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Cor-rispondenze

lunedì 23 febbraio 2015

Controllare la rabbia

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Caro professore,
Ultimamente non riesco a controllare la mia rabbia e spesso con gli amici mi capita di alzare le mani e con i genitori mi capita di rispondere male e di non rispettarli. Ecco, vorrei sapere com’è possibile che non riesca a controllare le mie emozioni.
Andrea, II C

Caro Andrea,
Lo scrittore italiano Claudio Magris in “Alfabeti” (2008) ricorda che «alle origini e alle radici dell'occidente c'è l'ira, inscindibile dall'aurora della poesia che fonda la nostra civiltà: «Cantami, o diva, del Pelide Achille l'ira funesta», dice il primo verso dell'Iliade». Così, apparentemente, sei in buona compagnia, perché anche Achille, il furioso campione degli Achei, faticava a contenere la propria rabbia. Una delle storie più antiche della nostra civiltà, in fondo, ci racconta la potenza (devastatrice) di questa emozione. Il figlio del re Peleo (pelide) e della dea Teti, il «tremendissimo Achille» a cui le parole spesso facevano «di furore infiammar l'alma (l’anima), non era certo un uomo – o meglio un semidio – moderato e stentava a frenare i propri impulsi. L’eroe greco, durante la guerra di Troia, ha più volte “alzato le mani” e la spada, ed è stato colui che ha ucciso più uomini. Una volta, la sua rabbia urlata da un fosso ha terrorizzato così tanto i guerrieri nemici che dodici soldati Teucri si sono uccisi involontariamente con le loro armi nella confusione della fuga («Lì stando, un grido/ mise, e d'un altro da lontan gli fece/eco Minerva, ed un terror ne' Teucri immenso suscitò. [...]Tre volte Achille/ dalla fossa gridò: tre volte i Teucri/ e i collegati sgominarsi, e dodici/de' più prestanti fra i riversi cocchi/ trafitti vi perir dal proprio ferro»). Il rapimento di Elena, regina di Lacedemone (Sparta) da parte di Paride, figlio di Priamo re di Troia, sarà stata una buona ragione per far scoppiare una guerra tra Achei e Troiani; in fondo, il motivo era valido: Elena era la donna più bella del mondo. Ma, come sai, le cose sono andate un po’ per le lunghe e solo dopo dieci anni di guerra gli Achei sono riusciti a vincere. Purtroppo, anche Achille morì poi ucciso da Paride che voleva vendicare la morte del proprio fratello Ettore. Conosci certamente la storia della freccia e del tallone. Anche se l’ira è meravigliosa nella poesia e permette di creare storie memorabili, nella vita procura meno piaceri e spesso genera conseguenze negative. Non solo avvia effetti imprevedibili e smisurati (anni di guerra) e smanie di vendetta (sentimenti di rivalsa), ma causa sciagure anche ai soggetti che la assecondano e che non riescono più a domarla. Robert A.F. Thurman, un’autorità del buddhismo tibetano negli Stati Uniti, nel libro intitolato “Ira”, (Raffaello Cortina editore, 2006) scrive scherzosamente «Sono adirato con l’ira – la odio». Ma poi sottolinea che per arginarla non può essere arrabbiato, perché se si lascia impossessare da tale emozione dissiperà inutilmente le proprie energie. Odiare la propria rabbia, infatti, fa scaturire altra rabbia. Anche tu soffri, dispiaciuto per le intemperanze con gli amici e con i genitori. Tuttavia, un’idea non acquista maggior forza se battiamo un pugno sul tavolo, se colpiamo un amico o delegittimano il nostro interlocutore, ma solo se è sostenuta da buone argomentazioni. E allora, cosa dobbiamo fare?  Lasciarci «impossessare» o «rinunciare» all’ira? In fondo, a volte abbiamo bisogno di arrabbiarci per ribellarci all’oppressione o alle aggressioni. Ma a causa delle conseguenze negative dobbiamo forse imparare a rimuoverla dalla nostra esistenza? Diventare perfetti, calmi e sempre discreti? Seneca si era posto questo interrogativo in un libriccino intitolato proprio “De ira”. Il fratello maggiore, Novato, gli aveva chiesto qualche consiglio per placare il proprio furore. Seneca ricorda che alcuni saggi avevano definito l’ira «"un momento di pazzia"»; infatti, come la pazzia essa «è incapace di controllarsi, incurante delle convenienze, insensibile ai rapporti sociali, cocciuta ed ostinata nelle sue iniziative, preclusa alla ragione ed alla riflessione, pronta a scattare per motivi inconsistenti, inetta a distinguere il giusto ed il vero, quanto mai somigliante a quelle macerie che si frantumano sopra ciò che hanno travolto». L’ira produce macerie. Ma, se sfascia l’oggetto su cui si scatena, rovina (ossia “frantuma”) anche il soggetto che rimane incapace di liberarsene. Qualcuno aveva obiettato a Seneca che un’anima senza ira era fiacca. E Seneca aveva risposto: «È vero, se non dispone di nulla di più valido». E cosa abbiamo di più valido? La ragione. Che non ci chiede di essere codardi (passivi), ma neppure irosi (aggressivi). Ci chiede di essere coraggiosi e pazienti (oggi si dice assertivi). Seneca consigliava di “prendere tempo”, di “non essere sospettosi”, di “essere longanimi”, ossia saper comprendere e tollerare, di “essere pazienti”, e soprattutto di non adirarsi con gli esseri irragionevoli. Diceva che «il miglior rimedio dell'ira è il saper rinviare». A volte ci adiriamo perché non abbiamo compreso bene o perché riteniamo che alcune critiche siano così destabilizzanti da non poterle sopportare. Ma ad una nuova valutazione della ragione capiamo che le persone forti non cadono facilmente nelle trappole dell’ira. Usano l’energia per costruire se stessi e non per distruggere gli altri; per affermare ciò in cui credono perché sanno che le reazioni non dipendono tanto dai fatti che accadono, ma dalle nostre scelte. Ed è su queste che possiamo agire. Magari la nostra vita non diventerà epica, ma sarà certamente buona.
Un caro saluto,
Alberto

