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Cor-rispondenze

lunedì 29 febbraio 2016

Sofferenza e crescita

Crescere come scrittori

Caro professore,
Nel corso dell’anno scolastico la sensazione che l’uomo per crescere debba necessariamente soffrire si è sempre più affermata. Sembra che solo soffrendo l’uomo possa comprendere la sua vera natura e la profondità e l’irrazionalità del mondo in cui vive. Oltre a giganti della letteratura, come Pascoli, Pirandello o Leopardi, ho studiato alcuni filosofi che hanno sofferto nella vita ed hanno scavato nelle profondità dell’esistenza umana per scoprirne le verità e comprenderla pienamente. Il primo è stato Arthur Schopenhauer, il quale ha dedotto che il mondo per l’uomo non è nient’altro che volontà e rappresentazione. Purtroppo ha dovuto patire la perdita del padre morto suicida quando egli era ancora adolescente. Il secondo è stato Søren Kierkegaard. Il filosofo danese ha posto al centro della sua filosofia il singolo, l’individuo umano e l’importanza delle scelte che determinano l’esistenza. Egli ha avuto un terribile rapporto con il padre (a causa del secondo matrimonio) e ha sofferto la morte di cinque suoi fratelli. Ed infine Nietzsche, il quale traendo spunto dalla cultura greca dei presocratici ha dimostrato l’impossibilità di dominare la vita con la ragione, sostenendo così l’irrazionalità dell’esistenza di ogni uomo. Ha sofferto per buona parte della sua vita di una malattia celebrale che negli ultimi anni lo ha portato alla pazzia. Questi tre grandi filosofi sono tre esempi che dimostrano l’impossibilità dell’uomo di crescere se trascorre una vita nella completa felicità e nella perfezione. Lo stesso Nietzsche ha affermato: “Le specie non crescono nella perfezione: i deboli tornano sempre di nuovo a soverchiare i forti […] i deboli hanno più spirito”. Sembra che una vita felice sia una vita vissuta nella superficialità senza una percezione della vera profondità della vita. Ma perché è così? Perché l’unico modo per l’uomo di conoscere sé stesso, e l’importanza della propria esistenza, avviene nella sofferenza? L’uomo nella sofferenza evolve, muta, cambia la sua concezione del mondo scoprendo com’è la realtà vera e propria. Un esempio più vicino a noi è l’esperienza del “treno della memoria” fatta da Daniela e Alberto (due miei compagni di classe). Il “treno della memoria” consiste in viaggio nei luoghi simbolo dell’Olocausto per ricordare e non dimenticare mai questo terribile e inumano avvenimento. Questa esperienza naturalmente li ha cambiati. Ora hanno un’altra visione del mondo, a parer mio totalmente migliore rispetto a prima, molto più profonda. Alberto è rimasto scioccato e ha tuttora ha bisogno di tempo per riprendersi. Daniela invece ha detto che ora comprende l’importanza della vita di ogni singolo individuo. Ella inoltre ha affermato che ha una maggiore cognizione che di fronte a sé ha degli uomini con le stesse aspirazioni, che possiedono desideri e con gli stessi sentimenti ed emozioni che ha lei stessa. Ma la mia domanda, che ho già citato in precedenza, ritorna. Ma perché l’uomo deve necessariamente soffrire e vedere le atrocità, le bruttezze, le insensatezze di questo folle mondo per comprendere che la vita è importante, che la nostra esistenza è importante, che tutto è irrazionale e che siamo solamente delle nullità in confronto alla grandezza del tutto e nessun individuo umano è al centro del tutto? Perché bisogna scavare negli oscuri e atroci abissi della vita per comprenderla del tutto?
Alessandro, VA
 

Caro Alessandro,
Maturità psicologica e maturità esistenziale sono legate ed entrambe attraversano la sofferenza. Per diventare grandi si deve soffrire, perché ogni piccolo processo di crescita implica la trasformazione e dunque l’abbandono di una condizione armonica acquisita nel tempo: gli eventi della vita e la loro interpretazione dissolvono le certezze e fanno impallidire le più ostinate persuasioni e ogni persona deve superare ostacoli e pensieri contrastanti per conseguire una nuova forma di equilibrio. Ma poi c’è una maturità esistenziale. Che ci sia un rapporto tra conoscenza e dolore era cosa ben nota agli antichi. Il filosofo Umberto Curi scrive pagine bellissime su questo rapporto, ricordandoci «che la “sofferenza” (páthos) possa produrre “conoscenza” (máthos) è convinzione che affiora ripetutamente in numerosi testi del mondo greco arcaico e classico». Nella tragedia Agamennone di Eschilo, infatti, nella preghiera a Zeus il Coro attribuisce alla divinità il merito di aver condotto l’uomo a essere saggio: «Zeus a saggezza avvia i mortali, / valida legge avendo fissato: / conoscenza attraverso dolore (Eschilo, Agamennone, v. 176 e ss)». La frase del Coro non si riferisce alla fatica di acquisire nuove nozioni, afferma piuttosto che il dolore fornisce all’uomo un nuovo sapere di sé. Qual è la peculiarità della conoscenza, allora? Conoscere non si riduce ad un generico apprendere un’arte o una disciplina. Consiste soprattutto nell’afferrare la propria natura: attraverso il dolore l’uomo scopre l’essenza intrinsecamente effimera della vita, per questo conoscere se stessi è anche un “ri-conoscersi”: nel disvelare la propria natura gli uomini comprendono il proprio destino. Non sono disposti ad ingannarsi, a perdere tempo. Il dolore non lascia spazio a illusioni. Ci ricorda che siamo mortali. Allora scaviamo «negli oscuri e atroci abissi della vita» fino a quando non facciamo esperienza della nostra finitezza. E quando giungiamo a questa dimestichezza con la vita, spesso ci si responsabilizziamo e, come i tuoi compagni, immersi nel dolore collettivo di un popolo, ci chiediamo come continuare a vivere.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 8 febbraio 2016

