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Cor-rispondenze

lunedì 25 aprile 2011

Il dolore innocente


Riporto una risposta alla domanda di una bambina giapponese di papa Benedetto XVI trasmessa nel pomeriggio di venerdì 22 aprile da Rai uno nel programma "A sua immagine. Domande su Gesù", condotto da Rosario Carello.

"Mi chiamo Elena, sono giapponese ed ho sette anni. Ho tanta paura perché la casa in cui mi sentivo sicura ha tremato, tanto tanto, e molti miei coetanei sono morti. Non posso andare a giocare nel parco. Chiedo: perché devo avere tanta paura? Perché i bambini devono avere tanta tristezza? Chiedo al Papa, che parla con Dio, di spiegarmelo".

Cara Elena, ti saluto di cuore. Anche a me vengono le stesse domande: perché è così? Perché voi dovete soffrire tanto, mentre altri vivono in comodità? E non abbiamo le risposte, ma sappiamo che Gesù ha sofferto come voi, innocente, che il Dio vero che si mostra in Gesù, sta dalla vostra parte. Questo mi sembra molto importante, anche se non abbiamo risposte, se rimane la tristezza: Dio sta dalla vostra parte, e siate sicuri che questo vi aiuterà. E un giorno potremo anche capire perché era così. In questo momento mi sembra importante che sappiate: "Dio mi ama", anche se sembra che non mi conosca. No, mi ama, sta dalla mia parte, e dovete essere sicuri che nel mondo, nell'universo, tanti sono con voi, pensano a voi, fanno per quanto possono qualcosa per voi, per aiutarvi. Ed essere consapevoli che, un giorno, io capirò che questa sofferenza non era vuota, non era invano, ma che dietro di essa c'è un progetto buono, un progetto di amore. Non è un caso. Stai sicura, noi siamo con te, con tutti i bambini giapponesi che soffrono, vogliamo aiutarvi con la preghiera, con i nostri atti e siate sicuri che Dio vi aiuta. E in questo senso preghiamo insieme perché per voi venga luce quanto prima.

Perché è così? Potremmo aspettarci dal papa Benedetto XVI raffinati ragionamenti, scorciatoie razionali della teologia sistematica, espedienti logici nel tentativo di fornire una risposta generale e risolutiva. Ma il papa ha scelto un’altra strada, ha scelto di dire quello che tutti gli uomini intimamente sentono, quello che sta sotto la superficie delle parole e delle ideologie: «non abbiamo le risposte», intendendo che non è l’uomo la misura di tutte le cose, ma che esiste una verità più grande che l’uomo non può ridurre completamente alla propria ragione. Il papa esprime un’analogia con la sofferenza di Cristo, irrazionale, ingiustificata, incomprensibile per chi crede che Cristo sia Dio, ma esprime la fiducia in un Dio che è amore e che non può essere contro l’uomo. E questo gli fa dire «questa sofferenza non era vuota, non era invano, ma che dietro di essa c'è un progetto buono, un progetto di amore». Bisogna crederci, perché non si possiedono certezze, perché la verità del mondo e dell’essere più in generale supera ancora di molto la comprensione. Che dire. Anch’io spero la stessa cosa, che ci sia un senso al dolore che lavora l’uomo da dentro, alla sofferenza lenta che guasta, sfinisce e corrode i corpi, che fa esplodere pensieri martellanti nelle menti, che annebbia la fiducia e la speranza. Anch’io spero che le sofferenze non siano invano. Che non siano invano le sofferenze di tutti coloro che nella vita non hanno avuto possibilità, non hanno avuto alternative e non hanno avuto amore.
alberto

lunedì 18 aprile 2011

lunedì 11 aprile 2011

Momenti sempre impressi


Caro professore,
Perché ci sono dei momenti nella vita che ci rimangono sempre impressi e non possiamo fare nulla per dimenticarli? Penso che la mia vita è cambiata molto da quando ho visto soffrire una persona a me cara, e in certi momenti (per problemi di salute) ho anche rischiato di perderla per sempre. Pensare a ciò mi fa male e non riesco a cancellare questo momento perché anche oggi - e credo per sempre - ci saranno delle conseguenze di questo fatto. Tutti i momenti che ho vissuto fanno parte della mia vita e purtroppo mi seguiranno sempre.
Rosa