 

 

lunedì 9 febbraio 2015

Saggezza e bicchieri



Caro professore,
stavo pensando al consiglio che mia madre mi ha sempre ripetuto fin dall’infanzia: «cerca sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto»… finora ho seguito questo suggerimento e sono sempre stata molto ottimista, ma ultimamente ho realizzato che forse non è un bene essere ottimisti. Infatti, pensare che le cose andranno bene non ci protegge dalle delusioni, come invece, per certi versi, fa il pessimismo, che, sotto questo punto di vista, parrebbe la scelta più saggia: in questo modo, se le cose andassero male, sarei già preparata ad affrontare la situazione, mentre, nel migliore dei casi, rimarrei piacevolmente sorpresa dal modo il cui tutto si è concluso, quindi sarei più felice. In definitiva: ha ancora un senso essere ottimisti?
Deborah, IVA


Cara Deborah,
Hai giustamente notato che il pessimista, nel peggiore dei casi, può sempre affermare: «io l’avevo detto» e nel migliore dei casi può temporaneamente stemperare il proprio sguardo cupo sulla vita, mentre l’ottimista sembra soffrire maggiormente le delusioni. La logica, tuttavia, ci insegna che, date due alternative, le possibilità sono quattro. Ossia possono essere felici o delusi sia gli ottimisti sia i pessimisti. Se consideriamo solo l’aspetto logico non emergono particolari vantaggi o svantaggi, ma se consideriamo la componente psicologica, allora il pessimista sembra subire meno frustrazioni, perché già predisposto per eventuali esiti negativi. In verità, entrambi descrivono uno stato di cose – il bicchiere è infatti sia mezzo pieno sia mezzo vuoto – e le loro posizioni seguono una sorta di lettura “realistica” del mondo. Allora, se tutti e due hanno parzialmente ragione, perché percepiamo delle differenze? E chi è più felice? Nella storia della filosofia ci sono stati incorreggibili ottimisti come Leibniz, secondo cui questo mondo «è il migliore dei mondi possibili» o Rousseau, secondo cui «l’uomo è buono per natura», oppure Hegel che vedeva il mondo retto da una struttura razionale e che nelle “Lezioni sulla filosofia della storia” ribadiva costantemente la coincidenza tra Realtà e Ragione. Ma ci sono stati filosofi pessimisti, come Schopenhauer, il quale scriveva: «Donde ha preso Dante la materia del suo Inferno, se non da questo nostro mondo reale? E nondimeno n'è venuto un inferno bell'e buono». Capita spesso che si consideri l’ottimista un uomo ingenuo e il pessimista un uomo profondo. Il filosofo milanese Remo Cantoni (1914-1978), analizzando l’opera sulla bomba atomica e il futuro dell’uomo di Karl Jaspers, ricordava che «Non è facile nel mondo contemporaneo essere ottimisti senza essere su­perficiali». Scriveva infatti che «Chi non è stato turbato nella sua limpida fede nel progresso, nella tecnica e nella scienza, nell'uomo in genere, da tutti gli eventi tragici che si sono verificati nel secolo ventesimo, è un uomo che non ha messo la sua fede a cimento, che non ha assimilato e sofferto la negatività del proprio tempo e rischia di parlare in astratto di umanità, di scienza, di verità, di progresso, col tono falso e retorico in cui ne parlano i filistei». C’è dunque un “ottimismo ingenuo”, quello criticato ad esempio anche da Voltaire nel suo “Candide” (1759), quando Cacambo chiede all’amico Candido: «Che cos’è quest’ottimismo? Ah, risponde Candido, è la maniera di sostenere che tutto va bene quando si sta male», che consiste in una visione eccessivamente rosea della vita, spesso indice di un animo ingenuo o di incapacità di analisi appropriate. È un ottimismo privo di fondamento, che può esporre maggiormente all’insuccesso e far precipitare le persone nella disperazione se i risultati attesi, che spesso sono semplicemente fantasticati, non si avverano. Tuttavia, c’è anche l’ottimismo di coloro che, dopo aver «assimilato e sofferto la negatività del proprio tempo», preferiscono serbare uno sguardo fiducioso e mettere in risalto maggiormente gli elementi positivi rispetto a quelli negativi. Li potremmo chiamare gli “ottimisti realisti”. Se alla coppia ottimismo/pessimismo sostituiamo la coppia ragione/azione, manteniamo le quattro alternative della logica. Ci sono stati ottimisti della ragione che hanno agito per il bene comune e ottimisti indifferenti alle sorti dell’umanità. All’opposto, il pessimismo della ragione ha condotto molti uomini sia all’apatia sia alla perseveranza dell’agire. Molti grandi pensatori, pur avendo una visione tragica della realtà, si sono impegnati per costruire un mondo migliore. Direi pertanto che c’è un “ottimista ingenuo” che attende invano che vengano soddisfatte le proprie fantasticherie e c’è un “ottimista realista” che si impegna nel lavoro e nella vita e trae fiducia dagli aspetti positivi della propria attività; così come c’è un “pessimista ingenuo”, che si può deprimere fino a rinunciare alla vita, e c'è un “pessimista tragico”, che può vivere con maggiore intensità il tempo che gli è concesso. Non è detto, pertanto, che rinunciare all’ottimismo ti permetterà di essere più felice. Il giudizio pessimistico o ottimistico sulla realtà non illumina infatti la realtà stessa, ma rivela la disposizione cognitiva e affettiva di colui che giudica. È sul versante psicologico allora che dobbiamo cercare una soluzione. Oggi conosciamo i benefici dell’ottimismo: offre una sensazione di maggiore autocontrollo sulla propria vita e vantaggi addirittura sul sistema immunitario. Se il pessimismo sembra proteggerci, l’ottimismo realistico ci aiuta ad affrontare con fiducia la vita. Nonostante le difficoltà.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 19 gennaio 2015