Ricerca del meglio

riciclo-creativo-t-shirt
 
Caro professore,
è forse banale come io abbia ricevuto la mia «scossa», quell’impulso che mi ha portata a pormi domande. Credo che sia abbastanza comune comprare una cosa, come per esempio un maglietta, metterla per un certo periodo e poi un mese dopo ignorarla totalmente quasi fosse la cosa più brutta mai comprata. Generalizzando, da una questione abbastanza stupida, come può essere quella dell’abbigliamento, mi è venuto da pensare come una cosa o una persona o una situazione che in un momento ci sembra la migliore in assoluto possa poi essere totalmente rivalutata. Un giorno esci con un ragazzo che ti sembra perfetto e poco dopo pensi: «ma cosa mi è girato?». Se ripercorro brevemente la mia vita e penso a quante amicizie io abbia cambiato non ne tengo un conto. Se si presuppone che si lasci una cosa per un’altra migliore vuol forse dire che la mia prima amica sia la peggiore e l’ultima la migliore? Non credo proprio. Allora la mia domanda è: cos’è che porta l’uomo ad essere sempre e costantemente attratto da ciò che è nuovo e a guardare con sufficienza al vecchio?
Ilaria, 3F
 

Cara Ilaria,
Nella tua lettera ci sono due modalità di «guardare con sufficienza al vecchio»: una si esprime nella relazione con le persone e l’altra con gli oggetti. Se consideriamo i rapporti interpersonali, guardiamo con sufficienza al vecchio quando, come avrebbe detto Kant, non consideriamo più l’altra persona un fine in sé, ma semplicemente un mezzo per soddisfare i nostri bisogni. E se riduciamo l’altro a un mezzo (come la maglietta da cambiare), o rispettiamo l’amico solo in quanto si adegua alle nostre idee o alle nostre esigenze, allora soffochiamo la relazione. Quando c’è ripetizione senza novità, senza investimento affettivo, i legami non creano connessioni, ma nodi, grovigli, complicazioni. Qualche tempo dopo Kant, il filosofo danese Soeren Kierkegaard ci ha aiutato a comprendere meglio il meccanismo della ripetizione nella vita. C’è una ripetizione sempre identica, come il movimento di una ruota di una bicicletta, dove ogni rotazione è indistinguibile da quella precedente. Se mettiamo un segno su un punto della ruota o coloriamo un raggio, assistiamo al ripresentarsi identico del tratto colorato ad ogni giro. Un movimento senza novità, un andamento senza vita. Semplice fluttuazione. Ma c’è anche una ripetizione feconda, quella generata dalla freschezza dell’incontro con la stessa persona nel corso del tempo, che non si lascia esaurire dal meccanismo. La vita di una coppia, quella di un’amicizia, contengono elementi ripetitivi. Secondo l’autore, chi decide di confermare la stessa persona ogni giorno, scopre nella relazione una ricchezza che non si può intuire dall’esterno. Tra il saluto del primo giorno di scuola ai tuoi compagni e il saluto dell’ultimo giorno dopo cinque anni trascorsi insieme si saranno moltiplicati gesti rituali, distratti e ripetitivi. Ma alla semplice curiosità dell’inizio si sostituiranno le lacrime del periodo conclusivo, per un mondo relazionale che è cresciuto nel tempo e che dovrà cambiare, perché in quella ripetizione giornaliera e forzata di campanelli, insegnanti e compagni sono nate trame relazionali e culturali impensabili. Spesso le vere amiche non sono le ultime persone conosciute. Forse guardiamo con sufficienza un amico solo quando non vogliamo più investire curiosità e affetto con lui. È certamente legittimo e normale: tuttavia non avviene per caso, ma per scelta. Il secondo aspetto riguarda il rapporto con gli oggetti. C’è un momento in cui magliette, vestiti e anche canzoni rappresentano una forma di trasgressione verso le abitudini del proprio luogo e sono il modo in cui ognuno tenta di immettere novità dentro una routine, afferma la propria novità in un gruppo e l’esigenza di introdurre nuova vita. È un modo per esprimere un punto di vista originale o prendere posizione politica e culturale trasgressivo e talvolta ribelle. E c’è un momento in cui le magliette e gli oggetti servono per identificarsi in un gruppo, conformarsi alle abitudini. Avvertiamo però intimamente una spinta al rinnovamento, perché la variazione è rinascita, che ci permette di liberarci da sopravvalutazioni e cristallizzazioni che immobilizzano l'esistenza. In fondo, la trasformazione ha a che fare con il flusso della vita, con il passaggio; anche con la considerazione che nulla è definitivo e nessun oggetto indispensabile, neppure la maglietta tanto cercata e amata. Tuttavia, occorre pensare che il cambiamento non nasce solo da un’esigenza intima di rinnovamento, ma ci viene imposto dalla velocità del nostro tempo. Il sociologo Zygmunt Bauman  scrive che è piuttosto un «dovere camuffato da privilegio» (Consumo, dunque sono, 2008), e che il nostro tempo impone una continua anticipazione del futuro per affrancarsi rapidamente del passato. Non si lascia un’amica per un’altra migliore come in una selezione darwiniana. Guardiamo con sufficienza ciò che è vecchio solo se non riusciamo a guardarlo con uno sguardo nuovo. Non sarà che la stessa spinta a consumare le cose orienta anche le relazioni con le persone? La rivalutazione è indispensabile e può servirci a capire che i rapporti si possono recuperare.
Un caro saluto,

