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Cor-rispondenze

lunedì 30 marzo 2015

L'amore e la morte


 

Caro professore,
personalmente ho avuto molti fulmini che mi hanno colpita e messa in dubbio su diverse cose della vita, ma la cosa che mi ha scatenato più interrogativi è stato il suicidio di mio padre. Dalla sua morte mi sono posta troppe domande a riguardo di ciò che mi circonda; ma non saprei bene come strutturare la domanda, ma credo che il quesito mi possa venire in mente partendo da una frase che si trova sulla lapide del mio papà che al momento non ricordo a memoria ma che dice che senza amore noi ci priviamo della vita stessa. E per questo la mia domanda è: quanto conta l’amore per continuare a vivere.
Paola, I A

Cara Paola,
Anche Giacomo Leopardi canta più volte nella sua opera che senza amore la vita è un «deserto» e che la Terra sarebbe «inabitabile». Egli afferma nel Canto «Amore e morte» che laddove c’è il conforto dell’amore nasce il coraggio o si riaccendech’ove tu porgi aita, / Amor, nasce il coraggio / o si ridesta»). E se è vero che l’amore ridesta il coraggio per la vita, vorrei tuttavia raccontarti una vicenda che parla dell’amore e della morte che ci permetterà di fare alcune considerazioni che mi sembrano vicine al tuo dolore. Forse la conoscerai già: è la storia di Priamo e Tisbe narrata dal poeta Ovidio nelle Metamorfosi. Priamo, «il più bello di tutti i ragazzi», e Tisbe, «fra le bellezze di tutto l'Oriente la più corteggiata», vivono in case contigue. Si amano e vogliono sposarsi. I genitori proibiscono il loro matrimonio, ma non possono proibire il loro amore crescente. Così i due si parlano «a cenni e segnali» attraverso una fessura sottile del muro che separa le case. Un giorno decidono di fuggire e di darsi un appuntamento al sepolcro di Nino sotto un grande gelso stracarico di bacche bianche nei pressi di una sorgente gelata. Tisbe arriva per prima e si siede sotto l’albero. Ma poi vede avvicinarsi una leonessa che va a dissetarsi nell’acqua della sorgente «con le fauci che schiumano sangue di buoi appena sgozzati». Tisbe con le gambe tremanti riesce a fuggire, ma nella fuga perde il velo di dosso. La leonessa, placata la sete, mentre si addentra nel bosco vede l’indumento e «lo straccia senza badare con le zanne insanguinate». Quando Priamo si inoltra nella foresta vede le orme della belva e «sbianca tutto nel viso». Quando vede lo scialle macchiato di sangue si dispera, perché immagina l’amata uccisa e si accusa per averle proposto tale incauto incontro nella foresta. Così arriva alla conclusione che «un’unica notte perderà due amanti»: sia la ragazza sia lui stesso («fatemi tutto a brandelli, sbranate a morsi feroci queste viscere scelleratissime, leoni voi tutti che avete la tana fra queste rocce»). Poiché ritiene che invocare la morte sia da vili, prende una spada e se la conficca nel ventre. Le radici dell’albero inzuppate di sangue tingono di porpora le more sui rami. La ragazza torna indietro, riconosce il posto ma non il colore delle more. Quando vede il corpo dell’amato che trema e pulsa, piange e lo abbraccia. Chiama Priamo e alla voce di Tisbe «lui alza gli occhi già spessi di morte, e vistala appena, subito li richiude». Anche lei dimostrerà altrettanto amore e affonderà il colpo su di sé, affinché neppure la morte li possa dividere. Ho scelto di raccontarti questa storia per dirti che come Priamo, accecati da un particolare, ci si può uccidere per ragioni sbagliate, per una valutazione parziale degli eventi, per una sopravvalutazione del negativo, per ottundimento della ragione, per incapacità di reggere un peso, di sostenere una lontananza. Molte decisioni non pianificate da tempo, vengono prese quando la mente in stato di sofferenza estrema non riesce a scorgere alternative. Magari il soggetto ingigantisce gli eventi e contrae il significato di una vita su alcuni frammenti sfavorevoli. Non possiamo sempre leggere correttamente negli abissi della sofferenza umana né comprendere la lettura delle situazioni quando la vista di un adulto è fortemente sfocata dalle lenti del dolore o di una malattia. Ma non si possono creare nessi causali diretti tra un evento e una decisione tragica. Anche nelle calamità gli uomini reagiscono diversamente, perché in ogni scelta converge la storia individuale. Un genitore si toglie la vita quando non riesce più a rendersi conto che il dolore della sua assenza sarà di gran lunga maggiore del suo. L’amore che sottrae è superiore all’amore che ritiene di non ottenere, ma la sofferenza estrema, purtroppo, oscura la mente. Certo, è vero che l’amore aiuta a vivere, tuttavia a volte cadiamo nella considerazione unilaterale che la misura dell’amore che potenzia o debilita l’esistenza individuale sia quantificabile da ciò che si riceve. E dimentichiamo che non c’è solo l’amore che si ottiene, ma anche quello che si dà. L’amore non è passività (quello che si riceve), ma attività (quello che si dà). Ossia un certo modo di affrontare la vita, di prendersene cura. In quel prendersi cura di qualcosa o di qualcuno c’è una forza enorme, la forza più grande di un essere umano. Qualche volta gli uomini la smarriscono, ma quando intravedono che i benefici che si ricavano dalla cura sono enormi, si rendono conto che è questo tipo di amore che può ridestare la vita. Prendersi cura “fa nascere il coraggio o lo riaccende”: guarisce le ferite e aiuta a sopportare anche la distruttività del dolore.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 16 marzo 2015