Cara Rosa,
Portiamo dentro le impressioni dell’infanzia, i ricordi belli di alcune giornate trascorse con gli amici o a casa un compagno caro, le prime esplorazioni del mondo mano nella mano dei genitori. Ma portiamo nel nostro animo anche ricordi che vorremmo cancellare: eventi sgradevoli che vorremmo non fossero successi, brutte figure in pubblico, o eventi dolorosi per la perdita di persone care. Portiamo nell’intimo le parole di un tempo lontano, parole che riscaldano il cuore e riaccendono il sorriso e parole che conservano ancora una brutta eco. Potremmo chiederci quali avvenimenti (e quali parole) abbiano conseguenze rilevanti sulla nostra vita e quali no. Forse Freud direbbe che le ripercussioni ci sono comunque e lavorano nella nostra psiche in modo sotterraneo, anche se non ne siamo consapevoli. Come possiamo stabilire se un evento incide o meno sulla vita futura? E poi perché un solo evento si imprime in modo così duraturo nella memoria e una serie di eventi ripetuti possono essere dimenticati?
La macchia di sangue sulla mano di Macbeth può essere cancellata: incancellabile è la macchia invisibile che l'aver commesso il crimine lascia in un'anima criminale. «What's done is done», dice lady Macbeth”, scrive Jankelevic in un bellissimo libro intitolato “La morte” [1977] [Einaudi 2009]. I ricordi in alcuni casi sono come macchie invisibili: l’evento è dissolto dal tempo, ma la macchia si insedia in profondità e modifica la tavolozza dei colori con cui guardiamo il mondo. Il filosofo Henri Bergson nell’opera “Materia e memoria”[1896][Laterza 1996], scriveva che “In realtà non c'è percezione che non sia impregnata di ricordi. Ai dati immediati e presenti dei nostri sensi noi mischiamo mille e mille dettagli della nostra esperienza passata. Il più delle volte, questi ricordi spostano le nostre reali percezioni, delle quali, allora, non riteniamo che qualche indicazione, semplici «segni», destinati a farci ricordare vecchie immagini”. Questo per dire che un po’ tutto quello che accade nella storia individuale orienta lo sguardo sul mondo e che certe situazioni del presente richiamano immediatamente ricordi lontani, talvolta rinnovano la sofferenza, talvolta ci rendono più sensibilizzati verso la vita. L’esposizione alla sofferenza di una persona, e ancor di più di un familiare, destabilizza emotivamente e cognitivamente chiunque. Gli eventi dolorosi portano dinanzi agli occhi la natura tragica dell’esistenza e richiamano alla mente la caducità dell’uomo. Nell’altro che soffre e poi muore scopriamo una delle caratteristiche peculiari della vita, la fragilità. Nella fragilità, nella sofferenza e nella morte dell’altro, vediamo un’anticipazione della nostra morte. Non solo temiamo di perdere le persone care, ma ci rendiamo conto che anche la nostra vita non è infinita, ma è instabile e precaria e si sviluppa nello spazio delle possibilità. Eppure sono gli eventi dolorosi a rendere acute le riflessioni, è la fragilità che acquisiamo a renderci più attenti, più premurosi, più concentrati, talvolta più impegnati. Attraverso la sofferenza prendiamo congedo dalle proteiformi illusioni sulla vita che ci siamo creati. Impariamo che la vita non ci appartiene completamente e conosciamo la reale condizione dell’uomo. Perdiamo certamente delle certezze, ma le certezze che abbandoniamo erano persuasioni infantili, sicurezze superficiali, convincimenti approssimativi. Nel mare della vita non abbiamo bisogno di astratte razionalizzazioni fantastiche, consolatorie e contemporaneamente inefficaci, ma di affinare la sensibilità, per comprendere meglio la vita che ci ospita e le persone che ci sono accanto. Vivendo intensamente anche i momenti dolorosi, sviluppiamo l’empatia necessaria per comprendere i nostri simili, affiniamo la tavolozza dei sentimenti e, insieme, una comprensione più profonda della vita. Attraverso l’autoeducazione forgiata dagli eventi della vita, costruiamo una cartina dei sentimenti e delle ragioni più raffinata. La fragilità allora diventa una grande forza che ci permette di comprendere meglio le persone con cui entriamo in relazione, di capirne gli affanni, di giustificarne alcune debolezze, di abbracciare così globalmente le caratteristiche complessive di ogni persona. Può sembrare strano, ma la fragilità ci arricchisce di conoscenza e di empatia. Questa nuova sensibilità accresciuta è la prova che diventiamo più umani.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 4 aprile 2011

