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Cor-rispondenze

lunedì 28 gennaio 2019

Essere grandi


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Caro professore,
Il passaggio dalla scuola media alla scuola superiore è stato un gran bel passo, è cambiato tutto e io mi sento più grande, anche se in realtà non lo sono, tutto dipende dalle circostanze. Mi sento più grande perché sono in una città più grande, perché faccio più cose da sola, cosa voglio fare lo posso decidere io. Però se poi ci penso sono ancora piccola. Perché comunque dipendo, come è giusto che sia alla mia età, da altre persone. Quello che non riesco davvero a capire è: cosa significa davvero essere grandi?
Giorgia, IE

Cara Giorgia,
Il grande filosofo prussiano Immanuel Kant, in una lettera del 1784 in cui spiega che cos’è l’Illuminismo (Was ist Aufklärung?), ritiene che la natura abbia programmato gli uomini per diventare autonomi. Non subito, però. Quando si è piccoli abbiamo infatti bisogno di tutto e di tutti per sopravvivere. Ma la necessità ineluttabile che gli altri si occupino della nostra sopravvivenza piano piano si riduce; ci liberiamo dall’eterodirezione, ossia da questa imprescindibile subordinazione al mondo adulto e la natura ci consente di diventare gradualmente indipendenti. Ci possiamo così prendere cura di noi. Egli scrive dunque che gli uomini sono naturaliter maiorennes (“per natura maggiorenni”), perché è la vita stessa ad averli progettati per conseguire tale obiettivo. E riuscire a emanciparsi vuol dire costruire le condizioni per la propria libertà. Credo che tu stia vivendo un momento importante: i cambiamenti nelle abitudini, il passaggio ad una scuola più grande, la necessità di orientarti in una città piuttosto che in un paese, avere più tempo libero da sola, sono elementi che ti consentiranno significative conquiste di autonomia. Diventare grandi, tuttavia, non è facile per nessuno. E non so quanto sia naturale. Perché in fondo è un’opera di autoeducazione. È un’impresa su se stessi, un continuo esercizio che non si conclude mai. Perché la tentazione di rimanere bambini è sempre viva e quella di appoggiarsi alle idee degli altri altrettanto: di usare le stampelle dell’ideologia dominante, di un partito, di una religione, di una lobby, di amicizie rilevanti. A che età siamo veramente in grado di decidere autonomamente? Non è detto che gli adulti siano diventati grandi. Kant dice che «la viltà e la pigrizia» sono spesso i motivi che impediscono agli uomini di compiere il passaggio alla maggiore età. Se dovessi fare una sorta di inventario personale delle cose che a me sembrano importanti, direi che essere grandi significa certamente essere responsabili. Di questo sono sicuro: essere responsabili significa infatti saper rispondere (“respondēre”) delle proprie azioni e delle proprie parole, come un pilota d’aereo sente la responsabilità per le persone che gli sono affidate. Ho citato il pilota d'aereo perché nel 1939 Saint Exupery ha scritto il libro “Terra degli uomini” (“Terre des hommes”) e lo ha dedicato al suo amico pilota Henri Guillaumet (“compagno mio”) morto in un incidente. E perché in tale opera l’autore associa un significato più profondo a tale mandato, quello di saper «provare vergogna in presenza d'una miseria che pur non sembra dipendere da noi». Nutrire vergogna non significa semplicemente sentire imbarazzo, ma avvertire come immorali l’ingiustizia e la povertà. Il passaggio dalla vibrazione emotiva alla riflessione etica – ed eventualmente alle politiche di giustizia – credo che abbia a che fare con l’acquisizione di un posto da adulti nel mondo. Per me essere grandi significa anche saper accettare i limiti, della propria forza, della propria capacità di comprendere il mondo e di incidere su di esso; e grazie a tale comprensione avvertire che i problemi non si risolvono da soli e che ognuno è un anello di una catena. Essere grandi significa allora saper collaborare, avere il coraggio di agire e non solo di contestare e avere una parola da uomo, ossia essere fedeli alla parola data e operare in modo conforme a ciò che si annuncia. Credo che tale condizione comporti anche avere pazienza, ossia essere forti e saper sostenere i propri progetti, senza scoraggiarsi per la fatica. Non essere impazienti non equivale infatti ad essere passivi, ma resistenti e preparati di fronte alle contrarietà. Essere grandi significa anche saper intessere, intrecciare: ossia costruire e ricostruire senza perdere la fiducia in sé e negli altri; come la barriera corallina che viene continuamente spezzata e, costantemente rinnovata con il concorso di miliardi di organismi, trattiene la forza dirompente del mare. Credo infine che essere grandi voglia dire abitare la Terra con uno sguardo a tutto il pianeta o – per dirla ancora con Saint Exupery – «sentire che, posando la propria pietra, si contribuisce a costruire il mondo». E ad un’eventuale domanda sul perché dovremmo essere impegnati e non egoisti, rispondo – con l’autore – perché è sufficiente  sapere di essere «trasportati dallo stesso pianeta, equipaggi di una stessa nave». Potremmo chiederci, parafrasando Kant: siamo già in un’epoca dove gli adulti sono grandi? E rispondere con lui: no, ci vuole tempo per il rischiaramento delle menti e per l’attivazione emotiva che conduca a comportamenti solidali. Il processo per conquistare l’autonomia è lungo e faticoso e, a differenza della natura, non garantisce sempre il conseguimento del risultato. L’autoeducazione è impegnativa, spesso estenuante. Però ha il vantaggio di rendere gli individui più liberi, non solo di perseguire i propri obiettivi, ma anche di assolvere ad un compito un po’ strano: quello di essere uomini.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 21 gennaio 2019