La democrazia fragile


 
Caro professore,
Una volta ho sentito dire da una persona, a parer mio, particolarmente saggia: «il più grande errore dell'uomo dopo l'invenzione delle religioni è stato l’invenzione della democrazia». Sorvolando ora sul fatto delle religioni, che non sono l’argomento della mia domanda in specifico, vorrei appunto concentrarmi sull' "errore" della democrazia. Di natura, personalmente, sono uno che si distacca abbastanza da tutto ciò che è ideologia. Da cittadino elettore, posso affermare che non mi riconosco in nessuno schieramento politico; ovunque si parla di corruzione, di lentezza dell'iter parlamentare che fa affondare il Paese, di persone assolutamente non qualificate che si trovano nelle Camere, a vivere senza vergogna sulle spalle dei pochi, ormai, cittadini onesti rimasti. Ora, senza andare troppo a fondo nel luogo comune, vado dritto al punto. La democrazia odierna, la democrazia che governa gli stati, è troppe volte fallace e manchevole. E lo è per sua stessa caratteristica e composizione. Spesso la massa mette al potere le capre, e queste eclissano il pastore che si ritrova impotente. Non mi si fraintenda: non è di certo la dittatura una cosa buona, ce lo insegna una storia lunga migliaia di anni. La politica è debole, è argomento da riviste di Cairo Editore ed è la fortuna di comici come Crozza. Sinceramente, temo che le cose non miglioreranno col passare del tempo; il grave problema è che la mia generazione, quelli che come me sono andati per la prima volta a votare nelle ultime elezioni, sta stufandosi. Ma sta stufandosi perché capisce come andare a fare il deputato sia diventato un gioco per campare, perché ormai vediamo facoltà come Scienze politiche un motivo per trovarsi un lavoro sicuro. Quando noi saremo adulti, come sceglieremo? Come foglie al vento? La mia generazione non ha una formazione politica, nemmeno basilare (e diciamolo, non piangiamo affinché ci sia data). Siamo diventati pigri, persino nel pensare a cosa votare, tanto che sono i genitori a dirci chi votare, e come farlo. È forse questo colpa della democrazia o della debole e misera indole umana? Grazie per l'ascolto, e scusi se le ho fatto perdere del tempo con questa mia.
Paolo, VB

