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Cor-rispondenze

lunedì 27 settembre 2010

Tertulliano e la logica


Caro professore,
In questi giorni abbiamo letto in classe alcune riflessioni dei Padri della Chiesa. Mi ha stupito con quanta leggerezza Tertulliano abbia potuto dire: “Credo quia absurdum”, ossia “credo perché assurdo”. Come fa la religione a dire a milioni di persone che devono credere a qualcosa di assurdo, anzi proprio “perché” assurdo. La religione cristiana oggi ha molta influenza; secondo me però la Chiesa non può da una parte dire che è giusto credere in qualcosa di “assurdo” e nello stesso tempo pretendere di essere un punto di riferimento per l’umanità o criticare altre religioni come meno evolute o ispirate.
Simona



Cara Simona,
Certo, fede e ragione sono due ambiti diversi e talvolta sembrano incompatibili. Per dirla con Schopenhauer: “O si pensa o si crede” (vedi il testo di Arthur Schopenhauer, “O si pensa o si crede. Scritti sulla religione, Bur, 2000). D’altra parte la ricerca filosofica, per sua natura aperta e problematica, non garantisce in anticipo i risultati della propria ricerca; mentre la religione, facendo riferimento ad un nucleo di credenze che ruota attorno all’accettazione della rivelazione, può estendere la propria ricerca solo per consentire di comprendere meglio la verità rivelata, ma non può oltrepassarla e pertanto non può, eventualmente, scoprire altre verità. Ma è chiaro che, poiché è con la ragione che l’uomo cerca di comprendere meglio la rivelazione, il rapporto fede-ragione è per sua natura dialettico e dagli esiti incerti.
Vediamo come può essere spiegata la frase attribuita a Tertulliano: in modo letterale (Odifreddi) o seguendo un'interpretazione (Kierkegaard).
Nel Novecento il matematico Piergiorgio Odifreddi, in un libro dal titolo: “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici), Longanesi, 2007, sottolinea l’impossibilità di conciliare ragione e fede e interpreta in senso letterale una delle Beatitudini enunciate da Gesù nel Discorso della montagna (Mt 5, 1-12): “Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli”, intendendo per “poveri di spirito” le persone povere di intelligenza e, giocando sulla traduzione di Cristiano=chrétien=cretino, egli scrive “L'accostamento tra Cristianesimo e cretinismo, apparentemente irriguardoso, è in realtà corroborato dall'interpretazione autentica di Cristo stesso, che nel Discorso della Montagna iniziò l'elenco delle beatitudini con: « Beati i poveri in spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli », usando una formula che ricorre tipicamente anche in ebraico {anawim mach). In fondo, la critica al Cristianesimo potrebbe dunque ridursi a questo: che essendo una religione per letterali cretini, non si adatta a coloro che, forse per loro sfortuna, sono stati condannati a non esserlo. Tale critica, di passaggio, spiegherebbe anche in parte la fortuna del Cristianesimo: perché, come insegna la statistica, metà della popolazione mondiale ha un'intelligenza inferiore alla media(na), ed è dunque nella disposizione di spirito adatta a questa e altre beatitudini.” Oppure, più avanti: “Naturalmente, i poveri di spirito sono solo le teste calde che credevano allora, e credono oggi, di credere alla Trinità”. Insomma: chi ha un po’ di ragione, un po’ di sale in zucca, non può certo credere a ciò che la religione propone come verità.
Piergiorgio Odifreddi ritiene che, ad esempio con il dogma della Trinità, la teologia abbia irrevocabilmente intrapreso la strada delle proposizioni prive di senso. Così scrive: “Con il dogma trinitario delle tre persone in un'unica sostanza, formulato per la prima volta nel III secolo da Tertulliano (al quale, non a caso, è attribuito il motto credo quia absurdum, « credo perché è assurdo »), la teologia cristiana abbandona così definitivamente il terreno della logica e del buon senso, incamminandosi su un percorso che la porterà nel corso dei secoli a impelagarsi in un crescendo pirotecnico di associazioni libere sempre più surreali e imbarazzanti, per non diventare altro, come dirà Jorge Luis Borges, che « un ramo della letteratura fantastica »”.
Allora prendiamo in considerazione quello che aveva scritto Tertulliano (II sec.): “Il Figlio di Dio è stato crocifisso: non me ne vergogno proprio perché c’è da vergognarsene. Che poi il Figlio di Dio sia morto è del tutto credibile, proprio perché è insensato (credibile, quia ineptum est)”. E che, sepolto, sia risuscitato è certo, perché impossibile (certum quia impossibile est)” (Sulla carne di Cristo, 5,1-4).
É chiaro che si tratta di uno scritto polemico e che non cerca di persuadere attraverso la sua logica: come logica, infatti, è evidentemente delirante e assurdo. Sappiamo che queste frasi sono state poi riassunte in un motto che accompagna Tertulliano, ossia: Credo, quia absurdum, credo, perché assurdo. Ma davvero è sensato credere in qualcosa proprio perché è assurdo, sconclusionato e farneticante? Non daremmo certo segno di salute mentale accettando un invito del genere. Però c’è un senso diverso che deve essere esplorato: l’infinito di Dio si sottrae alla nostra modalità di ragionare e di comprendere: va oltre gli schemi della nostra ragione. La verità di Dio va oltre la possibilità di essere ridotta negli schemi razionali della comprensione umana. Per Tertulliano la Parola di Dio è un criterio di verità più solido della logica stessa. Allora, in qualche modo l’uomo crede non perché la religione gli propone cose assurde, ma perché ritiene che il mistero di Dio e dell’infinito superi ogni forma di rappresentazione e di conoscenza operata con le categorie dell’intelletto. Anche contro lo stesso principio di non-contraddizione con cui gli uomini misurano le loro verità. Credo pertanto che le frasi di Tertulliano debbano essere interpretate come una provocazione: ritieni di poter comprendere il mistero dell’infinito? Allora sbagli. È proprio perché questo mistero è altro dal linguaggio umano che il credente ritiene che sia sensato non fidarsi della riduzione alle proprie categorie di ciò che in tali categorie non può essere contenuto (Kierkegaard).
Un caro saluto,
alberto

