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Cor-rispondenze

lunedì 22 ottobre 2012

Piccoli e grandi problemi


Caro professore,
Un giorno stavo male perché una persona a me cara era morta. Passeggiando ho poi visto due persone che litigavano e più avanti un funerale con persone che piangevano un defunto. Così ho pensato che per quanto grandi potevano essere i miei problemi, già solo andando pochi metri più lontano da me non interessavano a nessuno. E, se ci spingiamo più lontano, l'universo cosa sa di noi? La nostra vita con i suoi problemi cos'è in confronto all'universo? Il problema più grande per noi, che può essere la morte di una persona cara, cos'è in confronto alla grandezza dell'universo? Niente. Però le chiedo: perché quando succede qualcosa è così difficile pensare alla grandezza dell'universo e stiamo male per i nostri piccoli problemi?
Simone


Caro Simone,
Nella tua lettera ci sono tre aspetti che credo si possano evidenziare: 1. l’incapacità di sentire oltre una certa misura; 2. una natura indifferente all’uomo; 3. il male che fa concentrare l’uomo non sul mondo, ma sull’organo malato.
1. C’è un «dislivello» tra la nostra capacità di agire e la capacità di sentire, scrive Gunther Anders in L'uomo è antiquato. 1.Considerazioni sull'anima nell'epoca della seconda rivoluzione industriale [Torino, Bollati Boringhieri, 2007]: «Assassinare, possiamo migliaia di persone; immaginare, forse dieci morti; piangere o rimpiangere, tutt'al più uno». La nostra capacità di sentire è limitata: possiamo piangere per un nostro caro, fare le condoglianze al nostro vicino di casa, ma non andiamo in angoscia per centinaia di persone che muoiono. Abbiamo una facoltà di sentire e di immedesimarci empaticamente piuttosto ridotta. Non è detto che ciò sia un male: Gunther Anders scrive: «è probabile anzi che biologicamente sarebbe uno svantaggio e non avrebbe alcun senso che le singole facoltà fossero tutte equipollenti, che la loro capacità e la loro «portata» fossero altrettanto grandi». Forse biologicamente siamo stati programmati così, altrimenti vivremmo in uno stato di angoscia perenne e la vita sarebbe impossibile. Quindi, a differenza di altre nostre facoltà, la capacità di sentire è “limitata”. Gli altri, incontrati casualmente per strada, non solo non conoscono le nostre tragedie, ma anche se le apprendessero e fossero solidali con noi, non potrebbero vivere il nostro disagio né cogliere i nostri affanni. Per certi aspetti, viviamo isolati tra persone che ignoriamo e che ci ignorano.
2. Quanto alla natura indifferente all’uomo e ai suoi problemi, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Moltissimi autori hanno sottolineato che la natura è ignara delle vicende umane. Terremoti, eruzioni vulcaniche, catastrofi ambientali gettano nel terrore gli uomini, ma lasciano impassibile la natura che neppure si accorge delle specie che quotidianamente scompaiono, della vita che avvizzisce, degli animali e degli uomini devastati dal dolore. Valga per tutti il bellissimo frammento trovato tra le carte di Goethe intitolato La natura [1792-1793]: «Natura! Noi siamo da essa circondati e avvinti, senza poter da essa uscire e senza poter entrare in essa più profondamente. Non invitati e non avvertiti, essa ci prende nel giro della sua danza e ci attrae nel vortice, finché, stanchi, cadiamo nelle sue braccia» . Forse è inquietante, ma ridimensiona alcune pretese eccessive dell’uomo.
3. Questo aspetto credo sia quello più interessante, ed è quello a cui fai riferimento nell’ultima parte della tua lettera: «perché quando succede qualcosa è così difficile pensare alla grandezza dell'universo e stiamo male per i nostri piccoli problemi?» L’uomo è un essere in relazione col mondo e con le persone e non un oggetto tra gli oggetti. Quando proviamo dolore, la relazione si riduce fino a scomparire: non siamo più interessati al mondo, ma al nostro organismo, alla parte dell’organismo che duole. Il dolore, come scriveva il filosofo Salvatore Natoli «è vita che si riduce», e in questa riduzione diminuiscono le nostre capacità di percepire e di agire, dunque ci si isola dal mondo e spesso ci si riduce «al silenzio o al grido», ma il grido altro non è che la voce del male, mentre il silenzio è la progressiva riduzione dei richiami interiori e dei pensieri. Il filosofo Umberto Galimberti nel libro intitolato Il corpo scrive: «Non è una parte dell'organismo che soffre, ma è il rapporto col mondo che s'è contratto, è la mia distanza dalle cose» . Nell’esperienza del dolore sentiamo dunque il corpo e non il mondo. Siamo contratti su di noi e quelli che chiami piccoli problemi in confronto all’universo non sono poi tanto piccoli se portano con sé il rischio della sparizione definitiva, della morte del soggetto e, insieme, del mondo a cui esso è legato.
Un caro saluto,
alberto

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