Caro Paolo,
Eraclito, il grande e aristocratico filosofo di Efeso discendente da una famiglia regale, aveva sentimenti ostili verso la democrazia e optava per un governo di pochi uomini, ossia dei migliori, perché: «una cosa sola preferiscono i migliori a tutte le altre, la gloria eterna a ciò che è mortale. I molti invece vogliono saziarsi, come le bestie». La democrazia non è valida semplicemente perché è il “governo del popolo” o della “maggioranza”; sappiamo infatti che una maggioranza può anche agire contro una minoranza e comportarsi in modo dispotico. Il fatto che una maggioranza scelga un tiranno (come è spesso avvenuto nel Novecento) non è pertanto garanzia di buona sovranità. Anche Karl Popper in “La società aperta e i suoi nemici” segnala alcune derive possibili di un tale governo quando ricorda che «La maggioranza di coloro che hanno una statura inferiore a 6 piedi può decidere che sia la minoranza di coloro che hanno statura superiore a 6 piedi a pagare tutte le tasse». La democrazia non è tanto un “governo del popolo”, ma “per il popolo”, in cui chi governa si deve preoccupare di tutelare le minoranze e fare in modo che esse non subiscano sopraffazioni né ingiustizie. Una democrazia è tale se crea, potenzia e poi tutela le istituzioni politiche che garantiscono le pratiche democratiche e evitano la tirannide. Ovviamente, a livello nazionale e sovranazionale. Karl Popper ricorda che la democrazia si adatta bene ad un mondo in continua trasformazione, perché consente di “licenziare” i governanti senza spargimento di sangue. Pur conoscendo tutti i limiti dell’agire democratico - che anche tu rilevi e che aumentano il tuo attuale senso di sfiducia -, la democrazia è vantaggiosa sotto molti aspetti: pensa alla tutela della libertà, alla possibilità di esercitare la critica in un sistema democratico o in un sistema autoritario: nel primo puoi criticare i governanti, nel secondo assolutamente no. Inoltre, solo la democrazia fornisce ai cittadini i mezzi per controllare chi governa. Sono infatti le istituzioni democratiche a consentire la sorveglianza sui governanti e la trasparenza della politica. Ma soprattutto, tali istituzioni, nonostante le difficoltà, potranno permettere di regolamentare il potere economico in modo da evitare il potenziale sfruttamento dell’uomo sull’uomo. È solo a livello politico – e dunque democratico – che si può intervenire nell’economia. Mi sembra che anche Thomas Piketty, l’economista francese che ha indagato le disuguaglianze economiche tra Ottocento e Novecento, ritenga che la democrazia sia fondamentale per evitare lo strapotere dell'economia. Ne “Il capitale nel XXI secolo” (Bompiani 2014) scrive infatti l’autore: «Ma, a mio avviso, se si vuole riprendere davve­ro il controllo del capitalismo, non esiste altra scelta se non quel­la di scommettere fino in fondo sulla democrazia, soprattutto su scala europea». Scommettere fino in fondo sulla democrazia significa, secondo me, ritenere che solo la ragione, pur lenta, imperfetta, ma equilibrata e in grado di autocorreggersi, possa consentire di «ottenere riforme senza ricorrere alla violenza e anche contro la volontà dei governanti». "Pigrizia" e "indifferenza" dileguano più facilmente, quando comprendiamo a fondo qual è la posta in gioco da difendere.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 12 gennaio 2015

La ragione e il cuore


 
Caro Professore,
uno dei miei maggiori limiti da sempre è esternare le mie emozioni. Sono poche le persone che conoscono questo lato di me, perché tendo a "tenere tutto dentro" e nascondermi dietro la mia facciata di ragazza allegra e spensierata. In ogni caso, proverò a porle la mia domanda. Riguarda un pensiero tratto dalla raccolta di pensieri di Pascal, che Lei ci ha consigliato come lettura per le vacanze natalizie. Dice: "Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce", è probabilmente uno dei pensieri più noti di Pascal, ma al di là della sua valenza filosofica, pensandoci su ho trovato un significato più "immediato". Come sappiamo, ci sono scelte in cui è meglio seguire la mente, altre in cui si preferisce seguire il cuore. Ho notato che il mio carattere razionale mi ha sempre indotta a scegliere la strada indicata dalla "mente", solo ultimamente mi sto rendendo conto che ascoltando il cuore, avrei preso decisioni migliori. In conclusione la mia domanda è: Esiste un modo di capire quale è la "vocina interiore" che è meglio ascoltare? C'è una strada "giusta" e una "sbagliata", o "tutte le strade portano a Roma"? La persona che mi ha aperto gli occhi è stato il mio attuale ragazzo, che ho sempre respinto per ascoltare quello che la mia parte razionale mi comunicava. Ma ora, a distanza di qualche anno, ringrazio davvero la me stessa che in un momento di perdizione ha ascoltato il cuore, perché se non fosse andata così probabilmente non avrei mai conosciuto la persona a cui, ora come ora, tengo di più.
Marta, IV A