lunedì 20 settembre 2010

Incenso e rose rosse


Caro professore,
Ultimamente sopporto sempre meno i funerali. Purtroppo ne ho già avuto una bella dose e più vedo gente intorno a me che cerca di consolarmi ("perché è piccola, sarà devastata..."), più voglio scappare lontano dall'odore nauseante dell'incenso mischiato ai fiori e ai profumi delle vecchie signore. In Messico la festa dei morti è pura allegria. Perché tutti pensano che sono triste se ho sentito dire tante volte che dall'altra parte c'è solo felicità?
Bianca


Cara Bianca,
Cominciamo con una storia buffa. Il grande filosofo Montaigne (1533-1592), nei Saggi, racconta alcuni episodi di uomini e donne che seppero resistere eroicamente al dolore. E cita anche un tale a cui l’incenso dovette procurare ancora più fastidio che a te. A questo signore, infatti, “mentre dava l'incenso in un sacrificio, il carbone era caduto nella manica”. Montaigne narra che “si lasciò bruciare fino all'osso pur di non turbare il rito” (Montaigne, Saggi, Adelphi 1992). La nostra sopportazione, quasi certamente, sarebbe durata molto meno.
Hai ragione, talvolta una esagerata consolazione non è di sostegno né allevia il dolore, ma può essere percepita come tentativo di negare la realtà stessa o l’evidenza dell’irreparabilità del dolore. L’assurdo dell’esistenza ci viene incontro nella tragedia e ci disorienta. La consolazione di solito vuole essere una sottrazione di dolore. Quando è affiancata da commiserazione provoca fastidio e rigetto, ma quando avviene attraverso un percorso razionale può essere di aiuto. Un eccesso di sofferenza, come la vista prolungata del male o una catena ravvicinata di eventi luttuosi può essere difficilmente sopportabile e incrinare la fiducia nella vita. Anche per molto tempo, e a volte in modo permanente. Per questo gli adulti si preoccupano di difendere i ragazzi da ciò che può angustiare eccessivamente e abbattere l’umore. Temono che una persona giovane sia più fragile e vulnerabile, e spesso è così. La sofferenza può certamente abbattere anche chi ha più esperienza, o ha escogitato quelle che Nietzsche chiamava “bugie di sopravvivenza”, ma sicuramente indebolisce e fiacca chi non ha ancora avuto modo di riflettere adeguatamente sul senso della sparizione definitiva di qualcuno o di un proprio caro. L’esposizione alla tragedia è pertanto sempre uno choc. Perché è uno strappo nella linearità della vita. Gli adulti hanno in qualche modo elaborato forme di razionalità (o irrazionalità) e di senso per avvicinarsi alla tragedia. Ma come ben sappiamo anche l’irrazionalità è un tentativo di contenere e diminuire la potenza del tragico attraverso una descrizione che si serve in ogni caso di pensieri o di immagini per arginare l’orrore del nulla. Già, perché è il nulla che disorienta e disarma. L’idea che la vita si dissolva tutta insieme in un momento, senza possibilità di recupero. Senza giustificazione.
In qualche modo la razionalità deve contenere la disperazione, mitigare l’angoscia, attenuare lo sconforto. Deve fare in modo di non far precipitare le persone nell’abisso di senso che si spalanca negli eventi tragici della vita. Deve addomesticare il dolore, renderlo sop-portabile. E poiché la tragedia non si può evitare, perché la vita è tragica, allora la razionalità ha il compito di circoscrivere gli scenari dell’assurdo, del non-senso e non lasciare che potenti emozioni prendano gli uomini di petto senza il filtro calmante del linguaggio che attribuisce senso.
