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Cor-rispondenze

lunedì 22 aprile 2013

La ricerca di Dio



Caro professore,
ripensando agli argomenti teologici trattati a scuola mi sorge spontaneo un dubbio relativo all’esistenza divina. Da alcuni anni, infatti, ho smarrito la fede, anche riflettendo su tale questione a partire da temi scientifici. Mi domando dunque come sia possibile continuare ad avere fede in qualcosa di intangibile e soprattutto non comprendo come grandi studiosi continuino a credere in Dio. Non comprendo il vero nocciolo della fede e neanche il parroco e il vicario del mio paese hanno saputo darmi argomentazioni valide per credere. Devo però continuare a cercare risposte che mi porterebbero a divenire ateo o abbandonare tale ricerca e abbracciare l’agnosticismo? Forse dovrei appoggiarmi ad un altro tipo di fede che possa contrastare le teorie scientifiche in cui credo, ma delle quali non sono pienamente convinto? Forse non esiste una vera risposta, ma sono convinto che sia molto utile conoscere il pensiero altrui.
Alessandro (4F)


Caro Alessandro,
Credo che il tuo sacerdote e il vicario abbiano risposto correttamente: non ci sono argomentazioni razionali che determinano la fede. Altrimenti non sarebbe fede, ma una forma di conoscenza da acquisire attraverso buone argomentazioni. Blaise Pascal sapeva benissimo che non si tratta di esibire delle prove: «Le prove metafisiche di Dio – scrive l’autore – sono così lontane dal ragionamento degli uomini e così complicate, che colpiscono poco; e, quando ciò servisse ad alcuni, non servirebbe che nell’istante in cui essi vedessero quella dimostrazione, ma, un’ora dopo, essi avrebbero timore di essersi sbagliati». Egli sapeva che le prove razionali non alimentano la fede nei credenti né la suscitano in coloro che non la possiedono. La fede non si trasmette con il dna, non è un oggetto che viene consegnato inalterato da una generazione all’altra, come un mobile che si eredita con le pertinenze di famiglia. Anche se i genitori sono uomini di fede, i fondamenti della loro credenza accettati supinamente conducono ad una fede superficiale, di facciata, dunque inesistente, perché la fede individuale non è la riproposizione inconsapevole di credenze altrui. Nell’adolescenza si mette in dubbio tutto quello che proviene dal mondo degli adulti e anche la fede non si sottrae all’esercizio della impetuosa critica della ragione. Ogni generazione rimette alla prova i contenuti che la tradizione consegna. C’è tuttavia differenza tra “credere in Dio” e “credere nella credenza”. Spesso ci si ferma a “credere nella credenza”: si accetta remissivamente ciò che proviene dal passato, dalla propria famiglia, dalla propria comunità. Magari si nutrono dei dubbi, ma poi con indolenza si rimane nel solco della tradizione, oppure, per reazione, si rigetta tutto come irrazionale e primitivo. Ma “credere in Dio” è diverso. Espone in prima persona al mistero della vita. Richiede il travaglio, l’angoscia, la prova del fuoco della ragione, e poi la consapevolezza che la ragione non è l’approdo definitivo della propria ricerca. La fede si smarrisce, è inevitabile. Perché quella interiorizzata non è ancora la propria disposizione al sacro. Non esistono argomentazioni sufficienti, perché non si tratta di esibire delle prove, ma di accennare ad una sensibilità, una forma di fiducia. Richiede dunque la volontà di approfondire il senso dell’esistenza. Poiché è ricerca, ogni percorso attraversa momenti altalenanti e l’esito non è mai scontato né definitivo. Tuttavia, non è sul piano delle prove che anche gli uomini più intelligenti, come dici tu, fondano la propria fede, ma su una sensibilità che altro non è che una semplice e insopprimibile forma di fiducia. Kierkegaard ironizzava sulle ragioni della fede, e scriveva: «Se tu vuoi assolutamente delle ragioni, ti accontenterò volentieri. Ne vuoi tre, cinque, sette? Dimmi un po’, quante ne vuoi?». Ma non posso dire nulla che sia più alto di questo: «io credo». Qui c'è il positivo della sazietà. Nell’ambito del Cristianesimo, scrive Enzo Bianchi in “Ama il prossimo tuo” [2011], «Fidarsi di Dio significa fidarsi del suo amore, della sua capacità di amare, del suo essere amore» (cfr. 1Gv 4,8.16).
Un caro saluto,
Alberto

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