Cerca nel blog

Cor-rispondenze

lunedì 20 gennaio 2014

Serve così tanto coraggio per guardare la vita così com’è?


 
Caro professore,
«Perché la vita umana è perpetua illusione?» Ho letto questa domanda sul libro di filosofia, essa riguardava la tesi di Pascal riguardo all’“amor proprio”, una “difesa” che l’uomo attiva inconsapevolmente, perché non riesce a sopportare la sua situazione di essere intermedio tra l’infinitamente grande e l’infinitamente piccolo. Anche Cartesio ha sostenuto che la nostra vita avrebbe potuto essere solo un sogno, un’illusione. Com’era scritto sul testo, la vita umana è perpetua illusione: dall’illusione della felicità, a quella di un’altra vita dopo la morte, a quella di non essere soli nell’universo o al genio maligno di cui parlava Cartesio. Ma perché l’uomo deve costantemente nascondersi dietro un qualcosa o un qualcuno che non è reale? La realtà è davvero così dura? Fa davvero così paura? Come possiamo saperlo se fin da quando la nostra esistenza è iniziata ci siamo chiusi in una bolla invisibile di illusione? C’è al mondo qualcuno che vede la realtà senza andare a cercare un altro modo, tempo o spazio per vederla e viverla? Qual è il modo di vedere quello che siamo senza filtri imposti dalla società, dalla religione o semplicemente da noi stessi? Grazie.
Sarah, 4D

Cara Sarah,
Pascal parla di «perpetua illusione» nei rapporti umani, perché segnala che gli uomini tendono all’adulazione e all’inganno reciproco: si lusingano la persone da cui si possono trarre benefici e si criticano coloro che vengono percepiti come antagonisti. Infatti, egli alla fine conclude dicendo: «Sono sicuro che, se tutti gli uomini sapessero che cosa si dicono gli uni degli altri, non ci sarebbero quattro amici al mondo». Sì, gli uomini raggirano il prossimo e sovente si ingannano, mettono in atto meccanismi di difesa per farla franca o ripongono male l’attenzione su ciò che procura loro felicità, si attribuiscono più meriti di quanti ne abbiano realmente e addossano colpe ed errori al prossimo. L’antropologo Robert Trivers in “La follia degli stolti” (Einaudi 2013) racconta che nel 1977 a San Francisco un uomo, che si era schiantato con la macchina contro un palo telefonico, disse alla polizia: «Il palo del telefono si stava avvicinando. Stavo appunto cercando di scartare per evitarlo quando ha colpito la parte anteriore dell'auto». Sembra una barzelletta, ma la responsabilità attribuita al palo non è diversa dalle scuse improbabili che leggiamo sui quotidiani prodotte da politici, uomini di potere e uomini comuni. Ma ci sono illusioni più profonde, che coinvolgono non solo il destino personale, ma quello di una collettività. Alcuni filosofi, chiamati «maestri della scuola di sospetto», come Marx, Nietzsche e Freud, più di altri hanno fatto riflettere gli uomini sulle loro illusioni: Marx ha insegnato a considerare l’economia come la struttura che condiziona la politica, l’arte, la filosofia e il diritto; Nietzsche ha mostrato come nascono i valori e che dietro di essi si cela la volontà di potenza dell’uomo, e Freud, indagando l’inconscio, ha rivelato che l’uomo non ha il completo controllo su di sé. La realtà sarà anche dura, ma proviamo un certo piacere nel manipolarla. Così dicono gli antropologi che, come Robert Trivers, ritengono che inganno e autoinganno siano strategie evolutive per la sopravvivenza delle specie. Non solo dell’uomo, dunque. Anche i batteri, le piante, gli insetti e molti animali ingannano per sopravvivere, anche solo mimetizzandosi con l’ambiente. Gli uomini si ingannano in modo consapevole o involontario e filtrano la realtà in modi raffinati. Inconsciamente selezioniamo e modifichiamo i ricordi, ci inganniamo sulle nostre reali intenzioni e su quelle degli altri, reprimiamo i pensieri, evitiamo alcune informazioni e ne cerchiamo altre, produciamo false narrazioni storiche. L’inganno è un po’ dappertutto, nella vita relazionale, nella politica internazionale, nelle ideologie sull’uomo, nelle forme di potere e nella pubblicità, persino nella medicina (vedi il progetto Stamina o l’effetto placebo). C’è un modo per rimanere vigili e non precipitare incautamente nell’errore? Sì, forse c’è, è quello della cultura e dell’ascolto anche di ciò che non condividiamo. Le differenze, per quanto creino dissonanze cognitive e un certo iniziale fastidio, aiutano ad essere meno rigidi, e ci permettono di comprendere – come diceva Pascal – che spesso scambiamo la verità con le abitudini.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 13 gennaio 2014