Vorrei dirti però che le “consolazioni” erano tipiche nella letteratura antica. Il fatto che fossero tipiche significa che erano sentite come necessarie. Cicerone (106 a.C – 43 a.C.) colpito, nel 45 a.C., dalla straziante perdita della figlia Tulliola, compose una Consolazione a se stesso. Nelle Tusculane scrive: «Noi non siamo di pietra: nei nostri animi c'è sensibilità e debolezza che il dolore può scuotere come una tempesta» (Tusculane, 3, 12). Il dolore scuote come una tempesta e fa vacillare anche gli uomini più forti. Seneca (4 a.C. – 65) scrisse consolazioni di tipo filosofico a Marcia, a Polibio, alla madre Elvia. Marcia perde la propria famiglia: prima le muore il marito, poi il figlio più grande, poi quello più piccolo si toglie la vita. Marcia crolla psicologicamente, si chiude in casa e nella propria sofferenza ed esce solo più per andare alla tomba del figlio. Polibio perde il fratello. Elvia diventa per tre volte vedova e deve seppellire un nipotino. Seneca, il figlio, che è in esilio le scrive per consolarla, anche per la sua lontananza.
Non dobbiamo confondere la com-passione, la capacità di patire insieme, di sentire insieme, con la commiserazione, un compianto inaccettabile perché rivela la superficialità nell’atteggiamento nei confronti della morte. L’incapacità di guardarla in faccia. Abbiamo tutti bisogno di compassione e non di vuoti discorsi, meno ancora di sentimentalismi.

Il tuo ragionamento conclusivo è profondamente corretto e, nella sua logica, disarmante: “Perché tutti pensano che sono triste se ho sentito dire tante volte che dall'altra parte c'è solo felicità?”. Già, se tutti sono così convinti che dopo la morte vi sia “solo felicità”, allora perché piangere o dolersi? Proviamo a percorrere due strade.
La prima.
La gente non è poi così convinta che vi sia tutta questa felicità e sa bene che quello che dice non è una certezza apodittica, ma una tenue speranza (una speranza che va contro l’evidenza quotidiana). E talvolta non ha neppure la forza per credere in quella eventualità. Cioè, fondamentalmente, non crede nella distinzione aldiqua-aldilà. In fondo in fondo, non è persuasa che vi sia autenticamente un aldilà, un mondo altro, diverso, in cui le persone torneranno ad avere coscienza, memoria e a riconoscere e riunirsi con i famigliari, ma che la vita si esaurisca e cessi in modo irreversibile.
La seconda.
La gente che ti sta intorno ha sì fede nell’aldilà, ma piange e soffre per la perdita di un legame importante. Emozioni e sentimenti sono infatti profondamente modellati dalle relazioni con una certa persona e quando questa viene a mancare la perdita provoca una sofferenza così forte che il dolore per l’assenza sembra emergere con maggiore forza, soprattutto nei primi tempi, rispetto alla fiducia. Anche una persona con fede salda è fortemente turbata dalla perdita di un legame importante.
La tua sensibilità ti farà sentire più vicina la prima o la seconda. Identificandoti con una delle alternative, scoprirai quello che ti persuade maggiormente in questo periodo della tua vita.
Un caro saluto,
alberto