Alberto

lunedì 1 febbraio 2016

Come ci perdoneremo?



 File:Majdanek hek.jpg

Caro professore,
Mi porto nel cuore una domanda che da molto tempo non trova risposta, nascosta dal timore di non essere compreso. Sono giunto a credere di essere colpevole del peggiore dei crimini, quello di essere uomo, quello di essere vivo. Guardando con i miei occhi l’apice della malvagità umana, dopo aver visitato il campo di concentramento di Dachau e pensando a ciò che è avvenuto lì e soprattutto nelle pianure polacche, così silenziose, abbandonate dal tempo, mi sono trovato inghiottito non dalla pena, non dal rancore, ma dall’odio. Un odio che si è scagliato, contro i carnefici, certamente, ma anche contro me stesso. Una sensazione che mai avevo provato in anni di letture sulla Shoah. Per il semplice fatto di essere testimone di tanta atrocità, di essere vivo al cospetto delle “fabbriche di morte”,  mi sono sentito investito dei crimini della razza ariana, perché in fondo che diritto ho io di essere spettatore, senza merito, e non vittima? Il vero problema dei campi di sterminio consta nel fatto che ciò che avvenuto è un crimine di uomini, non di demoni, contro l’umanità, e in quanto uomo mi sento coinvolto, contro la mia volontà e contro ogni tentativo di razionalizzare la cosa, dalla malvagità di questa specie. E di fronte alla follia di questo “migliore dei mondi possibili” non riesco a perdonarmi. Dunque le chiedo: come ci perdoneremo?
Filippo, VB


Caro Filippo,
La visita diretta ai campi di concentramento o di sterminio rende ancora più insopportabile ciò che già si conosce sulla Shoah. Pervasi da un senso di orrore e di impotenza, di rabbia e di disgusto e identificandoci con il dolore delle vittime, sviluppiamo empaticamente sensi di colpa e di vergogna. Avvertiamo che è accaduto qualcosa di terribile e di imperdonabile che non avrà espiazione e comprendiamo di essere «spettatori senza merito». Da dove nascono questi sentimenti per ciò che è successo? Hai provato vergogna perché l’empatia che hai maturato ha potenziato in te la capacità di riconoscere l’oscenità per l’abisso in cui l’uomo è precipitato. E Primo Levi ne “La Tregua” scriveva: «la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altri». Anche Marco Belpoliti, in un meraviglioso libro su Primo Levi (“Primo Levi di fronte e di profilo, Guanda 2015), ricorda che «chi prova la vergogna è il giusto, e non l'ingiusto; chi assiste impotente al male, e non chi lo commette. La volontà buona è totalmente impotente». Di solito si prova vergogna per essere stati scoperti a compiere qualcosa di socialmente riprovevole, mentre qui il malessere profondo che avverti in te nasce per aver scoperto di far parte dell’unica specie che può eccellere nel male. Così nessuno può sentirsi estraneo, anche se non è stato direttamente coinvolto in azioni nefande, né ignorare una sorta di corresponsabilità che bussa alla coscienza come senso di colpa. Essa ha a che fare con il non aver potuto evitare il male. Quando il filosofo tedesco Karl Jaspers tornò in Germania dopo la guerra riprese nel 1946 le sue lezioni all’Università, tenendo dei corsi che avevano come tema "la questione della colpa". Egli parlava di quattro tipi di colpa: una colpa giuridica (la trasgressione delle leggi di cui si occupa il tribunale), una colpa politica (il modo con cui uno stato governa e che i cittadini condividono), una colpa morale (le azioni individuali che procurano sofferenza) e una colpa metafisica: quella di essere ancora vivi. Scrive infatti Jaspers: «Il fat­to che uno è ancora in vita, quando sono accadute delle cose di tal genere, costituisce per lui una colpa incancellabile». Quest’ultima, provata dai sopravvissuti, ma che ogni uomo avverte di fronte a ciò che è accaduto, è stata definita da Zygmunt Bauman una «colpa senza responsabilità». Egli in “Una nuova condizione umana” [Vita e Pensiero, 2003] afferma che essa «non dipende da un rapporto di causa-effetto tra le mie azioni (o il mio essere passivo) e la sofferenza dell'altro: sono semplicemente colpevole del fatto che un altro essere umano soffra». (O abbia sofferto). In questo senso intuiamo la nostra responsabilità, di essere profondamente implicati con la storia dell’uomo e che dovremo sempre rispondere di fronte al male. La questione del perdono è anch’essa complessa: se non siamo direttamente colpevoli, ma solo indirettamente e come specie, della sofferenza di qualcuno, come ci possiamo perdonare? Il perdono può essere esterno o interno. Ci sono criminali che non sono stati perdonati per i propri misfatti e che nella loro coscienza invece si autoassolvono con leggerezza, negando persino di avere recato delle offese; così come ci sono persone che, pur perdonate dalla persona ferita o senza aver commesso realmente del male, non riescono interiormente a perdonarsi. Non abbiamo bisogno di un perdono esterno, perché non siamo direttamente responsabili di fatti riprovevoli, ma proviamo vergogna – di fronte all’orrore, anche se compiuto da altri – e colpa – per un male che sappiamo inemendabile –, pertanto non ci possiamo né colpevolizzare né assolvere del tutto. Per questo il ricordo diventa un dovere morale, nel senso letterale di recordare, ossia reimmettere nel cuore, perché, come riportava il titolo di un libro pubblicato nel 1954 dall'ANED,  l’associazione degli ex deportati, potremmo dire che solo «L’oblio è colpa».
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 25 gennaio 2016

