno sguardo che sappia scrutare la realtà in lontananza. Lo scrittore Claudio Magris in “Danubio” ci aiuta a considerare non solo la dimensione orizzontale della vita, ma la sua stratificazione grazie alla letteratura. Scrive l’autore: «Non so se qualche scrittore di fantascienza abbia inventa­to una macchina fotografica spazio-temporale capace di riprodurre, magari in ingrandimenti successivi, tutto ciò che nei secoli e nei millenni è esistito in quella porzione di spa­zio inquadrata nell'obiettivo. Come le rovine di Troia con gli strati delle nove città o una formazione calcarea, ogni pezzo di realtà esige l'archeologo o il geologo che la decifri e forse la letteratura non è altro che quest’archeologia della vi­ta». La letteratura è pertanto una fotografia di profondità che, mettendo in luce l’archeologia della vita, consente di rallentare il tempo, di viverlo meglio e di comprenderlo: è una fotografia che seleziona e non accumula. Per questo ci consente di sfuggire alla tirannia dell’istante.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 20 ottobre 2014

Il destino




Caro professore,
Nell’“Eneide” come in “Edipo Re” il destino o fato è visto come un qualcosa di immenso e superiore anche agli dei a cui niente e nessuno può sottrarsi, e cercando di sfuggirgli non si fa che andargli ancora più incontro. Mentre ad esempio nel cristianesimo il destino viene completamente sostituito dalla volontà. Alcune correnti di pensiero credono che tutto ciò che facciamo, abbiamo fatto o andremo a fare sia già scritto e non possa essere cambiato in alcun modo; se così fosse a mio parere non avrebbe senso vivere, perché non saremo spinti al cambiamento e ad uscire dalle situazioni in cui ci troviamo per migliorare, visto che le nostre scelte sono già decise. Altri invece credono che il nostro avvenire sia dato dal susseguirsi delle scelte che compiamo ogni giorno, così facendo possiamo migliorare e decidere il nostro futuro. Il mio pensiero è che in ogni istante il destino ci mette di fronte a scelte e opportunità che noi possiamo cogliere o meno, e questo comporta il susseguirsi degli eventi che ne conseguono, quindi credo in un destino plasmabile dalle nostre scelte. Dunque, esiste o no il destino?
Alice, 4D