Aprirsi ad un estraneo



Caro professore,
la mia riflessione la scrivo sull'esperienza più bella, ma anche più malinconica delle vacanze. Come volontariato ho aiutato due signore del mio paese a mandare avanti un’iniziativa che dura ormai da una trentina di anni: andare a trovare gli ultra ottantenni di Valgrana, portando loro alcuni doni per le feste. È stata un’esperienza che mi ha impegnata per due giorni. Il secondo giorno abbiamo visitato un pensionato dove una signora che non era nativa di Valgrana mi ha fermata e mi ha parlato. Mi sono fermata con lei, pur non conoscendola. Mi ha parlato della sua vita, ero un’estranea eppure notavo nei suoi occhi la voglia di tornare ragazza, di vivere. Mi ha confessato di sentirsi tanto, troppo vecchia, di avere nostalgia della sua Genova nella quale aveva vissuto fino a tre mesi prima. Tante domande scaturiscono da questo fortunato incontro...Perché a volte ci troviamo di fronte ad estranei ed è così spontaneo aprirsi a loro raccontando la propria vita, mentre fatichiamo a parlarne a coloro che ci stanno vicino? Perché dunque è stato così spontaneo per tutte e due confidarsi?
Stefania, 4B

Cara Stefania,
È probabile che ognuno porti con sé conflitti sospesi, problemi differiti nel tempo, residui di sofferenze antiche. O, più semplicemente, una profonda necessità di comunicare. Uno dei più importanti psichiatri italiani, Eugenio Borgna, citando le parole del poeta tedesco Friedrich Hölderlin, ha persino intitolato un libro “Noi siamo un colloquio”, per sottolineare l’imprescindibilità della relazione. Pensa che l’apertura a un estraneo era stata individuata da Freud come l’inizio dell’attività psicoterapeutica. Per poter fare lo psicoterapeuta era (ed è) necessario aprirsi ad uno sconosciuto. Freud, incoraggiando i propri allievi, scriveva: «Il sacrificio che comporta l'aprirsi ad un estraneo senza esservi indotto da malattia, viene ampiamente ricompensato. [...] Siffatta analisi di una persona praticamente sana rimarrà, com'è naturale, inconclusa» (Freud 1912). Anche se non utilizziamo il colloquio come trattamento specifico, perché non siamo specialisti, è importante sapere che il semplice dialogo è già terapeutico. Poiché siamo esseri relazionali, nel dialogo cerchiamo e doniamo attenzione e condividiamo l’interiorità. È nella relazione empatica che si comprendono da prospettive differenti le tematiche esistenziali che stanno più a cuore, si soppesano le opinioni, si accolgono i pensieri, i sentimenti e i valori degli altri. Quando qualcuno ha un’urgenza, sente come improrogabile il desiderio di comunicare ciò di cui ha bisogno o che reputa importante a qualcuno di cui si fida o da cui pensa di poter ricevere aiuto. Così, spesso, gli anziani, confinati in luoghi dove le relazioni sono circoscritte a poche persone che non hanno grande potere di azione, si rivolgono ai giovani sperando di essere creduti, affinché qualcuno torni a considerare importanti le loro parole e i loro vissuti. Talvolta siamo impazienti, perché sappiamo già la storia che staranno per raccontare, così riduciamo la nostra attenzione e precipitiamo i giudizi, incuranti – come direbbe Borgna – «di sentire il respiro dell'anima e il grido silenzioso dei cuori feriti»; diventiamo così incapaci di “riconoscere le attese” dell’altro. Mi piace molto questo concetto: sei stata ad ascoltare le risonanze interiori della signora genovese e lei ha capito che eri in grado di “riconoscere le sue attese”, ed è anche per questo che si è confidata. Eugenio Borgna nel libro “L’attesa e la speranza” (Feltrinelli 2005) si chiede: «so riconoscere le attese della persona che ho dinanzi: nelle sue ambivalenze e nelle sue speranze franate: ma nonostante tutto ancora galleggianti nella sua anima?». Pare proprio che tu ci sia riuscita. Questa confidenza reciproca non è un gesto di resa, ma di coraggio. Affidiamo ad un estraneo ciò che più sta a cuore, perché talvolta è colui che è più disposto ad ascoltare, privo di pregiudizi e valutazioni affrettate. L’altro suscita le nostre aspettative, poiché non avendo rubricato la nostra esistenza in schemi definitivi incoraggia la nostra fiducia, per cui diventa facile af-fidarsi e con-fidarsi a qualcuno. Sei dunque riuscita con l’attenzione sincera – direbbe l’autore – a «riaccendere le fiammelle di una speranza». Quando invece si affievolisce la fiducia relazionale, si eclissa fino a spegnersi la vita interiore e, più in generale, la vita.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 6 gennaio 2014