giovedì 22 luglio 2010

Quello che mi spetta



Quest'anno ho fatto gli esami di Stato a Casale Monferrato. Lì ho conosciuto Sepideh Rouhi, una ragazza iraniana di diciannove anni che ha tradotto dal farsi questo libro per la Garzanti.
Invito tutti a leggerlo perché è bellissimo e racconta molto bene la condizione della donna in Iran.
Complimenti vivissimi a Sepideh Rouhi per la grande sensibilità con cui ha saputo rendere in italiano questa storia.
Bravissima Sepideh!!!
alberto

giovedì 17 giugno 2010

Consigli per le letture estive



Libri di filosofia consigliati per la classe IIIa

1. AA.VV., Della bella morte. Tra eroismo, onore, dignità: la libertà di morire nel mondo antico, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2008, pp. 160, € 5,00.

2. Abelardo Pietro, Storia delle mie disgrazie. Lettere d'amore di Abelardo e Eloisa, Garzanti Libri, 2007, pp. 473, € 12,00.

3. Agostino (sant'), Le confessioni, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2007, pp. 418, € 12,00.

4. Agostino (sant') (è un cd da ascoltare), Nutre la mente solo ciò che rallegra. Le «Confessioni» di Sant'Agostino. Con CD Audio, Vita e Pensiero, 2007, pp. 139, € 20,00.