Cara Alice,
Durante una disputa tra gli dei che reclamano tutti dei favori, Giove ad un certo punto si spazientisce e dice: «Qualcuno di voi crede forse di essere così potente da poter vincere il destino?». Se il re degli dei avesse potuto intervenire sulla necessità che regola il mondo non avrebbe fatto invecchiare suo figlio Èaco. Per questo afferma: «Anche voi dipendete dal destino, e anch’io, se ciò può consolarvi» (Ovidio, Metamorfosi, cap. IX). Il destino è dunque concepito più forte degli dei. Seneca si lamenta e parla di un «destino crudele, che mai risponde al merito!» quando cerca di confortare Polibio per la morte del fratello (“Consolazione a Polibio”). Ed è certamente vero che il cristianesimo ha sostituito al destino la provvidenza. Scrive infatti Agostino ne “La città di Dio” che «il mondo non è retto da un destino cieco ma dalla provvidenza del sommo Dio» (13.2). Alla cecità asettica del fato si è sostituita la provvidenza amorevole di Dio. Oggi più prosaicamente parliamo di caso, di combinazioni propizie o infelici. Se un bambino muore per una malformazione, diciamo che è causa dei geni, se un adulto parte dall’Europa e si iscrive all’Isis, diamo causa al suo temperamento o alla sua cultura, se accade un incidente automobilistico diciamo che probabilisticamente può avvenire. Le componenti biologiche, la famiglia, la cultura, le concomitanze della vita condizionano in modo profondo ogni essere umano. Fino a determinarlo? Forse, è anche possibile, ma occorre tuttavia non confondere la sorte con il destino. Mentre la sorte è l’insieme delle condizioni che si intrecciano nella vita, il destino implica l’attività del soggetto. È costituito da scelte personali dentro una trama di relazioni e restrizioni; è la strada che scegli di percorrere, nonostante gli imprevisti fortuiti o svantaggiosi. Ci sono eventi che diventano il nostro destino o aprono la strada ad esso. Il filosofo tedesco contemporaneo Rüdiger Safranski in un testo su Heidegger ha scritto che «I poeti, i pensatori e gli statisti diventano destino per gli altri perché essi hanno quella «creatività» per mezzo della quale viene al mondo un qualcosa che crea attorno a sé una «corte» in cui ci sono nuove condizioni dell'esserci e nuove evidenze». Non parla di un destino già scritto, di leggi immutabili, ma di «condizioni» che possono orientare la vita. In certi periodi vengono al mondo «nuove condizioni» e «nuove evidenze» per l’uomo (l’esserci) che orientano le scelte individuali e collettive, grazie alla creatività dell’uomo. La nostra società offre condizioni incredibili: ci muoviamo in treno e in aereo e non con la diligenza. Dunque, treno e aereo hanno creato destino, ossia nuove possibilità entro le quali inventare la vita. La musica di Bach ha aperto una strada nuova nella musica, anch’essa ha segnato un destino, perché molte persone a partire da quelle opere d’arte hanno intravisto nuove teorie o prospettive. La scuola che stai frequentando con le sue materie e la sua variegata complessità creerà altro destino. Perché ti aprirà dei percorsi possibili. Allora, proprio grazie a queste aperture, il destino è qualcosa che può essere scelto nella trama degli avvenimenti inattesi della vita. In questo senso, le letture, le relazioni aprono aree di novità che permettono prima di essere esplorate e poi eventualmente scelte. Se fossimo completamente programmati vivremmo in un mondo senza destino, perché non potremmo stabilire la destinazione nella vita. Strutturare se stessi genera movimento, il darsi forma genera direzione e predispone ad un certo futuro. In questo senso il destino è destinazione di sé. Occorre concentrarsi non su ciò che è ineluttabile né sugli ostacoli che possono far naufragare i progetti («il destino crudele che mai risponde al merito»), ma sulle decisioni che agevolano la propria realizzazione nonostante le difficoltà. Non su ciò che ci vincola, ma su ciò che determiniamo. Allora il destino dipenderà dall’impegno e dalla passione che metti nel tuo lavoro. Sono le decisioni ripetute a crearlo. È fatale! (ossia: questo sì che è inevitabile).
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 13 ottobre 2014

La crescita


 pil-economie-mondiali-2013

Caro professore,
[...] Tutti ne parlano, dai tecnocrati ai politici di qualsiasi schieramento, dai giornali alle televisioni: la crescita, lo sviluppo economico, l’aumento della produttività sono le uniche vie per superare il periodo di austerità che inevitabilmente siamo costretti ad attraversare. Non c’è altra via d’uscita. È già stato tutto deciso. Dobbiamo farcela, dobbiamo crescere.….per forza! Ma se non fosse cosi? Non mi ritengo certo un esperto, ma credo sia inevitabile per tutti domandarsi dove ci condurrà questa crescita così lodata e perseguita fino alla paranoia. E se non servisse a nulla? Lei è convinto, come la maggioranza degli uomini, che siano sufficienti un più rigido controllo sul bilancio statale e qualche intervento per sostenere lo sviluppo per cambiare le sorti dei Paesi in difficoltà oppure comincia ad avere qualche perplessità sulle soluzioni che ci vengono proposte dai potenti della terra? Non le appare ridicolo e degradante che l’unico orizzonte che attende la mia e la sua generazione si fondi sul consumismo di massa, sul profitto per amore del profitto e sulla competizione ad oltranza di tutti contro tutti?[...]
Con affetto,
Alberto Cappello, IV