Sentirsi vivi

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Caro professore,
Quella che sto per porle può sembrare una domanda banale, ma, la prego, cerchi di non giudicarla immediatamente così. Fin da quando me la sono posta, all'incirca due anni fa, ho cercato una soluzione e alla fine penso di averla trovata, ma immagino che essa sia solo una piccola parte della verità. Proprio per questo credo che non sia saggio rivelarla, anche perché temo di poterla influenzare con le mie idee e voglio lasciarle carta bianca. Non mi dilungo oltre e arrivo subito al punto. Cosa ci fa capire di essere vivi? Come possiamo renderci conto che la realtà che ci circonda è vera, che noi siamo realmente qui e che tutto questo non è solo uno strano sogno? La ringrazio per l'attenzione. P.S. Tutti i possibili riferimenti a Matrix sono puramente casuali,
Greta, 3 alfa


Cara Greta,
Potremmo chiederci insieme a Cartesio, nella prima delle Meditazioni metafisiche (1641): quante volte abbiamo creduto di essere seduti presso il fuoco – il caminetto – mentre invece eravamo sotto le coperte? Talvolta, infatti, non è facile distinguere tra la veglia e il sonno. Ed è possibile che ci venga in mente di non vivere in un mondo reale. Se un tempo ci si poteva chiedere se il mondo era frutto di un sogno (ad es. La vita è sogno, Calderon de la Barca, 1635) o di una rappresentazione (Schopenhauer), ma la concretezza e le asprezze della vita riportavano gli uomini con i piedi per terra, oggi il confine tra reale e virtuale si è affievolito. Così, possiamo anche temere di vivere effettivamente in mondi fittizi, soprattutto se ci perdiamo tra social, videogiochi dalla grafica realistica ed effetti sonori iperrealistici. Una sempre maggiore interazione con il virtuale sappiamo che può persino determinare patologie da dipendenza, come perdita di emozioni e dispercezione della realtà. E con ogni probabilità il legame tra questi due aspetti sarà in futuro ancora più stretto. Il dubbio è certamente giustificato; ma tu sei in buona compagnia, perché anche Cartesio diceva che il dubbio era legittimo e non per superficialità, ma per «ragioni valide e meditate». Matrix ha persino sostenuto che la realtà potrebbe essere nient’altro che un mondo virtuale elaborato dal computer. Dice Morpheus «Che vuol dire reale? Dammi una definizione di reale. Se ti riferisci a quello che percepiamo, a quello che possiamo odorare, toccare e vedere, quel reale sono semplici segnali elettrici interpretati dal cervello». L’idea non è nuova. Ricorda l’idea del cervello in una vasca di Hilary Putnam, ripresa da un racconto dello scienziato cognitivo Daniel Dennet. Si tratta di un esperimento mentale: scienziati malvagi hanno rimosso il cervello da un corpo mentre dormiva e lo hanno posto in un liquido di mantenimento in una vasca. Stimolato con elettrodi, il cervello crede di vivere veramente la vita reale e di essere impegnato nelle sue normali attività. Alcuni hanno sostenuto che in tale situazione il cervello non sarebbe in grado di comprendere se la realtà in cui vive è vera oppure no. Penso ora che la tua domanda possa imboccare tre strade: la nostra facoltà conoscitiva è adeguata per conoscere il mondo? (un problema gnoseologico); quanti sono i piani della realtà? Materiale, immateriale, altro? (un problema ontologico); oppure: come posso sentirmi vivo e diventare protagonista della mia vita? (un problema esistenziale). Poiché sei molto giovane, non voglio sottovalutare questo aspetto. Penso che una persona possa non sentirsi viva o per eccesso di vissuto doloroso o per una sorta di torpore. Elisa Springer ne Il silenzio dei vivi scrive: «Ho abitato ad Auschwitz, Bergen-Belsen, Terezìn, ho conosciuto le miserie e l'orrore di uomini senza anima, soldati senza cuore che hanno carpito la nostra libertà, senza darci né il tempo, né il modo di difenderla, confinandoci in un mondo di schiavitù, di odio, in cui era impossibile ritrovarsi esseri umani». E quando per circostanze occasionali e imprevedibili riesce ad uscire dal lager di Bergen-Belsen si chiede: «Ce l'avrei mai fatta a rimanere viva tra i vivi?». L’eccesso di dolore e lo stordimento della sofferenza possono portare a non sentirsi più vivi in mezzo alle vite altrui, spesso ignare di vissuti penosi o di storie assurde e inaudite. I filosofi hanno spesso detto che per sentirsi vivi occorre avere chiara coscienza della propria condizione. Jostein Gaarder ne “Il mondo di Sofia” (1991) ha messo in bocca alla protagonista queste parole: «Non è possibile sentirsi vivi senza essere consapevoli che si deve morire, pensò. Analogamente è impossibile riflettere sul fatto che si deve morire senza pensare al contempo che vivere è una cosa meravigliosamente strana». Non ti spaventare, la riflessione sul tempo della vita è fondamentale. È a partire dal nostro limite nel tempo che possiamo uscire dal torpore. E se diventiamo consapevoli di questo confine, forse riusciamo a orientare la nostra vita, a smuoverla dall’apatia, dal sonno. Allora è fondamentale sentirsi ingaggiati, ossia arruolati dal mondo, interpellati dalla realtà e darsi degli scopi, cercare di impegnarsi in attività e relazioni. Quando si scende nell’umano e si viene coinvolti nelle relazioni, svanisce ogni dubbio su cosa significhi sentirsi vivi. E come direbbe Cartesio, non si tratta di un ragionamento che può essere messo in dubbio, si tratta di un’intuizione immediata. Anticipa ogni logica e aiuta a trovare un senso alle azioni della quotidianità.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 14 gennaio 2019

