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Cor-rispondenze

lunedì 22 dicembre 2014

Esempi positivi


 
Caro professore,
Mi sono trovato a riflettere sugli esempi positivi che noi ragazzi possiamo avere al giorno d'oggi. Mi spiego, pare che noi giovani siamo rimasti senza ideali, senza speranze, e con la voglia di cambiare le cose, o quanto meno tentare, che va lentamente scemando. Insomma, siamo rimasti a corto di persone cui ispirarci, o quantomeno di nuove figure da emulare. Ovviamente è impossibile dimenticare grandi personaggi come Mandela, King, Gandhi, Guevara per il loro impegno e per le loro conquiste, ma purtroppo pare che episodi come "Ferguson" [Darren Wilson, il poliziotto che ha sparato a Michael Brown], che parevano ormai pallidi residui sulle divise delle forze dell'ordine statunitensi, siano destinati a ripresentarsi. Siamo rimasti orfani di una o più figure carismatiche, o meglio ispirate, e oramai la priorità fondamentale è diventata il "divertirsi", lo sballarsi, chiudere gli occhi su questo mondo destinato all'annichilimento e vivere oziosi "nell'isola che non c'è". Siamo ormai privi di quegli spunti e di quelle rivoluzioni in grado di renderci uomini e di ricoprire quelle cariche etico/politiche che non sono un nostro diritto in quanto esseri umani, ma sono un ancestrale dovere che grava sulle nostre spalle. Ora come ora siamo troppo vulnerabili anche ai dispotismi, non abbiamo più nulla in cui credere e qualsiasi potenziale "Hitler" non avrebbe vita difficile a riportare alla luce una nuova realtà autarchica. Pertanto professore la mia domanda è la seguente: è in grado la nostra terra di partorire altre "menti illuminate", è in grado di generare un fermento negli animi delle nuove generazioni, rendendoci coscienti delle responsabilità storiche che abbiamo (praticamente rifondare un’economia globale in sfacelo), oppure giunti a questo punto è praticamente impossibile? [...]
Filippo, IV B

Caro Filippo,
L’idea che ci troviamo a vivere un «tempo di povertà», un «dürftige Zeit», come direbbero i romantici, è stata frequente nella storia. È un’idea cara ai catastrofisti di ogni tempo che segnalano il procedere della storia da un’ipotetica età dell’oro verso un declino inarrestabile. C’è chi, accettando le analisi sulla “società liquida” prodotte da Zygmunt Bauman, ritiene che il mondo postmoderno non solo stemperi i dogmatismi, ma dissolva ogni certezza nel relativismo e c’è chi all’opposto considera che l’incertezza del nostro tempo sia prodotta dagli effetti di un’ossatura solidamente determinata dalle leggi del capitalismo. La mancanza di speranza sembrerebbe inevitabile, perché ogni visione profetica sarebbe impossibilitata ad emergere e ad illuminare oltre un certo tempo la società o perché fagocitata dalla struttura instabile su cui si fonda o perché soffocata da un’inamovibile base economica. Dici che avremmo bisogno di figure carismatiche, ma lo storico britannico Eric J. Hobsbawm ne “Il secolo breve” ci ha tuttavia insegnato che nel secolo scorso molte figure carismatiche «hanno arringato le folle e da queste sono state idolatrate» e che non sempre il carisma si coniuga con il bene. E se gettiamo uno sguardo retrospettivo sul Novecento non ci conforta neppure sapere che per diciannove anni non è stato consegnato il Premio Nobel per la pace e che nel 1948 la motivazione esplicita era che «non c'era nessun candidato idoneo vivente». Potremmo allora pensare di vivere in un inferno e che le speranze saranno sempre infrante. Trovo però molto importante ciò che Italo Calvino fa pronunciare a Marco Polo nelle “Città invisibili”. Scrive Calvino: «L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno cha abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Penso che sia in chiave laica sia in chiave religiosa abbiamo bisogno di buoni testimoni ordinari e non tanto di figure straordinarie. Il filosofo Remo Bodei scrive infatti che «oltre che di maîtres à penser, ci sia oggi bisogno di maîtres d'existence» (“Immaginare altre vite. Realtà, progetti, desideri”, 2013). E anche il priore della comunità Monastica di Bose, Enzo Bianchi, ritiene che al cristianesimo servano «testimoni non te­stimonial» (“Per un’etica condivisa”, 2009). E allora bisogna saper guardare con attenzione instancabile a persone e a comportamenti che, come scrive Calvino, meritano di essere imitati e riprodotti. Ci sono tantissimi uomini ordinari – meravigliosi maîtres d'existence – che selezionano il bene e cercano di “farlo durare, e dargli spazio”. Le “menti illuminate” ci sono, basta che uno sappia scegliere ciò che vuole salvare e come vuole vivere. E anche a livello mondiale ci sono testimoni. Quest’anno, infatti, il Nobel per la Pace è stato assegnato. All’indiano Kailash Satyarthi e alla giovane pakistana Malala Yousafzai, “per la loro lotta contro la soppressione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all'istruzione”. La speranza individuale è sempre alimentata da relazioni di cura. Queste relazioni sono, secondo me, gli "esempi positivi" da preservare.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 15 dicembre 2014

Come sarà crescere?