La fine del male



Caro professore,
Vorrei raccontarle un dubbio che è nato dalla mia inconsapevolezza. Fin da piccola sono sempre stata molto tranquilla e pensavo che non esistesse il male: il dolore, la guerra, la povertà. Tutto è nato quando un giorno mentre guardavo la televisione, e c’era un documentario sulla seconda guerra mondiale, mi sono sorti un sacco di interrogativi. Poi, non sapendo nulla di tutto quello che era accaduto ho iniziato a fare delle domande a mia mamma, a mio papà, a tutti. Mi hanno risposto e lì per lì non ho pensato alle risposte che mi sono state date, ma a distanza di giorni, mesi, anni, tutto mi è più chiaro. Perciò la mia domanda è: ci sarà mai una fine a tutto il male?
Elena, ID
 
Cara Elena,
Il grande Leibniz, nei “Saggi di teodicea” (parte I, par. 21), ricorda che il male può essere inteso in senso metafisico, fisico e morale. Scrive Leibniz: «Il male metafisico consiste nella semplice imperfezione, il male fisico nella sofferenza, il male morale nel peccato». Tutto ciò che è finito è lontano dalla perfezione e la natura corruttibile della materia contiene già in sé l’origine della propria decadenza. La natura è imperfetta e il gioco delle sue forze è indifferente all’uomo: essa non soffre per gli uomini né per gli animali né per i vegetali. Allora, se rispondessimo come Arthur Schopenhauer, potremmo dire che «La morte è la fine del male e del dolore». Così ripeteva anche l’importante critico letterario Francesco De Sanctis nell’articolo su Schopenhauer e Leopardi pubblicato su «Rivista Contemporanea» nel 1858. Anche per il mondo greco, che nelle grandi opere tragiche  aveva messo in luce l’indifferenza della natura per l’uomo, il male fa parte dell’esistenza ed è inemendabile: con il male si convive, talvolta si subisce la sua furia e ad esso si soccombe, talvolta si lotta contro di esso per affermare la vita, ma solo provvisoriamente si ha la meglio. Questo tipo di male non è legato all’intenzionalità dell’uomo, ma ai mutamenti della natura e al suo incessante fluire. Anche il dolore fisico, che deriva dalla malattia o da una menomazione, è in fondo legato alla natura caduca dell’uomo. C’è il dolore subìto, ma c’è anche il dolore provocato intenzionalmente dall’uomo, dalla guerra, dalla violenza e dallo sfruttamento. Se da una parte c’è il corpo che soffre per il proprio decadimento dall’altra vi sono corpi devastati dall’odio e dalla brutalità degli uomini stessi in ogni epoca storica e ad ogni latitudine. Ma poi c’è il male morale che Leibniz indentifica con il peccato, ossia con l’incapacità della volontà di fare il bene o di riconoscere il bene, ma che oggi potremmo intendere anche in senso lato come le varie forme di crudeltà, disonestà o indifferenza nei confronti del prossimo e dell’ambiente. Nelle “Istorie fiorentine” Niccolò Machiavelli racconta nelle lotte tra guelfi e ghibellini di un certo messer Giorgio Scali che, prima di essere decapitato a seguito di false accuse, intravede tra le persone armate il vecchio conoscente Benedetto Alberti, e a lui si rivolge così: «E tu, messer Benedetto, consenti che a me sia fatta quella ingiuria che, se io fussi costì non permetterei mai che la fusse fatta a te? Ma io ti annunzio che questo dì è fine del male mio e principio del tuo». Anche Benedetto avrà poi la propria sventura, sarà infatti anch’egli cacciato dalla città con la famiglia. La fine di un male è l’origine di un altro non meno grave. Allora dove possiamo agire? Sulle forze della natura probabilmente no. Possiamo però conoscerle meglio e quindi avvertire i vantaggi