Cara Marta,
Dovremmo chiederci quando abbiamo cominciato a pensare che le emozioni fossero dannose per la vita. Forse quando abbiamo fatto esperienza della loro intensità, della capacità di farci agire e reagire, superando i limiti ammissibili per conservare buoni rapporti sociali. Forse è da un tempo remoto che abbiamo cominciato a diffidare delle emozioni e a riconoscerne il carattere potenzialmente distruttivo. Sappiamo infatti che è preferibile decidere a “mente fredda” piuttosto che sotto l’impulso, e che è meglio stare alla larga dalle “teste calde” così come dalle persone “apatiche”. Gli antichi conoscevano perfettamente la pericolosità degli eccessi e dei difetti emotivi e ci hanno insegnato a diffidare di ogni intemperanza consigliandoci la “giusta misura”. Anche se sappiamo che in preda alle emozioni non siamo in grado di fornire valutazioni obiettive, non dobbiamo considerare che ragione ed emozioni siano incompatibili come l’acqua e l’olio. Il neuroscienziato portoghese Antonio Damasio, ne L’errore di Cartesio (Adelphi, 1995) ci ha insegnato che emozione e ragione non sono né in conflitto né rigidamente separate, ma che le emozioni fanno parte del «circuito della ragione». Esse non sono di intralcio al ragionamento in quanto contribuiscono al processo del pensiero. Certo, egli ricorda che in alcune circostanze l’emozione può sostituire la ragione, perché il corpo attiva rapidamente un «programma di azione emozionale». La paura, ad esempio, in certe situazioni  permette di avvertire un pericolo e di sottrarsi ad esso prima di aver attivato la ragione stessa. Scrive pertanto Damasio che «gli esseri vi­venti possono agire in modo accorto senza dover pen­sare in modo accorto». L’evoluzione ha così consentito agli animali e all’uomo di tutelarsi senza troppa fatica da situazioni che non consentono i tempi distesi della riflessione. Poiché l’uomo deve essere considerato in maniera unitaria e non composto da parti irrimediabilmente separate tra loro, Antonio Damasio ha modificato la famosa e bellissima frase di Blaise Pascal che hai citato in questo modo: «l'organismo ha alcune ragioni che la ra­gione deve utilizzare». Infatti, quando dobbiamo prendere una decisione non solo cerchiamo razionalmente le possibili opzioni e ci rappresentiamo gli esiti futuri, ma attiviamo parallelamente il riferimento ad esperienze emozionali simili vissute in passato. Poiché possiamo anche tener conto di tali esperienze nel processo decisionale, le emozioni ci aiutano a considerare maggiormente le alternative, dunque contribuiscono al processo di ragionamento. Ci rendono per così dire più “ragionevoli”, impedendoci di continuare inesorabilmente in un percorso apparentemente logico, ma sterile. Antonio Damasio sottolinea efficacemente questo aspetto. Scrive infatti: «Quando l'emozione è completamente esclusa dal processo del ragionamento, come accade in alcune patologie neurologiche, la ragione si scopre essere ancor più difettosa di quando l'emozione si intromette nelle nostre decisioni, giocandoci i suoi tiri mancini». Allora non è vero che «tutte le strade portano a Roma», ci sono strade privilegiate e strade sbagliate. “Ascoltare la vocina” significa accogliere tutte le indicazioni che provengono dal corpo (o dal “cuore”) e attribuire loro la stessa importanza che riserviamo ai saggi suggerimenti che ci consentono di assumere più responsabilmente delle decisioni. Più ascoltiamo la componente del cuore e meno commettiamo errori. In altre parole (dal punto di vista interpersonale) facciamo soffrire di meno le persone con cui ci relazioniamo e (dal punto di vista intrapersonale) ci affliggiamo di meno. O, come nel tuo caso, semplicemente, viviamo meglio.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 22 dicembre 2014

Esempi positivi


 
Caro professore,
Mi sono trovato a riflettere sugli esempi positivi che noi ragazzi possiamo avere al giorno d'oggi. Mi spiego, pare che noi giovani siamo rimasti senza ideali, senza speranze, e con la voglia di cambiare le cose, o quanto meno tentare, che va lentamente scemando. Insomma, siamo rimasti a corto di persone cui ispirarci, o quantomeno di nuove figure da emulare. Ovviamente è impossibile dimenticare grandi personaggi come Mandela, King, Gandhi, Guevara per il loro impegno e per le loro conquiste, ma purtroppo pare che episodi come "Ferguson" [Darren Wilson, il poliziotto che ha sparato a Michael Brown], che parevano ormai pallidi residui sulle divise delle forze dell'ordine statunitensi, siano destinati a ripresentarsi. Siamo rimasti orfani di una o più figure carismatiche, o meglio ispirate, e oramai la priorità fondamentale è diventata il "divertirsi", lo sballarsi, chiudere gli occhi su questo mondo destinato all'annichilimento e vivere oziosi "nell'isola che non c'è". Siamo ormai privi di quegli spunti e di quelle rivoluzioni in grado di renderci uomini e di ricoprire quelle cariche etico/politiche che non sono un nostro diritto in quanto esseri umani, ma sono un ancestrale dovere che grava sulle nostre spalle. Ora come ora siamo troppo vulnerabili anche ai dispotismi, non abbiamo più nulla in cui credere e qualsiasi potenziale "Hitler" non avrebbe vita difficile a riportare alla luce una nuova realtà autarchica. Pertanto professore la mia domanda è la seguente: è in grado la nostra terra di partorire altre "menti illuminate", è in grado di generare un fermento negli animi delle nuove generazioni, rendendoci coscienti delle responsabilità storiche che abbiamo (praticamente rifondare un’economia globale in sfacelo), oppure giunti a questo punto è praticamente impossibile? [...]
Filippo, IV B