Caro professore,
volevo parlarle di questo periodo, che è il classico momento adolescenziale che tutti vorrebbero dimenticare, perché credo che sfogarsi con un foglio sia molto più liberatorio che farlo con una persona... È come se tutte le ansie, le responsabilità e le paure mi stessero schiacciando e non mi sento pronta ad affrontarle... credo che la cosa più difficile sia dover scegliere, per qualsiasi cosa vorrei che qualcun altro lo facesse per me. Qualche settimana fa ho dovuto prendere una decisione, e con questa mi sento di aver deluso un po’ tutti. La cosa che più mi fa stare male è essermi “divisa” dal mio migliore amico; può sembrare banale, ma mi manca molto e quello che mi preoccupa è che io non manco a lui. In parte ero preparata a questa reazione, ma speravo che avremmo provato a continuare la nostra amicizia anche non vendendoci più tutti i giorni. Io gli scrivo con qualsiasi scusa solo per sentirlo e sapere come sta, ma da parte sua non c’è nessun interesse... forse mi ero illusa, ma mi sento inutile. Nessuno si accorge di me e a nessuno importa come sto, i viaggi in treno, poi, non aiutano, mi fanno pensare, e a volte credo che il problema sia io, forse non piaccio alle persone. Ed è in questi momenti che mi odio, odio il mio carattere, vorrei essere più impulsiva e sicura, ma non ce la faccio, mi sento sempre sottomessa alle altre persone, mi sento indesiderata e costantemente giudicata. Potrei continuare ad annoiarla con le mie paranoie, ma mi sento egoista e superficiale a parlare di queste banalità, quando ci sono persone che soffrono per motivi molto più validi. Quindi, la domanda che le pongo, tra tutte quelle che le vorrei fare è: sarà sempre così “difficile” vivere? O quando si cresce, cambia? Insomma, com’è l’essere adulti? È questo, forse, quello che mi spaventa.
Alice, IVA

Cara Alice,
Fabio Volo ne “Il tempo che vorrei” ha inventato un personaggio, Lorenzo, che ha costruito il proprio rapporto positivo con la lettura il giorno in cui un amico ha scelto un libro per lui. In certi casi una “mano” che seleziona nella babele della vita può facilitare un incontro, aprire nuove direzioni allo sguardo ordinario e all’ideazione rituale. Ma nelle relazioni interpersonali siamo noi a scegliere e ogni scelta può anche generare sconforto. Si deludono le persone quando non si corrisponde alle loro proiezioni sulla nostra vita. Tuttavia, non sempre possiamo agire secondo le aspettative, perché non siamo attori che recitano quotidianamente uno stesso copione teatrale (come avviene ad esempio dal 1952 al New Ambassadors Theatre di Londra per la rappresentazione del grande classico di Agatha Christie “Trappola per topi”, “The Mousetrap”), e non viviamo per soddisfare le attese o per conformarci a regole che altri hanno stabilito per noi. Cercando di essere graditi a tutti, dimentichiamo il nostro compito più impegnativo: vivere creando la nostra specifica individualità. Soren Kierkegaard diceva che «la scelta decide circa il contenuto della personalità» (“Aut-Aut”), pertanto nelle scelte deliberiamo qualcosa di molto importante: stabiliamo chi vogliamo diventare. Così, talvolta, i nostri comportamenti possono apparire inopportuni, ma diventano indispensabili per non diventare prigionieri di desideri che non ci appartengono. Certo, poiché viviamo di relazioni, scontentare qualcuno significa anche modificare il rapporto e ogni assestamento relazionale produce sofferenza o genera  un’ansia eccessiva che può impedire il cambiamento. Preferiremmo non essere giudicati e vedere famigliari e compagni come osservatori imparziali che accettano i nostri cambiamenti. Ma per essere autentici, ci possiamo concedere anche il privilegio di deludere qualcuno. Ricordo che lo psichiatra francese André Christophe diceva che gli uomini si devono concedere qualche licenza. Ne elencava cinque: «il diritto di sbagliarsi, il diritto di fermarsi, il diritto di cambiare idea, il diritto di deludere, il diritto di arrivare a un risultato imperfetto». Abbiamo dunque anche il diritto di deludere. Non perché ci prendiamo gioco di una persona, certo, ma perché nel tentativo di dare forma alla nostra esistenza selezioniamo ciò che è coerente con i nostri ideali e ciò che non lo è. Il senso di colpa è il prezzo che si paga quando si prende una decisione in conformità al proprio senso morale e alla propria sensibilità. Credo che tu ti senta in colpa almeno per due motivi: per «senso di responsabilità» e per aver originato «una separazione». Nel primo caso considera che anche i genitori si sentono in colpa quando si ammala un figlio e si chiedono se potevano stare più attenti o fare di più. Altrettanto accade quando si lavora in gruppo: a volte ci si sente responsabili per sofferenze di cui non si è causa diretta. E poi ti senti in colpa «per la separazione». Ma in ogni cultura, tuttavia, il momento del distacco dalla famiglia o dalla comunità è segno di maturazione, perché se manca la separazione non si genera l’autonomia. Fino ad ora hai considerato solo la delusione degli altri, ma è bene che tu consideri anche la tua, in fondo anche tu provi sconforto per non vedere realizzate le tue speranze. Chiedi se quando si cresce questo senso di sconfitta cambierà. In parte, perché gli adulti hanno già passato al setaccio del tempo le amicizie, ma anch’essi soffrono per le scelte che devono compiere: ad esempio: a chi essere fedeli? Ad una tradizione religiosa o politica, al proprio passato o ad un nuova valutazione della vita? Si può rispondere in molti modi, ma se uno rimane affezionato alla ricerca della verità e alla propria autenticità metabolizzerà senza tanto rammarico i propri cambiamenti come costituenti necessari di una buona vita.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 24 novembre 2014