e i pericoli e pertanto ridurre sofferenze inutili. Oggi siamo anche in grado di agire sul dolore fisico: la medicina si occupa infatti della riduzione del dolore: dall’anestesia agli antidolorifici, fino alla terapia contro i mali più gravi. Sicuramente nel tempo, almeno in certe società, il dolore fisico è calato rispetto al passato. Forse non si eliminerà mai del tutto, ma la riduzione del dolore è evidente ed è un obiettivo della ricerca medica. Possiamo agire anche sul male morale? Scrive Schopenhauer: «In genere esistono soltanto tre impulsi fondamentali delle azioni umane; e solo sollecitando questi impulsi si ha l'influsso di tutti gli altri motivi possibili. Essi sono a) l'egoismo che vuole il bene proprio (ed è sconfinato); b) la cattiveria che vuole il male altrui (e arriva fino all'estrema crudeltà); c) la compassione che vuole il bene altrui (e arriva fino alla nobiltà d'animo e alla magnanimità)». Possiamo evitare di far soffrire gli altri controllando il nostro linguaggio e le nostre azioni. Si tratta di un’assunzione di responsabilità. Evitando di commettere torti, prevaricazioni, comportamenti spregiudicati e varie forme di illegalità possiamo contenere la sofferenza. Schopenhauer ritiene che con la crescita della nostra capacità di provare compassione migliori anche la giustizia. Scrive l’autore: «La sconfinata pietà per tutti gli esseri viventi è la più salda garanzia del buon comportamento morale e non ha bisogno di alcuna casistica. Chi ne è compreso non offenderà certo nessuno, non danneggerà nessuno, non farà del male a nessuno, avrà invece indulgenza con tutti, perdonerà, aiuterà, fin dove può, e tutte le sue azioni recheranno l'impronta della giustizia e della filantropia». Non ci sarà mai fine al male, ma ci sono dei mali di cui siamo responsabili. Senza bisogno di pubblici elogi, basta seguire una propria deontologia personale: nel lavoro come nella vita privata e in quella pubblica. Aiuta a limitare afflizioni e dispiaceri.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 30 novembre 2015

Sempre uguale o diversa?

chi sono io
 
 
Caro professore,

Mi faccio una domanda tante volte, ma non mi do una risposta: «io mi vedo in un certo modo, ma sono così perché è quello che dovevo essere da principio o perché è stato ciò che mi circondava a rendermi così?». A volte ho paura di non essere davvero me stessa, in particolare davanti alle situazioni più complicate, quelle che mandano in frantumi le mie certezze confondendomi ancora di più le idee. Ma quando le acque si calmano penso: «e adesso…questo mi ha cambiata? No, no, sono sempre la stessa»…o almeno è quello che credo, perché non so riconoscere quando agisco per la mia volontà e quando seguendo quella degli altri…Alla fine non sono sempre io che decido? Sia quando decido di stare per conto mio sia quando decido di seguire gli altri. Non so se c’è una differenza tra queste due cose, poiché non riesco mai a trovarla. Non sento l’influenza degli altri, subito, lì sul momento, quando sto per compiere un’azione…la vedo solo dopo, quando ciò che è successo diventa un ricordo, bello o brutto fa niente, ormai è lì che vaga nella mente, e a quel punto inizio a fare i conti con tutti i suoi difetti, ovvero ciò che avrei potuto fare meglio, in modo diverso magari. E allora vedo l’influenza degli altri, soprattutto delle persone che mi stanno più a cuore, quelle più presenti nella mente e nei pensieri…eppure non posso dare la colpa a loro per i miei comportamenti, anche se mi viene da chiedermi se comunque ne sono loro i responsabili.
Irene, IA
 