5. Aristotele, Etica nicomachea, Laterza, 2005, testo a fronte, € 14,50.

6. Davico Bonino G., Il libro dell'amicizia, Bur, 2005, pp. 572 (brani a scelta), € 10,80.

7. Epicuro, Lettera sulla felicità, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2007, pp. 47, € 5,00.

8. Epitteto, Manuale, SE, 2009, pp. 72, € 5,00..

9. Lucrezio Caro Tito, Vivere laico, Mondadori, 2007, pp. 83, € 7,00.

10. Marco Aurelio, La libertà interiore, Mondadori, 2006, pp. 118, € 7,00.

11. Platone, Apologia di Socrate, Laterza, 2008, pp. 139, € 7,50.

12. Porfirio, Contro i cristiani, Bompiani, 2009, testo a fronte, € 20,00.

13. Seneca, La serenità, Mondadori, 2006, pp. 43, € 7,00.


Libri di filosofia consigliati per le classi III A e IV A


1. AA.VV., Che cosa vuol dire morire. Sei grandi filosofi di fronte all'ultima domanda, Einaudi, 2010, pp. 168, € 15,00.

2. AA.VV., Perché siamo infelici, Einaudi, 2010, pp. 184, € 13,50.

3. Antiseri Dario, Laicità. Le sue radici, le sue ragioni, Rubbettino, 2010, pp. 85, € 14,00.

4. Bauman Zygmunt, Consumo, dunque sono, Laterza, 2010, pp. 198, € 8,50.

5. Bettetini Maria, Breve storia della bugia. Da Ulisse a Pinocchio, Raffaello Cortina, 2001, pp. 157, € 12,00.

6. Bettini Maurizio, Alle porte dei sogni, Sellerio, 2009, pp. 220, € 12,00.

7. Bobbio Norberto, Eguaglianza e libertà, Einaudi, 2009, pp. 98, € 7,50.

8. Bocchiaro Piero, Psicologia del male, Laterza, 2009 pp. 129, € 12,00.

9. Cosmacini Giorgio, Testamento biologico. Idee ed esperienze per una morte giusta, Il Mulino, 2010, pp. 123, € 11,50.

10. Curi Umberto, Miti d'amore. Filosofia dell'eros, Bompiani, 2009, pp. 381, € 12,00.

11. Flores D'Arcais Paolo, A chi appartiene la tua vita?, Ponte delle Grazie, 2009, pp. 158, € 12,50.

12. Natoli Salvatore, Guida alla formazione del carattere, Morcelliana, 2006, pp. 96, € 10,50.

13. Natoli Salvatore, Dizionario dei vizi e delle virtù, Feltrinelli, 2005, pp. 165, € 7,00.

14. Nietzsche Friedrich, Lettere da Torino, Adelphi, 2008, pp. 269, € 15,00.

15. Nietzsche Friedrich, Verità e menzogna, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2006, pp. 185, € 9,00.

16. Nietzsche Friedrich, Schopenhauer come educatore, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli, 2004, pp. 157, € 8,00.

17. Ravasi Gianfranco, Breve storia dell'anima, Mondadori, 2009, pp. 341, € 10,50.

18. Schmid Wilhelm, Felicità, Fazi editore, 2009, pp. 38, € 14,50.

19. Zagrebelsky Gustavo, Imparare democrazia, Einaudi, 2007, pp. 120, € 8,62.

20. Zimbardo Philipp, L'effetto Lucifero. Cattivi si diventa?, Raffaello Cortina, 2008, pp. 769 (brani a scelta), € 34,80.


Libri di filosofia consigliati per la classe IV A


1. Galilei Galileo, Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, BUR Biblioteca Univ. Rizzoli 2008, pp. 907, € 15,00.

2. Galilei Galileo, Sidereus nuncius. Testo originale a fronte, Marsilio, 2001 , pp. 248, € 14,00.

3. Hume David, Storia naturale della religione, Laterza, 2007, pp. 153, € 7,00.

4. La Rochefoucauld François de, Massime, Newton Compton o Marsilio, 2005, 288, € 18,08.

5. Marchetti A., Moralisti francesi. Classici e contemporanei, Bur, 2008, pp. 723 (brani a scelta), € 5,60.

6. Montaigne Michel de, Il benessere fisico e spirituale, Mondadori, 2006, pp. 145, € 7,00.

7. Montaigne Michel de, Della saggezza, Rubbettino, 2006, pp. 138, € 10,00.

8. Pascal Blaise, Pensieri, Garzanti Libri, 2007, pp. 517, € 12,50.

9. Schopenhauer Artur, Consigli sulla felicità, Mondadori, 2006, pp. 143, € 7,00.


Libri di storia consigliati per le classi III A e IV A



1. Anders Günther, Discesa all'Ade. Auschwitz e Breslavia, 1966, Bollati Boringhieri, 2008, pp. 175, € 16,00.

2. Anders Günther, Noi figli di Eichmann, La Giuntina, 1995, pp. 108, € 10,00.

3. Arendt Hannah, La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme, Feltrinelli, 2003, pp. 320, € 9,50.

4. Deaglio Enrico, La banalità del bene. Storia di Giorgio Perlasca, Feltrinelli, 2003, pp. 136, € 5,68.

5. Florenskij Pavel A., Non dimenticatemi. Le lettere dal gulag del grande matematico, filosofo e sacerdote russo, Mondadori, 2006, pp. 419, € 10,40.

6. Grossman Vasilij, L' inferno di Treblinka, Adelphi, 2010, pp. 79, € 6,00.

7. Hachiya Michihiko, Diario di Hiroshima, SE, 2005, pp. 254, € 19,00.

8. Hausner Gideon, Sei milioni di accusatori. La relazione introduttiva del procuratore generale al processo Eichmann, Einaudi, 2010, pp. 189, € 8,62.