Riconoscere un'amica



Caro professore,
Molte volte mi è capitato nella mia vita quotidiana di fermarmi un attimo e di allontanarmi dalla solita frenetica vita per il solo motivo di pensare e riflettere: già, certe volte mi passa in mente la domanda (che può anche parere stupida...): " ma esiste una vera amica, la cosiddetta best friend? ". Qualche volta ho provato a darmi una risposta, nella maggior parte di queste ho creduto che ci fosse davvero... ma poi, un po' a causa di quello che mi succede (cioè le relazioni che ho con le mie amiche) e un po' io che cambio sovente idea... non sono affatto sicura della risposta. Una persona che ti aiuti nel momento del bisogno, che non ti tradisca mai, che tiene per sé (e solo per sé) tutti i segreti che le confidi, con cui è piacevole stare insieme... come una mezza sorella... questa persona esiste davvero? Sembra più che altro un personaggio delle favole, in cui tutto è fantasia e la vita solo un “lieto fine”. Io mi definisco molto sensibile, cioè per ogni minimo disaccordo o discussione, rimango sempre molto male, non perché sono permalosa, ma perché credo di aver ferito involontariamente un'altra persona senza volerlo. Ho avuto molte carissime amiche e fino all'ultimo credevo che fossero veramente uniche e speciali, ma poi scattava sempre qualcosa che ci allontanava (ad esempio, degli atteggiamenti un po' a “tradimento”). Come si fa a riconoscere una migliore amica?
Irene, IIIA

Cara Irene,
In un’opera importante, la Grande etica, Aristotele dice: «Quando noi vogliamo vedere la nostra faccia, la vediamo guardandoci nello specchio, similmente, quando vogliamo conoscere noi stessi, potremo conoscerci guardando nell’amico». È infatti grazie all’altra persona che noi scopriamo le nostre peculiarità, i nostri bisogni e andiamo incontro al mondo. Nell’Etica nicomachea, invece, Aristotele scrive che l’amicizia è “assolutamente necessaria alla vita” e che “senza amici, nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni”. L’amicizia è dunque una cosa necessaria e bella, perché: “due che marciano insieme…, infatti hanno una capacità maggiore di pensare e di agire”. Nell’amicizia ci si procura gioia a vicenda e si fa il bene l’uno dell’altro. Secondo Aristotele ci sono diversi tipi di amicizia, alcuni fondati sull’utile, altri sul piacere e altri sulla virtù. La forma più stabile di amicizia è però quella fondata sulla virtù. Chi è buono ama l’amico per se stesso e in modo duraturo. Si può essere amici, infatti, perché si ottiene qualche utile o perché si ricava un qualche piacere; in questi casi non si amano ancora le persone in se stesse, ma in funzione di ciò che da esse si ottiene: l’utile o il piacere. Ma se uno non è più utile o non è più piacevole allora cessa il motivo dell’amicizia. Aristotele dice che l’amicizia legata all’utile è tipica soprattutto degli anziani, mentre quella legata al piacere è tipica dei giovani che perseguono soprattutto i piaceri immediati. Poiché l’utile non è costante e ciò che è piacevole può variare, allora queste amicizie possono esaurirsi facilmente. L’amicizia muta allora col mutare di ciò che attrae, affascina o diverte. Infatti, col passare del tempo le cose che producono piacere sono diverse: “è per questo che i giovani - dice Aristotele - rapidamente diventano amici e rapidamente cessano di esserlo: infatti, l’amicizia muta col mutare di ciò che fa piacere, e il mutamento di un tale tipo di piacere è rapido”. L’amicizia perfetta è invece l’amicizia degli uomini buoni che sono simili per virtù. Questi infatti vogliono il bene l’uno dell’altro. L’amico/a condivide con noi “un’intimità allargata”; nasce, infatti, tra due persone una forma di fiducia, dove il reciproco fidarsi è un af-fidarsi dell’uno all’altro, ossia un consegnare all’altro una parte di sé, spesso la più recondita. Perché allora sentiamo ogni tanto lo scricchiolìo di certe amicizie, anche profonde e intime? Mi viene in mente un episodio curioso letto in una vignetta e riportato da Joseph Epstein in un bel libro sull’amicizia (Amicizia, Il Mulino, 2008). All’uscita dalla chiesa un uomo esclama: “Come posso amare i miei nemici, se non mi piacciono neanche i miei amici?”. Ora, fatti salvi lealtà e rispetto reciproci, forse a volte chiediamo troppo agli amici e vorremmo che non cambiassero mai. Accusiamo loro del cambiamento, ma non ci rendiamo conto del nostro. Proiettiamo sull’altra persona quello che non accettiamo di noi: ossia la continua trasformazione. Ogni persona nelle relazioni e grazie alle relazioni si trasforma. Ma anche l’altro evolve e cambia. Stare con un amico significa stare con una persona in un reciproco adattamento creativo. Una importante pensatrice francese della prima metà del Novecento, Simone Weil, dice che nell’amicizia è importante questo rispetto per la crescita reciproca e per l’autonomia: “se da una delle due parti non v’è rispetto per l’autonomia dell’altra, questa deve troncare il legame, per rispetto verso se stessa”. L’amicizia è tale se è amicizia nella libertà, altrimenti l’amicizia stessa viene intaccata e prima o poi il rapporto si scioglie. Mentre nell’adolescenza l’amicizia è una sorta di fusione, nell’amicizia matura gli amici, dice sempre Weil: “accettano pienamente di essere due e non uno, e rispettano la reciproca distanza creata dal fatto di essere due creature distinte”. L’amicizia, dirà ancora la filosofa, è “il miracolo per il quale un uomo accetta di guardare da lontano, e senza accostarsi, un essere che gli è necessario quanto il nutrimento” (L’attesa di Dio, Adelphi, 2008 ).
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 23 febbraio 2015