Cara Irene,
Quando rileggiamo i nostri comportamenti, soppesiamo il vissuto, le situazioni conflittuali, l’assenso dato ad una proposta, un giudizio espresso in una certa occasione, ricaviamo degli indizi utili sulle modalità con cui abbiamo agito e cerchiamo di individuare i fattori che hanno determinato pensieri e azioni. Meditando su quanto accaduto ci configuriamo alternative differenti o cerchiamo di riconoscere ciò che ha indirizzato un certo tipo di risposta. Ci interroghiamo su quale sarebbe stato il comportamento ideale o su quanti individui abbiano influito nella nostra vita emotiva nella costruzione della nostra personalità. Ci chiediamo pertanto quanta autonomia c’era in una certa reazione, quanta consapevolezza e quanta incoscienza si nascondevano dietro ad una scelta. Temiamo a volte di agire come automi impersonali, un po’ anonimi, più rispondenti ai desideri degli altri che ai nostri. In “Liberi servi. Il grande inquisitore e l'enigma del potere” [2015] Gustavo Zagrebelsky, esaminando il rapporto tra l’uomo e la legge, distingue tra “uomo-individuo” e “uomo-massa”. Secondo l’autore, il primo «afferma la sua sovranità rispetto ad altrui modelli di comportamento», mentre il secondo «corrisponde alle forze omologanti entro le quali egli crede d'esercitare la sua libertà e, invece, la mette al servizio di strutture relazionali che gli preesistono, sovrastandolo». A volte assumiamo il punto di vista dell’altro non solo assecondandolo, ma inconsciamente, e solo successivamente comprendiamo quanto è avvenuto. C’è sempre il rischio di essere «liberi servi». Ma chi è il soggetto che decide? Il filosofo contemporaneo Richard David Precht ha pubblicato un libro intitolato “Ma io, chi sono? (Ed eventualmente, quanti sono?)” per sottolineare la pluralità delle voci che costituiscono il soggetto che agisce. Diventare autonomi è un processo lento e non necessariamente destinato al successo. Per il semplice motivo che il “condizionamento” sociale (genitori, ambiente, libri) è anche la “condizione” stessa (ossia il presupposto) per pensare, ed è per questo che è difficile discernere esattamente se il grado di condizionamento suggerisca o determini una scelta. Poiché desideriamo essere protagonisti delle nostre trasformazioni, essere in grado di governarci e darci una direzione, vorremmo collocare sullo sfondo ciò che proviene dalla storia, dalle abitudini e dalle persone care di riferimento. Tuttavia, credere di poterci liberare da tutti i vincoli per essere autenticamente noi stessi è illusorio. Dobbiamo rassegnarci: ci sono suggestioni di cui siamo consapevoli e influenze che ignoriamo. Scegliere come indirizzare la propria vita significa però decidere cosa accogliere, scartare o riadattare della tradizione. Non esiste un io incontaminato che ci segue, come una scatola nera che liberata dai sedimenti che la soffocano possa rivelare la propria vera natura; esiste piuttosto un’idea della persona che vorremmo essere che ci guida nella edificazione dell’unicità della vita. Un’idea che corrisponde a ciò che ha valore per noi. Il filosofo francese Jean-Jacques Rousseau ne “Il contratto sociale” scriveva che «l’obbedienza alla legge che ci si impone è libertà, e nessuno può rendere se stesso schiavo». Per poter diventare liberi e non ridursi ad essere “liberi servi”, perché non si riconoscono i vincoli o i presupposti che orientano le scelte individuali, occorre vagliare quello che viene proposto e dare a se stessi una legge. Non importa da dove arrivano i condizionamenti, seleziona quelli che ritieni buoni e falli tuoi. La responsabilità di una condotta, sia che ad essa abbiano contribuito in percentuale maggiore o minore le persone care con cui condividiamo la vita, è tuttavia sempre soggettiva. Diventerai libera, allora, perché invece di assecondare gli istinti o la tradizione ti muoverai intorno a ciò che hai ritenuto valido per te. Così sarai certa di “essere davvero te stessa”. L’obbedienza ad una legge scelta è un atto di libertà che genera autonomia.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 9 novembre 2015

L'universo e l'infinito

Bruno Infinito book.jpg

Caro professore,
la mia non è una domanda personale, è una domanda che mi pongo da molto tempo; ma forse non è neanche una domanda: è un dubbio. Quand’ero piccola non mi ponevo queste questioni, ma all’inizio delle medie ho cominciato a pensare a qualcosa di grande: l’universo e l’infinito. Ecco la mia domanda o meglio il mio dubbio: non riesco a capire il senso dell’infinito, sembra quasi inconcepibile che esista qualcosa che non finisce, che esista una cosa senza limiti. Quando ho pensato e ragionato sono stata scossa e ancora oggi non riesco ad immaginare. Mi piacerebbe discutere con lei sulla concezione e sul significato di infinito.
Arianna, IC