9. Levi Primo, Se questo è un uomo, Einaudi, 2005, pp. 209, € 9,80.

10. Levi Primo, I sommersi e i salvati, Einaudi, 2007, pp. 197, € 9,00.

11. Revelli Nuto, L'anello forte, Einaudi, 2005, 400, € 14,00.

12. Revelli Nuto, La guerra dei poveri, Einaudi, 2005, 420, € 12,50.

13. Revelli Nuto, Il mondo dei vinti, Einaudi, 2005, pp. 436, € 12,80.

14. Rigoni Stern Mario, Il sergente nella neve, Einaudi, 2008, pp. 139, € 8,50.

15. Schneider Helga, Il rogo di Berlino, Adelphi, 1998, pp. 229, € 9,00.

16. Sereny Gitta, In quelle tenebre, Adelphi, 1994, pp. 519, € 13,00.

17. Vonnegut Kurt, Mattatoio n. 5 o La crociata dei bambini, Feltrinelli, 2005, pp. 196, € 7,00.

18. Weiss Peter, L'istruttoria, Einaudi, 2007, pp. 251, € 13,80.

lunedì 7 giugno 2010

Le lettere ricevute...e i post a scuola


Cari ragazzi,
Settimana dopo settimana, articolo dopo articolo, siamo giunti fino a giugno…
...e giugno, almeno a scuola, è tempo di bilanci.
Innanzitutto sento un bisogno particolare: quello di ringraziare.
Grazie perché avete creduto in questa iniziativa e avete inviato delle lettere bellissime. Vi ringrazio perché avete deciso di discutere le tematiche che vi stanno a cuore e perché avete scelto di affidare alla riflessione scritta “dilemmi morali”, inquietudini personali, perplessità sulle credenze acquisite; perché avete sondato con delicatezza argomenti complessi, esplorato nel profondo abitudini, credenze e senso comune. Avete saputo ascoltare le dissonanze che risuonano nella mente quando aspetti della realtà non si accordano più con le credenze consuete, rituali o ereditate. Mi avete suggerito temi bellissimi, e fornito lo spunto per intraprendere alcuni sentieri nella cultura.
Ho ricevuto anche quest'anno moltissime lettere e alla maggior parte, a dire la verità, non ho ancora risposto. Queste lettere sono ancora lì. E attendono.
Spero, almeno per ora, di essere riuscito a tendere sufficientemente l'orecchio ai vostri richiami, a dare spazio alle vostre riflessioni e a suggerire qualche incontro con filosofi e scienziati che nella storia hanno dedicato il loro lavoro di ricerca a chiarire concetti e a suggerire nuove visioni della realtà, nuove prospettive interpretative.
Abbiamo fatto un lungo viaggio, ogni lunedì, dove si sono intrecciate tante voci: le vostre, quella degli autori citati, la mia.
E qualcosa, nell’inconscio, continua a risuonare.
Porto tutte le lettere nel cuore, anche quelle più personali, intime, sofferte.
Scrivere sulle tematiche filosofiche e sui problemi della vita quotidiana mi ha permesso di ritornare sulle questioni che tanto mi appassionano e che ogni volta mostrano aspetti diversi e meravigliosi.
Sembra che sia la stessa esperienza che si prova viaggiando. Lo scrittore italiano Claudio Magris, nel libro L’infinito viaggiare (2005) spiega bene questa condizione quando racconta di essere ritornato in un luogo già conosciuto:

Una stessa realtà era insieme misteriosa e familiare; quando ci sono tornato per la prima volta, è stato contemporaneamente un viaggio nel noto e nell'ignoto. Ogni viaggio implica, più o meno, una consimile esperienza: qualcuno o qualcosa che sembrava vicino e ben conosciuto si rivela straniero e indecifrabile, oppure un individuo, un paesaggio, una cultura che ritenevamo diversi e alieni si mostrano affini e parenti. Alle genti di una riva quelle della riva opposta sembrano spesso barbare, pericolose e piene di pregiudizi nei confronti di chi vive sull'altra sponda. Ma se ci si mette a girare su e giù per un ponte, mescolandosi alle persone che vi transitano e andando da una riva all'altra fino a non sapere più bene da quale parte o in quale paese si sia, si ritrova la benevolenza per se stessi e il piacere del mondo.