Grazie fotografia!



Caro professore,
La fotografia è la mia più grande passione ed è anche una delle cose che più mi accomuna a mia nonna! Anche lei alla mia età aveva iniziato ad appassionarsi a questa meravigliosa forma d’arte e dopo aver lavorato un anno intero in Francia si era comprata la sua prima macchina fotografica. E anche per me è stato così, quest’estate ho lavorato e con i soldi guadagnati mi sono comprata la mia prima Reflex! Quando ho la macchina fotografica in mano è come se tutto ciò che mi circonda diventasse più bello e meritasse di essere immortalato per essere ricordato! Io non ho soggetti particolari che amo fotografare, anzi, tutte le volte che esco di casa porto con me la mia Nikon e la appendo al collo, sperando di vedere qualcosa che attiri la mia attenzione. Bisogna saper cogliere all’istante ciò che ci fa venire i brividi! Le foto sono la più grande arma che abbiamo per poter ricostruire la nostra vita, infatti, sulle ante del mio armadio ho incollato più di 100 foto che ritraggono i miei amici, la mia famiglia e me nei nostri momenti più significativi: ci sono foto dalla mia nascita fino ad oggi! Amo guardarle perché mi ricordano costantemente chi sono e grazie a chi sono diventata quella che sono, ogni persona ha il suo peso e la sua influenza ed è bello ritrovare i loro visi costantemente davanti a me! Persone con cui non ci si sente più, con cui si ha litigato, ma a cui vuoi ancora bene sono ancora lì, principalmente nei tuoi ricordi, ma anche stampate, a portata di mano. A me piace spesso dire: "Grazie fotografia", perché è grazie a lei se possiamo ricordare anche i dettagli che non riusciamo a far riaffiorare con la mente.
Giulia, 5C