Caro Filippo,
L’idea che ci troviamo a vivere un «tempo di povertà», un «dürftige Zeit», come direbbero i romantici, è stata frequente nella storia. È un’idea cara ai catastrofisti di ogni tempo che segnalano il procedere della storia da un’ipotetica età dell’oro verso un declino inarrestabile. C’è chi, accettando le analisi sulla “società liquida” prodotte da Zygmunt Bauman, ritiene che il mondo postmoderno non solo stemperi i dogmatismi, ma dissolva ogni certezza nel relativismo e c’è chi all’opposto considera che l’incertezza del nostro tempo sia prodotta dagli effetti di un’ossatura solidamente determinata dalle leggi del capitalismo. La mancanza di speranza sembrerebbe inevitabile, perché ogni visione profetica sarebbe impossibilitata ad emergere e ad illuminare oltre un certo tempo la società o perché fagocitata dalla struttura instabile su cui si fonda o perché soffocata da un’inamovibile base economica. Dici che avremmo bisogno di figure carismatiche, ma lo storico britannico Eric J. Hobsbawm ne “Il secolo breve” ci ha tuttavia insegnato che nel secolo scorso molte figure carismatiche «hanno arringato le folle e da queste sono state idolatrate» e che non sempre il carisma si coniuga con il bene. E se gettiamo uno sguardo retrospettivo sul Novecento non ci conforta neppure sapere che per diciannove anni non è stato consegnato il Premio Nobel per la pace e che nel 1948 la motivazione esplicita era che «non c'era nessun candidato idoneo vivente». Potremmo allora pensare di vivere in un inferno e che le speranze saranno sempre infrante. Trovo però molto importante ciò che Italo Calvino fa pronunciare a Marco Polo nelle “Città invisibili”. Scrive Calvino: «L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno cha abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Penso che sia in chiave laica sia in chiave religiosa abbiamo bisogno di buoni testimoni ordinari e non tanto di figure straordinarie. Il filosofo Remo Bodei scrive infatti che «oltre che di maîtres à penser, ci sia oggi bisogno di maîtres d'existence» (“Immaginare altre vite. Realtà, progetti, desideri”, 2013). E anche il priore della comunità Monastica di Bose, Enzo Bianchi, ritiene che al cristianesimo servano «testimoni non te­stimonial» (“Per un’etica condivisa”, 2009). E allora bisogna saper guardare con attenzione instancabile a persone e a comportamenti che, come scrive Calvino, meritano di essere imitati e riprodotti. Ci sono tantissimi uomini ordinari – meravigliosi maîtres d'existence – che selezionano il bene e cercano di “farlo durare, e dargli spazio”. Le “menti illuminate” ci sono, basta che uno sappia scegliere ciò che vuole salvare e come vuole vivere. E anche a livello mondiale ci sono testimoni. Quest’anno, infatti, il Nobel per la Pace è stato assegnato. All’indiano Kailash Satyarthi e alla giovane pakistana Malala Yousafzai, “per la loro lotta contro la soppressione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all'istruzione”. La speranza individuale è sempre alimentata da relazioni di cura. Queste relazioni sono, secondo me, gli "esempi positivi" da preservare.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 15 dicembre 2014

Come sarà crescere?




Caro professore,
volevo parlarle di questo periodo, che è il classico momento adolescenziale che tutti vorrebbero dimenticare, perché credo che sfogarsi con un foglio sia molto più liberatorio che farlo con una persona... È come se tutte le ansie, le responsabilità e le paure mi stessero schiacciando e non mi sento pronta ad affrontarle... credo che la cosa più difficile sia dover scegliere, per qualsiasi cosa vorrei che qualcun altro lo facesse per me. Qualche settimana fa ho dovuto prendere una decisione, e con questa mi sento di aver deluso un po’ tutti. La cosa che più mi fa stare male è essermi “divisa” dal mio migliore amico; può sembrare banale, ma mi manca molto e quello che mi preoccupa è che io non manco a lui. In parte ero preparata a questa reazione, ma speravo che avremmo provato a continuare la nostra amicizia anche non vendendoci più tutti i giorni. Io gli scrivo con qualsiasi scusa solo per sentirlo e sapere come sta, ma da parte sua non c’è nessun interesse... forse mi ero illusa, ma mi sento inutile. Nessuno si accorge di me e a nessuno importa come sto, i viaggi in treno, poi, non aiutano, mi fanno pensare, e a volte credo che il problema sia io, forse non piaccio alle persone. Ed è in questi momenti che mi odio, odio il mio carattere, vorrei essere più impulsiva e sicura, ma non ce la faccio, mi sento sempre sottomessa alle altre persone, mi sento indesiderata e costantemente giudicata. Potrei continuare ad annoiarla con le mie paranoie, ma mi sento egoista e superficiale a parlare di queste banalità, quando ci sono persone che soffrono per motivi molto più validi. Quindi, la domanda che le pongo, tra tutte quelle che le vorrei fare è: sarà sempre così “difficile” vivere? O quando si cresce, cambia? Insomma, com’è l’essere adulti? È questo, forse, quello che mi spaventa.
Alice, IVA