Così è stato anche per me affrontare i temi proposti: un viaggio nel noto e nell’ignoto. Guardare i problemi da prospettive differenti aiuta a comprendere meglio ciò di cui si sta parlando, rivela aspetti insoliti della realtà e delle questioni. Aiuta a ri-considerare certezze acquisite e a guardare con benevolenza noi stessi e chi la pensa diversamente. Ascoltare voci diverse, che talvolta possono suonare aliene, consente di individuare sentieri nuovi da pensare.
Un abbraccio a tutti,
Buone vacanze,
e a presto,
Alberto

lunedì 31 maggio 2010

Cherasco storia 2010







Classe IV A
Abbiamo partecipato al premio nazionale "Cherasco storia".
E' stato assegnato a Piero Brunello (1948) professore di Storia sociale all'Università Ca' Foscari di Venezia il premio per il volume "Storie di anarchici e spie. Polizia politica nell'Italia liberale", Donzelli 2009.
Nel pomeriggio la Fondazione De Benedetti di Cherasco ha premiato Piero Angela (1928) per aver favorito con la sua opera di divulgazione storica la conoscenza dell'età napoleonica.

lunedì 24 maggio 2010

La vita artificiale



La prima cellula sintetica.
Ieri ho letto sui giornali che arrivano a scuola (e poi ho approfondito a casa) che è stata costruita in laboratorio la prima cellula artificiale, controllata da un Dna sintetico, in grado di dividersi e moltiplicarsi proprio come qualsiasi altra cellula vivente. Ho sentito parlare di vita artificiale e su qualche sito ho letto che l'uomo "gioca a essere Dio". E' veramente così? ...... E per quanto riguarda la famosa disputa tra Vaticano e biologi "sul fatto che le mutazioni genetiche siano giudate da Dio o casuali", questo avvenimento cambia qualcosa?
Laura


Per fornire una corretta informazione sulla scoperta, riporto un articolo significativo di Lara Ricci (ilsole24ore, 21-05-2010)