Cara Giulia,
L’apparizione della fotografia è stata un rivoluzione. Prima c’erano solo i quadri, le litografie, i disegni. Se nel quadro è evidente la mano dell’artista, nella foto – scrittura con la luce – sembra che appaia esattamente la realtà. Il filosofo Walter Banjamin (1892-1940) ha evidenziato non solo la disponibilità illimitata del ricordo, l’accessibilità di un evento anche a distanza spazio-temporale, la ricezione collettiva simultanea per la massa (cosa non possibile per l’opera d’arte), o ancora la sparizione del rapporto tra originale e copia, ma ha parlato di un aspetto inconsapevole del contenuto fotografico. Infatti, anche se non sei perfettamente concentrata, la tua Nikon registra ciò che sfugge al tuo occhio. Siamo abituati a sentir parlare dell’«inconscio pulsionale» di Freud, forse meno dell’«inconscio ottico» di cui parla Walter Benjamin in due opere, nella “Piccola storia della fotografia” del 1931 e poi ne “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica”, 1935-36. Come la psicoanalisi si propone di rivelare ciò che si cela alla coscienza, così un ingrandimento fotografico rivela l’«inconscio ottico» – ciò che l’occhio non vede né percepisce nel momento in cui si concentra sul soggetto da fotografare – che manifesta molti più dettagli di quanti siamo in grado di percepire ad occhio nudo. Dici giustamente che la fotografia consente di ricostruire la vita. Infatti, oltre all’inconscio personale abbiamo a disposizione anche un inconscio extrasomatico per ricomporre il passato, archiviato nei raccoglitori o in centinaia di cartelle nel computer, da aprire occasionalmente per cercare un amico, un volto, un luogo, dei legami. La fotografia non preserva solo l’inconscio extrasomatico individuale, ma anche quello della collettività, che in ogni scatto conserva ciò ha rimosso, protegge ciò che sfugge alle coscienze di un certo periodo. I particolari su quali ci fermiamo ci dicono che la realtà fissata nell’immagine non si è ancora esaurita del tutto, e quindi la foto continua a rivelare del passato molte più informazioni di quante non ne contenga esplicitamente. Quando ci soffermiamo a distanza di anni su un’immagine dell’infanzia non contempliamo solo un neonato nella braccia dei genitori, ma osserviamo anche i particolari che emergono dallo sfondo: l’orologio del papà, il pavimento della casa, la stufa, gli oggetti in lontananza, altre persone. Per questo la foto non ci consegna solo un mondo lontano, ma ci permette di interagire con ciò che un tempo non avevamo considerato o di cui non sentivamo il bisogno. Ci sono molte cose lì, sotto il nostro sguardo, ma sfuggono. Abbiamo dunque enormemente bisogno della fotografia e di quell’«inconscio ottico» per salvare la nostra vita e, più in generale, la storia di una comunità.
Un caro saluto,
Alberto

P.S. la foto è dell'artista rumeno Caras Ionut 

lunedì 23 dicembre 2013

Gratta e vinci



Caro Professore,
Pochi giorni fa, entrando in un bar-tabaccheria per mangiare un boccone prima di recarmi in stazione, ho assistito ad una scena che mi ha sconcertata. Mentre aspettavo il mio sandwich, ho scorto una donna di una certa età appoggiata ad un tavolino davanti al mio, intenta a grattare via lo strato argenteo sui tre gratta e vinci che si era appena comprata. Conosco molte persone che di tanto in tanto ne comprano, perciò subito non ho prestato molta attenzione alla scena. Dopo qualche secondo però, la signora, borbottando fra sé e sé, ne ha chiesti al tabaccaio altri tre da dieci euro. Arrabbiata per il fatto di non essere riuscita a vincere nulla nemmeno con quei tre, la donna ne ha chiesti altri. Questa faccenda si è ripetuta per ben sei volte oltre alle due a cui avevo assistito, fino a quando la donna, dopo aver speso una non modica somma di denaro, contenta per aver vinto i suoi venti euro, se n'è andata dal negozio. In quell'istante mi è sorto un dubbio: gli uomini sono tutti inclini a tentare la fortuna? Perché le persone, anche dopo aver constatato che la decisione che hanno preso non è stata corretta, provano nuovamente a vedere se, scegliendo di nuovo quella stessa strada, la fortuna gli sorriderà?
Alessandra, 4E