Lasciare il passato alle spalle

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Caro Professore,
Siamo una generazione che vive nelle tecnologie, nelle infinite possibilità che le nuove telecomunicazioni ci offrono e nelle comodità che ogni giorno ci garantiscono. Eppure siamo alla disperata ricerca di elementi del passato. Pezzo per pezzo, stiamo ritirando fuori la storia. Piccoli elementi di un’epoca che non ci appartiene. Abbiamo macchine fotografiche ultramoderne, ma preferiamo una vecchia polaroid. Abbiamo lettori cd ed MP3 o semplicemente il telefono, ma il vecchio vinile sta tornando. Ogni giorno nascono nuovi stili e modelli nel campo della moda, ma indossare qualcosa di vintage oggi è un tocco immancabile e alla moda. È come se in qualsiasi modo stessimo cercando di mantenere vivo ciò che è morto da molto tempo oramai. E non è tutto. Sta serpeggiando sempre più frequentemente tra gli adolescenti il desiderio di essere nati e aver vissuto in anni antecedenti alla propria nascita. Perché l'uomo non riesce mai lasciarsi il passato alle spalle, neanche quello non vissuto da lui in persona e lo desidera anche se potrebbe includere aspetti negativi? In fondo il ‘900 è stato segnato da ben due guerre mondiali che hanno stravolto e distrutto il mondo. Non penso che qualcuno possa davvero desiderare di voler vivere gli orrori della guerra. È una frase comune "devi imparare a lasciarti persone e avvenimenti alle spalle", eppure né come individui singoli, né come collettività riusciamo mai completamente in questa impresa.
Eleonora 3ª alfa