Il pregiudizio

Ragazzo in carrozzina studia al tavolo di una biblioteca


Caro Alberto,
io non ti conosco e tu non mi conosci, ma se mi vedi per strada con mio fratello sono certo che ti vengono in mente parole e pensieri che ci riguardano, senza conoscere la nostra storia. Io ho un fratello disabile, io lo vedo ogni giorno, ha ventitré anni, lo saluto, non risponde, non so se ha capito o meno. Non so che emozioni prova: NESSUNO lo sa. Di conseguenza, se io che sono una persona vedo mio fratello che sì, va bene, è diverso, ma è pur sempre umano, ha due occhi, un naso e una bocca, perché devo prenderlo in giro? Perché devo guardarlo male se non so cosa prova? Per esempio, un giorno abbiamo guardato il «Re leone», ha pianto, ma non so se era commosso o se voleva smettere... Perché la gente “pregiudica” un altro senza sapere cosa prova? (In generale, non solo nel caso di mio fratello). Grazie.
Andrea, II B

Caro Andrea,
Il pregiudizio «pregiudica», ossia nuoce, perché colpisce con viltà e lede la dignità di una persona. La scelta del verbo “pregiudica” ricorda quei bellissimi lapsus di cui parla Freud nella “Psicopatologia della vita quotidiana”. Il padre della psicoanalisi afferma che dietro ad un lapsus c’è sempre un fondo di verità: la bambina a cui venne chiesto se preferiva la cioccolata o i giocattoli rispose che voleva i "cioccolattoli". La verità del suo desiderio esprimeva non un’alternativa, ma la volontà di possederli entrambi. Così mi pare che anche tu, “inconsciamente”, abbia rivelato una profonda realtà. Nella tua meravigliosa e commovente testimonianza hai infatti unificato “preconcetto” e “giudizio svalutativo” nel verbo “pregiudica” che sintetizza come convinzioni erronee e verdetti negativi arrechino danni immensi e sofferenze gratuite in chi li subisce. I preconcetti pregiudicano, perché compromettono sul nascere la relazione e chi offende non si rende conto del dolore che causa alla persona che si sente sminuita, offesa ed esclusa. Quando affermi che “non sappiamo cosa provano” gli altri, affermi una profonda verità, ma per scoprirlo non abbiamo solo bisogno delle parole, ma della capacità di sentire. Un tempo questa capacità si chiamava “simpatia” e Adam Smith (Teoria dei sentimenti morali, 1749) diceva che tutti gli uomini la possiedono, perché è un sentimento che permette loro di sintonizzarsi con il prossimo Siamo capaci di piangere persino per la rappresentazione simulata di una tragedia»), mentre il filosofo scozzese David Hume, nel secondo libro del “Trattato sulla natura umana”, (1739-40) dedicato alle passioni, sottolineava come questa inclinazione maturasse nelle relazioni interpersonali («alla simpatia son necessarie delle relazioni» [...] e «diminuisce quando rescindiamo le relazioni»). Dalla simpatia oggi si è passati all’empatia. Si tende infatti sempre più a giudicare la maturità di un persona non tanto in base ad un’intelligenza astratta o alla capacità di risolvere un problema, ma in base al sentimento di empatia che prova nei confronti dei suoi simili. Nell’educazione si parla di “relazione di cura”, nella psicologia di “intelligenza emotiva”, nella giustizia si sottolinea l“immedesimazione”. Persino l’economista statunitense Jeremy Rifkin ne “La civiltà dell’empatia” (2009) ritiene che il tratto peculiare della nostra civiltà dovrà essere caratterizzato da tale competenza. Scrive l’autore: «Se nel mondo agricolo la coscienza era governata dalla fede e in quel­lo industriale dalla ragione, con la globalizza­zione e la transizione all'era dell'informazione, si fonderà sull'empatia, ovvero sulla capacità di immedesimarsi nello stato d'animo o nella situazione di un’altra persona». Sappiamo che l’empatia si sviluppa nell’infanzia e si corrobora nell’adolescenza e nell’età adulta. Dipende inizialmente dalla genetica: con la scoperta dei neuroni specchio”, i “neuroni dell’empatia”, i biologi hanno evidenziato la predisposizione genetica alla relazione empatica, ma poi sono fondamentali le relazioni che i genitori sanno instaurare con i bambini nei primi mesi di vita, un processo che John Bowlby ha definito efficacemente come “attaccamento”. L’evoluzione empatica si alimenta anche dei valori che una famiglia condivide, della sua visione del mondo, della cultura a cui si abbevera. Se Rifkin ritiene che «ci stiamo rapidamente evolvendo verso l'Homo em­paticus», sappiamo quanto sia doloroso, soprattutto per un ragazzo, essere oggetto di pregiudizi negativi e proviamo sempre più fastidio per coloro che non sanno mettersi nei panni degli altri. Il romanticismo tedesco utilizzava la parola Einfühlung, “immedesimazione”, per segnalare la capacità di afferrare il significato autentico di un’opera d’arte. Se tale immedesimazione è necessaria, allora il limite alla comprensione dell’altro non è solo un limite cognitivo, ma è un limite del sentire, dell’intelligenza emotiva”. Chi non ha maturato questo costituente non sa riconoscere l’altro, lo spoglia dell’umanità, lo considera oggetto e non soggetto. La relazione con tuo fratello ha forgiato in te una finezza nell’avvertire le sfumature del dolore che molti uomini non conoscono. Questa finezza ti permette di captare cosa sente l’altro, e questo è il livello più alto dell’essere uomo. Ho pensato a ciò che può aver avvertito tuo fratello guardando il “Re leone” e ho trovato nel libro di Jeremy Rifkin una citazione di Carl Rogers efficace: “Quando una persona capisce di essere sentita profondamente, i suoi occhi si riempiono di lacrime. Io credo che, in un senso molto reale, pianga di gioia. È come se stesse dicendo: «Grazie a Dio, qualcuno mi ascolta. Qualcuno sa cosa vuol dire essere me»”.
Un caro saluto,
Alberto
oggetto