Controllare la rabbia

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Caro professore,
Ultimamente non riesco a controllare la mia rabbia e spesso con gli amici mi capita di alzare le mani e con i genitori mi capita di rispondere male e di non rispettarli. Ecco, vorrei sapere com’è possibile che non riesca a controllare le mie emozioni.
Andrea, II C

Caro Andrea,
Lo scrittore italiano Claudio Magris in “Alfabeti” (2008) ricorda che «alle origini e alle radici dell'occidente c'è l'ira, inscindibile dall'aurora della poesia che fonda la nostra civiltà: «Cantami, o diva, del Pelide Achille l'ira funesta», dice il primo verso dell'Iliade». Così, apparentemente, sei in buona compagnia, perché anche Achille, il furioso campione degli Achei, faticava a contenere la propria rabbia. Una delle storie più antiche della nostra civiltà, in fondo, ci racconta la potenza (devastatrice) di questa emozione. Il figlio del re Peleo (pelide) e della dea Teti, il «tremendissimo Achille» a cui le parole spesso facevano «di furore infiammar l'alma (l’anima), non era certo un uomo – o meglio un semidio – moderato e stentava a frenare i propri impulsi. L’eroe greco, durante la guerra di Troia, ha più volte “alzato le mani” e la spada, ed è stato colui che ha ucciso più uomini. Una volta, la sua rabbia urlata da un fosso ha terrorizzato così tanto i guerrieri nemici che dodici soldati Teucri si sono uccisi involontariamente con le loro armi nella confusione della fuga («Lì stando, un grido/ mise, e d'un altro da lontan gli fece/eco Minerva, ed un terror ne' Teucri immenso suscitò. [...]Tre volte Achille/ dalla fossa gridò: tre volte i Teucri/ e i collegati sgominarsi, e dodici/de' più prestanti fra i riversi cocchi/ trafitti vi perir dal proprio ferro»). Il rapimento di Elena, regina di Lacedemone (Sparta) da parte di Paride, figlio di Priamo re di Troia, sarà stata una buona ragione per far scoppiare una guerra tra Achei e Troiani; in fondo, il motivo era valido: Elena era la donna più bella del mondo. Ma, come sai, le cose sono andate un po’ per le lunghe e solo dopo dieci anni di guerra gli Achei sono riusciti a vincere. Purtroppo, anche Achille morì poi ucciso da Paride che voleva vendicare la morte del proprio fratello Ettore. Conosci certamente la storia della freccia e del tallone. Anche se l’ira è meravigliosa nella poesia e permette di creare storie memorabili, nella vita procura meno piaceri e spesso genera conseguenze negative. Non solo avvia effetti imprevedibili e smisurati (anni di guerra) e smanie di vendetta (sentimenti di rivalsa), ma causa sciagure anche ai soggetti che la assecondano e che non riescono più a domarla. Robert A.F. Thurman, un’autorità del buddhismo tibetano negli Stati Uniti, nel libro intitolato “Ira”, (Raffaello Cortina editore, 2006) scrive scherzosamente «Sono adirato con l’ira – la odio». Ma poi sottolinea che per arginarla non può essere arrabbiato, perché se si lascia impossessare da tale emozione dissiperà inutilmente le proprie energie. Odiare la propria rabbia, infatti, fa scaturire altra rabbia. Anche tu soffri, dispiaciuto per le intemperanze con gli amici e con i genitori. Tuttavia, un’idea non acquista maggior forza se battiamo un pugno sul tavolo, se colpiamo un amico o delegittimano il nostro interlocutore, ma solo se è sostenuta da buone argomentazioni. E allora, cosa dobbiamo fare?  Lasciarci «impossessare» o «rinunciare» all’ira? In fondo, a volte abbiamo bisogno di arrabbiarci per ribellarci all’oppressione o alle aggressioni. Ma a causa delle conseguenze negative dobbiamo forse imparare a rimuoverla dalla nostra esistenza? Diventare perfetti, calmi e sempre discreti? Seneca si era posto questo interrogativo in un libriccino intitolato proprio “De ira”. Il fratello maggiore, Novato, gli aveva chiesto qualche consiglio per placare il proprio furore. Seneca ricorda che alcuni saggi avevano definito l’ira «"un momento di pazzia"»; infatti, come la pazzia essa «è incapace di controllarsi, incurante delle convenienze, insensibile ai rapporti sociali, cocciuta ed ostinata nelle sue iniziative, preclusa alla ragione ed alla riflessione, pronta a scattare per motivi inconsistenti, inetta a distinguere il giusto ed il vero, quanto mai somigliante a quelle macerie che si frantumano sopra ciò che hanno travolto». L’ira produce macerie. Ma, se sfascia l’oggetto su cui si scatena, rovina (ossia “frantuma”) anche il soggetto che rimane incapace di liberarsene. Qualcuno aveva obiettato a Seneca che un’anima senza ira era fiacca. E Seneca aveva risposto: «È vero, se non dispone di nulla di più valido». E cosa abbiamo di più valido? La ragione. Che non ci chiede di essere codardi (passivi), ma neppure irosi (aggressivi). Ci chiede di essere coraggiosi e pazienti (oggi si dice assertivi). Seneca consigliava di “prendere tempo”, di “non essere sospettosi”, di “essere longanimi”, ossia saper comprendere e tollerare, di “essere pazienti”, e soprattutto di non adirarsi con gli esseri irragionevoli. Diceva che «il miglior rimedio dell'ira è il saper rinviare». A volte ci adiriamo perché non abbiamo compreso bene o perché riteniamo che alcune critiche siano così destabilizzanti da non poterle sopportare. Ma ad una nuova valutazione della ragione capiamo che le persone forti non cadono facilmente nelle trappole dell’ira. Usano l’energia per costruire se stessi e non per distruggere gli altri; per affermare ciò in cui credono perché sanno che le reazioni non dipendono tanto dai fatti che accadono, ma dalle nostre scelte. Ed è su queste che possiamo agire. Magari la nostra vita non diventerà epica, ma sarà certamente buona.
Un caro saluto,
Alberto