Cara Alessandra,
Alcune persone che si muovono attorno a noi rivelano anomalie: vocabolari che insistono sulle stesse parole, ideazione contratta, gestualità frenetica, sguardi assenti. Nella nostra epoca si è insinuata nelle menti una sorta di disperazione inconscia per cui si ritiene che la fortuna accada per una combinazione casuale di cui non siamo mai gli attori. Semplici gesti lasciano trasparire che inconsapevolmente è svanito il nesso tra fortuna e virtù. Così si “tenta la fortuna”, si attende che la “fortuna sorrida”, si aumenta il gioco ignari che si diventa strumenti di un meccanismo di cui non si è protagonisti e non ci si rende conto che spesso la posta in gioco non è il denaro, ma la vita. Non so più se il “gratta e vinci”, come le slot-machines siano ancora divertimenti. È davvero un gioco quello in cui la vincita non è mai il risultato di una competenza o di un’abilità? Il divertimento in fondo è un “di-vertere” – cambiare strada – alternare fatica e alleggerimento. Qui il gioco non produce sorrisi, ma solo gesti ripetitivi e assenti. Non c’è confronto, non c’è relazione, quindi lo s-vago, invece di generare sollievo e distensione, è un vagare di sé che, come hai notato, produce tensione e irrequietezza. La semplicità del gioco non implica partecipazione attiva del soggetto, in fondo non c’è possibilità di influenzare una schedina programmata. Credo che questa attività compulsiva sia legata ad un problema dell’uomo con il tempo. Eugéne Minkowski (1885-1972) diceva che il malato psichico vive in modo diverso lo spazio e il tempo. L’uomo è infatti un essere che si forma nel tempo: non è istantaneità, ma durata. Il venir meno della dimensione temporale fa collassare i progetti, riduce l’apprezzamento delle cose, perché tra desiderio e la realizzazione c’è bisogno di tempo. Il tempo che scorre lentamente è quello in cui si vivono i sentimenti, si apprezzano i piccoli gesti, i dettagli; si beneficia infatti di un risultato dopo un’attesa o dopo una fatica. Si gioisce per un traguardo raggiunto, quindi perseguito nel tempo. È la dimensione temporale che restituisce felicità al vissuto. Gli uomini si ribellano quando non possono disporre di tempo a sufficienza per fare un lavoro, per meditare, per relazionarsi. Avvertono l’imposizione dei ritmi altrui come un’invasione al proprio modo di vivere. Si lotta infatti per avere momenti liberi per occuparsi di sé, per non sottostare alla cadenza frenetica del lavoro e del consumo. Quando siamo affaticati sentiamo dunque bisogno di riposo (quindi di tempo) e di rilassarci (perché cerchiamo di ristabilire il nostro passo). Ma nel gioco compulsivo che fine fa il tempo che dà senso alla nostra esperienza? Eliminata la distanza tra inizio del gioco e attesa di una possibile vincita non c’è tempo per gioire, per meditare la sconfitta né per elaborare altre strategie. La donna che hai osservato non avverte il bisogno di sottrarsi alla costosa ripetizione, perché è nel tempo che maturerebbe questa consapevolezza, in quanto nel tempo si forma questa coscienza. Se il tempo è la dimensione dell'esistenza, quando l’uomo o la donna diventano esseri senza tempo perdono la qualità della vita.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 16 dicembre 2013

Ricercarsi...



Caro professore,
sono sempre stata una persona emotiva, che ha sempre compreso la vita solo poeticamente, artisticamente, una persona per la quale i sentimenti sono sempre stati più forti di qualsiasi ragione. Sono così assetata di meraviglia che solo lo straordinario potere che essa ha su di me mi disarma. Tutto ciò che non riesco a trasformare in qualcosa di straordinario lo lascio andare. La realtà non mi impressiona, credo solamente nell'ebbrezza, nell'estasi, e quando la vita ordinaria mi vincola fuggo, in un modo o nell'altro. Ed è proprio per questo che non mi rispecchio in "nessuno", a volte non riesco nemmeno a credere nella mia esistenza, mi ricerco nei libri, nelle frasi "fatte", nelle parole degli altri. Cartesio diceva: «cogito, ergo sum», «io penso, dunque esisto», dando per scontato che proprio per il fatto che pensiamo, esistiamo. Come ne posso avere la certezza? Come posso sapere se quello che sto facendo è "vivere", "esistere" e non sopravvivere e basta? Grazie.
T., 4D