lunedì 17 novembre 2014

Collezioniamo momenti



Caro professore,
Sentiamo sempre più spesso ormai il bisogno di fotografare cosa ci sta attorno. Persone, oggetti, messaggi. Vedo tutte queste persone con queste macchine fotografiche enormi e supertecnologiche o con i telefoni in mano pronti a scattare, ed è strano. È strano perché io mi chiedo perché lo stiano facendo, perché sia così necessario catturare un preciso istante della nostra vita. Perché? Ho paura che sia per non dimenticare, ma dimenticare cosa? Collezioniamo momenti, ma io non ne capisco il motivo.
Sara, III D

Cara Sara,
L’espressione «collezioniamo momenti» è bella ed efficace: esprime un bisogno profondo e mette in evidenza anche alcune fragilità dell’uomo che non si accontenta di vivere, ma vuole perpetuare la vita e moltiplicare gli istanti di felicità, per goderli anche quando non è soddisfatto del proprio vissuto. Un po’ come fanno le formiche prima dell’inverno, quando raccolgono le briciole per sfamarsi nei periodi di magra, così gli uomini catturano istanti per prolungare la rifrazione di un attimo felice. In fondo, il mondo non fa altro che meravigliarci e le fotografie ci restituiscono la sua complessità: se il tempo cancella rapidamente la vita, l’uomo desidera contro il tempo riaffermarla, sottrarla al dissolvimento, per proiettare nel futuro qualche pulsazione luminosa, per riacciuffare la propria vita in un fotogramma e fondersi nuovamente in essa. Il tempo del mondo è vertiginoso e contratto, quello della vita è lento e disteso. Allora a volte le fotografie sono un modo per dilatarlo, consentono all’uomo di isolare particolari, soffermarsi su dettagli o suggeriscono nuovi pensieri. Credo che siano come parole o elementi della sintassi della propria storia personale. Parole, perché scatti ravvicinati esprimono ciò che il nostro analfabetismo linguistico non riesce a descrivere né quello emotivo a evocare senza figure di supporto. Ma sono anche lo sfondo da cui si originano nuovi discorsi che vogliamo sentire appropriati e che senza l’ausilio di ciò che si è ancorato sulla carta o nei file non siamo più in grado di pronunciare. La fotografia, che letteralmente è “scrittura con la luce”, oggi serve per far “venire alla luce” il mondo, in quanto permette la scoperta di particolari della natura e della vita. La ripresa differita di tali frammenti fa sì che la felicità si re-innesti nella memoria e attraversi il cuore. Per questo per gli antichi “ricordare” era un “re-cordare”, reimmettere nel (cor) cuore. È, in fondo, la nostra piccola ricerca del tempo perduto. L’errore è che spesso crediamo che per acciuffare la vita se ne debba riprodurre il più possibile. E passiamo dalla selezione alla collezione. La selezione implica una scelta, la collezione è incapacità di scegliere. La scelta è regolata da un senso, la collezione da assenza di visione. Gli scatti che anche tu senti così compulsivi suscitano attenzione, perché segnalano una caratteristica della nostra epoca: invece di scendere in profondità rimaniamo in superficie accumulando. L’accumulazione di istanti è il nuovo modo di stare al mondo: consente di creare la propria identità e di certificare la propria storia. Così la paura di perdere il momento che si sta vivendo o di non viverlo a sufficienza porta ad uno