Caro Alberto,
Riporto una piccola parte di una tua lunghissima e articolata riflessione. Intanto, complimenti per l’analisi, impegnativa e responsabile. Individui una questione cruciale e sollevi giustamente il problema se vi sia davvero una corrispondenza necessaria tra Pil e qualità della vita. Credo che molte persone si siano chieste – dopo aver sentito da tutte le parti sottolineare l’ostentazione della crescita – se l’imperativo del progresso incessante e imprescindibile sia diventato più una condanna che un auspicio. La filosofa contemporanea Martha Nussbaum (insegna “Law and Ethics” all’Università di Chicago) ha intitolato un libro “Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil” (Il Mulino, 2012). Questo testo mi sembra che incoraggi le tue osservazioni. Nussbaum sostiene che, per liberarsi dalla “dittatura del Pil”, occorra creare capacità e non solo ricchezze. Sia Nussbaum sia il premio nobel per l’economia Amartya Sen sostengono che la semplice valutazione del Pil non rende infatti conto delle enormi disuguaglianze all’interno di uno Stato né del livello di vita degli abitanti. La tesi sostenuta dalla filosofa fa riferimento ad un nuovo modello noto come «approccio dello sviluppo umano» o come «approccio della capacità». In sostanza ci si chiede «cosa sono effettivamente in grado di essere e di fare le persone? Quali sono le reali opportunità a loro disposizione?». Da alcuni anni sono stati introdotti altri indicatori per la valutazione della crescita di un Paese. Uno di questi è l’ISU (l’indice di sviluppo umano). L'Indice di sviluppo umano (HDI-Human Development Index) è un indicatore di sviluppo macroeconomico realizzato dall'economista pakistano Mahbub ul Haq nel 1990. Questo autore ha scritto che «La vera ricchezza di una nazione è il suo popolo. E l'obiettivo dello sviluppo è creare un ambiente che consenta alla gente di godere di una vita lunga, sana e creativa. Questa verità molto semplice, ma potente, viene spesso dimenticata nell'inseguimento della ricchezza materiale e finanziaria» (cit. in Nussbaum, p. 11). È vero, l’aumento del Pil non aumenta automaticamente la qualità della vita, perché spesso i vantaggi della ricchezza non raggiungono le famiglie povere. Una buona politica dello Stato potrebbe offrire: assistenza sanitaria, cure mediche, credito e istruzione. Davvero tutte le persone possono accedere ai beni di una nazione? Spesso, come mostra Nussbaum, le ricchezze finiscono nelle tasche di alcuni gruppi privilegiati. Quindi è vero quello che scrive l’autrice che «La crescita è buona se le politiche dei governi sono in grado di adottare azioni pubbliche in grado di incidere sulla vita dei cittadini». Il Pil infatti «guarda la media e trascura la distribuzione» e, come potrai vedere, ben dimostrato nel testo, la crescita economica non migliora automaticamente la qualità della vita in settori cruciali quali sanità, istruzione o libertà politica. Riporto due osservazioni chiarificatrici della filosofa: «L'India ha reso molto peggio della Cina in termini di aumento del Pil, eppure è una democrazia estremamente stabile, con libertà di base assolutamente garantite; la Cina no. Inoltre, i dati raccolti nei rapporti sullo sviluppo umano rivelano che la classifica nazionale basata sull'Indice dello sviluppo umano (Isu), calcolata su fattori come istruzione e longevità, non è la stessa di quella ottenuta sulla base esclusiva del Pil medio: gli Stati Uniti slittano dal primo posto come Pil al dodicesimo come Isu, ed è ancora peggio su altre specifiche capacità» (Nussbaum, p. 52). Quando si riferisce ad altre specifiche capacità, Nussbaum fa riferimento, ad esempio, all’ISG (Indice di sviluppo di genere). Questo indicatore segnala se anche le donne abbiano la stessa possibilità degli uomini di accedere all’istruzione, alla sanità e alla partecipazione politica. Se leggerai il testo, scoprirai le dieci capacità fondamentali che uno Stato dovrebbe prendere in considerazione nella valutazione della crescita (vedi pp. 39-40).
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 6 ottobre 2014

La mia madrepatria

Tour Of Croatia And Bosnia & Herzegovina
 
Caro professore,
Mi sono sempre chiesta perché tra tutti i posti al mondo io e la mia famiglia siamo venuti a vivere in Italia. È partito tutto dal fratello di mio padre il quale era qua e così siamo venuti anche noi, Ma perché? Perché anche lui doveva venire in Italia? Io preferisco vivere in Bosnia e spero di riuscire a tornarci per sempre.
Sanela, III D