 

 

lunedì 9 febbraio 2015

Saggezza e bicchieri



Caro professore,
stavo pensando al consiglio che mia madre mi ha sempre ripetuto fin dall’infanzia: «cerca sempre di vedere il bicchiere mezzo pieno e non mezzo vuoto»… finora ho seguito questo suggerimento e sono sempre stata molto ottimista, ma ultimamente ho realizzato che forse non è un bene essere ottimisti. Infatti, pensare che le cose andranno bene non ci protegge dalle delusioni, come invece, per certi versi, fa il pessimismo, che, sotto questo punto di vista, parrebbe la scelta più saggia: in questo modo, se le cose andassero male, sarei già preparata ad affrontare la situazione, mentre, nel migliore dei casi, rimarrei piacevolmente sorpresa dal modo il cui tutto si è concluso, quindi sarei più felice. In definitiva: ha ancora un senso essere ottimisti?
Deborah, IVA


Cara Deborah,
Hai giustamente notato che il pessimista, nel peggiore dei casi, può sempre affermare: «io l’avevo detto» e nel migliore dei casi può temporaneamente stemperare il proprio sguardo cupo sulla vita, mentre l’ottimista sembra soffrire maggiormente le delusioni. La logica, tuttavia, ci insegna che, date due alternative, le possibilità sono quattro. Ossia possono essere felici o delusi sia gli ottimisti sia i pessimisti. Se consideriamo solo l’aspetto logico non emergono particolari vantaggi o svantaggi, ma se consideriamo la componente psicologica, allora il pessimista sembra subire meno frustrazioni, perché già predisposto per eventuali esiti negativi. In verità, entrambi descrivono uno stato di cose – il bicchiere è infatti sia mezzo pieno sia mezzo vuoto – e le loro posizioni seguono una sorta di lettura “realistica” del mondo. Allora, se tutti e due hanno parzialmente ragione, perché percepiamo delle differenze? E chi è più felice? Nella storia della filosofia ci sono stati incorreggibili ottimisti come Leibniz, secondo cui questo mondo «è il migliore dei mondi possibili» o Rousseau, secondo cui «l’uomo è buono per natura», oppure Hegel che vedeva il mondo retto da una struttura razionale e che nelle “Lezioni sulla filosofia della storia” ribadiva costantemente la coincidenza tra Realtà e Ragione. Ma ci sono stati filosofi pessimisti, come Schopenhauer, il quale scriveva: «Donde ha preso Dante la materia del suo Inferno, se non da questo nostro mondo reale? E nondimeno n'è venuto un inferno bell'e buono». Capita spesso che si consideri l’ottimista un uomo ingenuo e il pessimista un uomo profondo. Il filosofo milanese Remo Cantoni (1914-1978), analizzando l’opera sulla bomba atomica e il futuro dell’uomo di Karl Jaspers, ricordava che «Non è facile nel mondo contemporaneo essere ottimisti senza essere su­perficiali». Scriveva infatti che «Chi non è stato turbato nella sua limpida fede nel progresso, nella tecnica e nella scienza, nell'uomo in genere, da tutti gli eventi tragici che si sono verificati nel secolo ventesimo, è un uomo che non ha messo la sua fede a cimento, che non ha assimilato e sofferto la negatività del proprio tempo e rischia di parlare in astratto di umanità, di scienza, di verità, di progresso, col tono falso e retorico in cui ne parlano i filistei». C’è dunque un “ottimismo ingenuo”, quello criticato ad esempio anche da Voltaire nel suo “Candide” (1759), quando Cacambo chiede all’amico Candido: «Che cos’è quest’ottimismo? Ah, risponde Candido, è la maniera di sostenere che tutto va bene quando si sta male», che consiste in una visione eccessivamente rosea della vita, spesso indice di un animo ingenuo o di incapacità di analisi appropriate. È un ottimismo privo di fondamento, che può esporre maggiormente all’insuccesso e far precipitare le persone nella disperazione se i risultati attesi, che spesso sono semplicemente fantasticati, non si avverano. Tuttavia, c’è anche l’ottimismo di coloro che, dopo aver «assimilato e sofferto la negatività del proprio tempo», preferiscono serbare uno sguardo fiducioso e mettere