sdoppiamento dello sguardo: si vive il presente con l’occhio (fotografico) che mira più alla registrazione e alla posticipazione del vissuto che all’identificazione completa con la vita che scorre. Abbiamo bisogno di un’eco successiva per considerare un episodio finito. L’evento non si compie nel momento in cui lo si vive, la sua conclusione è sempre posticipata come se esso acquistasse un “valore aggiunto” in base alle persone che lo vedranno e lo commenteranno. Ma il collezionismo implica la “lacuna” in una serie: di quante fotografie abbiamo bisogno per certificare il nostro vissuto? Dieci, cento o mille? Tendiamo a riempire i vuoti tra un fotogramma e l’altro, per impossessarci della vita, per riprodurla integralmente. Abbiamo paura di perdere la realtà e pensiamo affannosamente di possederla replicando le immagini di essa. Ma la vita non è la collezione di tutti i momenti (non avremo mai il tempo di contemplarli integralmente). Penso che un rimedio a questa corsa forsennata dietro la duplicazione di ogni istante consista nell'adottare uno sguardo che sappia scrutare la realtà in lontananza. Lo scrittore Claudio Magris in “Danubio” ci aiuta a considerare non solo la dimensione orizzontale della vita, ma la sua stratificazione grazie alla letteratura. Scrive l’autore: «Non so se qualche scrittore di fantascienza abbia inventa­to una macchina fotografica spazio-temporale capace di riprodurre, magari in ingrandimenti successivi, tutto ciò che nei secoli e nei millenni è esistito in quella porzione di spa­zio inquadrata nell'obiettivo. Come le rovine di Troia con gli strati delle nove città o una formazione calcarea, ogni pezzo di realtà esige l'archeologo o il geologo che la decifri e forse la letteratura non è altro che quest’archeologia della vi­ta». La letteratura è pertanto una fotografia di profondità che, mettendo in luce l’archeologia della vita, consente di rallentare il tempo, di viverlo meglio e di comprenderlo: è una fotografia che seleziona e non accumula. Per questo ci consente di sfuggire alla tirannia dell’istante.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 20 ottobre 2014

Il destino




Caro professore,
Nell’“Eneide” come in “Edipo Re” il destino o fato è visto come un qualcosa di immenso e superiore anche agli dei a cui niente e nessuno può sottrarsi, e cercando di sfuggirgli non si fa che andargli ancora più incontro. Mentre ad esempio nel cristianesimo il destino viene completamente sostituito dalla volontà. Alcune correnti di pensiero credono che tutto ciò che facciamo, abbiamo fatto o andremo a fare sia già scritto e non possa essere cambiato in alcun modo; se così fosse a mio parere non avrebbe senso vivere, perché non saremo spinti al cambiamento e ad uscire dalle situazioni in cui ci troviamo per migliorare, visto che le nostre scelte sono già decise. Altri invece credono che il nostro avvenire sia dato dal susseguirsi delle scelte che compiamo ogni giorno, così facendo possiamo migliorare e decidere il nostro futuro. Il mio pensiero è che in ogni istante il destino ci mette di fronte a scelte e opportunità che noi possiamo cogliere o meno, e questo comporta il susseguirsi degli eventi che ne conseguono, quindi credo in un destino plasmabile dalle nostre scelte. Dunque, esiste o no il destino?
Alice, 4D