Cara Arianna,
Forse è proprio a partire dalla scuola media che abbiamo cominciato a sentirci spiazzati dall’incontro con l’infinito. Quando abbiamo riflettuto sull’infinito numerico, sui numeri irrazionali come √2, il rapporto tra la diagonale e il lato del quadrato, o π, il rapporto tra la circonferenza e il diametro di un cerchio, e abbiamo pensato al fatto che dopo la virgola seguono infiniti numeri, ci è parso di abitare un mondo non solo incredibilmente complesso, ma anche inquietante e vertiginoso. Siamo stati probabilmente sottoposti allo stesso choc che ebbero i pitagorici quando compresero che √2 non può essere ricondotto ad un rapporto finito e pertanto cercarono (invano) di tenere segreta la scoperta. Ricordo che qualche anno fa il matematico bolognese Bruno D’Amore (1946) nel libro “Matematica, stupore e poesia” (Giunti 2009) riportava l’approssimazione di circa 10.000 cifre dopo il 3,14 (vedi le pp.11-17). Ora tutti sappiamo che le cifre che seguono la virgola sono di solito ridotte a due per facilitare i calcoli, ma quando sfogliamo pagine e pagine che contengono esclusivamente delle cifre, rimaniamo impressionati dall’inarrestabile sequenza e nello stesso tempo intimoriti e smarriti di fronte a tale manifesta verità. Bruno D’Amore riferisce poi che nel 2006, grazie a computer velocissimi, sono stati calcolati 200.000.000.000 di numeri dopo la virgola in 13 giorni e 14 ore. Ci sembra inverosimile che in una parte così piccola si possa nascondere un infinito. Insomma, quando abbiamo a che fare con l’infinito ci sembra di uscire di senno. Zenone di Elea nel V sec. a. C., ammettendo che la realtà fosse infinitamente divisibile, aveva creato meravigliosi paradossi, tra cui quello di Achille e della tartaruga. Un secolo dopo Aristotele aveva tuttavia smontato le apparenti contraddizioni sull’impossibilità del movimento, distinguendo tra infinito «secondo la divisione o secondo gli estremi» (“Fisica” 233, a 25). Ossia, come spiega bene il matematico Paolo Zellini, nel bellissimo libro “Breve storia dell’infinito” (Adelphi, 1993), tra «infinito per addizione e infinito per divisione». Addizionare infinite volte un’unità di lunghezza porta a comporre distanze infinite e non percorribili in un tempo finito; ma, al contrario, come insegna anche il fisico italiano Carlo Rovelli, se si divide una corda in un numero infinito di parti, la somma di quell’infinità di parti non produce l’infinito, ma la corda di partenza e quindi una grandezza finita. Carlo Rovelli ne “La realtà non è come ci appare” (Raffaello Cortina Editore, 2014) intitola un capitolo proprio “La fine dell’infinito”. C’è un limite alla divisibilità della materia, e questo limite è chiamato Lp, ossia “lunghezza di Planck”, «un milionesimo di un miliardesimo di un miliardesimo di un miliardesimo di centimetro (10–33 centimetri)», e probabilmente c’anche un limite all’estrema grandezza. Una collega che insegna Storia dell’arte mi ha riferito che un giorno durante una gita al mare ha detto alla figlia: «Guarda il mare infinito». E le figlia le ha risposto: «Mamma, guarda il mappamondo. Il mare non è infinito». Le intuizioni dei bambini ci spiazzano, perché siamo abituati ad usare il linguaggio in modo creativo. Talvolta i bambini intuiscono ciò che poi ci insegnano con precisione i fisici come Rovelli: «Ma quello che vediamo e, per ora, capiamo dell’Universo non è un annegare nell’infinito. È un immenso mare, ma finito». I libri di Zellini e di Rovelli sono molto utili per orientarsi sulla questione dell’infinito, per ricostruire la storia del concetto e per collegarlo alle scoperte delle fisica contemporanea, ma se devo immaginare invece il senso di stupore che hanno provato alcuni filosofi di fronte all’infinito, allora penso a Giordano Bruno e a Blaise Pascal. Nel libro “De l’infinito, universo e mondi” (1584) dell’autore nolano vi è un dialogo serrato tra Elpino, che cerca di difendere l’idea del mondo finito, e Filoteo, che sostiene l’idea dell’immensità dei mondi. Giordano Bruno è certamente un uomo innamorato dell’infinito e la sua scrittura brillante è ricchissima di aggettivi che segnalano stupore e passione per l’universo. Blaise Pascal qualche anno dopo medita anche sul significato dell’infinito per l’uomo. Gli “Opuscoli” e i “Pensieri” contengono molte considerazioni sia sulla divisibilità dell’infinito geometrico sia sullo spaesamento che l’uomo prova di fronte all’immensità dello spazio. Scrive Pascal: «Che cos’è un uomo nell’infinito?». E indagando la condizione mediana dell’uomo, sospeso tra infinitamente grande e infinitamente piccolo, egli afferma che l’uomo si «sgomenterà di se stesso, e considerandosi sospeso […] tra questi due abissi dell’infinito e del nulla, tremerà alla vista di tali meraviglie». Credo che dallo «sgomento» e dal «tremore» e dalla «meraviglia» l’uomo non si sia mai allontanato, perché questi sentimenti sono da sempre i presupposti che lo esortano alla ricerca.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 12 ottobre 2015

Essere la felicità di qualcuno



Caro professore,
mi hanno sempre detto che “sbagliando si impara” e adesso ho capito che è veramente così…si sbaglia ed è normale, capita; fa male quando capisci di non aver fatto la cosa giusta, di esserti comportata non come si dovrebbe…la verità ti si scaglia davanti e ti fa rimanere senza parole. Mi è successo…ma da questo ho capito come le persone che ti vogliono davvero bene, che non ti dimenticano, ci saranno sempre e ti sosterranno. Sto parlando della mia famiglia e dei miei fantastici amici… Ogni giorno capisco quanto la mia felicità dipenda da loro, oltre che da me stessa. Le persone prima o poi si rivelano per quello che sono, perciò bisogna stare anche molto attenti a fidarsi delle persone giuste, quelle che nonostante tutto non ti deluderanno mai, quelle che desiderano solo il meglio per te e non sono gelose, non ti sminuiscono…Insomma, abbiamo bisogno di avvicinarci alle persone che ci rendono felici. Un abbraccio, una parola, un sorriso inaspettato, un messaggio che ti fa sorridere…Sono queste le cose belle della vita. La mia domanda è: nella vita la vera felicità è essere la felicità di qualcuno?
Carlotta, ID