in risalto maggiormente gli elementi positivi rispetto a quelli negativi. Li potremmo chiamare gli “ottimisti realisti”. Se alla coppia ottimismo/pessimismo sostituiamo la coppia ragione/azione, manteniamo le quattro alternative della logica. Ci sono stati ottimisti della ragione che hanno agito per il bene comune e ottimisti indifferenti alle sorti dell’umanità. All’opposto, il pessimismo della ragione ha condotto molti uomini sia all’apatia sia alla perseveranza dell’agire. Molti grandi pensatori, pur avendo una visione tragica della realtà, si sono impegnati per costruire un mondo migliore. Direi pertanto che c’è un “ottimista ingenuo” che attende invano che vengano soddisfatte le proprie fantasticherie e c’è un “ottimista realista” che si impegna nel lavoro e nella vita e trae fiducia dagli aspetti positivi della propria attività; così come c’è un “pessimista ingenuo”, che si può deprimere fino a rinunciare alla vita, e c'è un “pessimista tragico”, che può vivere con maggiore intensità il tempo che gli è concesso. Non è detto, pertanto, che rinunciare all’ottimismo ti permetterà di essere più felice. Il giudizio pessimistico o ottimistico sulla realtà non illumina infatti la realtà stessa, ma rivela la disposizione cognitiva e affettiva di colui che giudica. È sul versante psicologico allora che dobbiamo cercare una soluzione. Oggi conosciamo i benefici dell’ottimismo: offre una sensazione di maggiore autocontrollo sulla propria vita e vantaggi addirittura sul sistema immunitario. Se il pessimismo sembra proteggerci, l’ottimismo realistico ci aiuta ad affrontare con fiducia la vita. Nonostante le difficoltà.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 19 gennaio 2015

La democrazia fragile


 
Caro professore,
Una volta ho sentito dire da una persona, a parer mio, particolarmente saggia: «il più grande errore dell'uomo dopo l'invenzione delle religioni è stato l’invenzione della democrazia». Sorvolando ora sul fatto delle religioni, che non sono l’argomento della mia domanda in specifico, vorrei appunto concentrarmi sull' "errore" della democrazia. Di natura, personalmente, sono uno che si distacca abbastanza da tutto ciò che è ideologia. Da cittadino elettore, posso affermare che non mi riconosco in nessuno schieramento politico; ovunque si parla di corruzione, di lentezza dell'iter parlamentare che fa affondare il Paese, di persone assolutamente non qualificate che si trovano nelle Camere, a vivere senza vergogna sulle spalle dei pochi, ormai, cittadini onesti rimasti. Ora, senza andare troppo a fondo nel luogo comune, vado dritto al punto. La democrazia odierna, la democrazia che governa gli stati, è troppe volte fallace e manchevole. E lo è per sua stessa caratteristica e composizione. Spesso la massa mette al potere le capre, e queste eclissano il pastore che si ritrova impotente. Non mi si fraintenda: non è di certo la dittatura una cosa buona, ce lo insegna una storia lunga migliaia di anni. La politica è debole, è argomento da riviste di Cairo Editore ed è la fortuna di comici come Crozza. Sinceramente, temo che le cose non miglioreranno col passare del tempo; il grave problema è che la mia generazione, quelli che come me sono andati per la prima volta a votare nelle ultime elezioni, sta stufandosi. Ma sta stufandosi perché capisce come andare a fare il deputato sia diventato un gioco per campare, perché ormai vediamo facoltà come Scienze politiche un motivo per trovarsi un lavoro sicuro. Quando noi saremo adulti, come sceglieremo? Come foglie al vento? La mia generazione non ha una formazione politica, nemmeno basilare (e diciamolo, non piangiamo affinché ci sia data). Siamo diventati pigri, persino nel pensare a cosa votare, tanto che sono i genitori a dirci chi votare, e come farlo. È forse questo colpa della democrazia o della debole e misera indole umana? Grazie per l'ascolto, e scusi se le ho fatto perdere del tempo con questa mia.
Paolo, VB