Fortuna-sfortuna?



Caro professore,
Ci sono periodi in cui mi sento davvero sfortunata. Una persona che credevo amica mi ha rubato il fidanzato, ho passato un compito ad un compagno e lui ha preso un voto più alto del mio nell'interrogazione...Potrei continuare...A volte penso che ci siano persone a cui va sempre tutto bene e altre che nonostante gli sforzi non hanno proprio fortuna nella vita.
Roberta



Cara Roberta
Una storiella, per cominciare...
"C’era una volta in un lontano paesetto un povero contadino che traeva di che vivere da un campicello che lavorava assieme alla moglie e al figlio e con l’aiuto di un cavallo. Un giorno il recinto venne lasciato inavvertitamente aperto e il cavallo fuggì. I vicini, appresa la notizia, esclamarono: “Poveretto, che sfortuna, e adesso come farai a lavorare?”. Il contadino rispose: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo!” I vicini restarono perplessi nel sentire quella strana risposta. Dopo qualche settimana il cavallo che era scappato tornò portandosi dietro una mandria di cavalli selvaggi che furono rinchiusi nel recinto. I vicini, vedendo tutti quei cavalli, esclamarono: “Che fortuna!” E il contadino ancora una volta rispose: “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo!” I vicini restarono ancora più perplessi nel sentire quella risposta. Dopo qualche giorno, mentre il figlio stava domando uno dei cavalli, cadde a terra e si ruppe un piede. I vicini subito esclamarono: “Che sfortuna, e adesso come fai?!” E il contadino ancora una volta rispose: “Sfortuna, fortuna, e chi può dirlo!”. I vicini non sapevano più che cosa pensare del vecchio. "Forse è matto!", pensarono. Dopo qualche settimana comparvero in paese alcuni soldati che reclutavano i giovani validi per la guerra. Quando entrarono nella capanna trovarono il giovanotto zoppicante e naturalmente lo scartarono, mentre tutti gli altri giovani furono reclutati. I vicini non ci videro più: “Che mazzo, che fortuna!” E il vecchio contadino ancora una volta rispose imperturbabile: “Fortuna, sfortuna, e chi può dirlo”. "
...
Ho ritrovato questa storiella divertente riportata in un libro (ma si trova anche in internet). A volte definiamo le esperienze che contrastano le nostre aspettative come eventi sfortunati. Ma la vita, anche con le sue brusche sterzate, non necessariamente deve essere considerata sfortunata. Molto dipende dall'atteggiamento con cui interpretiamo o affrontiamo gli eventi. La storiella insegna che ciò che appare a noi (o alla maggioranza delle persone) un evento sfortunato, in realtà - anche se fa soffrire - non necessariamente deve essere considerato negativamente. La rottura di un'amicizia importante genera profonda sofferenza, ma può anche essere lo stimolo per renderci attivi per incontrare nuove persone con le quali possiamo scoprire maggiori affinità. L'abitudine a ritenere che la vita debba scorrere liscia su binari perfetti ci fa ritenere il cambiamento improvviso una sfortuna, ma la vita è fatta di eventi che, come gli scarti ferroviari, deviano il nostro cammino in una direzione o in un'altra. E' meglio considerare ogni cambiamento come una nuova opportunità che la vita ci offre. Gradualmente scoprirai che proprio alcuni cambiamenti, inaspettati e difficili da accettare, possono metterci di fronte nuove prospettive che non avevamo considerato e che permettono invece di gettare nuova luce (e felicità) nella nostra vita.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 28 marzo 2011