Cara Alice,
Fabio Volo ne “Il tempo che vorrei” ha inventato un personaggio, Lorenzo, che ha costruito il proprio rapporto positivo con la lettura il giorno in cui un amico ha scelto un libro per lui. In certi casi una “mano” che seleziona nella babele della vita può facilitare un incontro, aprire nuove direzioni allo sguardo ordinario e all’ideazione rituale. Ma nelle relazioni interpersonali siamo noi a scegliere e ogni scelta può anche generare sconforto. Si deludono le persone quando non si corrisponde alle loro proiezioni sulla nostra vita. Tuttavia, non sempre possiamo agire secondo le aspettative, perché non siamo attori che recitano quotidianamente uno stesso copione teatrale (come avviene ad esempio dal 1952 al New Ambassadors Theatre di Londra per la rappresentazione del grande classico di Agatha Christie “Trappola per topi”, “The Mousetrap”), e non viviamo per soddisfare le attese o per conformarci a regole che altri hanno stabilito per noi. Cercando di essere graditi a tutti, dimentichiamo il nostro compito più impegnativo: vivere creando la nostra specifica individualità. Soren Kierkegaard diceva che «la scelta decide circa il contenuto della personalità» (“Aut-Aut”), pertanto nelle scelte deliberiamo qualcosa di molto importante: stabiliamo chi vogliamo diventare. Così, talvolta, i nostri comportamenti possono apparire inopportuni, ma diventano indispensabili per non diventare prigionieri di desideri che non ci appartengono. Certo, poiché viviamo di relazioni, scontentare qualcuno significa anche modificare il rapporto e ogni assestamento relazionale produce sofferenza o genera  un’ansia eccessiva che può impedire il cambiamento. Preferiremmo non essere giudicati e vedere famigliari e compagni come osservatori imparziali che accettano i nostri cambiamenti. Ma per essere autentici, ci possiamo concedere anche il privilegio di deludere qualcuno. Ricordo che lo psichiatra francese André Christophe diceva che gli uomini si devono concedere qualche licenza. Ne elencava cinque: «il diritto di sbagliarsi, il diritto di fermarsi, il diritto di cambiare idea, il diritto di deludere, il diritto di arrivare a un risultato imperfetto». Abbiamo dunque anche il diritto di deludere. Non perché ci prendiamo gioco di una persona, certo, ma perché nel tentativo di dare forma alla nostra esistenza selezioniamo ciò che è coerente con i nostri ideali e ciò che non lo è. Il senso di colpa è il prezzo che si paga quando si prende una decisione in conformità al proprio senso morale e alla propria sensibilità. Credo che tu ti senta in colpa almeno per due motivi: per «senso di responsabilità» e per aver originato «una separazione». Nel primo caso considera che anche i genitori si sentono in colpa quando si ammala un figlio e si chiedono se potevano stare più attenti o fare di più. Altrettanto accade quando si lavora in gruppo: a volte ci si sente responsabili per sofferenze di cui non si è causa diretta. E poi ti senti in colpa «per la separazione». Ma in ogni cultura, tuttavia, il momento del distacco dalla famiglia o dalla comunità è segno di maturazione, perché se manca la separazione non si genera l’autonomia. Fino ad ora hai considerato solo la delusione degli altri, ma è bene che tu consideri anche la tua, in fondo anche tu provi sconforto per non vedere realizzate le tue speranze. Chiedi se quando si cresce questo senso di sconfitta cambierà. In parte, perché gli adulti hanno già passato al setaccio del tempo le amicizie, ma anch’essi soffrono per le scelte che devono compiere: ad esempio: a chi essere fedeli? Ad una tradizione religiosa o politica, al proprio passato o ad un nuova valutazione della vita? Si può rispondere in molti modi, ma se uno rimane affezionato alla ricerca della verità e alla propria autenticità metabolizzerà senza tanto rammarico i propri cambiamenti come costituenti necessari di una buona vita.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 24 novembre 2014

Il pregiudizio

Ragazzo in carrozzina studia al tavolo di una biblioteca


Caro Alberto,
io non ti conosco e tu non mi conosci, ma se mi vedi per strada con mio fratello sono certo che ti vengono in mente parole e pensieri che ci riguardano, senza conoscere la nostra storia. Io ho un fratello disabile, io lo vedo ogni giorno, ha ventitré anni, lo saluto, non risponde, non so se ha capito o meno. Non so che emozioni prova: NESSUNO lo sa. Di conseguenza, se io che sono una persona vedo mio fratello che sì, va bene, è diverso, ma è pur sempre umano, ha due occhi, un naso e una bocca, perché devo prenderlo in giro? Perché devo guardarlo male se non so cosa prova? Per esempio, un giorno abbiamo guardato il «Re leone», ha pianto, ma non so se era commosso o se voleva smettere... Perché la gente “pregiudica” un altro senza sapere cosa prova? (In generale, non solo nel caso di mio fratello). Grazie.
Andrea, II B