Cara Eleonora,
Non credo che sottoscriveresti facilmente il verso del rivoluzionario francese Eugène Pottier ne L’Internazionale ottocentesca che recita: «del passato facciamo tabula rasa» («Du passé faisons table rase»), ma certamente avverto nelle tue parole una sorta di fastidio per un incomodo di cui sarebbe meglio liberarsi. Penso invece che del passato abbiamo bisogno e proverò a spiegarti perché. Parto da una riflessione personale. Del futuro so poco: i miei maestri non sono lì, sono altrove. Buona parte del futuro è radura, mentre il mio passato è ricco, sia quello soggettivo sia quello culturale in cui sono inserito. Anch’io guardo al futuro, ma sono un po’ miope e l’orizzonte che intravedo è breve; allora spesso interrogo il passato, che non è popolato da tirannosauri e attrezzi inefficienti, ma da persone, alcune delle quali continuano ad orientare la mia vita. Sono affezionato e grato a queste relazioni, tanto che alcune le porterò con me, in ogni spazio che dovrò abitare. Nel passato ci sono i miei affetti, le persone significative, il loro vissuto e il loro modo di guardare la vita. Soprattutto un certo modo di stare al mondo, che nessun futuro mi lascia intravedere. Non ho testimoni della mia storia nel futuro, li ho dietro di me, qualcuno accanto. E voglio assumere queste relazioni per sentirmi umano. È un bisogno di storia personale e anche di storia collettiva. Quando leggo le lettere che i giovani della Grande Guerra inviavano al re e nelle loro parole chiare e angosciose gli spiegavano cos’era veramente la guerra e gli chiedevano ragione della loro permanenza in trincea (Renato Monteleone, "Lettere al Re", Editori Riuniti, Roma, 1973), leggo di vite sventurate e falcidiate, ascolto le speranze, la rabbia e la delusione di ragazzi a cui la vita è stata rubata. Mi sento un privilegiato, un sopravvissuto, un uomo che abita già un futuro che molti non potranno vivere e nemmeno immaginare. Ascoltando quel dolore, comprendo che cosa ho scampato. Tzvetan Todorov è un filosofo bulgaro recentemente scomparso. Parlando dei regimi totalitari ha affermato che «questi regimi non sono arrivati da un altro pianeta, sono nati tra noi, a partire da pratiche che non sono estranee al nostro modo di agire». Il passato, allora, non è così lontano. E Todorov scrive queste parole in un libro dal titolo significativo:  “Gli altri vivono in noi, e noi viviamo in loro. Saggi 1938-2008”. Vivono in noi, perché ognuno di noi è memoria di ciò che ha visto e appreso, e noi viviamo in loro perché la nostra vita è una relazione con altre esistenze che ci aiutano a pensare e a comprendere il presente. La verità della vita è sempre più ampia delle nostre semplificazioni. Il filologo Ivano Dionigi ne “Il presente non basta. La lezione del latino” si chiede: «Come mai ci ostiniamo a credere che il presente si riduca alla novità e che la novità esaurisca la verità?». Egli ricorda pertanto l’invito di san Bernardino da Siena a frequentare i classici: «va’, leggi i loro libri, qual più ti piace; e parlerai con loro, ed eglino parleranno teco; udirannoti e tu udirai loro» (Quaresimale del 1425). Perché c’è un ritorno al vintage? Non credo ci sia una sacralizzazione del passato tout court, non veneriamo il passato in quanto tale o perché nostalgici di ciò che non c’è più. Forse vogliamo solo uscire dall’ordinario per scoprire ciò che non è convenzionale, vogliamo allontanarci da ciò che è insignificante o già obsoleto, per cogliere ciò che ha avuto significato per altre generazioni. O forse perché il nuovo sta anche nel passato come tratto caratteristico di ciò che non abbiamo né visto né vissuto. Nessun passato deve tiranneggiare sul presente, ma la memoria è importante perché spesso è un rimedio al male e ci dà anche la misura di ciò che possediamo. E forse ha ragione Todorov quando scrive che «Il passato non chiede soltanto di essere conosciuto con precisione, contiene anche una lezione per il presente – perché il male non è mai unicamente dietro di noi».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 12 novembre 2018

Giusto o sbagliato?



Caro professore,
ultimamente mi capita spesso di pensare ai concetti di giusto e sbagliato, alla differenza di questi due opposti che ogni tanto fatico distinguere. È un po’ difficile da spiegare a parole, ma mi capita spesso di credere di aver fatto la cosa giusta (senza neanche doverci pensare troppo) e poi scoprire che chi mi sta vicino non si sarebbe mai comportato come me. Ecco… non riesco a capire come sia possibile che la concezione di “giusto” e “non giusto” possa essere completamente diversa da una persona all’altra, pur parlando di persone strettamente legate, affini e della stessa età. È possibile che esista qualcosa di indiscutibilmente “giusto” dal punto di vista di chiunque?
Marianna, 3 alfa