Cara T.,
La meraviglia appartiene ad ogni uomo, ma è anche il principio della filosofia. Platone segnala questa origine quando, nel “Teeteto”, fa dire a Socrate queste parole: «Ed è proprio del filosofo questo che tu provi, di essere pieno di meraviglia; né altro cominciamento ha il filosofare che questo» (“Teeteto”, 55 d). E anche Aristotele concorda: «Infatti gli uomini hanno iniziato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia. (“Metafisica”, I, 2, 982b, 12). La meraviglia per l’esistenza percorre tutta la ricerca umana. È nota la frase di Kant – contenuta nelle ultime righe della “Critica della ragion pratica, 1788” – scolpita sulla sua tomba a Kaliningrad, in Russia: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto piú spesso e piú a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me». Il filosofo contemporaneo Ermanno Bencivenga ricorda tuttavia che «quando la meraviglia si estingue, quelle che abbiamo davanti sono solo le spoglie della filosofia». Potremmo dire che – eliminando la meraviglia – si presentano a noi le spoglie della vita, perché l’esistenza diventa gravosa routine. Per questo il filosofo invita a mantenere vivo questo sentimento e suggerisce di «praticare giornalmente» il rinnovamento del linguaggio, per evitare che l’avventura straordinaria del pensiero si trasformi in un rito, in una stantia riproduzione di formule più che in uno stimolo creativo ad osservare e a meditare. La meraviglia va dunque coltivata, è una disposizione dell’animo che richiede dedizione. Come dici tu, non è sufficiente avere cognizione di esistere o avere la certezza che il pensiero sia vitale, ma abbiamo bisogno di sapere chi siamo. Non ci accontentiamo di essere una “cosa pensante”, vogliamo comprendere se la nostra identità è data una volta per tutte o è in continua formazione. Sentiamo il bisogno di condividere attraverso i libri intuizioni e aforismi degli autori per due motivi: non solo perché si adattano alla nostra natura, ma perché rappresentano ciò che vogliamo essere. Poiché l’identità passa attraverso l’identificazione, immedesimandoci nei pensieri degli altri componiamo un puzzle di idee e creiamo piano piano la vita che vorremmo vivere e la persona che vorremmo essere. La lettura delle grandi opere offre informazioni su di noi: dalla letteratura impariamo le emozioni, dalla storia la loro dimensione culturale e sociale, dalla filosofia acquisiamo idee e argomentazioni, dalla poesia intuizioni sulla vita, e da ogni forma di arte manifestazioni diverse della bellezza e possibili scenari di vita. Vogliamo tenere insieme le parti più belle, come se apparecchiassimo la vita stessa di cose buone: impariamo a conoscere il mondo, decifrando come il mondo è stato compreso, afferriamo le sfaccettature dei sentimenti, se seguiamo la loro evoluzione nelle storie che leggiamo, e scopriamo le ambivalenze della vita ascoltando la complessità delle narrazioni. Impariamo di noi, dunque, guardando gli altri. La meraviglia ci spinge a cercare e a rinnovare ciò che siamo. Certo c’è differenza tra “vivere” ed “esistere”, ma si può ricondurre lo stupore anche nell’ordinario. Invece di fuggire la vita regolare, è possibile renderla sublime. Poiché lo stupore si genera dall’attenzione, quando l’attenzione si posa sui particolari dell’esistenza, restituisce al quotidiano sorpresa, incanto e novità. Per avere la certezza di “vivere” occorre dunque coltivare la meraviglia.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 9 dicembre 2013

La morte ingiusta




Caro professore,
sto vivendo un momento molto difficile da superare. Questo mi porta a chiedere perché muore la gente migliore e non chi causa problemi, proprio come nella mia situazione. Questa domanda l’ho posta a mia madre e lei mi ha risposto dicendo: «Quando tu vai in un giardino, raccogli i bei fiori o quelli brutti?». Questa risposta mi ha lasciata molto perplessa, mi ha creato ancora più dubbi. Cerco una risposta giusta che riesca a chiarirmi le idee. Sicuramente, se non mi trovassi in questa situazione piena di dolore e con una persona che non ha mai fatto del bene, forse non mi porrei questa domanda, alla quale nessuno riesce a darmi una risposta valida. In conclusione le vorrei chiedere se lei sa darmi qualche indicazione o qualche sua opinione, visto che è da anni che vivo con questo dubbio e molto rancore.
Michela, 1A

