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Cor-rispondenze

lunedì 28 marzo 2011

La tragedia



Caro professore,
In questi giorni abbiamo assistito a due grandi tragedie in Giappone: una a causa di un evento naturale, il terremoto, e una nella centrale nucleare di Fukushima. Quest’ultima è ancora più drammatica della prima, causata dello stesso terremoto ma ingigantita dalle creazioni dell’uomo‎. Nel mondo classico le tragedie erano causate solo da eventi naturali, dal fato e dal destino, ma l’uomo non era in grado di distruggere tutto, ora le tragedie (eventi naturali+azione dell’uomo) sono ancora più pericolose, perché grazie ai prodotti umani la natura e la vita stessa sono ancora più in pericolo. Forse per la tragedia e la sofferenza oggi non basta più chiedere conto a Dio. Il mondo continua a essere tragico come dicevano gli antichi.
Alessandro


Caro Alessandro,
Gli eventi drammatici del Giappone fanno certamente pensare anche all’azione dell’uomo a cui fai riferimento. Vorrei fare alcune distinzioni sulla parola “tragedia” da te usata, per mettere un po’ in luce il senso differente attribuito agli eventi tragici nella cultura greca e in quella cristiana. Usiamo la parola tragedia ormai senza percepire più il significato profondo originario, quello che caratterizzava la forma drammatica per eccellenza dei greci.
Conosciamo la tragedia come sciagura individuale o collettiva, mentre la tragedia come forma drammatica non è universale. La tragedia è di origine greca. I disastri naturali, la violenza, la morte, la rappresentazione della sofferenza e la vita eroica sono riprodotti da molte culture, ma la tragedia è greca e non può essere avvicinata neppure alla tradizione ebraico-cristiana. Neppure il libro di Giobbe può essere considerato tragico, né le tribolazioni del protagonista possono essere considerate tragedia. Perché Giobbe viene ricompensato per le sue sofferenze e, come dice giustamente Georges Steiner ne La morte della tragedia: “dove c'è ricompensa, c'è giustizia, non tragedia”. Dio è giusto, anche nell'ira. A volte sembra che la giustizia di Dio sia lenta, eccessivamente lenta, ma alla fine anche il percorso di vita più tortuoso è sorretto dalla razionalità e dalla giustizia di Dio. Anche dove l’oscurità delle vicende non consente di cogliere la trama della vita il cristiano è comunque certo che una ragione sorregge tutto. Il greco, no. La tragedia ha origine dalla riflessione sull’indifferenza della natura, sulla necessità cieca delle forze che operano nel mondo. E tragedia significa accettazione della catastrofe. Il protagonista della tragedia finisce male, perché è soggiogato da forze che la razionalità non può spiegare né potrà mai vincere. L’irrazionalità è l’elemento fondamentale. Se la disgrazia, la rovina, lo sfacelo si potessero prevedere o risolvere con mezzi tecnici o sociali, con il miglioramento della condotta individuale, con il pentimento delle persone, ci sarebbe un dramma, ma non una tragedia. L’evento tragico è qualcosa che non si può risolvere né con le leggi sociali, né con la psichiatria, né migliorando i rapporti economici. La tragedia è irreparabile, non c’è ricompensa per le sofferenze passate. Giobbe invece, alla fine riacquista il doppio delle asine, perché Dio è giusto, ma Edipo non riacquista la vista, né il trono di Tebe.
La tragedia insegna che il dominio della ragione per quanto riguarda la giustizia è circoscritto, e che non c'è progresso scientifico, risorsa tecnica che possano aumentarne il suo raggio d'azione. All'esterno dell'uomo e dentro l'uomo sta l'alterità del mondo, dice Steiner. E l’alterità del mondo è irriducibile alla volontà sia del singolo sia del gruppo.