La tragedia



Caro professore,
In questi giorni abbiamo assistito a due grandi tragedie in Giappone: una a causa di un evento naturale, il terremoto, e una nella centrale nucleare di Fukushima. Quest’ultima è ancora più drammatica della prima, causata dello stesso terremoto ma ingigantita dalle creazioni dell’uomo‎. Nel mondo classico le tragedie erano causate solo da eventi naturali, dal fato e dal destino, ma l’uomo non era in grado di distruggere tutto, ora le tragedie (eventi naturali+azione dell’uomo) sono ancora più pericolose, perché grazie ai prodotti umani la natura e la vita stessa sono ancora più in pericolo. Forse per la tragedia e la sofferenza oggi non basta più chiedere conto a Dio. Il mondo continua a essere tragico come dicevano gli antichi.
Alessandro


Caro Alessandro,
Gli eventi drammatici del Giappone fanno certamente pensare anche all’azione dell’uomo a cui fai riferimento. Vorrei fare alcune distinzioni sulla parola “tragedia” da te usata, per mettere un po’ in luce il senso differente attribuito agli eventi tragici nella cultura greca e in quella cristiana. Usiamo la parola tragedia ormai senza percepire più il significato profondo originario, quello che caratterizzava la forma drammatica per eccellenza dei greci.
Conosciamo la tragedia come sciagura individuale o collettiva, mentre la tragedia come forma drammatica non è universale. La tragedia è di origine greca. I disastri naturali, la violenza, la morte, la rappresentazione della sofferenza e la vita eroica sono riprodotti da molte culture, ma la tragedia è greca e non può essere avvicinata neppure alla tradizione ebraico-cristiana. Neppure il libro di Giobbe può essere considerato tragico, né le tribolazioni del protagonista possono essere considerate tragedia. Perché Giobbe viene ricompensato per le sue sofferenze e, come dice giustamente Georges Steiner ne La morte della tragedia: “dove c'è ricompensa, c'è giustizia, non tragedia”. Dio è giusto, anche nell'ira. A volte sembra che la giustizia di Dio sia lenta, eccessivamente lenta, ma alla fine anche il percorso di vita più tortuoso è sorretto dalla razionalità e dalla giustizia di Dio. Anche dove l’oscurità delle vicende non consente di cogliere la trama della vita il cristiano è comunque certo che una ragione sorregge tutto. Il greco, no. La tragedia ha origine dalla riflessione sull’indifferenza della natura, sulla necessità cieca delle forze che operano nel mondo. E tragedia significa accettazione della catastrofe. Il protagonista della tragedia finisce male, perché è soggiogato da forze che la razionalità non può spiegare né potrà mai vincere. L’irrazionalità è l’elemento fondamentale. Se la disgrazia, la rovina, lo sfacelo si potessero prevedere o risolvere con mezzi tecnici o sociali, con il miglioramento della condotta individuale, con il pentimento delle persone, ci sarebbe un dramma, ma non una tragedia. L’evento tragico è qualcosa che non si può risolvere né con le leggi sociali, né con la psichiatria, né migliorando i rapporti economici. La tragedia è irreparabile, non c’è ricompensa per le sofferenze passate. Giobbe invece, alla fine riacquista il doppio delle asine, perché Dio è giusto, ma Edipo non riacquista la vista, né il trono di Tebe.
La tragedia insegna che il dominio della ragione per quanto riguarda la giustizia è circoscritto, e che non c'è progresso scientifico, risorsa tecnica che possano aumentarne il suo raggio d'azione. All'esterno dell'uomo e dentro l'uomo sta l'alterità del mondo, dice Steiner. E l’alterità del mondo è irriducibile alla volontà sia del singolo sia del gruppo.