L'era della vita artificiale ha avuto inizio?
Sul pianeta terra è nato un nuovo organismo, con vita propria, inventato dall’uomo. Lo annuncerà domani la rivista «Science»: è stato creato il primo batterio guidato da un genoma artificiale. Assemblato a piacimento, a partire da istruzioni contenute in un computer, da quattro bottiglie di sostanze chimiche e da un sintentizzatore di Dna.
L'ultimo arrivato è un micronbo molto simile a uno già esistente, ma la speranza è creare un Mycoplasma laboratorium: un microrganismo il cui genoma sia fatto dei soli elementi essenziali per la vita e di una manciata di geni capaci di trasformarlo in una fabbrica di sostanze utili per l’umanità.
Il demiurgo è Craig Venter, uno degli uomini più conosciuti al mondo, nel vero senso della parola: il suo genoma fu uno dei primi 5 ad essere sequenziati, nel 2001. Il fondatore della Celera Genomics, che lasciò nel 2002, con Clyde Hutchinson e il Nobel Hamilton Smith sono il trio che insegue questo sogno dal 1995, quando sequenziarono, per primi, il genoma di due batteri. Uno dei due, il Mycoplasma genitalium, con soli 500 geni, è il microbo con il genoma più piccolo al mondo. Allora lo scopo era individuare le istruzioni che compongono l'essenza della vita per poi riassemblarle in laboratorio e creare l'organismo più semplice. Una cellula cioè con un patrimonio genetico brevissimo, che contenesse solo le informazioni fondamentali per nutrirsi e duplicarsi. Cancellarono così 100 geni, e mostrarono che il microbo continuava a sopravvivere.
Il passo successivo fu creare un Dna artificiale, a tavolino, e poi fare sì che funzionasse una volta inserito in una cellula ricevente. Questo si rivelò più difficile del previsto, anche perché la tecnologia necessaria doveva essere inventata. Nel 2007 il trio mostrò che era possibile trapiantare i cromosomi da una cellula di una specie batterica a un’altra, nel 2008 provarono di poter assemblare un genoma artificiale, ma poi la ricerca si impantanò perché il Mycoplasma genitalium era troppo lento a crescere, ci volevano settimane per capire se l’esperimento aveva funzionato. Cambiarono dunque organismo, ne presero uno più grande ma più vivace, il Mycoplasma mycoides, e cercarono di creare un Dna sintetico molto simile a quello di questa specie.
Oggi Venter, molto invecchiato, in una conferenza via Skype organizzata da «Science» ha annunciato che questo genoma artificiale è stato trapiantato con successo in un altro batterio, il Mycoplasma capricolum: qui ha rimpiazzato il Dna dell’ospite e ora la nuova cellula si riproduce allegramente producendo le proteine codificate dal genoma "parassita".
«Pensiamo che sia davvero un risultato importante, sia dal punto di vista scientifico sia da quello filosofico. Di sicuro ha cambiato il mio punto di vista sulla definizione della vita e sul come questa funzioni», ha detto Venter, che ha poi spiegato: «È abbastanza sorprendente vedere, quando sostituisci il "software" Dna nella cellula, come questa immediatamente inizi a leggere il nuovo software, e inizi a produrre un nuovo set di proteine; in breve tempo tutte le caratteristiche della prima specie scompaiono e iniziano a emergere le peculiarità della nuova cellula batterica. Quando guardiamo alle forme di vita, tendiamo a vederle come entità fisse. Ma questa ricerca mostra come in realtà siano dinamiche, come cambino da un istante all’altro. La vita è principalmente il risultato di un software, di un processo informatico. Il Dna è quel software, le cellule lo leggono continuamente, fanno nuove proteine che a loro volta producono nuove componenti della cellula. Prima di oggi era difficile immaginare quanto dinamico fosse questo processo».
La vita è dunque un costante divenire, direbbe Eraclito.
>«Questo è uno strumento molto potente per cercare di progettare una biologia che faccia quello che vogliamo noi. Ho diverse applicazioni in mente», dice Venter che, con il suo J. Craig Venter Institute, ha fatto domanda per diversi brevetti. La società che ha cofondato con Smith, la Syntethic Genomics, ha finanziato buona parte della ricerca e ha stretto alleanze con Novartis e ExxonMobil. Tra le possibili applicazioni c’è infatti lo sviluppo di alghe capaci di catturare il biossido di carbonio (CO2) e trasformarlo in idrocarburi che possano essere trattati nelle raffinerie, o creare batteri in grado di mangiare gli inquinanti nel suolo, o di produrre sostanze per farmaci o alimenti. Si possono inoltre studiare metodi per velocizzare la produzione dei vaccini.
«Sono convinto che potremmo ridurre il tempo del 99%» sostiene Venter.
Tuttavia, nonostante il traguardo oggi raggiunto, la creazione di genomi "su misura" capaci di fare carburanti o farmaci, e la possibilità che questi funzionino una volta inseriti in una cellula ospite, è lontano. «Ci sono ancora grandi sfide da superare prima di poter pensare di creare un organismo dal nulla che faccia quel che vogliamo noi» ha detto Paul Keim, un genetista della Northern Arizona University, di Flagstaff. Insomma. Venter ha dato una sbirciatina nel futuro, ma le fabbriche di batteri artificiali che sgobbano per noi sono ancora fantascienza. Alcuni ricercatori hanno inoltre fatto notare che questo lavoro non ha creato una vera forma di vita sintetica, perché il genoma è stato inserito in una cellula esistente.
La ricerca, che ha impiegato una ventina di persone per oltre dieci anni, è costata 40 milioni di dollari.
Al momento le tecniche utilizzate da Venter sarebbero troppo complicate per risultare attraenti a qualunque terrorista. E Venter assicura che l'organismo prodotto è innocuo e comunque confinato in un laboratorio di alta sicurezza. Per il futuro stanno studiando sistemi per far sì che i nuovi organismi non possano scappare dal laboratorio: per esempio inserendo nel genoma geni "suicida", o utilizzando aminoacidi artificiali che non si trovano in natura. Tuttavia «questo esperimento riconfigurerà certamente la nostra immaginazione etica» ha detto Paul Rabinow, antropologo dell’Università della California (Berkeley), che studia la biologia sintetica. Man mano che nuove forme di vita artificiale saranno alla nostra portata sarà necessario creare apposite regole e forme di controllo. «Le possibilità di un uso improprio sfortunatamente esistono» ha detto a Science, Eckard Wimmer, della Stony Brook University (New York State), che nel 2002 creò il primo virus sintetico.
Lara Ricci,
http://lararicci.blog.ilsole24ore.com/2010/05/lera-della-vita-artificiale-ha-avuto-inizio.html