Caro Andrea,
Il pregiudizio «pregiudica», ossia nuoce, perché colpisce con viltà e lede la dignità di una persona. La scelta del verbo “pregiudica” ricorda quei bellissimi lapsus di cui parla Freud nella “Psicopatologia della vita quotidiana”. Il padre della psicoanalisi afferma che dietro ad un lapsus c’è sempre un fondo di verità: la bambina a cui venne chiesto se preferiva la cioccolata o i giocattoli rispose che voleva i "cioccolattoli". La verità del suo desiderio esprimeva non un’alternativa, ma la volontà di possederli entrambi. Così mi pare che anche tu, “inconsciamente”, abbia rivelato una profonda realtà. Nella tua meravigliosa e commovente testimonianza hai infatti unificato “preconcetto” e “giudizio svalutativo” nel verbo “pregiudica” che sintetizza come convinzioni erronee e verdetti negativi arrechino danni immensi e sofferenze gratuite in chi li subisce. I preconcetti pregiudicano, perché compromettono sul nascere la relazione e chi offende non si rende conto del dolore che causa alla persona che si sente sminuita, offesa ed esclusa. Quando affermi che “non sappiamo cosa provano” gli altri, affermi una profonda verità, ma per scoprirlo non abbiamo solo bisogno delle parole, ma della capacità di sentire. Un tempo questa capacità si chiamava “simpatia” e Adam Smith (Teoria dei sentimenti morali, 1749) diceva che tutti gli uomini la possiedono, perché è un sentimento che permette loro di sintonizzarsi con il prossimo Siamo capaci di piangere persino per la rappresentazione simulata di una tragedia»), mentre il filosofo scozzese David Hume, nel secondo libro del “Trattato sulla natura umana”, (1739-40) dedicato alle passioni, sottolineava come questa inclinazione maturasse nelle relazioni interpersonali («alla simpatia son necessarie delle relazioni» [...] e «diminuisce quando rescindiamo le relazioni»). Dalla simpatia oggi si è passati all’empatia. Si tende infatti sempre più a giudicare la maturità di un persona non tanto in base ad un’intelligenza astratta o alla capacità di risolvere un problema, ma in base al sentimento di empatia che prova nei confronti dei suoi simili. Nell’educazione si parla di “relazione di cura”, nella psicologia di “intelligenza emotiva”, nella giustizia si sottolinea l“immedesimazione”. Persino l’economista statunitense Jeremy Rifkin ne “La civiltà dell’empatia” (2009) ritiene che il tratto peculiare della nostra civiltà dovrà essere caratterizzato da tale competenza. Scrive l’autore: «Se nel mondo agricolo la coscienza era governata dalla fede e in quel­lo industriale dalla ragione, con la globalizza­zione e la transizione all'era dell'informazione, si fonderà sull'empatia, ovvero sulla capacità di immedesimarsi nello stato d'animo o nella situazione di un’altra persona». Sappiamo che l’empatia si sviluppa nell’infanzia e si corrobora nell’adolescenza e nell’età adulta. Dipende inizialmente dalla genetica: con la scoperta dei neuroni specchio”, i “neuroni dell’empatia”, i biologi hanno evidenziato la predisposizione genetica alla relazione empatica, ma poi sono fondamentali le relazioni che i genitori sanno instaurare con i bambini nei primi mesi di vita, un processo che John Bowlby ha definito efficacemente come “attaccamento”. L’evoluzione empatica si alimenta anche dei valori che una famiglia condivide, della sua visione del mondo, della cultura a cui si abbevera. Se Rifkin ritiene che «ci stiamo rapidamente evolvendo verso l'Homo em­paticus», sappiamo quanto sia doloroso, soprattutto per un ragazzo, essere oggetto di pregiudizi negativi e proviamo sempre più fastidio per coloro che non sanno mettersi nei panni degli altri. Il romanticismo tedesco utilizzava la parola Einfühlung, “immedesimazione”, per segnalare la capacità di afferrare il significato autentico di un’opera d’arte. Se tale immedesimazione è necessaria, allora il limite alla comprensione dell’altro non è solo un limite cognitivo, ma è un limite del sentire, dell’intelligenza emotiva”. Chi non ha maturato questo costituente non sa riconoscere l’altro, lo spoglia dell’umanità, lo considera oggetto e non soggetto. La relazione con tuo fratello ha forgiato in te una finezza nell’avvertire le sfumature del dolore che molti uomini non conoscono. Questa finezza ti permette di captare cosa sente l’altro, e questo è il livello più alto dell’essere uomo. Ho pensato a ciò che può aver avvertito tuo fratello guardando il “Re leone” e ho trovato nel libro di Jeremy Rifkin una citazione di Carl Rogers efficace: “Quando una persona capisce di essere sentita profondamente, i suoi occhi si riempiono di lacrime. Io credo che, in un senso molto reale, pianga di gioia. È come se stesse dicendo: «Grazie a Dio, qualcuno mi ascolta. Qualcuno sa cosa vuol dire essere me»”.
Un caro saluto,
Alberto
oggetto