Cara Sanela,
Lo scrittore austriaco Hugo von Hofmannsthal, vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, paragonava la sofferenza della lontananza al tormento che un uomo prova quando costeggia su una grande nave il proprio luogo natio e lo contempla a distanza: «E ne vede / le vie, ne sente gorgogliare le fontane, odora / il profumo dei glicini, se stesso vede / bambino, stare presso la riva, con occhi di fanciullo / che sono angosciati e vogliono piangere, vede / per la finestra aperta la luce della sua camera - / ma la grande nave lo porta / oltre, scivolando senza suono sull’acqua blu cupo / con gialle gigantesche vele di foggia straniera». Nei luoghi d’infanzia ognuno vede se stesso bambino e, data la giovane età, tu rivedi tutta la tua storia e non solo parte di essa. Tuttavia, la vita in cui siamo imbarcati a volte impone di riscrivere il nostro destino in altri luoghi. Belli, ma stranieri. Ossia estranei. Così l’allontanamento fisico si tramuta in un esilio dalla propria origine. La madrepatria è terra d’origine, ma l’origine non è solo il punto di partenza, è ciò da cui discendiamo, la fonte che alimenta la nostra vita. Per questo la lontananza genera dolore, perché ci sottrae parte di un nutrimento essenziale. Soffri perché a sedici anni vivi un allontanamento imposto dal luogo della tua formazione. A volte crediamo superficialmente che per migliorare le condizioni di vita l’abbandono di certi luoghi sia una sorta di necessaria liberazione, ma dimentichiamo che la vita di ciascuno è plasmata dagli odori e dai colori dei luoghi natii; ed è come una pianta strappata dal terreno con le radici, che ha bisogno di molto tempo per reinserirsi in un nuovo ambiente e radicare. Eugenio Borgna ci ha insegnato quanto questa esperienza di «lontananza emozionale e di indicibile estraneità» sia dolorosa. La patria, è qualcosa di più della «terra dei padri». I tedeschi usano la parola Heimat, che ha una connotazione semantica più forte, contiene all’interno la parola «Heim», casa, e indica il luogo in cui si è nati o in cui si ci sente a casa. Lo storico Hermann Heidegger – figlio del filosofo del Novecento Martin Heidegger – racconta che hanno la stessa radice «Heim», casa, «Heimat», patria e «heimlich», segreto. In questo senso nel luogo d’origine si percepisce un’intimità e ci si sente a casa, perché si avverte che qualcosa ci protegge, facilita le relazioni e ci tutela; si sente che il luogo natio custodisce il “segreto” della nostra vita, ciò che di più intimo abita in noi. Il tuo amore per la Bosnia è davvero speciale, perché alla fine dichiari che vorresti ritornare là «per sempre». L’avverbio temporale segnala il profondo legame con il tuo mondo: «per sempre», infatti, non è solo un modo di dire, ma è la formula di un promessa solenne, di un impegno amoroso, quasi un voto. Seneca scriveva a Lucilio: «Ulisse si affretta verso le rupi della sua Itaca come Agamennone alle famose mura di Micene; nessuno ama la patria perché è grande, ma perché è sua». Questo attaccamento è consistente, perché senti una forte appartenenza alla tua terra, la senti “tua”. Tuttavia, l’origine non è solo un punto nel passato, né una derivazione, ma è un processo. E nel processo della crescita ci sono momenti di estraniazione più o meno forte. Il processo è dato da un insieme di avvenimenti che devono accadere. In questo senso quello che ci costituisce è solo iniziato, ma può proseguire ovunque. Lo scrittore Claudio Magris, nel libro “L’infinito viaggiare” (Mondadori 2008), dice che la casa natale non è necessariamente nell’infanzia, ma si trova alla fine del viaggio. Scrive Magris: «Quest’ultimo è circolare; si parte da casa, si attraversa il mondo e si ritorna a casa, anche se a una casa molto diversa da quella lasciata, perché ha acquistato significato grazie alla partenza, alla scissione originaria. Ulisse torna a Itaca, ma Itaca non sarebbe tale se egli non l'avesse abbandonata per andare alla guerra di Troia, se egli non avesse infranto i legami viscerali e immediati con essa, per poterla ritrovare con maggiore autenticità». Ti auguro di ritrovare la tua patria, ma ti assicuro che il luogo che ospita tutti noi ha bisogno anche di te, della tua storia e della tua esperienza; compagni e insegnanti ti vogliono bene e la tua presenza arricchisce tutti di una cultura di cui nessuno può fare conoscenza autentica se non tramite la tua voce. Come tu ami molto la tua città, Dante amava moltissimo Firenze, perché era nato lì («noi, che pure prima di mettere i denti abbiamo bevuto l’acqua dell’Arno e amiamo Firenze»). Poiché ora anche tu sei una fonte che alimenta la vita di altre persone, nella trama delle relazioni ci aiuterai a considerare che, oltre alle nostre piccole e care Heimat, come scrive Dante, dovremo imparare ad avere «per patria il mondo, come i pesci il mare» (De Vulgari Eloquentia,(libro I, VI).
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 29 settembre 2014