Cara Alice,
Durante una disputa tra gli dei che reclamano tutti dei favori, Giove ad un certo punto si spazientisce e dice: «Qualcuno di voi crede forse di essere così potente da poter vincere il destino?». Se il re degli dei avesse potuto intervenire sulla necessità che regola il mondo non avrebbe fatto invecchiare suo figlio Èaco. Per questo afferma: «Anche voi dipendete dal destino, e anch’io, se ciò può consolarvi» (Ovidio, Metamorfosi, cap. IX). Il destino è dunque concepito più forte degli dei. Seneca si lamenta e parla di un «destino crudele, che mai risponde al merito!» quando cerca di confortare Polibio per la morte del fratello (“Consolazione a Polibio”). Ed è certamente vero che il cristianesimo ha sostituito al destino la provvidenza. Scrive infatti Agostino ne “La città di Dio” che «il mondo non è retto da un destino cieco ma dalla provvidenza del sommo Dio» (13.2). Alla cecità asettica del fato si è sostituita la provvidenza amorevole di Dio. Oggi più prosaicamente parliamo di caso, di combinazioni propizie o infelici. Se un bambino muore per una malformazione, diciamo che è causa dei geni, se un adulto parte dall’Europa e si iscrive all’Isis, diamo causa al suo temperamento o alla sua cultura, se accade un incidente automobilistico diciamo che probabilisticamente può avvenire. Le componenti biologiche, la famiglia, la cultura, le concomitanze della vita condizionano in modo profondo ogni essere umano. Fino a determinarlo? Forse, è anche possibile, ma occorre tuttavia non confondere la sorte con il destino. Mentre la sorte è l’insieme delle condizioni che si intrecciano nella vita, il destino implica l’attività del soggetto. È costituito da scelte personali dentro una trama di relazioni e restrizioni; è la strada che scegli di percorrere, nonostante gli imprevisti fortuiti o svantaggiosi. Ci sono eventi che diventano il nostro destino o aprono la strada ad esso. Il filosofo tedesco contemporaneo Rüdiger Safranski in un testo su Heidegger ha scritto che «I poeti, i pensatori e gli statisti diventano destino per gli altri perché essi hanno quella «creatività» per mezzo della quale viene al mondo un qualcosa che crea attorno a sé una «corte» in cui ci sono nuove condizioni dell'esserci e nuove evidenze». Non parla di un destino già scritto, di leggi immutabili, ma di «condizioni» che possono orientare la vita. In certi periodi vengono al mondo «nuove condizioni» e «nuove evidenze» per l’uomo (l’esserci) che orientano le scelte individuali e collettive, grazie alla creatività dell’uomo. La nostra società offre condizioni incredibili: ci muoviamo in treno e in aereo e non con la diligenza. Dunque, treno e aereo hanno creato destino, ossia nuove possibilità entro le quali inventare la vita. La musica di Bach ha aperto una strada nuova nella musica, anch’essa ha segnato un destino, perché molte persone a partire da quelle opere d’arte hanno intravisto nuove teorie o prospettive. La scuola che stai frequentando con le sue materie e la sua variegata complessità creerà altro destino. Perché ti aprirà dei percorsi possibili. Allora, proprio grazie a queste aperture, il destino è qualcosa che può essere scelto nella trama degli avvenimenti inattesi della vita. In questo senso, le letture, le relazioni aprono aree di novità che permettono prima di essere esplorate e poi eventualmente scelte. Se fossimo completamente programmati vivremmo in un mondo senza destino, perché non potremmo stabilire la destinazione nella vita. Strutturare se stessi genera movimento, il darsi forma genera direzione e predispone ad un certo futuro. In questo senso il destino è destinazione di sé. Occorre concentrarsi non su ciò che è ineluttabile né sugli ostacoli che possono far naufragare i progetti («il destino crudele che mai risponde al merito»), ma sulle decisioni che agevolano la propria realizzazione nonostante le difficoltà. Non su ciò che ci vincola, ma su ciò che determiniamo. Allora il destino dipenderà dall’impegno e dalla passione che metti nel tuo lavoro. Sono le decisioni ripetute a crearlo. È fatale! (ossia: questo sì che è inevitabile).
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 13 ottobre 2014

La crescita


 pil-economie-mondiali-2013

Caro professore,
[...] Tutti ne parlano, dai tecnocrati ai politici di qualsiasi schieramento, dai giornali alle televisioni: la crescita, lo sviluppo economico, l’aumento della produttività sono le uniche vie per superare il periodo di austerità che inevitabilmente siamo costretti ad attraversare. Non c’è altra via d’uscita. È già stato tutto deciso. Dobbiamo farcela, dobbiamo crescere.….per forza! Ma se non fosse cosi? Non mi ritengo certo un esperto, ma credo sia inevitabile per tutti domandarsi dove ci condurrà questa crescita così lodata e perseguita fino alla paranoia. E se non servisse a nulla? Lei è convinto, come la maggioranza degli uomini, che siano sufficienti un più rigido controllo sul bilancio statale e qualche intervento per sostenere lo sviluppo per cambiare le sorti dei Paesi in difficoltà oppure comincia ad avere qualche perplessità sulle soluzioni che ci vengono proposte dai potenti della terra? Non le appare ridicolo e degradante che l’unico orizzonte che attende la mia e la sua generazione si fondi sul consumismo di massa, sul profitto per amore del profitto e sulla competizione ad oltranza di tutti contro tutti?[...]
Con affetto,
Alberto Cappello, IV