Cara Michela,
Alcune persone escono di scena quando avrebbero molto da offrire, grazie alle loro esperienze e alla sensibilità affinata negli anni e nelle relazioni. E così si origina in noi l’idea che siano «i migliori che se ne vanno», una locuzione che – invece di essere un luogo comune – segnala invece l’amarezza derivante dalla morte improvvisa. Ci lasciano sempre troppo presto coloro che amiamo, i nostri punti di riferimento e i nostri modelli. Nella canzone “Terra degli uomini” il cantante Jovanotti scrive: «Son sempre i migliori che partono / ci lasciano senza istruzioni / a riprogrammare i semafori / in cerca di sante ragioni». Purtroppo, quando le persone care muoiono, rimaniamo veramente «senza istruzioni» e «in cerca di sante ragioni». Il patimento genera rancore e fa affiorare alla mente l’idea che la vita sia governata da una irrazionalità di fondo e la convinzione di vivere un’ingiustizia suscita la protesta nei confronti della natura che genera e cancella infinite vite umane, uniche, bellissime o eccezionali, oppure – come in Giobbe – fa rivolgere la propria disapprovazione direttamente a Dio. Pensare che ci sia qualcuno che «raccoglie i fiori belli ed è indifferente a quelli brutti», non attenua il dolore, perché banalizza il male, svaluta l’esistenza, riduce la vita ad un capriccio e rende incomprensibile la sua assenza. Gli antichi sapevano che la vita è ingiusta e piangevano gli eroi giovani morti in battaglia. In “Itaca per sempre” lo scrittore Luigi Melerba (1927-2008) fa dire ad Ulisse queste parole: «I veri eroi muoiono giovani, o combattendo o per mano di traditori che invidiano la loro virtù.». Sappiamo che quando alcune persone significative ci lasciano prematuramente, la loro assenza annienta provvisoriamente i propositi, riduce la voglia di vivere, svuota di significato i progetti che sostenevano le nostre fatiche. Tuttavia Malerba affida a Ulisse questa riflessione: «Io sono vivo e devo pensare alla mia vita con Penelope, a riguadagnare oltre al suo amore anche la sua fiducia, a mettere il mio animo a riposo e godere i frutti della mia lunga fatica». Ecco, credo che quando si perde un legame fondamentale sia importante riguadagnare il valore delle relazioni con le persone che esistono ancora. Apparteniamo in fondo a due grandi tradizioni: quella greca e quella cristiana. Per i Greci la vita è tragica, non perché è piena di insidie, ma perché il male non viene riscattato. Fa parte dell’esistenza ed è senza rimedio. Scriveva George Steiner: «dove c'è ricompensa, c'è giustizia, non tragedia»; i cristiani credono invece che per quanto incomprensibili siano le concatenazioni degli eventi, alla fine ci sarà una giustizia. Non si possono dare dimostrazioni di questa giustizia, e qualche filosofo ha detto che essa è un bisogno morale dell’uomo. Ognuno si orienta dentro una tradizione. E il dolore, a volte, aiuta a crescere. Scrive ancora Luigi Malerba: «Se uno ha combattuto un solo giorno può raccontare mille storie di guerra. Se uno ha amato anche una sola donna può raccontare mille storie d’amore. Ma chi non è vissuto con amore e con dolore non può inventare nulla se non parole vuote e aride come la cenere». Il dolore fa parte della vita, insieme all’amore. E – quando non è insostenibile – rende la vita più vera. Senza queste due componenti le nostre parole plasmerebbero solo chiacchiericcio, suoni distanti dalla vita.
Un caro saluto,
Alberto

lunedì 2 dicembre 2013

L'anima gemella


 
Caro professore,
Oggi vorrei parlarle dell’anima gemella... Leggendo il discorso di Aristofane nel “Simposio”ho capito cos’è veramente l’anima gemella, imparando il mito da cui ha avuto origine... Io credo fortemente nell’amore... ma ho paura che l’anima gemella sia solo un’invenzione, che tutto ciò in cui crediamo sia solo a causa del timore di rimanere per sempre da soli... Secondo lei, esiste l’anima gemella? O anche più di una?
Roberta, 4B