Il destino cieco, la furia bruta ci tendono l'agguato e ci distruggono. La condanna è sempre sproporzionata alla colpa (ammesso che vi sia una colpa). Ma è inutile chiedere spiegazioni razionali. Le cose stanno così, inesorabili e assurde. E la punizione è sempre più grave di ogni possibile colpa. Questa è un'intuizione importante, terribile e spietata della vita. Un eccesso di sofferenza, ed è grazie ad un eccesso di sofferenza che l'uomo acquista il diritto alla dignità. Debole, avvilito, mendicante, cieco cacciato dalla città, acquista una nuova grandezza, viene nobilitato. Come se fosse passato attraverso il fuoco. C'è una sofferenza, un lamento sulla caduta dell'uomo, ma poi c'è una gioia per la resurrezione del suo spirito. Un effetto misterioso su Edipo, Re Lear, Fedra. Una vita con personaggi che finiscono miseramente a causa di un cambiamento improvviso della fortuna. Quindi la tragedia ha un moto costantemente discendente.
Ma attenzione: ciò che andiamo a vedere al teatro, oppure al cinema è innanzitutto una forma di svago, dove anche le scene di terrore non sono la tragedia: si cerca di rabbrividire per un attimo e di sognare, però rimanendo distanti, senza preoccupazione. Giustamente, ricorda Steiner, riferendosi agli uomini dei secoli scorsi: “quando [l’uomo] dalla strada entrava al teatro non lasciava una realtà per incontrarne una più vera, ma cercava magari la distensione, l'illusione”. Quest’esperienza accadde soprattutto nel Romanticismo. Un uomo vuole rabbrividire per un attimo, togliersi dalle preoccupazioni quotidiane. Ma la tragedia non è neanche la cronaca, non è solo una catastrofe come quella del Giappone o una minaccia che giunge inaspettata. Perché non ci sono rimedi materiali contemporanei che possano evitarla. Il destino non si può modificare. La tragedia vuole che sappiamo che l'esistenza di per sé è una provocazione, un paradosso e che ci sono forze inspiegabili e distruttive che stanno all'esterno e all'interno di noi, forze potenti, incontrollabili e vicinissime. “Chiedere perché Edipo sia stato scelto per soffrire è come chiedere giustificazione alla notte: non c'è risposta”, dice Steiner. Se vi fosse una risposta vorrebbe dire che non ci stiamo occupando di una tragedia, ma di sofferenze giuste o ingiuste, che potrebbero essere evitate, come quando ci si occupa dei racconti educativi. Noi oggi, in buona parte siano ancora romantici, perché cerchiamo di evadere dalla tragedia, attraverso il teatro o il cinema. Perché la conclusione deve essere sempre felice, può accennare ad una possibile felicità, a dispetto della realtà. I crudeli, gli assassini si reprimono o vengono puniti, il delitto non paga; invece la tragedia sta lì a ricordare che anche il progresso umano è un'illusione. Nella tragedia l’ingiustizia individuale nega un preteso ordine generale. Basta una persona sola a denunciare l’irrazionalità del mondo e che non c'è giustizia e non c'è ordine. Nella tragedia si guarda il vuoto e c'è il rischio della vertigine. Non c’è alcun senso alla sofferenza, non c’è alcuna redenzione. La tragedia non tratta di sofferenze terrene risolvibili con misure razionali, bensì della tendenza inalterabile del mondo verso l'inumano, l'irrazionale e verso la distruzione.
Il cristianesimo non è tragico, esprime una concezione anti-tragica del mondo. Perché prospetta all'uomo la certezza di un riscatto, di un riposo finale in Dio. Guida l'anima verso la giustizia e verso la resurrezione. La passione di Cristo è dolore estremo, ma svela anche l'amore di Dio per l'uomo, perché attraverso la morte e la resurrezione l'uomo viene riscattato dal male. Nel cristianesimo la tragedia è dunque solo parziale, episodica, perché il cristianesimo è essenzialmente ottimistico. La disperazione viene superata. Mentre dalla tragedia non c’è riscatto. Perché nel cristianesimo la disperazione è considerata un peccato? Perché chi dispera è perché non crede nella possibilità di essere salvato. Per questo la disperazione è un peccato mortale. Ma la tragedia esiste laddove la realtà non è stata imbrigliata dalla ragione e dalla coscienza. Non c’è alcun progetto sull’uomo e sul mondo, alcuna razionalità negli eventi della storia, alcun riscatto dal dolore. Questo è tragedia. L’uomo greco ha saputo guardare in faccia il dolore e lo ha rappresentato sulla scena. Come parte della vita, non come mezzo di redenzione.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 21 marzo 2011