Caro Alberto,
Riporto una piccola parte di una tua lunghissima e articolata riflessione. Intanto, complimenti per l’analisi, impegnativa e responsabile. Individui una questione cruciale e sollevi giustamente il problema se vi sia davvero una corrispondenza necessaria tra Pil e qualità della vita. Credo che molte persone si siano chieste – dopo aver sentito da tutte le parti sottolineare l’ostentazione della crescita – se l’imperativo del progresso incessante e imprescindibile sia diventato più una condanna che un auspicio. La filosofa contemporanea Martha Nussbaum (insegna “Law and Ethics” all’Università di Chicago) ha intitolato un libro “Creare capacità. Liberarsi dalla dittatura del Pil” (Il Mulino, 2012). Questo testo mi sembra che incoraggi le tue osservazioni. Nussbaum sostiene che, per liberarsi dalla “dittatura del Pil”, occorra creare capacità e non solo ricchezze. Sia Nussbaum sia il premio nobel per l’economia Amartya Sen sostengono che la semplice valutazione del Pil non rende infatti conto delle enormi disuguaglianze all’interno di uno Stato né del livello di vita degli abitanti. La tesi sostenuta dalla filosofa fa riferimento ad un nuovo modello noto come «approccio dello sviluppo umano» o come «approccio della capacità». In sostanza ci si chiede «cosa sono effettivamente in grado di essere e di fare le persone? Quali sono le reali opportunità a loro disposizione?». Da alcuni anni sono stati introdotti altri indicatori per la valutazione della crescita di un Paese. Uno di questi è l’ISU (l’indice di sviluppo umano). L'Indice di sviluppo umano (HDI-Human Development Index) è un indicatore di sviluppo macroeconomico realizzato dall'economista pakistano Mahbub ul Haq nel 1990. Questo autore ha scritto che «La vera ricchezza di una nazione è il suo popolo. E l'obiettivo dello sviluppo è creare un ambiente che consenta alla gente di godere di una vita lunga, sana e creativa. Questa verità molto semplice, ma potente, viene spesso dimenticata nell'inseguimento della ricchezza materiale e finanziaria» (cit. in Nussbaum, p. 11). È vero, l’aumento del Pil non aumenta automaticamente la qualità della vita, perché spesso i vantaggi della ricchezza non raggiungono le famiglie povere. Una buona politica dello Stato potrebbe offrire: assistenza sanitaria, cure mediche, credito e istruzione. Davvero tutte le persone possono accedere ai beni di una nazione? Spesso, come mostra Nussbaum, le ricchezze finiscono nelle tasche di alcuni gruppi privilegiati. Quindi è vero quello che scrive l’autrice che «La crescita è buona se le politiche dei governi sono in grado di adottare azioni pubbliche in grado di incidere sulla vita dei cittadini». Il Pil infatti «guarda la media e trascura la distribuzione» e, come potrai vedere, ben dimostrato nel testo, la crescita economica non migliora automaticamente la qualità della vita in settori cruciali quali sanità, istruzione o libertà politica. Riporto due osservazioni chiarificatrici della filosofa: «L'India ha reso molto peggio della Cina in termini di aumento del Pil, eppure è una democrazia estremamente stabile, con libertà di base assolutamente garantite; la Cina no. Inoltre, i dati raccolti nei rapporti sullo sviluppo umano rivelano che la classifica nazionale basata sull'Indice dello sviluppo umano (Isu), calcolata su fattori come istruzione e longevità, non è la stessa di quella ottenuta sulla base esclusiva del Pil medio: gli Stati Uniti slittano dal primo posto come Pil al dodicesimo come Isu, ed è ancora peggio su altre specifiche capacità» (Nussbaum, p. 52). Quando si riferisce ad altre specifiche capacità, Nussbaum fa riferimento, ad esempio, all’ISG (Indice di sviluppo di genere). Questo indicatore segnala se anche le donne abbiano la stessa possibilità degli uomini di accedere all’istruzione, alla sanità e alla partecipazione politica. Se leggerai il testo, scoprirai le dieci capacità fondamentali che uno Stato dovrebbe prendere in considerazione nella valutazione della crescita (vedi pp. 39-40).
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 6 ottobre 2014

La mia madrepatria

Tour Of Croatia And Bosnia & Herzegovina
 
Caro professore,
Mi sono sempre chiesta perché tra tutti i posti al mondo io e la mia famiglia siamo venuti a vivere in Italia. È partito tutto dal fratello di mio padre il quale era qua e così siamo venuti anche noi, Ma perché? Perché anche lui doveva venire in Italia? Io preferisco vivere in Bosnia e spero di riuscire a tornarci per sempre.
Sanela, III D