Cara Roberta,
Sulla questione dell’anima gemella, forse varrebbe la pena leggere una storia esilarante di Stefano Benni in “Il bar sotto il mare” (Il destino sull’isola di San Lorenzo): «Così è infatti la vita, e gli indiani dicono che in essa la forza più potente sia una divinità dal nome lungo e minaccioso: Amikinont’amanonamikit’ama. È il Dio degli amori non corrisposti, quello che si diverte a combinare in infiniti incontri sbagliati tutte le possibili infelicità e le possibili disperazioni». Dopo aver preso le misure da attese esagerate ed aver considerato le infinite variabili che rimodellano la vita, possiamo tornare a parlare di “anima gemella” con maggiore senso di realtà, consapevoli che non dobbiamo idealizzare (eccessivamente) l’altra persona, caricarla di desideri assurdi e aspettative improbabili. La vita è complessa, le relazioni faticose, i buoni propositi devono essere alimentati quotidianamente da una forte motivazione, perché anche le “anime” che sentono maggiore affinità possono riconoscere che un sentiero comune si è interrotto e intraprendere un cammino diverso. Tuttavia, dopo aver praticato questa sana analisi di noi stessi e delle nostre aspettative – che potremmo chiamare pars destruens –, possiamo anche ipotizzare più cautamente una pars construens. L’espressione «anima gemella» è pura invenzione, un ideale mal posto o segnala una relazione possibile? Un filosofo canadese che si occupa di pratica filosofica, Lou Marinoff (1951) in “Prendila con filosofia” (Piemme 2013) ricorda che i Greci distinguevano quattro tipi di amore: «eros, philia, storgé e agape». Egli ritiene che per sostenere una relazione durevole siano necessarie tutte e quattro queste componenti. L’Eros è la passione, il desiderio di unirsi all’altro; philia è l’amicizia, la vicinanza; storgè è l’affetto amoroso che si sviluppa in famiglia tra fratelli; l’agape è l’amore spirituale. Scrive Lou Marinoff: «Se ti senti legato a una persona da tutte e quattro le affezioni, e per lei è lo stesso, con tutta probabilità hai trovato l'anima gemella. Le anime gemelle sono profondamente compatibili a tutti i livelli, corpo, mente, cuore e spirito. I matrimoni più riusciti, che conosco e ho sperimentato in prima persona, sono tra anime gemelle». Lo scrittore triestino Paolo Rumiz (1947) nel libro “Il bene ostinato” (Feltrinelli 2011) riferisce la storia di alcune persone che partecipano al progetto "Medici con l'Africa" conosciute in luoghi lontani dall’Italia, dall’Angòla all’ Etiopia, dal Kenya all’Uganda. Racconta di Annamaria, una dottoressa a cui viene proposto in breve tempo di partire per la Tanzania per svolgere là il proprio lavoro. In questo luogo così lontano, Annamaria cambierà la propria vita professionale e personale: conoscerà un conterraneo veneto, anch’egli medico, si innamorerà di lui e formerà una famiglia con quattro figli. Scrive Rumiz: «Che strano: due conterranei così simili che si conoscono solo in Africa. É come se l'Italia migliore aspettasse di essere in trasferta per uscire allo scoperto. Anime gemelle che in un paese bloccato da mille paure e frastornato dalla macchina del consumo non avevano avuto modo di incontrarsi, si trovano a diecimila chilometri di distanza». Un legame profondo nasce dunque anche dalla condivisione degli stessi valori. Il nostro tempo forse è sbilanciato su eros o sul piacere immediato, ma occorre non dimenticare di accrescere anche le altre componenti della relazione, per evitare che il motore che nutre la vita relazionale si inceppi. Allora due anime sono gemelle non in quanto si sovrappongono esattamente, ma perché alimentano insieme i vari costituenti dell’amore. L’alternativa più comune è quella di cadere nelle grinfie di quella antica, bizzarra e capricciosa divinità indiana che scombussola più volte la vita: Amikinont’amanonamikit’ama.
Un caro saluto,
Alberto