Indifferenza nei confronti della vita



Caro professore,
Sono in apnea nel mare più profondo della vita e sto aspettando qualcosa. Vivo con disinteresse e amo con disinteresse, lasciando che le situazioni della mia vita scivolino sulla mia pelle senza entrare dentro. Un peso mi sta tenendo sott'acqua e non riesco a risalire. Cosa mi sta succedendo? Solitudine? Mancanza di qualcosa? Incertezza?
Laura



Cara Laura,
Indifferenza e disinteresse potrebbero essere considerati comportamenti molto simili, ma credo che l'indifferenza sia una forma di disinteresse più profonda, e più grave. Qualche anno fa, nel 2007, un importante psicologo italiano, Adriano Zamperini, ha realizzato uno studio molto significativo sui tratti caratteristici e sui significati reconditi dell'indifferenza. La psicologia ci ha insegnato che l’indifferenza di cui si parla spesso nel mondo contemporaneo è come un distacco emotivo tra sé e gli altri, è una mancanza di interesse nei confronti della società, è il desiderio di non essere coinvolti dagli altri e dal mondo; chi è indifferente non desidera partecipare, confrontarsi, essere trascinato verso qualche idea o qualche obiettivo. L’indifferente riduce le energie rivolte verso il mondo esterno, verso le disgrazie altrui e il suo sguardo fa finta di non vedere. È distaccato nei confronti della sorte degli altri, apatico verso ciò che accade intorno. È ripiegato su se stesso e si preoccupa solo di ciò che accade a sé. Non si lascia attraversare dai drammi degli altri uomini e dai loro problemi; è distratto, noncurante. Vive una sorta di "anestesia emotiva". Adriano Zamperini (L’indifferenza, Einaudi 2007) afferma che l’indifferenza si situa nella sfera dell'essere e non dell'avere: egli ricorda che non si dice infatti che una persona ha l'indifferenza, ma che è indifferente. L'autore dice che non è una malattia, ma è un “copione relazionale” ossia un modello di comportamento che regola il vissuto. La persona indifferente è gregaria, alienata, burocrate, omologata, seriale, eterodeterminata, dice l'autore. Agisce come se fosse in mezzo alla ressa, prende le distanze, si mette sulla difensiva come se si dovesse proteggere dal mondo. Se ci pensi, è grazie all’indifferenza di molte persone che altre possono agire e ottenere i propri scopi.
L’indifferenza è in questo caso il culto dell'io: per non avere problemi ognuno si fa i fatti propri: con freddezza, con azioni calcolate. L’indifferenza nasce e cresce dall'egoismo o da un narcisismo eccessivo, da una convenienza calcolata. Dice il filosofo tedesco Gunther Anders: “A suo tempo Primo Levi capì bene che questa forma di ipocrisia rassicurante era una bomba innescata. Egli parlò dei cosiddetti grigi, cioè della fascia maggioritaria, e intermedia, degli indifferenti e degli opportunisti, come del vero e unico problema morale del nostro tempo”. (L’uomo è antiquato)