Cara Marianna,
Chiarire i motivi che spingono l’uomo ad agire è da sempre un obiettivo del pensiero filosofico: sia della riflessione etica (scegliere i comportamenti migliori per vivere una vita buona) sia di quella politica (scegliere ciò che occorre condividere per vivere bene insieme). Quante volte vorremmo sapere qual è l’azione opportuna da compiere, il comportamento appropriato da adottare, la parola esatta da pronunciare. Vorremmo che “giusto” e “sbagliato” fossero chiari e univoci. Purtroppo ci rendiamo conto che né le affinità caratteriali né l’essere coetanei escludono orientamenti valutativi diversi. E a volte il problema non è facile da risolvere. Sappiamo, ad esempio, che rubare è sbagliato. Consideriamo tuttavia questi esempi. In “Fahrenheit 451”, il famoso romanzo di fantascienza scritto da Ray Bradbury nel 1953, il protagonista Guy Montag è un pompiere. Nel futuro congetturato dall’autore, i pompieri non hanno più la funzione di spegnere gli incendi, ma quella di dare fuoco alle case che contengono dei libri. Guy Montag, tuttavia, piano piano ruba qualche opera dalle abitazioni per sottrarla alla distruzione. Allora, rubare è ancora sbagliato? Per il regime che si è instaurato, certamente sì; per l’umanità, che grazie alla cultura umanizza gli individui, no. Qualcosa di analogo accade nel romanzo di Zusak Markus, “Storia di una ladra di libri”. Qui è una ragazza, Liesel Meminger, a rubare i libri che i nazisti hanno inviato al rogo; li estrae furtivamente da cataste di libri dati alle fiamme. Ruba un libro, ma lo salva. Allora l’azione che ci sembrava sbagliata in un contesto, in una situazione diversa ci appare corretta e opportuna. Cambia lo sfondo e varia anche il significato delle azioni. Spesso non è tanto importante l’atto che si compie, ma l’intenzione con cui lo si compie. Così, a volte, pare che sia proprio l’intenzione a rendere giusta un’azione. Protagora, un sofista del V sec. a. C., ci ha insegnato che non è facile discriminare tra “giusto” e “sbagliato” quando ha affermato che «l’uomo è misura di tutte le cose». Egli intendeva dire che i valori sono determinati dagli uomini e dalla loro storia personale e collettiva. Con la parola uomo contemplava probabilmente tre elementi: la persona singola (ognuno ha in fondo gusti personali differenti), le culture in cui gli uomini vivono (per i Traci il tatuaggio alle fanciulle era considerato un ornamento, in altre culture una pena per i colpevoli), e la specie umana (guardiamo la realtà da uno specifico punto di vista e diamo valore a ciò che interessa soprattutto alla nostra specie). La matassa sembra difficile da dipanare, tanto che ciò che è considerato vero in una cultura può essere ritenuto erroneo in un’altra. Il problema è che se non si riesce a trovare un criterio comune a cui affidarsi, si rischia di cadere nel relativismo. Il relativismo ha sempre preoccupato tutti i filosofi; nell’antichità, soprattutto Socrate e Platone. Perché anch’essi si sono chiesti: c’è «qualcosa di indiscutibilmente “giusto”»? Perché se non vi fossero criteri per giudicare le scelte divergenti, sarebbe molto difficile vivere insieme e approvare delle regole comuni, perché ognuno riterrebbe legittimi solo i propri valori. Si è usciti da questa difficoltà? In parte sì. I valori che consentirebbero a tutti una vita buona sono quelli assunti nelle varie dichiarazioni dei diritti e nelle costituzioni. Per agevolare l’accordo sui valori imprescindibili della convivenza, alcuni filosofi moderni (Hobbes, Locke e Kant) e il filosofo contemporaneo John Rawls (“Una teoria della giustizia”, 1971) hanno proposto la nozione di “velo d’ignoranza”. Gli uomini dovrebbero ragionare in astratto sui valori, evitando ogni interesse individuale o privato. Ignorando la loro condizione futura nella società – se saranno bianchi o neri, ricchi o poveri –, gli uomini dovrebbero riuscire più facilmente a mettersi d’accordo su ciò che è giusto. Tuttavia, anche quando si sono stabiliti dei parametri, i vari concetti di “giusto” potrebbero entrare in conflitto fra loro. “Dite sempre la verità” e “Non danneggiate i sentimenti di una persona” possono creare un cortocircuito. Possiamo pertanto essere in grado di seguire una regola (giusta), solo a costo di violarne un’altra (anch’essa giusta). E quando due idee di “giusto” sono in conflitto, non possiamo più fare affidamento alle nostre intuizioni, ma come dice il professore di Oxford Richard Hare, dobbiamo usare un criterio utilitaristico per capire quale regola andrà seguita. La morale della storia è che non è affatto facile decidere della morale. E su questo c’è, forse, un consenso universale.
Un caro saluto,
Alberto


lunedì 14 maggio 2018

Uno zoom infinito



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Caro professore,
è dall'età di 7-8 anni che sono molto dubbioso su tutto il mondo che ci circonda; ed è da pochi anni, forse un paio, che sto provando a rispondere e a risolvere le mie perplessità. Tutto ha avuto inizio quando un giorno davanti ad un programma televisivo ho visto la seguente scena: una persona, che si trovava nel giardino di casa sua, veniva ripresa da una telecamera. La particolarità di questa telecamera era che essa ha iniziato a rimpicciolire l'immagine della persona, mostrando prima la casa vista dall'alto, poi successivamente il quartiere, la città, la regione, lo stato, la Terra, il sistema solare, la nostra galassia, il nostro universo. Ciò che mi ha fatto pensare è stato il fatto che il nostro universo andava a formare un componente di una ipotetica cellula e che questa cellula componeva un organismo e quindi un altro essere a sua volta. Credo che quella scena non me la dimenticherò mai, perché quel giorno rimasi a bocca aperta davanti alla TV nonostante avessi solo 13 anni. Per quanto quel rimpicciolimento potrebbe continuare una volta comprese tutte le galassie e quindi tutto il nostro universo? Cosa ci sarebbe al principio di tutto?
Marco 3C