Le cose che amiamo


Caro professore,
Qualche tempo fa mi sono imbattuto in questa frase: «Sono le cose che amiamo di più che ci distruggono». Mi chiedo perché uno dei migliori sentimenti dell’uomo come l’amore possa portare con sé conseguenze così drammatiche. Perché la nostra evoluzione non ha provveduto anche a questo?
Federico, IV A

Caro Federico,
Mi hai raccontato di aver letto il libro fantasy «Il trono di spade» di George R. R. Martin, dove ad un certo punto un personaggio pronuncia questa frase: «Le cose che amiamo finiscono sempre con il distruggerci, ragazzo. Ricordalo» («The things we love destroy us every time, lad. Remember that»). È una frase potente, che si imprime nell’ideazione, perché afferma qualcosa che percepiamo come “vero” sulla natura umana: avvertiamo infatti che ciò che lega può soffocare e ciò che attrae può spingere alla fusione e produrre il dissolvimento. Sentiamo che la nostra natura è esposta al pericolo dell’autodistruzione, proprio a partire da ciò che più congiunge, ossia l’amore. L’amore muove, diceva Socrate, perché è figlio di Penia e di Poros, della mancanza e dell’espediente. L’amore è una mancanza che spinge alla ricerca. Ma la ricerca è inesauribile. Credo che ci siano almeno due specie di autodistruzione possibile provocata da un ideale. La prima ha a che fare con l’impossibilità di raggiungerlo per eccessiva lontananza, la seconda per eccessiva vicinanza. Se leggerai «I dolori del giovane Werther» di Goethe, l’opera fondamentale dello “Sturm und Drang”, scoprirai che c’è una forma di amore che si trasfigura in dolore estenuante quando il protagonista avverte l’impossibilità di raggiungere il proprio ideale. Werther ama Charlotte anche quando è fidanzata con Albert. La descrive proprio come tu descriveresti ad un amico la ragazza di cui ti sei innamorato: «Un angelo! ahi, questo ognuno lo dice della sua amata. E quindi non so come fare a dirti come lei sia perfetta, perché‚ sia perfetta: in breve lei è riuscita ad avvincere tutto il mio essere. Una grande purezza si unisce a una grande intelligenza, e la bontà e l'energia, la pace dell'animo e l'amore alla vita attiva armonizzano in lei. Tutte le cose che ti scrivo non sono che chiacchiere inutili e vane astrazioni che non esprimono nulla di quello che lei è». È una perfezione che Werther non può raggiungere. Pur riconoscendo che l’amore è il significato principale della vita («Guglielmo, che sarebbe per il nostro cuore un mondo senza amore? Quello che è una lanterna magica senza la luce. Appena tu introduci la piccola lampada, ecco apparire sulla bianca parete le più svariate immagini!»), egli comprende che il suo ideale è inarrivabile, allora la forza dell’amore non produce più uno slancio positivo, una vitalità che trasforma la vita, la motiva e la nutre di energia. Riconoscere l’impossibilità di fondersi