Caro Paolo,
Eraclito, il grande e aristocratico filosofo di Efeso discendente da una famiglia regale, aveva sentimenti ostili verso la democrazia e optava per un governo di pochi uomini, ossia dei migliori, perché: «una cosa sola preferiscono i migliori a tutte le altre, la gloria eterna a ciò che è mortale. I molti invece vogliono saziarsi, come le bestie». La democrazia non è valida semplicemente perché è il “governo del popolo” o della “maggioranza”; sappiamo infatti che una maggioranza può anche agire contro una minoranza e comportarsi in modo dispotico. Il fatto che una maggioranza scelga un tiranno (come è spesso avvenuto nel Novecento) non è pertanto garanzia di buona sovranità. Anche Karl Popper in “La società aperta e i suoi nemici” segnala alcune derive possibili di un tale governo quando ricorda che «La maggioranza di coloro che hanno una statura inferiore a 6 piedi può decidere che sia la minoranza di coloro che hanno statura superiore a 6 piedi a pagare tutte le tasse». La democrazia non è tanto un “governo del popolo”, ma “per il popolo”, in cui chi governa si deve preoccupare di tutelare le minoranze e fare in modo che esse non subiscano sopraffazioni né ingiustizie. Una democrazia è tale se crea, potenzia e poi tutela le istituzioni politiche che garantiscono le pratiche democratiche e evitano la tirannide. Ovviamente, a livello nazionale e sovranazionale. Karl Popper ricorda che la democrazia si adatta bene ad un mondo in continua trasformazione, perché consente di “licenziare” i governanti senza spargimento di sangue. Pur conoscendo tutti i limiti dell’agire democratico - che anche tu rilevi e che aumentano il tuo attuale senso di sfiducia -, la democrazia è vantaggiosa sotto molti aspetti: pensa alla tutela della libertà, alla possibilità di esercitare la critica in un sistema democratico o in un sistema autoritario: nel primo puoi criticare i governanti, nel secondo assolutamente no. Inoltre, solo la democrazia fornisce ai cittadini i mezzi per controllare chi governa. Sono infatti le istituzioni democratiche a consentire la sorveglianza sui governanti e la trasparenza della politica. Ma soprattutto, tali istituzioni, nonostante le difficoltà, potranno permettere di regolamentare il potere economico in modo da evitare il potenziale sfruttamento dell’uomo sull’uomo. È solo a livello politico – e dunque democratico – che si può intervenire nell’economia. Mi sembra che anche Thomas Piketty, l’economista francese che ha indagato le disuguaglianze economiche tra Ottocento e Novecento, ritenga che la democrazia sia fondamentale per evitare lo strapotere dell'economia. Ne “Il capitale nel XXI secolo” (Bompiani 2014) scrive infatti l’autore: «Ma, a mio avviso, se si vuole riprendere davve­ro il controllo del capitalismo, non esiste altra scelta se non quel­la di scommettere fino in fondo sulla democrazia, soprattutto su scala europea». Scommettere fino in fondo sulla democrazia significa, secondo me, ritenere che solo la ragione, pur lenta, imperfetta, ma equilibrata e in grado di autocorreggersi, possa consentire di «ottenere riforme senza ricorrere alla violenza e anche contro la volontà dei governanti». "Pigrizia" e "indifferenza" dileguano più facilmente, quando comprendiamo a fondo qual è la posta in gioco da difendere.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 12 gennaio 2015