Il destino cieco, la furia bruta ci tendono l'agguato e ci distruggono. La condanna è sempre sproporzionata alla colpa (ammesso che vi sia una colpa). Ma è inutile chiedere spiegazioni razionali. Le cose stanno così, inesorabili e assurde. E la punizione è sempre più grave di ogni possibile colpa. Questa è un'intuizione importante, terribile e spietata della vita. Un eccesso di sofferenza, ed è grazie ad un eccesso di sofferenza che l'uomo acquista il diritto alla dignità. Debole, avvilito, mendicante, cieco cacciato dalla città, acquista una nuova grandezza, viene nobilitato. Come se fosse passato attraverso il fuoco. C'è una sofferenza, un lamento sulla caduta dell'uomo, ma poi c'è una gioia per la resurrezione del suo spirito. Un effetto misterioso su Edipo, Re Lear, Fedra. Una vita con personaggi che finiscono miseramente a causa di un cambiamento improvviso della fortuna. Quindi la tragedia ha un moto costantemente discendente.
Ma attenzione: ciò che andiamo a vedere al teatro, oppure al cinema è innanzitutto una forma di svago, dove anche le scene di terrore non sono la tragedia: si cerca di rabbrividire per un attimo e di sognare, però rimanendo distanti, senza preoccupazione. Giustamente, ricorda Steiner, riferendosi agli uomini dei secoli scorsi: “quando [l’uomo] dalla strada entrava al teatro non lasciava una realtà per incontrarne una più vera, ma cercava magari la distensione, l'illusione”. Quest’esperienza accadde soprattutto nel Romanticismo. Un uomo vuole rabbrividire per un attimo, togliersi dalle preoccupazioni quotidiane. Ma la tragedia non è neanche la cronaca, non è solo una catastrofe come quella del Giappone o una minaccia che giunge inaspettata. Perché non ci sono rimedi materiali contemporanei che possano evitarla. Il destino non si può modificare. La tragedia vuole che sappiamo che l'esistenza di per sé è una provocazione, un paradosso e che ci sono forze inspiegabili e distruttive che stanno all'esterno e all'interno di noi, forze potenti, incontrollabili e vicinissime. “Chiedere perché Edipo sia stato scelto per soffrire è come chiedere giustificazione alla notte: non c'è risposta”, dice Steiner. Se vi fosse una risposta vorrebbe dire che non ci stiamo occupando di una tragedia, ma di sofferenze giuste o ingiuste, che potrebbero essere evitate, come quando ci si occupa dei racconti educativi. Noi oggi, in buona parte siano ancora romantici, perché cerchiamo di evadere dalla tragedia, attraverso il teatro o il cinema. Perché la conclusione deve essere sempre felice, può accennare ad una possibile felicità, a dispetto della realtà. I crudeli, gli assassini si reprimono o vengono puniti, il delitto non paga; invece la tragedia sta lì a ricordare che anche il progresso umano è un'illusione. Nella tragedia l’ingiustizia individuale nega un preteso ordine generale. Basta una persona sola a denunciare l’irrazionalità del mondo e che non c'è giustizia e non c'è ordine. Nella tragedia si guarda il vuoto e c'è il rischio della vertigine. Non c’è alcun senso alla sofferenza, non c’è alcuna redenzione. La tragedia non tratta di sofferenze terrene risolvibili con misure razionali, bensì della tendenza inalterabile del mondo verso l'inumano, l'irrazionale e verso la distruzione.
Il cristianesimo non è tragico, esprime una concezione anti-tragica del mondo. Perché prospetta all'uomo la certezza di un riscatto, di un riposo finale in Dio. Guida l'anima verso la giustizia e verso la resurrezione. La passione di Cristo è dolore estremo, ma svela anche l'amore di Dio per l'uomo, perché attraverso la morte e la resurrezione l'uomo viene riscattato dal male. Nel cristianesimo la tragedia è dunque solo parziale, episodica, perché il cristianesimo è essenzialmente ottimistico. La disperazione viene superata. Mentre dalla tragedia non c’è riscatto. Perché nel cristianesimo la disperazione è considerata un peccato? Perché chi dispera è perché non crede nella possibilità di essere salvato. Per questo la disperazione è un peccato mortale. Ma la tragedia esiste laddove la realtà non è stata imbrigliata dalla ragione e dalla coscienza. Non c’è alcun progetto sull’uomo e sul mondo, alcuna razionalità negli eventi della storia, alcun riscatto dal dolore. Questo è tragedia. L’uomo greco ha saputo guardare in faccia il dolore e lo ha rappresentato sulla scena. Come parte della vita, non come mezzo di redenzione.
Un caro saluto,
alberto

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