Caro Marco,
per la questione fisico-astronomica, ti consiglio di rivolgere la domanda ai tuoi professori di scienze, che sono persone certamente più qualificate e aggiornate di me. Io utilizzerò la tua immagine per integrare il tuo stupore con quello di qualche filosofo. In fondo la procedura dello zoom non è proprio così nuova: un tempo, là dove non c’era la tecnica arrivava l’immaginazione. Di solito, la capacità di vedere il mondo e di ridimensionarlo per fare spazio a una realtà più grande matura già dopo una scalata su un’altura da cui si può ammirare la pianura sottostante. A dire la verità – e con minore sforzo – nella mitologia persiana e araba era sufficiente salire sul «tappeto volante» di Aladino (“Aladino e la lampada magica”) per avere un’ottima visione dall’alto. Ma la pratica di zoomare è cresciuta dopo i voli ad alta quota che hanno permesso di vedere porzioni enormi della Terra grandi come francobolli, ed è certamente esplosa con le riprese dallo spazio che hanno ulteriormente moltiplicato le distanze, e dunque affinato lo zoom. Questa oscillazione dell’immaginazione da ciò che è immenso a ciò che è infinitesimo fa rimanere gli uomini a bocca aperta per la grandezza e la bellezza del cosmo. A bocca aperta doveva essere restato Talete quando – assorbito dallo sguardo nel cielo – cadde nel pozzo, e a bocca aperta si deve essere trovato spesso Immanuel Kant, se una delle due cose che gli riempivano l’animo di meraviglia era proprio il «cielo stellato». Lo stupore per il cosmo è dunque totalizzante e profondo. Comincia presto – in te a 13 anni – e poi rimane incollato nella memoria per tutta la vita. Ed è in grado di sovvertire le certezze, scuotere l’apatia e far sentire le persone parte piccolissima di qualcosa di immenso. Il primo zoom dell’immaginazione credo che appartenga ai greci. Nasce con l’idea di lanciare una freccia dai confini ultimi del mondo conosciuto, per scoprire che la stessa operazione si può ripetere infinite volte e che non ci sono confini all’universo. Una bellissima versione – che richiama un’idea del greco Epicuro – è ripresa nel mondo latino da Lucrezio alla fine del primo libro del “De rerum natura”. Scrive il filosofo: «E inoltre, supponiamo ora che tutto lo spazio esistente sia limitato e che qualcuno corra avanti, all'estrema riva, spingendosi fino all'ultimo punto, e scagli un dardo volante: preferisci tu pensare che esso, lanciato con valide forze, vada ove è stato vibrato e voli lontano, o credi che qualcosa possa arrestarlo e ad esso opporsi?». La conclusione del ragionamento è che «il punto donde è partito non è il confine estremo». Un secondo zoom è proposto da Blaise Pascal nel Seicento. Pascal sa che l’uomo si sente «smarrito» in questo «angolo appartato della natura» e invita a scendere in profondità con l’immaginazione. Suggerisce di osservare un acaro e scrive: «che un acaro gli offra, nella piccolezza del suo corpo, delle parti incomparabilmente più piccole, delle gambe con delle giunture, delle vene nelle sue gambe, del sangue nelle sue vene, degli umori in quel sangue, delle gocce negli umori, dei vapori nelle gocce; che, suddividendo ancora quelle ultime cose, esaurisca le sue forze in quelle concezioni». E subito dopo mostra un nuovo abisso, un’altra infinità: «Che egli veda un’infinità di universi, in cui ciascuno ha il suo firmamento, i suoi pianeti, la sua terra, nella stessa proporzione del mondo visibile: in questa terra, degli animali, ed infine degli acari, in cui egli ritroverà ciò che i primi gli hanno mostrato; e trovando ancora negli altri la stessa cosa, senza fine e senza riposo, che egli si perda in queste meraviglie, così sconvolgenti (étonnants) nella loro piccolezza che le altre nella loro estensione». Ragione e immaginazione hanno anticipato i risultati della tecnica. E se è vero che la scena televisiva a cui fai riferimento non si dimentica più, anche l’umanità che ci ha preceduto non l’ha mai scordata. Neanche per un momento. L’ha custodita e l’ha tramandata di generazione in generazione come una visione preziosa che oltre a rivelare la meraviglia degli uomini ha suggerito loro anche una precisa (e sobria) collocazione nel cosmo.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 23 aprile 2018

L'orrore in Siria


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Passaggi in Siria

Caro professore,
Da alcuni mesi a questa parte l'Io più profondo che vive dentro me non riesce a darsi pace riguardo alla situazione siriana e mi spiegherò meglio: le immagini e i filmati diffusi in rete ci pongono, ogni attimo della nostra giornata, di fronte a una situazione drammatica che forse, prima d'ora, non si era mai realizzata. Certamente i periodi di guerra e la conseguente miseria degli uomini hanno sempre fatto parte della storia dell'umanità, ma ciò che più mi turba è l'atteggiamento dell'uomo occidentale, il quale posto dinnanzi a uno scenario così terrificante in cui un suo simile, del tutto innocente e costretto ad arrendersi alla Morte, non ha una minima reazione o un minimo senso di colpa. Per cui mi domando, come è possibile che l'uomo sia giunto ad uno stato d'indifferenza misto a odio così forte? Dove e quando l'uomo ha smarrito il suo sentimento di fratellanza e solidarietà? È possibile auspicare un ritorno dell'Umanità?
Isabel, 17 anni