con il proprio desiderio conduce all’autodistruzione e Werther, con un colpo di pistola, metterà fine all’impossibile unione. Scriverà, pensando a Charlotte: «Non fremo prendendo in mano il freddo, orrendo calice nel quale berrò l'ebbrezza della morte. Tu me l’hai dato, e io non esito. Così si compiono tutti i desideri e le speranze della mia vita; così batto, freddo e rigido, alla bronzea porta della morte». Ma c’è un altro tipo di autodistruzione: anche la vicinanza smisurata di Narciso conduce alla perdita. Ovidio nel terzo libro delle “Metamorfosi” racconta che Narciso, nel tentativo di abbracciare la propria immagine riflessa si affatica fino a esaurirsi («non sa chi veda, ma chi sta vedendo lo sta consumando d’amore») e muore o perché cade nell’acqua («quante volte tuffa le braccia nell’acqua per stringere il collo, il collo che vede, ma nulla stringe nell’acqua!») o perché crolla stremato nel prato («Lui lascia crollare la testa stanca sul prato; la morte chiude quegli occhi stregati dal proprio padrone»). Qui il dolore non è dato da un ostacolo fisico – «il mare infinito, un lungo cammino, montagne, mura con porte sbarrate» –, ma dall’impossibile fusione di sé con la propria immagine. Entrambe le storie parlano di autodistruzione: o perché l’immagine dell’altro è idealizzata o perché sembra raggiungibile; ma ci si dimentica che l’amore non è riduzione dell’altro al medesimo, né lontananza assoluta. È piuttosto un giusto equilibrio che mantiene la relazione e non la soffoca, una distanza che feconda e non devasta, perché l’altro, anche quando sembra vicinissimo rimane distinto rispetto a noi. La psicoanalisi direbbe che è impossibile colmare la distanza tra il soggetto e l’ideale, ossia tra il soggetto e il desiderio. L’immagine ideale, sia quella dell’altro sia quella di se stessi, è sempre inaccessibile. Potremmo dire che proprio nelle cose che amiamo di più, una persona o un lavoro, occorre saper stare in un giusto rapporto. È necessario saper «abitare la distanza» per non cadere nell’autodistruzione. L’evoluzione non ha posto rimedio a questo pericolo, forse perché ha lasciato spazio all’uomo per la libertà. Non occorre annullarsi per perseguire il proprio obiettivo, così nell’amore come nella vita: un ideale troppo elevato mozza il fiato e non permette di generare.
Un caro saluto,
Alberto

(Nella traduzione delle Metamorfosi, ho scelto la versione di Vittorio Sermonti, Rizzoli, 2014).

lunedì 22 settembre 2014

I filosofi si ascoltano?

Caro professore,
Le scrivo una domanda che mi incuriosisce molto. Tutti i filosofi che conosciamo hanno elaborato differenti teorie sull’essere, a volte partendo da zero e altre volte ispirandosi al pensiero di altri filosofi. Ma ognuno di essi considerava esatto solamente il proprio pensiero o teneva conto e rispettava anche altre idee?
Marco, IVB

 