In ogni caso l’indifferenza può produrre sicurezza: perché è una capacità di adattamento ai diversi contesti di vita. Certo, talvolta l'indifferenza è il prezzo da pagare per chi non vede alcuna possibilità di cambiamento e quindi diventa apatia. È l'indifferenza degli sconfitti. L’indifferenza però è una modalità relazionale negativa. È sinonimo di un problema. A volte, nei rapporti tra i popoli l'indifferenza viene chiamata neutralità.
Dice Zamperini che l’indifferenza coglie il respiro della contemporaneità, perché altro non sarebbe che un modo di trattenere il respiro per meglio adattarsi alla realtà sociale, assumendo passivamente il modo di sentire che una certa istituzione o un certo contesto propongono o impongono.
A pensarci bene la cosa più triste è che, effettivamente, non solo c’è il male dell'indifferenza, ma spesso vengono prodotte delle norme che generano indifferenza, in modo che nessuno si debba occupare di altre cose o degli altri. Ognuno deve stare al proprio posto, non deve pensare a ciò che fuoriesce dalla propria mansione lavorativa. Così viene premiato chi ha imparato a contenere le proprie passioni senza farle diventare collettive, perché disturbano l'organizzazione. (Vedi le belle riflessioni su questo tema che propone Gunther Anders ne L’uomo è antiquato). Quando ad un soggetto viene richiesta una prestazione, tale prestazione nell'economia aziendale è valutata con il criterio dell’utile, quindi spesso non si è richiesti come persone, perché in quanto persone si è elementi imprevedibili e quindi elementi di possibile disturbo; per questo alle persone viene spesso chiesto di identificarsi in un ruolo. Viene richiesta solo la competenza specifica, per evitare che emozioni differenti o contrarie si possano insinuare nell'interazione stereotipata, nell'andamento comune e possano boicottare e creare difficoltà all'organizzazione che non vuole essere messa in discussione.
C’è dunque una indifferenza individuale che suscita in noi orrore, quando ad es. pensiamo ai carnefici nei campi di sterminio (“L'orrore che proviamo per quegli impiegati nei campi di sterminio che solevano lavorare con la massima indifferenza fino a sera, per dedicarsi poi anima e corpo, alla fine della loro giornata lavorativa, a emozioni che non avevano nulla a che fare con il loro lavoro”. (L’uomo è antiquato) e c’è una indifferenza generata da un sistema che non vuol essere smascherato. Zamperini fa notare che nelle nostre società la spudoratezza con cui ad esempio viene indagata la vita privata viene esaltata come conquista di libertà, mentre viene sostenuta e premiata l’indifferenza verso il sistema politico e verso l’economia, i due motori della società che non vogliono essere disturbati e che invece costruiscono grandi resistenze nel momento in cui qualcuno cerca di indagare le trame dei loro percorsi.
Un caro saluto,
alberto

lunedì 14 marzo 2011

Il mistero di Dio continua a "turbarmi"


Caro professore,
Ho un dubbio che mi porto dentro da molto tempo: io mi interrogo sull'esistenza di Dio. A lungo andare mi sono reso conto che non posso darmi delle risposte, e cerco di dimenticare questi dubbi, ma rimangono sempre dentro di me. Se ho la certezza che una risposta logica non c'è, perché il mistero continua a "turbarmi"?
Alberto