La ragione e il cuore


 
Caro Professore,
uno dei miei maggiori limiti da sempre è esternare le mie emozioni. Sono poche le persone che conoscono questo lato di me, perché tendo a "tenere tutto dentro" e nascondermi dietro la mia facciata di ragazza allegra e spensierata. In ogni caso, proverò a porle la mia domanda. Riguarda un pensiero tratto dalla raccolta di pensieri di Pascal, che Lei ci ha consigliato come lettura per le vacanze natalizie. Dice: "Il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce", è probabilmente uno dei pensieri più noti di Pascal, ma al di là della sua valenza filosofica, pensandoci su ho trovato un significato più "immediato". Come sappiamo, ci sono scelte in cui è meglio seguire la mente, altre in cui si preferisce seguire il cuore. Ho notato che il mio carattere razionale mi ha sempre indotta a scegliere la strada indicata dalla "mente", solo ultimamente mi sto rendendo conto che ascoltando il cuore, avrei preso decisioni migliori. In conclusione la mia domanda è: Esiste un modo di capire quale è la "vocina interiore" che è meglio ascoltare? C'è una strada "giusta" e una "sbagliata", o "tutte le strade portano a Roma"? La persona che mi ha aperto gli occhi è stato il mio attuale ragazzo, che ho sempre respinto per ascoltare quello che la mia parte razionale mi comunicava. Ma ora, a distanza di qualche anno, ringrazio davvero la me stessa che in un momento di perdizione ha ascoltato il cuore, perché se non fosse andata così probabilmente non avrei mai conosciuto la persona a cui, ora come ora, tengo di più.
Marta, IV A


Cara Marta,
Dovremmo chiederci quando abbiamo cominciato a pensare che le emozioni fossero dannose per la vita. Forse quando abbiamo fatto esperienza della loro intensità, della capacità di farci agire e reagire, superando i limiti ammissibili per conservare buoni rapporti sociali. Forse è da un tempo remoto che abbiamo cominciato a diffidare delle emozioni e a riconoscerne il carattere potenzialmente distruttivo. Sappiamo infatti che è preferibile decidere a “mente fredda” piuttosto che sotto l’impulso, e che è meglio stare alla larga dalle “teste calde” così come dalle persone “apatiche”. Gli antichi conoscevano perfettamente la pericolosità degli eccessi e dei difetti emotivi e ci hanno insegnato a diffidare di ogni intemperanza consigliandoci la “giusta misura”. Anche se sappiamo che in preda alle emozioni non siamo in grado di fornire valutazioni obiettive, non dobbiamo considerare che ragione ed emozioni siano incompatibili come l’acqua e l’olio. Il neuroscienziato portoghese Antonio Damasio, ne L’errore di Cartesio (Adelphi, 1995) ci ha insegnato che emozione e ragione non sono né in conflitto né rigidamente separate, ma che le emozioni fanno parte del «circuito della ragione». Esse non sono di intralcio al ragionamento in quanto contribuiscono al processo del pensiero. Certo, egli ricorda che in alcune circostanze l’emozione può sostituire la ragione, perché il corpo attiva rapidamente un «programma di azione emozionale». La paura, ad esempio, in certe situazioni  permette di avvertire un pericolo e di sottrarsi ad esso prima di aver attivato la ragione stessa. Scrive pertanto Damasio che «gli esseri vi­venti possono agire in modo accorto senza dover pen­sare in modo accorto». L’evoluzione ha così consentito agli animali e all’uomo di tutelarsi senza troppa fatica da situazioni che non consentono i tempi distesi della riflessione. Poiché l’uomo deve essere considerato in maniera unitaria e non composto da parti irrimediabilmente separate tra loro, Antonio Damasio ha modificato la famosa e bellissima frase di Blaise Pascal che hai citato in questo modo: «l'organismo ha alcune ragioni che la ra­gione deve utilizzare». Infatti, quando dobbiamo prendere una decisione non solo cerchiamo razionalmente le possibili opzioni e ci rappresentiamo gli esiti futuri, ma attiviamo parallelamente il riferimento ad esperienze emozionali simili vissute in passato. Poiché possiamo anche tener conto di tali esperienze nel processo decisionale, le emozioni ci aiutano a considerare maggiormente le alternative, dunque contribuiscono al processo di ragionamento. Ci rendono per così dire più “ragionevoli”, impedendoci di continuare inesorabilmente in un percorso apparentemente logico, ma sterile. Antonio Damasio sottolinea efficacemente questo aspetto. Scrive infatti: «Quando l'emozione è completamente esclusa dal processo del ragionamento, come accade in alcune patologie neurologiche, la ragione si scopre essere ancor più difettosa di quando l'emozione si intromette nelle nostre decisioni, giocandoci i suoi tiri mancini». Allora non è vero che «tutte le strade portano a Roma», ci sono strade privilegiate e strade sbagliate. “Ascoltare la vocina” significa accogliere tutte le indicazioni che provengono dal corpo (o dal “cuore”) e attribuire loro la stessa importanza che riserviamo ai saggi suggerimenti che ci consentono di assumere più responsabilmente delle decisioni. Più ascoltiamo la componente del cuore e meno commettiamo errori. In altre parole (dal punto di vista interpersonale) facciamo soffrire di meno le persone con cui ci relazioniamo e (dal punto di vista intrapersonale) ci affliggiamo di meno. O, come nel tuo caso, semplicemente, viviamo meglio.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 22 dicembre 2014