Cara Sanela,
Lo scrittore austriaco Hugo von Hofmannsthal, vissuto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, paragonava la sofferenza della lontananza al tormento che un uomo prova quando costeggia su una grande nave il proprio luogo natio e lo contempla a distanza: «E ne vede / le vie, ne sente gorgogliare le fontane, odora / il profumo dei glicini, se stesso vede / bambino, stare presso la riva, con occhi di fanciullo / che sono angosciati e vogliono piangere, vede / per la finestra aperta la luce della sua camera - / ma la grande nave lo porta / oltre, scivolando senza suono sull’acqua blu cupo / con gialle gigantesche vele di foggia straniera». Nei luoghi d’infanzia ognuno vede se stesso bambino e, data la giovane età, tu rivedi tutta la tua storia e non solo parte di essa. Tuttavia, la vita in cui siamo imbarcati a volte impone di riscrivere il nostro destino in altri luoghi. Belli, ma stranieri. Ossia estranei. Così l’allontanamento fisico si tramuta in un esilio dalla propria origine. La madrepatria è terra d’origine, ma l’origine non è solo il punto di partenza, è ciò da cui discendiamo, la fonte che alimenta la nostra vita. Per questo la lontananza genera dolore, perché ci sottrae parte di un nutrimento essenziale. Soffri perché a sedici anni vivi un allontanamento imposto dal luogo della tua formazione. A volte crediamo superficialmente che per migliorare le condizioni di vita l’abbandono di certi luoghi sia una sorta di necessaria liberazione, ma dimentichiamo che la vita di ciascuno è plasmata dagli odori e dai colori dei luoghi natii; ed è come una pianta strappata dal terreno con le radici, che ha bisogno di molto tempo per reinserirsi in un nuovo ambiente e radicare. Eugenio Borgna ci ha insegnato quanto questa esperienza di «lontananza emozionale e di indicibile estraneità» sia dolorosa. La patria, è qualcosa di più della «terra dei padri». I tedeschi usano la parola Heimat, che ha una connotazione semantica più forte, contiene all’interno la parola «Heim», casa, e indica il luogo in cui si è nati o in cui si ci sente a casa. Lo storico Hermann Heidegger – figlio del filosofo del Novecento Martin Heidegger – racconta che hanno la stessa radice «Heim», casa, «Heimat», patria e «heimlich», segreto. In questo senso nel luogo d’origine si percepisce un’intimità e ci si sente a casa, perché si avverte che qualcosa ci protegge, facilita le relazioni e ci tutela; si sente che il luogo natio custodisce il “segreto” della nostra vita, ciò che di più intimo abita in noi. Il tuo amore per la Bosnia è davvero speciale, perché alla fine dichiari che vorresti ritornare là «per sempre». L’avverbio temporale segnala il profondo legame con il tuo mondo: «per sempre», infatti, non è solo un modo di dire, ma è la formula di un promessa solenne, di un impegno amoroso, quasi un voto. Seneca scriveva a Lucilio: «Ulisse si affretta verso le rupi della sua Itaca come Agamennone alle famose mura di Micene; nessuno ama la patria perché è grande, ma perché è sua». Questo attaccamento è consistente, perché senti una forte appartenenza alla tua terra, la senti “tua”. Tuttavia, l’origine non è solo un punto nel passato, né una derivazione, ma è un processo. E nel processo della crescita ci sono momenti di estraniazione più o meno forte. Il processo è dato da un insieme di avvenimenti che devono accadere. In questo senso quello che ci costituisce è solo iniziato, ma può proseguire ovunque. Lo scrittore Claudio Magris, nel libro “L’infinito viaggiare” (Mondadori 2008), dice che la casa natale non è necessariamente nell’infanzia, ma si trova alla fine del viaggio. Scrive Magris: «Quest’ultimo è circolare; si parte da casa, si attraversa il mondo e si ritorna a casa, anche se a una casa molto diversa da quella lasciata, perché ha acquistato significato grazie alla partenza, alla scissione originaria. Ulisse torna a Itaca, ma Itaca non sarebbe tale se egli non l'avesse abbandonata per andare alla guerra di Troia, se egli non avesse infranto i legami viscerali e immediati con essa, per poterla ritrovare con maggiore autenticità». Ti auguro di ritrovare la tua patria, ma ti assicuro che il luogo che ospita tutti noi ha bisogno anche di te, della tua storia e della tua esperienza; compagni e insegnanti ti vogliono bene e la tua presenza arricchisce tutti di una cultura di cui nessuno può fare conoscenza autentica se non tramite la tua voce. Come tu ami molto la tua città, Dante amava moltissimo Firenze, perché era nato lì («noi, che pure prima di mettere i denti abbiamo bevuto l’acqua dell’Arno e amiamo Firenze»). Poiché ora anche tu sei una fonte che alimenta la vita di altre persone, nella trama delle relazioni ci aiuterai a considerare che, oltre alle nostre piccole e care Heimat, come scrive Dante, dovremo imparare ad avere «per patria il mondo, come i pesci il mare» (De Vulgari Eloquentia,(libro I, VI).
Un caro saluto,
Alberto