Cara Carlotta,
Di solito ci chiediamo che cosa ci rende felici e se possiamo trovare la chiave della felicità: se riusciremo a governare questo meraviglioso stato d’animo e a riprodurlo autonomamente. Il filosofo Arthur Schopenhauer, ragionando sul tema, aveva proposto di considerare questa ripartizione: «Ciò che uno è, […] ciò che uno ha e […] ciò che uno rappresenta (Vedi in “Parerga e paralipomena” gli “Aforismi sulla saggezza della vita”, 1851). Egli affermava che la maggior parte degli uomini è convinta che la felicità dipenda da ciò che uno possiede o dalle opinioni degli altri (onori e fama), mentre secondo l’autore per essere felici occorre badare soprattutto a ciò che uno è, ossia alle qualità intrinseche dell’individuo (personalità, temperamento, formazione). Fin qui nulla da obiettare: è un suggerimento che si radica negli insegnamenti antichi del mondo orientale o di quello greco-romano sul modo di concepire la saggezza. Mi pare che tu faccia notare un’altra dimensione della felicità: quella che deriva dalla relazione. Questa non è riducibile all’autosufficienza dello stoico e tuttavia non è mai del tutto nelle nostre mani, infatti essa addirittura la precede e la rende possibile. È molto bella l’idea di «essere la felicità di qualcuno», perché specchiati nell’entusiasmo dell’altro anche noi diventiamo felici e dagli sguardi accoglienti traiamo benessere e forza. Quale nipotino non gioisce per l’entusiasmo dei nonni, quale amato non è conquistato dall’amore dell’amante («la stessa identica fiamma bruciava due cuori», scriveva Ovidio). Un figlio avverte la felicità dei genitori, un ragazzo sente il calore dei compagni, un insegnante che ha creato un buon rapporto con gli studenti è felice di entrare in classe perché si sente rispettato, così come uno studente che viene valorizzato intuisce che la propria felicità passa da quel riconoscimento. Sì, ognuno di noi sa che la propria felicità “dipende” dagli altri oltre che da sé. Ma è giusto collocare il baricentro della felicità nell’altra persona e non su se stessi? In fondo non dobbiamo lavorare con lo scopo esclusivo di assecondare la felicità degli altri, perché potremmo dimenticare di prenderci cura dei nostri bisogni e di coltivare i nostri progetti. Potremmo non diventare mai autonomi perché rincorriamo gratificazioni esterne. Gli antichi ci hanno infatti ammonito a non riporre la nostra felicità sugli umori o sulle opinioni altrui. Ma in che senso dobbiamo allora intendere il verbo “dipendere”? Se intendiamo dipendere come essere sottomessi all’autorità dell’altro o da essa determinati, allora è chiaro che la felicità si dilegua, perché non siamo più gli artefici della nostra vita. Se intendiamo dipendere non nel senso di subire, ma nel senso di derivare, allora sentiamo che non siamo più ostaggio dell’altro, ma che grazie alle relazioni si origina la felicità. Il tuo ragionamento ci fa fare un passo in avanti. Hai capito che non c’è soggetto senza un’alterità che lo attiva. Ricordi la storia di Narciso ed Eco? Narciso è il giovane destinato ad una lunga vita («Si se non noverit») «purché non incontri se stesso» e Eco, «la ninfa fatta di voce», è colei che «non sa tacere se uno parla / né parlare per prima». Trovo molto bella  e opportuna l’interpretazione del filosofo Umberto Curi (Miti d’amore. Filosofia dell’Eros, Bompiani, 2009), il quale scrive: «Mentre Narciso è preso nella rete della pura identità ed è toccato soltanto dal suo proprio riflesso privo di sostanza, Eco è la mera alterità ed è ella stessa soltanto un riflesso privo di sostanza. Egli è troppo posseduto dal suo proprio io per poterlo dividere con altri, mentre lei non ha un proprio sé da poter condividere con altri». E più avanti scrive che: «Solo riconoscendo l'altro, l'identico può esprimere la propria identità; solo conservando la propria identità, l'altro può affermare la propria alterità». Se l’altro è necessario per generare l’identità significa che non c’è mai autosufficienza completa. Avvertire di essere la felicità di qualcuno consente di maturare l’identità e di esplorare le potenzialità individuali. Non siamo felici perché soddisfiamo le aspettative altrui, ma perché riconosciuti e amati dall’altro possiamo comprendere a fondo i nostri bisogni e percorrere un sentiero tracciato da quel desiderio che più ci costituisce.
Un caro saluto,
Alberto