Esempi positivi


 
Caro professore,
Mi sono trovato a riflettere sugli esempi positivi che noi ragazzi possiamo avere al giorno d'oggi. Mi spiego, pare che noi giovani siamo rimasti senza ideali, senza speranze, e con la voglia di cambiare le cose, o quanto meno tentare, che va lentamente scemando. Insomma, siamo rimasti a corto di persone cui ispirarci, o quantomeno di nuove figure da emulare. Ovviamente è impossibile dimenticare grandi personaggi come Mandela, King, Gandhi, Guevara per il loro impegno e per le loro conquiste, ma purtroppo pare che episodi come "Ferguson" [Darren Wilson, il poliziotto che ha sparato a Michael Brown], che parevano ormai pallidi residui sulle divise delle forze dell'ordine statunitensi, siano destinati a ripresentarsi. Siamo rimasti orfani di una o più figure carismatiche, o meglio ispirate, e oramai la priorità fondamentale è diventata il "divertirsi", lo sballarsi, chiudere gli occhi su questo mondo destinato all'annichilimento e vivere oziosi "nell'isola che non c'è". Siamo ormai privi di quegli spunti e di quelle rivoluzioni in grado di renderci uomini e di ricoprire quelle cariche etico/politiche che non sono un nostro diritto in quanto esseri umani, ma sono un ancestrale dovere che grava sulle nostre spalle. Ora come ora siamo troppo vulnerabili anche ai dispotismi, non abbiamo più nulla in cui credere e qualsiasi potenziale "Hitler" non avrebbe vita difficile a riportare alla luce una nuova realtà autarchica. Pertanto professore la mia domanda è la seguente: è in grado la nostra terra di partorire altre "menti illuminate", è in grado di generare un fermento negli animi delle nuove generazioni, rendendoci coscienti delle responsabilità storiche che abbiamo (praticamente rifondare un’economia globale in sfacelo), oppure giunti a questo punto è praticamente impossibile? [...]
Filippo, IV B

Caro Filippo,
L’idea che ci troviamo a vivere un «tempo di povertà», un «dürftige Zeit», come direbbero i romantici, è stata frequente nella storia. È un’idea cara ai catastrofisti di ogni tempo che segnalano il procedere della storia da un’ipotetica età dell’oro verso un declino inarrestabile. C’è chi, accettando le analisi sulla “società liquida” prodotte da Zygmunt Bauman, ritiene che il mondo postmoderno non solo stemperi i dogmatismi, ma dissolva ogni certezza nel relativismo e c’è chi all’opposto considera che l’incertezza del nostro tempo sia prodotta dagli effetti di un’ossatura solidamente determinata dalle leggi del capitalismo. La mancanza di speranza sembrerebbe inevitabile, perché ogni visione profetica sarebbe impossibilitata ad emergere e ad illuminare oltre un certo tempo la società o perché fagocitata dalla struttura instabile su cui si fonda o perché soffocata da un’inamovibile base economica. Dici che avremmo bisogno di figure carismatiche, ma lo storico britannico Eric J. Hobsbawm ne “Il secolo breve” ci ha tuttavia insegnato che nel secolo scorso molte figure carismatiche «hanno arringato le folle e da queste sono state idolatrate» e che non sempre il carisma si coniuga con il bene. E se gettiamo uno sguardo retrospettivo sul Novecento non ci conforta neppure sapere che per diciannove anni non è stato consegnato il Premio Nobel per la pace e che nel 1948 la motivazione esplicita era che «non c'era nessun candidato idoneo vivente». Potremmo allora pensare di vivere in un inferno e che le speranze saranno sempre infrante. Trovo però molto importante ciò che Italo Calvino fa pronunciare a Marco Polo nelle “Città invisibili”. Scrive Calvino: «L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno cha abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio». Penso che sia in chiave laica sia in chiave religiosa abbiamo bisogno di buoni testimoni ordinari e non tanto di figure straordinarie. Il filosofo Remo Bodei scrive infatti che «oltre che di maîtres à penser, ci sia oggi bisogno di maîtres d'existence» (“Immaginare altre vite. Realtà, progetti, desideri”, 2013). E anche il priore della comunità Monastica di Bose, Enzo Bianchi, ritiene che al cristianesimo servano «testimoni non te­stimonial» (“Per un’etica condivisa”, 2009). E allora bisogna saper guardare con attenzione instancabile a persone e a comportamenti che, come scrive Calvino, meritano di essere imitati e riprodotti. Ci sono tantissimi uomini ordinari – meravigliosi maîtres d'existence – che selezionano il bene e cercano di “farlo durare, e dargli spazio”. Le “menti illuminate” ci sono, basta che uno sappia scegliere ciò che vuole salvare e come vuole vivere. E anche a livello mondiale ci sono testimoni. Quest’anno, infatti, il Nobel per la Pace è stato assegnato. All’indiano Kailash Satyarthi e alla giovane pakistana Malala Yousafzai, “per la loro lotta contro la soppressione dei bambini e dei giovani e per il diritto di tutti i bambini all'istruzione”. La speranza individuale è sempre alimentata da relazioni di cura. Queste relazioni sono, secondo me, gli "esempi positivi" da preservare.
Un caro saluto,
Alberto