Caro Marco,
È impressione comune, studiando la storia della filosofia sui manuali scolastici, che il filosofo appena studiato sia più significativo di quello precedente. Spesso, quando si comprendono le riflessioni raffinate di qualche autore e si ha il tempo di affiancare per un tratto di strada il suo sguardo sul mondo (ossia di valutare le argomentazioni razionali che sostengono una teoria), si ha l’impressione di assistere ad un costante parricidio, una sorta di battaglia in cui l’ultimo filosofo pugnala il proprio maestro. Come se i filosofi, inebriati esclusivamente dalle proprie intuizioni o dai propri percorsi di ricerca, fossero sordi ai grandi lavori precedenti. Forse hai avuto anche tu la percezione che il pensiero di un autore abbia completamente azzerato i presupposti di un altro sistema filosofico. Così se si mettono a confronto Aristotele con Platone, Tommaso con Agostino, Bacone con Aristotele, Spinoza con Cartesio, Kant con Hobbes e Locke, Hegel con Kant e così via. Per questo alcuni tuoi compagni chiedono spesso: «prof., qual è l’ultimo filosofo», magari per risparmiarsi un po’ di fatica e di delusioni, dovendo dolorosamente abbandonare i presupposti a cui si erano affezionati. Certo, alcuni filosofi non sono stati teneri con i precedenti: Bacone definiva Galeno un «disertore dell'esperienza», Platone uno «sfacciato cavillatore» e Aristotele un «detestabile sofista». E neppure Schopenhauer usava molto “fair play” con i suoi contemporanei: definiva Schelling «pagliaccio», diceva che Hegel «scarabocchia[va] impudentemente» e considerava la sua filosofia una «pseudofilosofia», un «mo­struoso susseguirsi di parole che si annullano e si con­traddicono». Al di là di queste spietate valutazioni, dovute a diverse scelte valoriali o a simpatie personali, occorre dire che ogni filosofo sa che la verità è inesauribile e che il proprio sguardo è limitato dal periodo storico, dagli interessi e dalla discussione del proprio tempo. Non dobbiamo pensare la storia della filosofia come se alla «volontà di verità» si sia sostituita la «volontà di potenza», come se al desiderio autentico di conoscere a fondo la vita si sia sostituito il desiderio di vincere nel prestigio e nell’influenza per una maggiore affermazione di sé. È famoso il detto di Aristotele «amicus Plato, sed magis amica veritas» («sono amico di Platone, ma più amico della verità»), ma si racconta che anche Newton, mentre prendeva appunti su Aristotele si sia fermato bruscamente e dopo aver lasciato molte pagine bianche, abbia scritto in una nuova pagina: «Amicus Plato, amicus Aristoteles magis amica veritas», («Platone è un amico, amico è anche Aristotele, ma l'amica mia più grande è la verità»). Insomma la verità è più importante dell’amicizia e della fama, del rispetto e della tradizione. Tuttavia, i filosofi dialogano tra loro incessantemente, non solo perché la vita fa emergere nuovi problemi o apre nuovi spazi alla riflessione, ma perché è proprio dalla discussione razionale che emergono le debolezze e i punti forti di un’idea. La filosofia è dialogo continuo in cui il conflitto – polemos – tra le idee è inevitabile. Se ti capita di prendere in mano la “Summa theologica” di Tommaso D’Aquino, scoprirai che per circa 600 questioni (3122 articoli!) Tommaso riporta le tesi a favore o contro dei filosofi precedenti, prima di affermare le proprie ragioni. Era il modo di lavorare della Scolastica, ossia della filosofia cristiana medievale. Ma il dialogo tra filosofi è strutturale e continua incessantemente. Più che da eccentricità individuali, le differenze dipendono da una diversa adozione di presupposti. Il filosofo analitico americano Nicholas Rescher ne “La lotta dei sistemi”, analizzando i fondamenti e le implicazioni della pluralità filosofica, ha mostrato sia che la filosofia è un’impresa conoscitiva di carattere razionale sia che la “lotta” – la pluralità filosofica – è ineliminabile. Le buone ragioni e le buone argomentazioni («ragione probativa») riflettono infatti gli obiettivi e i valori di chi scrive («ragione valutativa»). Il «pluralismo degli orientamenti» deriva dal fatto che ogni indagine è orientata da certi valori cognitivi e il disaccordo sulle dottrine dipende da una divergenza su ciò che ogni autore ritiene importante o marginale. Così, la forza di un’argomentazione non è mai assolutamente oggettiva, perché riflette scelte e valori di chi pensa e scrive. Anche quando gli autori si occupano di uno stesso problema, quando organizzano il proprio sistema stabiliscono ciò è «centrale e periferico», ossia ciò che è significativo e ciò che può passare in secondo piano. Potremmo dire, con Rescher, che «il problema dello standard con cui si deve propriamente giudicare un dato valore è esso stesso un problema di valori». Dunque: niente di personale, in filosofia.
Un caro saluto,
Alberto