Cara Isabel,
La scrittrice e giornalista siriana Samar Yazbek, fuggita dalla Siria nel 2011 e poi tornata nei luoghi della guerra per protestare contro il regime di Assad, in un libro molto intenso e doloroso, “Passaggi in Siria” (Sellerio 2017), sostiene che «la Siria non sarà mai più la stessa: è stata impiccata, sbudellata, squartata». Non ha espresso questo giudizio sull’onda delle ultime atrocità, ma sulle efferatezze che hanno accompagnato questi anni di una guerra di cui abbiamo quasi smarrito l’origine. Cominciata sette anni fa, nel 2011, come ribellione della popolazione al governo di Assad, si è presto trasformata in un groviglio di scontri in cui sono entrati in una trama complessa Stati Uniti, Russia, Iran e Turchia, gruppi jihadisti ed estremisti di varia natura. A questo conflitto ci siamo forse assuefatti, come succede un po’ per molti scontri che risuonano come un’eco permanente nella nostra memoria. Per questo la scrittrice sprona gli uomini dell’Occidente a non ridursi a passivi consumatori di notizie. Scrive Yazbek: «Attraverso immagini efferate che fanno di noi dei mostri indifferenti alla barbarie, la macchina mediatica globale sforna aggiornamenti a getto continuo in modo che ogni vittima cancelli il ricordo di quella precedente, generando una disgustosa familiarità con l'atrocità e la vastità della morte. Consumiamo le notizie e poi le gettiamo nella spazzatura» (209-210). È l’utilizzo delle armi chimiche ad aver risvegliato in noi l’orrore. Perché il 7 aprile scorso il presidente siriano Bashar al Assad ha usato tali mezzi nei confronti della popolazione, e pochi giorni dopo Stati Uniti, Francia e Regno Unito sono intervenuti bombardando alcuni obiettivi militari collegati probabilmente a tale produzione. Circa dieci anni fa l’economista Jacques Attali, “consigliere speciale” del presidente francese François Mitterand negli anni Ottanta, aveva scritto un libro dal titolo sufficientemente inquietante “Breve storia del futuro” (Fazi 2007) in cui immaginava gli anni a venire delle relazioni mondiali. Egli sosteneva che «armi chimiche saranno in grado di uccidere dei capi di governo senza essere individuate, verranno innescate epidemie di massa a volontà, armi genetiche complesse verranno un giorno dirette contro alcuni gruppi etnici in particolare». Purtroppo tali armi sono state usate per eliminare parte della popolazione, anche se bandite dal Protocollo di Ginevra del 1925 - dopo gli orrori della Prima Guerra mondiale - e più recentemente abolite formalmente nel 1993. Gli ispettori internazionali hanno appena compiuto un sopralluogo a Douma, la città in cui si presume sia avvenuto tale attacco, per comprendere ciò che è successo. Se da una parte i tempi dei meccanismi di controllo sono lenti – i rappresentanti del Consiglio di Sicurezza dell’Onu si ritroveranno in Svezia per analizzare cautamente i campioni prelevati in alcune aree della città –, dall’altra sentiamo il peso morale di quanto accade alle persone che ancora vivono in quei luoghi. Samar Yazbek scrive che «le loro sofferenze sono la prova schiacciante della bancarotta morale dell'umanità» (212). «Bancarotta morale» è una definizione ferma e mortificante che ci angoscia e ci scoraggia. Chiedi giustamente dove troviamo la nostra umanità. L’uomo dell’Occidente l’ha conosciuta nel mondo greco, nel cristianesimo, nell’umanesimo e nell’illuminismo. Rousseau e Schopenhauer hanno persino elevato la compassione a fondamento della morale, mentre un secolo dopo Hannah Arendt diceva che l’umanità veniva attivata dal pensiero («l'umanità di un individuo perde la sua vitalità in corrispondenza con il suo astenersi dal pensiero»). Non so se l’uomo abbia smarrito il suo «sentimento di fratellanza e solidarietà» o se forse debba preoccuparsi di farlo germogliare ad ogni generazione. Ogni epoca deve necessariamente rieducare e rendere umani gli individui che si presentano. Chissà che di “aiuto umanitario” non abbia bisogno proprio l’Occidente: un sostegno imprescindibile a sensibilizzare le coscienze, una sorta di assistenza permanente per generare ed educare empatia e partecipazione. L’aiuto umanitario allora non è solo il contributo materiale offerto ad un paese in guerra, ma è anche il soccorso portato alle macerie interiori dell’uomo contemporaneo che hanno prodotto un’anestesia della sua sensibilità, del suo grado di condivisione e della sua capacità di protesta contro la barbarie.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 16 aprile 2018