Caro Alberto
In passato i tentativi di “dimostrare l’esistenza di Dio” erano sentiti come esigenze imprescindibili. Il monaco benedettino Anselmo d’Aosta, priore dell’abbazia benedettina di Bec in Normandia (oggi Le Bec-Hellouin – cfr. http://www.abbayedubec.com/), nell’XI secolo si sforzava di trovare una prova unica (unum argumentum) che nessuno potesse confutare in grado di mostrare inequivocabilmente l’esistenza di Dio attraverso una prova razionale. Era stato sollecitato dai suoi confratelli che gli avevano chiesto di produrre delle argomentazioni sull’esistenza di Dio da poter utilizzare nella predicazione quotidiana per persuadere i fedeli. Anselmo ne diede conto in un bellissimo libro intitolato Proslogion (Dialogo), in tre brevi capitoli (capp. 2-4). Diceva sostanzialmente questo: chi vuole negare l’esistenza di Dio si contraddice. Per negare qualcosa occorre averne un concetto (Se voglio affermare che un grifone non esiste, devo avere un concetto di grifone; se voglio affermare che un quadrato non esiste, devo sapere che cosa è un quadrato). E il concetto di Dio qual è? Dio è: “ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore” (id quo maius cogitari nequit). Ma se esistesse solo nell’intelletto (Dio come concetto della mente umana) e non nella realtà, quello che viene pensato sarebbe inferiore a ciò che esiste insieme nel pensiero e nella realtà. Se esistesse solo nel pensiero, non sarebbe affatto “ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore”. Quindi Dio deve esistere anche nella realtà (Pensiero+realtà = nulla di maggiore). Pertanto, affermare che Dio non esiste significa cadere in contraddizione, perché ciò che si tenta di negare – proprio per le proprietà del concetto – esisterebbe nella realtà. (Supponiamo che Botticelli avesse in mente esattamente la raffigurazione della Primavera. Prima aveva un’immagine mentale, poi la raffigurazione ha preso forma ed è diventata reale. L’immagine reale è superiore alla sola immagine mentale, è qualcosa in più. Per questo se si intende Dio come “ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore” l’immagine mentale – il concetto di Dio – non è ancora “veramente” Dio, perché solo ciò che è contemporaneamente nell’intelletto e nella realtà è più grande di ciò che è solo nell’intelletto). Al tempo sembrava dura contraddire questa prova razionale, anche se Anselmo, nel suo libretto, riporta correttamente anche la contestazione che gli venne fatta da un altro monaco, Gaunilone. Comunque, questa prova, che poi verrà chiamata prova ontologica dell’esistenza di Dio (Ontologica = si parte da un concetto per dimostrare che Dio esiste realmente), sarà utilizzata da molti filosofi e matematici di primo piano, e solo nel ‘700 Immanuel Kant mostrò che non era corretta. (Se ti vuoi divertire con questi ragionamenti poi vedere i seguenti libri: Giovanni Piazza, Il nome di Dio. Una storia della prova ontologica, ESD-Edizioni Studio Domenicano 2000; Emanuela M. Scrivano, L' esistenza di Dio. Storia della prova ontologica. Da Descartes a Kant, Laterza 1994; oppure puoi leggere il piccolo – ma comprensibile - libretto del filosofo Friedrich Hegel, Lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, Morcelliana 2009). Nei secoli successivi anche Tommaso d’Aquino nel XIII secolo aveva adottato qualche prova razionale per mostrare l’esistenza di Dio. Ma, più prudentemente, aveva denominato queste argomentazioni con il termine “vie” (“cinque vie”) e non “dimostrazioni”. Oggi non sentiamo più l’esigenza di dimostrare razionalmente e in modo inconfutabile l’esistenza di Dio. Ma è possibile che – come dici tu – il mistero di Dio continui a turbarci. Perché è l’esistenza stessa a essere un mistero, e il mistero, anche quando la ragione non riesce ad afferrare concettualmente l’esistenza o meno di Dio, ci ricorda che, se anche il linguaggio logico non riesce a portare sufficienti “prove” dell’esistenza di Dio, gli elementi della universo e la natura specifica dell’uomo sono sufficienti a “turbare” ogni uomo. La filosofa spagnola Maria Zambrano (1904-1991) nell’opera Verso un sapere dell’anima [1991], Cortina Raffaello 1996, scrive: “Per l'uomo i fenomeni naturali si possono ridurre a formule matematiche, ma da queste formule trascende qualcosa di innominabile, di irriducibile che lascia l'uomo meravigliato di fronte al mistero della sua presenza, di fronte alla sua impressionante bellezza”. Quello che ci (e ti) turba è il mistero della vita in generale ed è questo mistero che di solito chiamiamo Dio.
Un caro saluto,
alberto