Il senso del dolore


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Caro professore,
il dolore è ovunque in questo mondo, ed è da sempre che l'uomo si ingegna per non sentirlo o per evitare di arrivare al punto di percepirlo. A volte il dolore è utile in quanto ci ricorda i nostri limiti e, in un certo senso, ci tiene in vita perché ci insegna ad esempio che è meglio non buttarsi tra le fiamme. A volte però non riesco a trovare un senso ad esso: il dolore fisico di malattie, soprusi, guerre, ma anche quello mentale ed emotivo come può essere la perdita di una persona cara o quello provocato dagli insulti. Tutto questo porta a chiedermi se non vivremmo meglio senza dolore, ma a questa domanda credo di saper rispondere: vivremmo meglio senza ciò che provoca dolore. Allora, che senso ha tutto questo dolore?
Roberta, 3h


Cara Roberta,

Forse dovremmo cominciare a pensare la vita non in funzione dell’uomo e dei suoi bisogni, ma al contrario l’uomo come parte del movimento della vita. Il più radicale dei dolori è la consapevolezza che la vita svanisce. Perché contiene in sé la sua transitorietà, dicevano gli antichi filosofi; la sua “impermanenza”, ripetono le religioni, soprattutto quelle orientali che segnalano nelle varie forme di attaccamento l’origine dei tormenti. La precarietà della vita e il suo dileguare sono da sempre fonte di angoscia. E già questo è male, un male abissale in quanto non può essere rimosso. Più del dolore fisico, che secondo Epicuro se è breve è sopportabile e se è straziante non può essere illimitato, perché conduce alla morte; più della sofferenza spirituale, che trova il proprio lenimento nei pensieri che possono mostrare gli eventi sotto una luce diversa, perché la forza delle parole è in grado di mitigare i turbamenti dell’anima. È lo stesso Eschilo a considerare il dolore un «errore della mente». La natura fa il suo corso ed è estranea alle aspettative umane e ostinarsi a pensare che il male sia eliminabile è un errore di valutazione o di prospettiva. Il dolore c’è: calamità naturali, tragedie personali, ingiustizie sociali sono delle sventure evidenti. E se ci spostiamo di qualche grado di latitudine, uscendo dalla nostra società funzionale e confortevole o se osserviamo la storia non abbiamo dubbi sulla dimensione del dolore eccessivo che non solo gli uomini, ma tutte le specie hanno dovuto (e devono) patire. Non è un caso che nella bella preghiera cristiana del “Salve Regina” si qualifichi il mondo come una «valle di lacrime». François-René de Chateaubriand, all’inizio dell’Ottocento, difendendo la bellezza del Cristianesimo nell’opera “Genio del Cristianesimo”, scrive infatti che «Il cristiano si vede sempre nelle vesti di un viaggiatore che passa quaggiù in una valle di lacrime e che trova riposo soltanto nella tomba. Il mondo non è l'oggetto dei suoi desideri, perché il cristiano sa che l'uomo vive pochi giorni, e sa che quell'oggetto presto gli sfuggirebbe». Nessuno, dunque, ha dubbi sui mali di questo mondo. Ma se usiamo una categoria cara alla filosofia, potremmo dire che la natura è “al di là del bene e del male”, ossia non ha un’intenzionalità positiva o negativa nei confronti dell’uomo, non premedita gli eventi, è inconsapevole di ciò che accade, indifferente al benessere del singolo individuo come a quello di un popolo; è imperturbabile alle gioie e alle sofferenze degli uomini, estranea ai loro scopi. Per la natura è irrilevante cosa accade agli esseri senzienti, perché essa non ha possibilità di sentire né di volere. Parafrasando Kant potremmo definire il suo movimento una sorta di “estraneità senza intenzione”. Chiediamo allora il senso del dolore per pura incomprensione del meccanismo che può generare danno agli individui. La dimensione della natura rimane pertanto extramorale, in quanto le categorie della morale ad essa non possono essere applicate. Però il male esiste, come offesa per la vita delle varie specie. A partire da questa fredda estraneità del mondo fisico, che fa implodere il nostro bisogno di senso, possiamo tuttavia ricavare sia una definizione di male sia un rimedio ad esso: il male è indifferenza verso la sofferenza. Se il danno che si patisce deriva dall’imperturbabilità della natura nei confronti di tutte le specie viventi, allora si può pensare di correggere la fonte del dolore. L’uomo ha il dovere di intervenire sulla natura riducendo lo svantaggio che essa può procurare: la ricerca scientifica e la tecnologia servono soprattutto a mitigare i danni che non solo gli uomini, ma anche tutte le specie possono subire. Se la forza annientatrice dell’universo non si può certo sensibilizzare, si può tuttavia limitare e in parte arginare. Se il male è invece il prodotto dell’azione dell’uomo, allora è necessario rimuovere l’indifferenza per imparare a sentire l’altro e la sua pena. Da una parte la potenza della natura va ridimensionata, dall’altra l’apatia dell’uomo va sradicata. Il senso non sta nel dolore, ma nell’attività umana, che è in grado di contenere l’indifferenza della natura e accrescere la propria sensibilità all’altro e al sistema di relazioni in cui è inserito.
Un caro saluto,
Alberto